Semiramide: Racconto babilonese

Part 25

Chapter 253,890 wordsPublic domain

— Così avess'egli preveduti gli affanni che gli dovean essere derivati da lei! Ma allora, dimentico della sua terra, delle speranze perdute, degli ostacoli insuperabili, dei danni futuri, amò la cattività che lo avvicinava a costei. Pochi giorni di poi, ella era sposa di Nino; egli dolente prigioniero in Babilonia. E l'amor suo crebbe tanto più forte, quanto più solitario e nascosto. Vegliava sulle tavole dei Casdim, le raffrontava colle dottrine de' loro savi, meditava di purificare il culto dell'unico Iddio dalle rozze idolatrie della stirpe di Cus, e non si sostentava nell'aspra fatica, non si nutriva egli che di quel suo amor dissennato. Perchè non lasciarlo nell'oscurità della sua prigionia? Perchè dargli inaspettata grandezza e rinfiammare nel cuor suo le audaci speranze? Regina degli Accad, vedi in ciò l'opera tua. Mentre egli ti chiedeva disperato al suo Dio, e la morte improvvisa di Nino gli pareva una prima grazia a lui concessa dal cielo, perchè hai tu mostrato avvederti di lui? perchè l'hai tu chiamato alla tua presenza, onorato del tuo favore, accolto nei tuoi regali consigli? Fatto vicino a te, conscio della sua forza, sperò, e sperando tentò di piacerti, ardì concepire il più eccelso disegno. Ma tu non lo amasti; il tuo cuore fu muto a lui; non t'avvedesti, o fingevi. E finse egli pure; ricacciò nel profondo la parola che inutile e spregiata dovea morirgli sul labbro; accresciuto di potenza, non consolato d'affetto, si piantò custode inavvertito della tua desiderata bellezza, vigile nemico di quanti s'appressavano a te, di quanti temè potessero un giorno accenderti in seno la maledetta fiamma d'amore. Voleva egli che tutto fosse silenzio e vuoto intorno a te; nessun altro doveva ottenere ciò che a lui era negato. Così vigila il drago i tesori che non sono per esso, e vampe di morte gli sprizzano dalle fauci rabbiose.

— Io lo ravviso nella fedelissima effigie! — notò la regina, con acerbo sarcasmo.

— Ridi ancora per poco; — disse di rimando Zerduste, senza punto scomporsi. — Parecchi scontarono colla morte la colpa di aver desiderato e sperato. Un d'essi, il più audace, a cui gl'inni sgorgavano dalle rosee labbra, troppo più infiammati che non si convenisse alla riverenza del suddito, s'argomentava di giungere fino a te, chiamato ne' silenzi della notte da un messaggiero discreto; già nella cupida mente assaporava le dolcezze ineffabili d'un amoroso colloquio; ma un abisso di repente si schiuse a' suoi piedi e gli ardori dell'incauto si estinguevano insieme colla vita, nei gorghi profondi del fiume. Lo so ben io, tu non amavi costui, tu ignoravi ogni cosa; ma egli amava te, egli era leggiadro, poteva un giorno piacere a' tuoi occhi; così mutevole e pronta negli affetti è la donna! Zerduste vegliava; egli era forte e prudente. I tuoi nemici furono gli amici suoi; fu egli che affratellò, congiunse in un odio solo tante collere sparse, diede un capo, una mente, a migliaia di braccia levate a maledizioni impossenti contro la regnatrice del mondo. Raccolte nel suo valido pugno le fila di una vasta congiura, tutte poteva egli deporle a' tuoi piedi, sgominare i tenebrosi assalti, distruggere nel silenzio i tuoi nemici, se tu gli fossi stata più umana; volgerli contro di te, colpirti a sua posta, se tu avessi durato ne' tuoi superbi dispregi. E tu, frattanto, o regina? Contegnosa ed austera, gli troncavi a mezzo ogni parola che timidamente accennasse alla sua devozione per te. Le cure del regno ti possedevano intiera; non d'altro ti davi pensiero; doveva esser muto all'affetto il cuore della donna, che voleva esser signora e madre d'un popolo. Così dicevi a Zerduste; ma una notte bastò per mutarti, bastò una tenera parola per darti in braccio ad un altro. Ah, per lui dunque la stima, per altri l'amore? Grave fallo, o regina! E sei donna, ed ignori che l'uomo ha da essere tutto o nulla, per la donna ch'egli ama? Non io ti ho tradito; bensì tu stessa ti sei condannata a' miei colpi. Potevo soffrire ed attendere; quella notte ha lacerato il mio cuore.... Eri in mia mano; io mi son vendicato. Il tuo primo amore ti costa un impero. —

In tal guisa parlò il principe di Bakdi, per la prima volta scoprendo i tenebrosi recessi dell'anima. Facea stupore l'udirlo, più stupore eziandio il vedere quel suo calmo sembiante atteggiarsi a tanta novità di passione, di asprezza feroce e di mestizia profonda, di odio implacato e di ardente preghiera ad un tempo. Ed era pauroso a vedersi, come un portento di trasformazione improvvisa; nè più avrebbe arrecato meraviglia e sgomento, se uno di que' colossi alati, che raffiguravano gli spiriti custodi della gente del Sennaar, avesse lampeggiato una torva occhiata dalle pupille di smalto, e snodate le membra poderose dai vincoli della pietra tenace.

Lo udì Semiramide, lo guatò lungamente, e un senso di paura le ricercò le vie segrete del cuore. Ella aveva vissuto tanti anni d'accanto a quel mostro, nè mai s'era avveduta dell'imminente pericolo! Così siam noi spensierati, quando non abbiam ragione di temere. E un giorno viene, che il nemico ci è sopra, egli che spia le occasioni, e a noi più non è dato resistere.

Fu atterrita, non sopraffatta, la fortissima donna, e tosto riprese balìa di sè stessa.

— Nobile affetto invero, — ella disse, — e degno d'esser mostro alle genti, quello che accende tutti i più malvagi istinti della umana natura!

— E amore, possente amore, che non cercato c'investe e si fa in un punto signore di noi; — replicò prontamente quell'altro. — A te lo chiedo, che il sai; si governa esso forse? e spregiato, non divampa più forte? È fiamma; la sua natura è di ardere. Tu l'hai destata in me; non ti lagnare, se ella s'è fatta a tuo danno un incendio.

— T'ho io mai dato lusinga, o speranza? — dimandò la regina, con piglio severo.

— No, e di questo mi duole! — rispose amaramente Zerduste. — Ah, fiero tormento, che tu, tra tanti mali, non hai provato, o Semiram! Sentirsi forte, vedersi grande, sapersi capace di altissime imprese, e tuttavia desiderare invano un sorriso d'amore; per una donna esser nulla, quando, per ogni altra creatura, e in faccia al destino, si è tutto! Cede ogni ostacolo alla tua volontà, o la tua avvedutezza lo rimuove, o la tua pazienza lo strugge; solo una donna ti resiste, e tu, che pieghi a tua posta uomini e cose, ti rodi dentro te colla tua rabbia. Ella non t'ama; ella ti deride; fa peggio ancora, non si cura, nè s'avvede di te. E allora, o Semiram, allora il più nobile affetto si corrompe, come, negletto nella coppa, si corrompe e inasprisce il più generoso liquore. Fu un senso d'invidia profonda e di desiderio deluso, che produsse il male e rese gli spiriti ribelli all'Eterno. Ah, il forte, il costante amatore, l'uomo che tutte le virtù della mente gagliarda avrebbe adoperate a comporti il trono più glorioso e più saldo, si sprezza? E il primo garzone vanitoso che giunge, e ripete con labbro avvezzo una soave parola, lo si accoglie con ansia, lo si ama, si cede a lui come una vil femminetta del volgo? Bada, o Semiram, io sono ambizioso, ma nol fui nell'amarti. Non chiedevo di salir teco sul trono degli Accad; sarei rimasto nella polve ai tuoi piedi, e patria, e speranza di regno, altari e tutto, avrei dimenticato, per non avere altro culto, che l'amore, altro pensiero fuor quello della tua sfolgorante bellezza. Ed oggi ancora, io, fatto più forte dalla vittoria, io signore de' tuoi destini, io re di Babilonia tra breve, imperocchè il tuo Ninia non ha mano così ferma da impugnar virilmente lo scettro, io oggi ti dico ancora: tutto può ripararsi. Amami, credi a questa fiamma divoratrice, consola uno spirito afflitto! Per la mia potenza io te lo giuro, per la mia stessa ambizione che non conosce confini: io, il principe di Bakdi, il leone di Media, sarà il tuo umile schiavo. —

E, tratto dall'impeto della sua furibonda passione, si prostrò l'acerbo Zerduste, si abbandonò contro i gradini del soglio di Semiramide, così che la sua fronte sfiorò il piede di lei. Diede ella un sobbalzo di raccapriccio e si trasse indietro sollecita.

— Va, non mi tentare! — gridò. — Che pensi di me? Di qual fango mi credi tu nata? Non amerà te, non ti ascolterà più oltre, chi ha amato il re degli Armeni.

— Ara! — sclamò Zerduste, con accento sdegnoso. — Ara che ti disprezza e ti fugge!

— Sì; e perchè mi fugge? perchè mi disprezza egli? — tuonò la regina. — Non l'avete voi con arti tenebrose ingannato, o santi della Triade? —

A quelle parole, in cui si mostrava così intieramente scoverto il segreto delle sue macchinazioni, levò la fronte Zerduste e rimase alcuni istanti stupefatto a guardarla.

— Ah! — notò egli poscia, dissimulando in un ghigno l'interno dispetto. — Fiacco credevo, non traditore Sumàti. A che dunque morire, precipitarsi disperato nelle acque salse di Van (imperocchè questo da parecchi giorni m'è noto), se tutto ti aveva egli disvelato l'inganno? —

Così disse, nel colmo della sua meraviglia, Zerduste, parendogli sciocca la loquacità di Sumàti, se era deliberato di morire, e più sciocca la morte, dopo essersi disposto a parlare. Ma neppur egli fu savio; quello il rimorso, lui faceva imprudente l'amore. E invero le sue parole ebbero eco lì presso; un avido orecchio le accolse.

Intanto la regina a lui di rimando:

— Chiedilo all'ombra sua, tu che evochi dal negro abisso gli spiriti e fai mentire gli estinti! —

Ma già Zerduste si era riavuto dal suo primo stupore. Ciò ch'egli sapeva del regal prigioniero e della sua ira tenace, gli mostrava come fosse tornata inutile a lei la loquacità dell'Indiano.

— Per altro, a che ti giova? — proseguì egli, senza por mente al sarcasmo. — Ara è caduto in poter tuo; è tuo prigione; e tu non hai potuto altrimenti mitigare quell'odio, che la Triade gli ha così profondamente stillato nell'anima. Egli ti abborre e ti sfugge; questo io so, senza mestieri di evocare uno spirito imbelle. Hai vinto il re, non soggiogato l'amante; e Bared si è sottratto colla fuga al pericolo dei tormenti, Sumàti colla morte alla vergogna della sua debolezza; nè l'uno, nè l'altro furono al capezzale del risanato garzone, per dirgli che tu eri sempre degna di lui, e che lo aveva ingannato il malvagio Zerduste. Che farai tu? Morrai; me lo dice il tuo sguardo già disviato dalle miserie terrene. Ma bada; non morrai come speri, da regina e da figlia di Dea; morrai dispregiata da lui, non giustificata da coloro che tu volesti nemici. Pensa dunque, o Semiram; vedi per chi tu muori, e perchè. Ti amava egli davvero, un uomo che dubita di te, che ti disprezza, solo perchè un'ombra vana ha parlato? Ah, l'amor mio non sarebbe caduto in questo laccio volgare! L'amo, avrei detto al fantasma; tu amico un giorno, essa la donna mia per tutta la vita! — Ma pensa; ella fu nelle braccia di ben altri anzi che nelle tue.... — L'amo! — Ma bada; ella uccide, impudica e feroce, gli strumenti delle sue voluttà.... — L'amo; che importa? l'amo. Non è egli un gaudio celeste, l'amore? La morte al colmo della beatitudine, non è forse il dono più grato de' cieli?

— Vile amore, che nel disprezzo si nutre! — esclamò la regina.

Ma ancora non aveva ella pronunziate quelle acerbe parole, che un rumore di passi precipitosi si udì e il re d'Armenia balzò dal colonnato nella camera; il re d'Armenia cogli occhi fiammanti di collera, non più potuta reprimere, e la spada lampeggiante nel pugno.

— È questa la tua pura dottrina, o santo vecchio dal fiore d'amômo? — tuonò egli iracondo. — Ma tu morrai, lo giuro a Zervane, che ha numerato i tuoi giorni! —

E si scagliò, così dicendo, sul principe di Bakdi, che stramazzò all'urto possente del giovine atleta. Nel tempo medesimo la spada di Ara cercava il petto della stordita sua vittima. La corazza di ferro che Zerduste portava sotto la tunica nera, sviò il colpo gagliardo, che avrebbe dovuto passarlo fuor fuori.

— Ah, un tradimento! — gridò Zerduste atterrito.

E si divincolava sotto le strette. Ma l'aquila delle montagne lo aveva tra gli artigli; era più poderosa di lui; le raddoppiava le forze il furore. E già stava per cacciargli il ferro nella strozza, allorquando la voce della regina si udì.

— Chi ardisce snudar l'armi al cospetto di Semiramide? — gridò ella con voce di tuono.

Ara, il furente Ara, si alzò intimorito e il braccio gli ricadde inerte sul fianco.

Semiramide lo guardò un tratto pallida, ansante, per commozione profonda; indi si volse a Zerduste.

— La tregua è sacra per tutti; — gli disse. — Va, rettile, vivi! —

Zerduste si alzò fremente da terra; li saettò ambedue d'uno sguardo, si strinse i pugni al petto, per rabbia impossente, e fuggì. Ogni sua speranza era perduta; l'audace suo tentativo, così profondamente maturato, falliva.

CAPITOLO XXIV.

Le colombe di Derceto.

Erano rimasti soli, Semiramide e il re d'Armenia; ella profondamente turbata, ma contegnosa e severa all'aspetto; egli vergognoso e tremante, come chi è spettatore d'un'alta rovina e la sa opera sua. I pensieri che turbinarono in quelle due anime, tutto ciò che significarono i loro sguardi in quel solenne istante di pausa, si può immaginar nella mente non dire.

Un senso di scontentezza, forse più veramente d'indomato rancore, serpeggiava nel petto della regina. Lontano e fuggente, com'ella credeva, Semiramide lo aveva difeso contro i sarcasmi di Zerduste; vicino e certamente pentito, le pareva di odiarlo.

— E tu, che vuoi? — gli disse ella con accento sdegnoso.

— Il tuo perdono; — rispose Ara umilmente. — Ho tutto udito, e tutta misuro la grandezza del mio fallo. Non v'ha pena, per quanto grave ella sia, che io non meriti da te. Sono in odio a me stesso ed ho la morte nel cuore. —

La voce del giovine era supplichevole e imbevuta di lagrime; ma in quella voce lusinghiera a lei parve di udire il sibilo del tentatore. Non era forse quello l'accento soave che già una volta l'aveva soggiogata e tradita? Però stette ella inflessibile.

— Come tu qui? — soggiunse ella poscia. — Ov'è Faleg.

— Poc'anzi, — rispose egli sollecito, — io mi sono spiccato da lui. Avevo udito delle proposte a te fatte, delle condizioni messe dagli anziani di Babilonia al loro ritorno nell'antica obbedienza. Potevo io partire? accettare una vita ed una libertà che a te costassero il regno, fors'anco la sicurezza della persona? Risolsi di portarti il mio capo; io stesso sarei disceso dalla reggia, ma per via discoperta, incontro a' tuoi nemici, ai carnefici miei. Ed eccomi pronto.

— No, gli è inutile! — esclamò la regina. — Non lo consentirebbe la maestà del mio nome; — aggiunse ella gravemente, dopo un istante di pausa, in cui parve risolversi a temperare l'asprezza delle sue prime parole. — Ciò che ho risoluto sarà. Tu sei libero; parti, che non abbiano a ritrovarti in Babilonia domani.

— Ma tu, allora? — disse Ara sgomentito. — Ma tu?

— Io.... — ripigliò Semiramide, con labbra atteggiate ad un freddo sorriso. — Io mi sottrarrò alla rabbia dei tristi.

— Fuggire! — gridò il re d'Armenia, tratto in inganno dalle ambigue parole. — Ah sì, n'è tempo, o regina. Quello scampo che generosa mi profferivi, non rimane anche a te? Ma dimmi, innanzi di correr la sorte della fuga; dimmi, o dolce signora, mi hai tu perdonato?

— Sì; — bisbigliò Semiramide, lasciandosi afferrare la mano, che il giovine amante coperse di baci e di lagrime.

Ella era fuor di sè stessa in quel punto. La infinita mestizia de' suoi casi, il recente colloquio col suo atroce nemico, l'improvviso apparire del re, l'aveano percossa per modo, che ella ne era rimasta un tratto smemorata ed attonita, senza pensieri, senza volontà, senza forza.

Ara incalzò nelle amorose preghiere.

— Vieni adunque, vieni senz'altri indugi, o diletta! Pensa a Zerduste. Lo scellerato che tu hai voluto campar da' miei colpi, ben altre vendette prepara. Vieni, usciamo da questa reggia, da questa città, ove tutto è pericolo per te. Andremo lunge, assai lunge di qua; io ti sosterrò, mia regina: ti difenderò io fino all'ultima stilla di sangue; ti amerò, ti amerò tanto, o Semiram, che tu dimenticherai le mie colpe, le angoscie patite, il trono perduto e quant'altro avesti mai di più caro.

— Fuggire! — esclamò ella, scuotendosi a un tratto da quel suo doloroso torpore. — Fuggire io! E lo pensi tu forse? Non si giunge dov'io son giunta, o malka d'Armenia, per finir così male; non s'imprime un'orma così profonda nella memoria degli uomini, per cancellarla con un esempio di solenne viltà. Altro scampo io m'ho scelto, lo scampo de' forti. Morrò. Checchè ne pensi il malvagio, morrò nobilmente, morrò da regina.

— Tu morire, o Semiram? — proruppe forsennato il garzone. — No, non sarà!... gli è impossibile!...

— È necessario; — soggiunse ella, con malinconico accento. — Vivere con maestà non è più consentito, altra via non rimane.

— Ah, scherno de' cieli! — gridò egli disperato, cacciandosi le mani a furia entro le chiome. — E per me!... per colpa mia!...

— No; — interruppe Semiramide. — Non ti accusare; non dar cagione a te stesso! È il signor delle sorti, è Nisroc, che ha voluto così; son io che gli ho armata la mano a ferirmi. Non ho io forse invocata sul mio capo questa grande sventura? Non ho io chiesto a Militta di concedermi un amor vero e possente, anche a patto dei più acerbi dolori? Ho amato, e furono ore d'immensa allegrezza per me. Tristi giorni seguirono.... Orbene, che importa? Non son io vendicata del tuo disprezzo? Non sei tu umiliato, piangente, a' miei piedi?

— Ah, tu sei generosa e magnanima; — disse Ara con impeto; — e sebbene io veda tuttavia sul tuo volto la nube d'un nemico pensiero, non debbo lagnarmi del mio destino, nè voglio. Concedimi tempo a meritar la tua grazia, o regina! Vivere tu devi, e risorgere. Non mi dire che ciò è impossibile!... Forse tu vedi troppo grave il tuo caso. Altra via non rimane, dicesti; e perchè? Non è sempre aperta la via della pugna? Nè già tutto l'esercito s'è collegato ai ribelli; schiere numerose e fedeli ti restano ancora; tu puoi, tu devi tentare.

— E vincessi pur anco! — esclamò Semiramide, crollando il capo, in atto di supremo fastidio. — Imperocchè, vedi, io l'ho pensato, ciò che tu mi consigli, e non è vero che tutto sia irreparabilmente perduto per me. S'inganna il malvagio, e quel suo traviato fanciullo con lui. Prima che trionfassero i vili, molto sangue potrebbe tingere ancora l'Eufrate, e più d'un cuore, che oggi si gonfia di facili speranze, impicciolirsi ad un tratto e gelarsi per alto spavento. Ma tutto questo a qual pro? Io non mi curo più oltre di malvagi, o d'ingrati. L'anima ha le sue tristezze invincibili, sente talvolta il fascino de' superbi raccoglimenti, la voluttà delle inerzie mortali; e allora, pon mente, riesce a tedio la pugna, e più che il vincere, più che il soverchiare di nostra gloria i mortali ossequiosi, o tementi, è dolcezza il cadere, l'estinguersi. Così farò, re d'Armenia; e se ti duole.... — soggiunse ella con un fil di amarezza, — se ti duole, io l'ho caro. Sarà questa la tua punizione, per aver creduto ad altrui, per aver dubitato di me.

— Non m'ero io dunque ingannato! — disse Ara sospirando. — Il tuo cuore non mi ha perdonato del tutto! —

La regina non fece risposta a quel grido di un'anima afflitta.

— Vedi? — soggiunse ella, cedendo all'amaro proposito ond'era tutta compresa. — Il mio disegno è formato. —

E avvicinatasi ad uno stipo che era lì presso, ne tolse una piccola ampolla di vetro e la librò in alto, di rincontro alla fioca luce del vespero, davanti agli occhi di Ara, che stette muto, sbigottito a guardarla.

— Da questo tenue involucro, — proseguì Semiramide, — non traspare che un umile liquore verdastro. Ma la vita, la pace, l'allegrezza, la morte, tutto è qui dentro, come nel cuore umano s'accolgono i germi d'ogni contentezza e d'ogni pena eziandio. Ampolla preziosa! Essa è dono del vecchio Sumàti. —

Ara chinò il capo, fremendo. Imperocchè egli aveva udito dal colloquio di Zerduste colla regina, quanto fosse colpevole l'Indiano.

— Ah, non parlare di lui! — gridò egli, con accento di rabbia.

— Perchè, s'egli è morto pentito? — ripigliò la regina. — A me, dopo tanti immeritati dolori, il vecchio della Triade ha lasciato un conforto. Tutta la mia regia possanza non avrebbe potuto procacciarmi questo maraviglioso liquore, stillato da erbe d'arcana virtù, nei silenzi d'una dotta vigilia. Meraviglioso invero e ben degno della famosa sua patria! Una goccia soltanto, stemperata nell'acqua purissima, rinfranca gli spiriti languenti; poche goccie dànno l'ebbrezza; un sorso intiero, la metà di quest'ampolla, è la morte; morte soave, lenta e sicura. Tu lo vedi, o malka d'Armenia; io non son troppo da compiangere. Va dunque, poichè l'ora è già tarda ed ogni istante è prezioso. Io t'ho amato e non m'incresce di confessartelo; ti ho perdonato ogni cosa; non ho più odio nel cuore. Tu piangi e le tue lagrime mi compensano di molte amarezze; va dunque, e ti ricorda di me nella vita, come io penserò a te nella morte. —

Così parlò Semiramide, cercando di allontanare il dolente. Ora, ella aveva a mala pena finito di parlare, che un atto improvviso di Ara la colpì, e un grido le ruppe dal petto, grido di stupore, di sgomento e di gioia inattesa.

Il re d'Armenia l'aveva ascoltata in silenzio, ora guardando lei, ora l'ampolla, che le stava tra mani. Pallido, ansante, confuso, pendeva dalle sue labbra, non osando dir nulla per tentare di smuoverla dal suo fiero proposito; ma ben si scorgeva al sembiante come fosse trambasciato, al pensiero di perderla. Ciò appunto avea mosso a compassione la regina, persuadendole alcune più amorevoli parole di commiato; ed egli dal canto suo ne aveva preso ardimento ad afferrarle un braccio, accostandosi con atto supplichevole a lei. Ma tosto, senza ch'ella facesse più in tempo a ritrarre la mano, le aveva egli strappata l'ampolla e in un baleno l'aveva accostata alle labbra, trangugiandone un sorso.

— Che hai tu fatto, disgraziato? — gridò ella, tendendo le palme verso di lui.

— Nulla; ho bevuto la parte mia. Ecco, vedi, io non ti ho tolto nulla del tuo. —

E le mostrò l'ampolla, ancora a mezzo ripiena; indi sorridendo, la posò sullo stipo.

— Ah, dissennato! — esclamò la regina, con accento di tenerezza ineffabile. — E tu, giovine, bello al pari d'un Dio, con tante speranze nella vita lontana....

— Senza te sarei morto; — interruppe egli sollecito; — è in te la mia speranza, in te la mia vita. —

E cadde a' suoi piedi tremante d'amore. Ella gli pose le braccia intorno al collo e rimase a lungo muta, ma accesa, palpitante, appoggiata su lui, con tutto il soave suo peso. L'astro notturno, che era spuntato poc'anzi sull'orizzonte, risplendeva tra i cespugli del giardino, e la sua tacita luce, penetrando tra le colonne del loggiato, inondava que' due volti confusi.

Ad un tratto ella si sciolse da lui.

— Smemorata! — gridò. — Ed io?... —

Balzò rapida in piedi, corse, afferrò l'ampolla e avidamente bevve ciò che restava del verdastro liquore.

— Come è dolce! — diss'ella poscia tornando verso l'amato. — Come è dolce, poichè tu l'hai recato alle labbra! —

Il giovine innamorato la strinse tra le sue braccia.

— Eccoti, bella amica mia! — le diceva egli, guardandola con occhi rapiti. — Eccoti bella tra tutte le donne, o tu, cui l'anima mia ama! Tu m'hai involato il cuore, o sposa mia nella morte; tu m'hai involato il cuore col primo de' tuoi sguardi, nè più, da quella notte di celesti ebbrezze, io sono stato signore di me. Tu sei tutta bella, amica mia, nè cosa alcuna è in te che non mi faccia riardere il sangue per febbre acuta d'amore. I tuoi baci sono più dolci del liquor della palma: la fragranza che spira da te, vince tutti gli aromi.