Semiramide: Racconto babilonese
Part 26
— Ara, o diletto, sostienmi nelle tue braccia! Oh, sei pur bello! E avventurosa tra tutte le donne fu certamente colei che ti diede la vita! Ara, rivolgi gli occhi tuoi, che non mi guardino fiso, imperocchè essi mi fanno smarrir la ragione. Amico dell'anima mia, e come hai tu potuto allontanarti da me? Oh, grazie sian rese agli Dei; non ci separeremo mai più! Morire con te! Gioia che io non avrei più osato sperare! Sostienmi, o diletto! Sia la tua mano sinistra sotto al mio capo e abbraccimi la tua destra.
— Amica mia, sposa mia, le tue labbra stillano miele; il tuo collo rende più odore, che non le mandragole e i gigli. Dimentica ed ama; mettimi come un suggello in sul tuo cuore; come un suggello in sul tuo braccio; imperocchè l'amore è possente come la morte che invocata ci attende; la gelosia dura come l'inferno, e le sue fiamme divorano. Io le ho nutrite a lungo del mio sangue, qui dentro; ma l'amor tuo è il più soave dei balsami. —
Così favellarono, confusi in un palpito, l'uno dell'altra beati, immemori d'ogni cosa creata. Gloria, potenza, ambizione, dolori, miserie, splendori e fumi della terra, che siete voi per due anime amanti? Sulla vetta inaccessa d'un monte, la fenice compone de' più odorosi rami il suo rogo e lieta s'appresta a morire. Così eglino, in quel rapimento supremo, nell'alto silenzio d'una notte avventurosa, lunge dal volgo profano, avean tempio e rogo ed oblio. Che era già più Babilonia per essi, col suo popolo ribelle e colle sue ire feroci? Che era l'impero degli Accad, e che tutti gli altri destinati a succedergli, giù per la china dei secoli? Odiati dal mondo, lo ricambiavano colla noncuranza e il disdegno; più forti delle sue collere, si perdeano in un'estasi, che non aveva a conoscer dimani.
— Ara, diletto mio, come breve è la notte! I segni celesti ascendono rapidi la vôlta del firmamento azzurro, come viandanti frettolosi che hanno veduta da lunge la meta.
— Fermati! — esclamò Ara, tendendo ai cielo le palme. — Fermati, se mai udisti parola d'amore; rattieni, o Sin, il veloce tuo corso e sia questa notte eterna! O se ciò non è consentito alla nostra preghiera e te pure incalzano i fati, accresci almeno la virtù dell'arcano liquore e ne rapisci coll'estremo tuo raggio! —
La brezza precorritrice dell'alba susurrava dolcemente fra gli alberi. I gigli, le mandragole e i gelsomini spandevano odore. Ascose tra i rami, gemeano le colombe il flebile verso amoroso. Era un senso di voluttà infuso per tutta la natura, un inno cantato su in alto alla gloria di Dio. Le ire codarde, le ambizioni, i tradimenti, si agitavano laggiù, nella città sottoposta, il cui frastuono a mala pena si udiva, come rombo di tempesta lontana.
Dolcezza ineffabile, bevuta a lunghi sorsi ed interi; ebbrezza che scalda le fibre e infonde per tutte le membra un amico sopore; qual voce potrebbe ridirle, o penna descriverle? Non si ritraggono a parole i soavi errori, le fantasie, le visioni, con cui, nei silenzio della sua cella, un'anima innamorata inganna le ore notturne e cede senz'avvedersene al sonno, che forse le proseguirà l'incantesimo.
Il raggio tremolante di Istar già impallidiva sull'orizzonte, poco lungi dallo smorto disco di Sin. Il cielo rapidamente sbiancava e con esso il volto dei due felici, che ancora si teneano abbracciati, e cogli occhi smarriti, nuotanti nelle ombre di morte, si ricercavano ancora.
Poco stante, sorgeva glorioso il sole dai balzi lontani di Elam, e uno stuolo di colombe fu visto levarsi dal colmo delle piante, che allegravano di bella verzura i pensili orti di Semiramide. Le candide volatrici si librarono sulla città, valicarono il fiume e disparvero ad occidente dietro le torri di Barsipa.
Il popolo di Babilonia argomentò che Derceto, la gran Dea d'Ascalona, avesse mandate le sue colombe a campare da morte la sventurata sua figlia.
E invero, nessuno più vide Semiram, nè il biondo malka d'Armenia. Gli orti pensili, le stanze della regina, frugate dal popolo ribelle, non recavano traccia di loro.
Forse Hurki avrebbe potuto chiarire l'arcano. Ma il fedele eunuco era scomparso, e Faleg, il fedele soldato, del pari.
Zerduste, ministro di Ninia per brevi giorni, re di Babilonia dopo l'arrivo delle soldatesche di Media, dubitò che i due amanti fossero stati sepolti dalla pietà d'un fedel servitore in qualche segreta dell'immane recinto. Ma la tomba, se così era, custodì gelosamente i suoi ospiti.
FINE.
INDICE.
Cap. I. Alle porte di Babilu Pag. 1 » II. Militta Zarpanit » 20 » III. La rosa di Sennaar » 35 » IV. L'onniveggente » 49 » V. La reggia di Semiramide » 64 » VI. Il convito » 78 » VII. Le prische istorie » 89 » VIII. La voce di sotterra » 98 » IX. La porta di bronzo » 108 » X. La dottrina dei savi » 132 » XI. Il fantasma » 136 » XII. La fuga » 154 » XIII. Dal campo di Assur » 174 » XIV. Il pellegrino » 185 » XV. Il canto di Abgàro » 205 » XVI. La regina guerriera » 221 » XVII. Ajotzor » 235 » XVIII. Il talismano » 257 » XIX. Gli arcani della Triade » 272 » XX. Alla riscossa » 288 » XXI. La mano di Nisroc » 301 » XXII. Il bivio » 315 » XXIII. Il tentatore » 342 » XXIV. Le colombe di Derceto » 354
NOTE:
[1] Il caso della torre di Babele è fissato dalla iscrizione di Nabucodonosor a quarantadue età, o vite d'uomini (2940 anni) prima di quel re, il che condurrebbe a 3540 anni avanti l'Era volgare.
L'iscrizione cuneiforme, trovata a Barsìpa, e interpretata dal dottissimo Oppert, ha il seguente paragrafo:
«Il tempio delle sette luci della terra, a cui si collega il più antico ricordo di Barsìpa, fu edificato da un re antico (si noverano già da quel tempo quarantadue età); ma egli non ne innalzò il vertice. Gli uomini lo avevano abbandonato dopo i giorni del diluvio, confusamente favellando. Il tremuoto e la folgore aveano dispersa la sua argilla disseccata al sole; i mattoni cotti che la rivestivano si erano screpolati; l'argilla dell'interno s'era sfasciata in colline. Il gran dio Merodac ha inspirato il mio cuore a riedificarlo; io non ho mutato il sito, non ho intaccate le fondamenta....»
[2] Per questi cenni intorno alle prime teogonie indiane e pel racconto che segue, si leggano i veda e la traduzione che lo Jacolliot ha fatto di un notevole passo del _Bagaved Gita_.
[3] Orione, la più lucente tra le costellazioni, è chiamato dagli Armeni Aìco, e così tradotto in Giobbe, canto XXXVIII, v. 31, ed in Isaia, canto VIII, v. 10.
[4] Scrivo questo mese come suona in lingua assira, mancando ancora il nome ideogrammatico, ed il fonetico, nell'antico caldeo, a cui i tempi di Semiramide si riferiscono.
Soltanto è noto che il mese chiamato Ululù dagli Assiri (Agosto-Settembre) suona nell'ultima sillaba «na» come il suo precedente Tana (Luglio-Agosto) che è ideogrammaticamente il mese del fuoco; ma ancora nelle iscrizioni cuneiformi non si è potuto leggerne con certezza il principio.
DELLO STESSO AUTORE
(Edizioni in-16).
=Capitan Dodero= (1865). _Settima edizione_ L. 2 — =Santa Cecilia= (1866). _Quinta edizione_ » 2 — =L'olmo e l'edera= (1867). _Settima edizione_ » 2 50 =I Rossi e i Neri= (1870). _Seconda edizione_ » 6 — =Il libro nero= (1871). _Quarta edizione_ » 2 — =Le confessioni di Fra Gualberto= (1873). _Seconda edizione_ » 3 — =La legge Oppia=, commedia (1874) » 1 — =La notte del commendatore= (1875). _Seconda edizione_ » 4 — =Castel Gavone= (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 =Come un sogno= (1875). _Quinta edizione_ » 2 — =Tizio Caio Sempronio= (1877). _Seconda edizione_ » 3 — =Cuor di ferro e cuor d'oro= (1877). _Seconda edizione_ » 5 — =Lutezia= (1878). _Seconda edizione_ » 2 — =Diana degli Embriaci= (1877). _Seconda edizione_ » 3 — =La conquista d'Alessandro= (1879). _Seconda edizione_ » 4 — =Il tesoro di Golconda= (1879). _Seconda edizione_ » 3 50 =La donna di picche= (1880). _Seconda edizione_ » 4 — =L'undecimo Comandamento= (1881). _Seconda edizione_ » 3 — =Il ritratto del diavolo= (1882). _Seconda edizione_ » 3 — =Il biancospino= (1882). » 4 — =L'anello di Salomone= (1883). » 3 50
IN PREPARAZIONE:
_Fior di Mughetto_. _Il Giudizio di Dio_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.