Semiramide: Racconto babilonese

Part 24

Chapter 243,867 wordsPublic domain

Semiramide non rispose parola. Aveva impallidito all'audace dimanda; in quella condizione di pace gittata là come la cosa più ragionevole del mondo, tanto più ragionevole allora, che il costume di guerra non facea sacra la vita dei prigionieri, aveva ella ravvisato il colpo maestro del suo implacabil nemico. Ah, egli non era dunque per la esaltazione di Ninia, che si adoperava l'astuto? Quell'ignaro fanciullo non era che uno strumento, un'arma brandita contro di lei, un'arma che si gittava, dopo averla adoperata a ferire! Non era più sete di regno che contrastava il poter suo; era una vendetta che cercava il cuor della donna, una vendetta tanto più sottilmente feroce, in quanto che nessuno di quella moltitudine di nemici e di fautori, poteva averla per tale. Zerduste infatti, per la proposta degli anziani, non giungeva egli a far sacrifizio di sè? Accettava l'umiliazione e l'esiglio; si dava inerme in preda allo sdegno di Semiramide, che bene avrebbe potuto, appena sedata la rivolta e ristabilita la sua autorità, cercarlo dovunque egli fosse e farlo inesorabilmente morire. Chi, ciò pensando, avrebbe sospettato della magnanimità di Zerduste? Quella sua volontaria caduta era il sommo della ipocrisia; quel suo consiglio di finire ogni cosa colla morte del re d'Armenia, era la stretta fatale in cui la regina, o la donna, dovea certamente soccombere. E si sentì perduta, allora, e rimase più atterrita a gran pezza, che non fosse stata prima, all'udire d'ogni altro suo danno.

Ben le restava uno scampo; la guerra disperata, la sorte dell'armi. Ma questa che fallacissima era, non potea farla altresì micidiale nel sangue di Ninia? E poi, a che proseguire la lotta? Ella era tanto desiderosa di regnare, temuta, non amata più dal suo popolo, odiata, non creduta dall'uomo, per cui aveva messa a repentaglio la sua possanza e la fama? V'hanno istanti supremi, in cui le anime più salde sentono il fastidio della lor medesima forza, dovuta usare in troppo vili contese; e allora dalla inerzia, che si offre noncurante ai colpi nemici, spira assai più sublime grandezza, che non dall'ardore crescente, dalla terribilità della pugna.

Così smarrita, la regina volse a Faleg uno sguardo di suprema tristezza. Lo intese il fedele guerriero, che incontanente si fece a salire i gradini del trono e si curvò sul ginocchio, per udire i regali comandi. Ma egli non era già più un comando quello che Faleg doveva udire dal labbro di Semiramide.

— Tu lo vedi, o Faleg; — susurrò la regina con malinconico accento. — Tutto è perduto oramai.

— Signora! — rispose sommesso il guerriero, e il cenno del capo significò tutto quello che il labbro taceva.

— Or ora, — proseguì la regina, — udranno che Semiramide non accetta le loro condizioni. Potrei forse?..

— T'intendo! — interruppe Faleg, notando il rossore subitaneo che imporporava le guance della regina. — Ma perchè dir loro il tuo proposito fin d'ora? Tempo ti resta a pensare.

— Ho pensato; — soggiunse ella; — perchè tacerei?

— Perchè eglino, i tuoi nemici che stanno aspettando un forse preveduto diniego, rimangano ancora crucciosi nella loro incertezza. Pensa, o regina, ai giubilo che sentiranno, alle ire che non si periteranno di rinfiammare prontamente nel popolo, e consentimi di risponder loro per te. —

La regina assentì con un gesto lievissimo, e Faleg allora, vòltosi da' piedi del trono ai congregati, parlò:

— Cittadini di Babilu, Casdim venerati, e voi tutti seguaci delle fortune di Ninia, che mettete condizioni al ritorno nell'antica obbedienza per la regina degli Accad, oramai la nostra possente signora vi ha udito. Altro vi resta da aggiungere?

— No; — risposero i grandi rifuggiti in Barsipa; — muoia l'Armeno, e l'autorità di Semiramide non avrà più fidi sostegni di noi.

— Se gli Dei non sono placati, — soggiunsero i Casdim, — Ninia regnerà in sua vece. Così viva egli in perpetuo!

— E noi, — gridarono gli anziani, — aspetteremo che il signor delle sorti ci mostri a cui dovremo obbedire. Ninia è il re consacrato e i soccorsi di Media non sono lontani.

— Sta bene; — replicò Faleg, con voce impressa di guerresca baldanza; — li vedremo noi primi, i vostri soccorsi di Media.... se la regina vorrà. Andate, frattanto la possente signora degli Accad, cui Belo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, si raccoglierà nella solitudine de' suoi alti pensieri, mediterà le proposte, chiederà lume d'inspirazione a Nebo, al veggente consigliero dei re. La tregua spira domani; prima che il raggio di Sam si specchi nei sette colori della gran torre di Barsipa, i ministri della reggia vi annunzieranno ciò che la regina avrà risoluto di fare. —

Il parlamento ebbe fine con queste oscure parole di Faleg. Taciturni, dubbiosi, uscirono i congregati dalla sala di Nemrod. Invero, essi erano inquieti a ragione. Il silenzio della regina somigliava troppo a quella cupa tranquillità di natura, che precede lo scoppio della tempesta.

Come furono partiti, anche Semiramide si ritrasse nelle sue stanze.

— Ah, Faleg! — diss'ella al guerriero. — È finita; io non lo ucciderò! Egli è un fellone e un ingrato; ma se io lo odiassi, avrei forse atteso i consigli del volgo ribelle? E adesso, io, regina degli Accad, dovrei piegarmi per avventura ai comandi?

— Certo non lo sperano essi! — rispose Faleg. — Le armi adunque scioglieranno la contesa e meglio per noi se ciò avvenga domani.

— No; nè domani, nè poi! — esclamò Semiramide.

Faleg la guardò trasognato; e v'ebbe un istante che egli temè non aver bene udito, o aver la regina male inteso la sua proposta; l'ultima, a parer suo, che recasse un costrutto.

— Nè cedere, nè combattere! — sclamò egli poscia. — Che dunque faremo?

— Nulla! — rispose la regina, levando in alto la fronte e chiudendo gli occhi in atto di raccoglimento solenne. — Domani sarà avvenuta tal cosa, che sciolga il nodo per sempre.

— Ah! — proruppe il guerriero impallidendo. — E vorresti....

— Non mi dir nulla! Spesso han d'uopo dell'altrui consiglio i regnanti; ma v'hanno giorni, ore supreme, in cui non è dato pigliarne, fuorchè dalle voci arcane dell'anima. Tu se mi ami e rammenti....

— I tuoi benefizii, o regina? Come potrei averli dimenticati, io che ripeto da te ciò che sono, io oscuro figlio del borgo di Susqueanna, io innalzato da te ai primi gradi della milizia del regno? E come suddito e come servo di gratitudine, son tuo; la mia vita ti appartiene, fanne ciò che più ti talenta.

— Grazie, buon Faleg! — ripigliò Semiramide, crollando mestamente il capo. — Dedicare la vita dei nostri servi ed amici ad utili imprese non è più dato oramai; nè alcuna io vorrei sacrificarne, per consolare una stolta vanità colla pompa d'una rumorosa caduta. Tu sei libero, o Faleg; nessun vincolo d'obbedienza ti lega più alla regina; soltanto al fedele servitore, al costante amico, Semiramide chiede oggi un servizio.

— Parla! — diss'egli commosso. — Ogni tuo desiderio sarà legge per me.

— Esci di Babilonia, e sia teco una scorta d'uomini, quanti reputerai bisognevoli, ma scelti tra i più fedeli e i migliori de' tuoi. Si tratta di campare un uomo da morte; — aggiunse ella con imperioso e rapido accento; — la salvezza di quest'uomo è l'ultima volontà della regina degli Accad. Vanne dunque subito a lui.... m'intendi? a lui! Per le segrete scale che conducono al gran sotterraneo, guidalo fuori di Imgur Bel. Se alcuno dei cittadini lo ravvisasse, potrebbe aizzare contro lui la rabbia d'una moltitudine forsennata. Ciò devi ad ogni costo evitare....

— E impedire, fino all'ultima stilla del nostro sangue! — soggiunse Faleg. — Non dubitare! Sacro per te, il re d'Armenia è sacro per ogni tuo servitore.

— Sta bene; — ripigliò Semiramide. — Travestito, o celato in quel modo migliore che a te consiglierà la prudenza, lo condurrai per la via di Gomer, sulla sinistra dell'Eufrate, fino alle contrade di Assur. Meglio sarebbe che tu potessi accompagnarlo fin oltre il paese di Nahiri....

— Ed anco al passo di Lukdi! — interruppe Faleg sollecito, andando incontro ai voti della regina. — Non mi dire di più; la vita sua sarà salva. —

Semiramide si accostò ad uno stipo d'ebano, riccamente scolpito, e ornato di bei fregi d'argento.

— Prendi; — ella disse; — qui son gemme d'altissimo pregio. Sia tutto tuo, quanto potrai recare con te. Eccoti ancora; questo è il mio suggello regale; forse, lunge dalla città che reca l'impronta de' miei benefizi, la sua autorità sarà ancora onorata ed esso potrà in alcun tuo bisogno giovarti. Ed ora, o Faleg, giurami che tutto farai giusta il mio desiderio; giurami che condurrai salvo il prigioniero fuor della terra di Sennaar, nè lascerai di custodirlo fino a tanto egli non sia lontano da ogni pericolo.

— Pe' sommi Dei te lo giuro! Mi colga lo sdegno di Auv; mi faccia Nergal il più codardo e il più dispregevole dei guerrieri di Babilu, gli spirti d'abisso m'involgano nelle tenebre eterne, se a questo nobile ufficio io non consacrerò le forze tutte dell'animo, la virtù del braccio e la vita. Ma tu frattanto, o regina?...

— Io? Non temere, — gridò Semiramide, con aria di serena baldanza; — io mi sottrarrò, checchè avvenga, alle insidie dei tristi. Son figlia a Derceto; nol rammenti tu forse? Il giorno che a me non resti più luogo sulla terra, le sacre colombe della materna Dea mi rapiranno a volo pe' cieli. Statti di buon'animo, o Faleg; va, e pensa a ciò che m'hai giurato di fare. —

Il forte animo di Faleg venìa meno per tenerezza e sgomento. Il fedele servitore, condotto a quel punto supremo, non sapea darsi pace; vedeva di non poter più rimanere, e tuttavia non gli bastava il cuore a spiccarsi di là. Semiramide gli sporse la mano; egli cadde in ginocchio, l'afferrò tra le sue, la baciò ripetutamente, la inumidì colle sue lagrime, indi, tutto vergognoso della sua debolezza, coll'anima infranta, senza pure alzar gli occhi a guardare la sua venerata signora, a passi concitati si allontanò dalla stanza.

La regina rimase immobile a lungo, attonita, smemorata, come chi, perduta ogni speranza, o desiderio della terra, più non abbia un concetto in cui riposare la mente. Gli occhi suoi inconsapevoli si erano rivolti al cielo sereno, che si scorgeva per mezzo alle colonne di un ampio loggiato. Il sole volgeva al tramonto, e le torri, le cupole, i terrazzi di Babilonia, si tingevano in colore di fiamma viva ai raggi obliqui dell'astro morente. Offriva un meraviglioso spettacolo, quell'aureola di fuoco, entro a cui s'involgeva Babilonia, come una regina nel suo manto di porpora. Ahimè! quanti pensieri senza fine dolorosi doveva risvegliare nell'animo della gran vedova di Nino, quella gloria della sua città prediletta! Il possente raggio di Sam, innanzi di sparire dietro le arene del lontano deserto, innanzi di nascondersi per sempre allo sguardo di lei, vagheggiava le vaste mura che ella aveva innalzate, salutava i pinnacoli dei suoi templi e delle sue moli superbe, glorificava al cospetto dei cieli, esaltava l'opera sua.

Ed ella intanto si spegneva nella sua solitudine, la dolente regina! Quel maestoso splendore si sarebbe diffuso il giorno vegnente sulle mura dilette; ma ella non le avrebbe più contemplate; e Babilonia, e il popolo degli Accad, e il figlio, ingrati tutti ad un modo, avrebbero dimenticato la gloriosa fondatrice, la regina, la madre!

A poco a poco le alte gradinate dei templi, i terrazzi e le casupole si venìano ascondendo nell'ombra. Un vasto semicerchio di fuoco, simile a vampa d'incendio lontano, radiava nell'orizzonte, faceva uno sfondo rossastro alle negre torri di Barsipa.

— Deh! — esclamò la regina, seguendo cogli occhi quella gloria morente. — Come tu volgi precipitoso al tramonto, astro superbo, che rallegravi il mondo della tua luce! —

E di sè, non dell'astro, pensava ella in quel punto. Umane grandezze, splendidi sogni, sconfinate ambizioni, gloria, potenza, amore.... ah sì, questo d'ogni altra cosa più prezioso a gran pezza! questo era il grande, l'irreparabile eccidio; tutto l'altro era nulla. E forse in quel mentre, il re d'Armenia, lieto della ricuperata libertà, non memore di lei che per l'odio, s'affrettava sulle orme di Faleg. Ingrato! Ah, la sconoscesse il popolo, la tradissero i grandi del suo regno, dimenticassero tutti le sue gesta, i suoi benefizi; che poteva importarle di ciò? Ma egli! l'uomo che era caduto ebbro d'amore ai suoi piedi, che colle infiammate parole, coi giuramenti solenni, aveva strappato dalle sue trepide labbra una confessione, dal suo seno palpitante i santi veli del moribondo pudore! l'uomo che ella aveva amato, pur combattendolo, che aveva sperato vedersi un'altra volta a' piedi, vinto, più ancora che dalle sue armi, dalla certezza della sua innocenza! No, ella non avrebbe creduto mai possibile una ingratitudine sì nera. E per quella sua stolta fede, non già per le arti di Zerduste, non già per la ribellione di Ninia, non già pel traviamento del suo popolo, ella si disponeva alla morte. Ingrato, sì, ingrato e codardo! La gentilezza dell'affetto, la magnanimità, la costanza, la fede, e infine tutto quanto è di bello e di nobile nel fango umano, tutto si rifugiava, e per morire, in un povero cuore di donna.

Eppure!... eppure ella aveva sperato fino all'ultimo istante. Le pareva enorme cosa, inaudita vergogna, immeritato oltraggio de' cieli, essersi imbattuta nell'uomo più sleale e più vituperoso del mondo. Ma ohimè! così era per lei; così avviene pur troppo per tutti; ai vili le più alte venture; ai nobili cuori le più atroci amarezze, i disinganni, le onte più gravi. E in questo pensiero, peggior d'ogni morte, si prostrò, si rinchiuse lo spirito di Semiramide, che là, di rincontro alla luce del sole morente, pareva, non più donna viva, simulacro di pietra.

In quel mentre un passo frettoloso si udì nella camera. Hurki si fece innanzi alla regina.

— Potente signora.... — diss'egli peritoso.

— Che è? — dimandò la regina, destandosi repentinamente da quel suo doloroso torpore.

— Un uomo chiede parlarti.

— Il suo nome? — proruppe ella, a cui il cuore avea dato un sobbalzo.

— Regina, te ne prego, non ti turbi l'annunzio; — soggiunse l'eunuco, che era lungi dallo argomentare la cagione di quell'ansia subitanea; — è il principe di Bakdi che dimanda di essere introdotto alla tua presenza. —

La vista improvvisa d'un serpe cui lo sbadato viandante abbia molestato ne' suoi meridiani riposi, non arrecò mai così fiero turbamento, come quello che sentì la regina, all'udire quel nome e la richiesta inattesa.

— Zerduste! — esclamò, quasi sperando di avere male inteso.

— Sì, egli stesso, o regina. Egli viene sulla fede sacra della tregua, che spira domani. Conduce seco una scorta numerosa; ma solo ed inerme entrerà al tuo cospetto. Gravi cose lo spingono a typo questo passo, nè egli si allontanerà, fino a tanto non ti degni ascoltarlo. —

Semiramide stette alquanto perplessa, combattuta da sdegno, da ripugnanza e stupore.

— Che vuole costui? — diceva ella tra sè. — Ah, certo, un nuovo tradimento egli medita; un nuovo colpo si prepara a ferire. Riposa sulla fede della tregua, il malvagio! E l'ha tenuta egli forse, la fede giurata alla regina degli Accad? Ha egli risposto lealmente alla sincera fidanza della nostra amicizia? Alta sapienza dei tristi! Credono essi alla virtù che non hanno, fondano i loro perversi disegni, tendono le insidie scellerate, sulla magnanimità delle vittime loro. E mi conoscono bene addentro, costoro! Mi sanno generosa, gl'infami! Esser diversa da loro, com'è diversa la luce dall'orror delle tenebre, ecco il vantaggio che mi resta sovr'essi, ed ecco altresì l'arcana ragione della loro vittoria. Oh, perchè non sarei io malvagia un istante, un solo istante, com'essi? —

Così pensando, la regina non aveva più posto mente alla presenza e alla aspettazione di Hurki.

— Che debbo io dirgli, mia clemente signora? — si fece egli allora a domandarle.

— Che io ricuso di vederlo; — rispose la regina.

— Ma pensa.... — balbettò egli inchinandosi. — Forse da questo colloquio potrebbe dipendere....

— Che cosa? — tuonò Semiramide. — Che cosa potrebbe egli dire, che a me fosse grato ascoltare da lui?

— Non so; — disse di rimando, e con umilissimo accento, l'eunuco. — Di te mi preme e della tua gloria, o signora. È un nemico che chiede parlarti.... è il maestro e il custode di Ninia.... —

E non ardì proseguire. Ma il nome di Ninia aveva toccato un'intima fibra del cuore materno. Stette ella alquanto sopra di sè; indi, scuotendo il capo, come chi, veduti i pericoli e le molestie a cui va incontro, ha tuttavia pigliata la sua risoluzione, si volse ad Hurki e gli disse:

— Venga il malvagio; lo udrò. —

CAPITOLO XXIII.

Il Tentatore.

Indi a pochi istanti, comparve sulla soglia Zerduste. Pallido in volto più dell'usato, scintillanti gli occhi profondi sotto il grand'arco delle sopracciglia d'ebano, chiuso nella sua tunica nera, frangiata d'oro sui lembi, bello di quella sua marmorea bellezza, cui faceva più austera il rannuvolato sembiante, sembrava egli il destino, venuto colà per dire alla sua vittima: la tua ora è suonata!

S'inchinò, ma contegnoso e superbo. L'atto era d'ossequio, ma ben altro diceva lo sguardo.

A quella vista sentì la regina riardere il sangue per tutte le vene. Era là, le stava dinanzi il suo mortale nemico, l'uomo che forse più non aveva a temer la sua collera, ma che certamente non poteva sperare perdono da lei. Pallida, ansante, fremebonda per l'ira a stento repressa, ella si era seduta sul rilevato suo scanno chiedendo al riposo delle membra quell'apparenza di forza che le era negata dall'interno tumulto.

Egli v'ebbe un momento di pausa tra i due, e in quel muto intervallo si guardarono a lungo, si scrutarono a vicenda; il principe di Bakdi tentando di legger nell'animo di lei, per misurare le sue parole allo sdegno di cui la vedesse compresa; ella cercando d'intendere qual causa lo avesse condotto; ambedue più turbati nell'animo, che non apparisse al sembiante.

La regina fu prima a parlare.

— Sii breve! — diss'ella asciuttamente a Zerduste.

— Non lo potrei; — rispose quell'altro. — Tu m'odii, ed io non voglio essere odiato da te. —

Semiramide lo guardò, tra corrucciata e stupita.

— Non t'odio; — soggiunse ella poscia, con accento che egli non durò fatica ed intendere.

Diffatti, in quella che ricacciava nel profondo del cuore un moto istintivo di rabbia, subitamente ripigliò:

— E disprezzarmi non devi! —

Un sorriso d'amara ironia tese le labbra di Semiramide, e, come freccia sibilante dall'arco, volò la parola a saettare l'impronto nemico.

— Perchè, Zerduste, perchè? Non sei tu forse il più malvagio tra gli uomini? V'ha egli per avventura tra gli spiriti d'abisso un'anima più invereconda e più nera? Parlerò a te, principe di Bakdi, come si parla ad un uomo che tutto agogna e da nulla rifugge, che molto presume di sè e la cara virtù, la santa fede, la gentile alterezza dell'animo, non riconosce e non pregia se non per farne sgabello alle sue scellerate ambizioni. Quanto più alto ti ripromettevi di salire nella stima del mondo, tanto più in basso sei sceso, simile al verme che striscia nell'immondo terreno, e invidia l'aquila levata a volo pe' cieli, che sdegna, onestamente altera, di farne suo pasto. Invero, qual è la mia colpa a' tuoi occhi? Principe di nobil sangue, non regnatore di Media, t'ho io forse rapito il trono, o la speranza di ascendervi? No; fu Nino, l'invasore della tua patria, nè io regnavo, quando, per ardimento mio, ma coll'armi di Babilonia, la tua Bakdi fu presa. L'eccidio del vostro regno poteva essere indugiato, non impedito per fermo; la conquista della Media e del mondo era opera fatale, serbata alla progenie di Cus. Non io, dunque, non io veramente, t'ho offeso; non io ti ho tolto la libertà, le speranze, la patria. Ben io, vedova di Nino, desiderosa di dare al nuovo ed accresciuto impero testimonianza solenne di giustizia e di amore, non tiranna, ma reggitrice e madre di tutte le genti chiamate a parte del glorioso nome degli Accad, ben io t'ho scorto nel tuo umile stato, t'ho fatto grande ben io; ne' miei consigli t'ho accolto; la tua sapienza ho onorato; il figliuol t'ho dato in custodia. Fu errore, ma io sola posso darmene biasimo, non tu farmene colpa. In che t'ho io recato danno? In che ho io tralasciato di giovarti? E non dovrei ora coprirti del mio disprezzo, traditore codardo, che hai abusato della mia fede, aspide velenoso, che non ardivi assalirmi all'aperto e m'hai morso al piede, m'hai ferito nell'ombra? Vedi, d'una cosa sola mi duole, ed è questa: che la potenza del mio disprezzo non agguagli la malvagità delle opere tue. —

Accigliato, fremente, stette ad udirla Zerduste. Le parole di Semiramide irata sibilavano a guisa di flagelli, lo percuotevano in volto; ma vampa di rossore non gli corse alle guance e la contegnosa rigidezza del sembiante marmoreo custodì il segreto degl'interni sussulti. La udì, senza torcere pure un istante lo sguardo da lei, e come s'avvide ch'ella era giunta al termine della sua invettiva, così prese tranquillo a rispondere:

— Una cosa vera hai tu detto nell'ira, o regina, e di questa sola io vo' far conto per ora. No, nè per la patria umiliata, nè per la delusa speranza di regno, poteva odiarti Zerduste. La patria è vana parola per uso del volgo, nato a servir sempre, qualunque sieno i confini alla sua stirpe assegnati. Chi regna ha la sua patria nel trono; chi ha vasti disegni, eccelse imprese da compiere, ha la sua patria ovunque. Il fulmine, il raggio di sole, non prediligono questa, o quella parte, del firmamento azzurro. Quello si sprigiona dalla vôlta celeste e guizza per quanto è lunga la via dalle nuvole al suolo; questo dardeggia e risplende dall'orto all'occaso. Che sarebbe stato il regno di Media per la mia ambizione? Ben altro regno io vagheggiai col pensiero; ben altro regno io chiesi alla sorte, nella lunga agonia de' vani desiderii, che m'hanno contristato lo spirito. Nè posso oggi allegrarmi di questa grande vittoria, che ad altri parrà il colmo d'ogni fortuna nel mondo. Avrò Babilonia in poter mio e tutta la terra del Sennaar; non ciò che agognavo, non ciò che mi ha stimolato all'impresa. Godi a tua volta, trionfa di me, o figlia di Derceto, o espugnatrice di Bakdi; io t'ho amato, ho sperato, e ne porto oggi la pena. —

Le labbra di Semiramide si atteggiarono ad un sarcastico riso, che mal dissimulava il profondo fastidio dell'anima.

— Di ciò volevi parlarmi? — diss'ella.

— Ah non temere! — ripigliò prontamente Zerduste. — Io non ti stancherò de' miei gemiti, non ti bisbiglierò melate parole, così dolci ad udirsi tra i salici, alla tacita luce degli astri, allo spirar della brezza notturna in riva all'Eufrate. È sfogo d'immenso dolore, il mio, non preghiera di labbro soave, che dissimuli il tradimento meditato e prepari le tarde vergogne. Dicevi poc'anzi di Bakdi... Orbene, colà un uomo ti vide la prima volta; e ancora non eri la sposa di Nino. Sulle mura combattute vide egli apparire l'audacissima donna, col ferro in pugno, le nere chiome diffuse in larghe anella, fuori del lucido elmetto, acceso il sembiante, rigate le guancie di nobil sudore, sfavillanti i grandi occhi di guerresca baldanza, bella più assai, più sfolgorante a' suoi occhi, che non dovesse apparirgli più tardi, nello splendor d'una reggia, mollemente vestita di bisso, ornata di gemme, all'ombra de' suoi pensili orti, in mezzo ad uno stuolo d'ancelle e di servi devoti. La contemplò con desiderio infinito, e disse tra sè: Ahura, potentissimo signore del mondo, io darei la mia vita, la mia fama, e ogni altra cosa più cara, purchè fosse mia quella donna! Nemica era, egli armato in difesa delle sue mura; poteva scagliarsi su lei, ucciderla di un colpo, e nol fece....

— Meglio sarebbe stato ferirla allora con l'arma dei prodi, — interruppe Semiramide, — che combatterla poscia, aggirarla colle insidie, trarla a rovina con le arti dei vili. —

Chinò la fronte Zerduste, e proseguì, con accento d'amarezza profonda: