Semiramide: Racconto babilonese

Part 23

Chapter 233,701 wordsPublic domain

— E a te ed a chi viene con te, — rispose la regina, — dian lume di savio consiglio i celesti. Io vo' che posi la guerra, e, perdonati i ribelli, allontanati gli estrani, sia riverita la mia autorità dal popolo delle quattro favelle. Ora, che pensate voi dell'offerta? I disegni della mia clemenza son questi. Amo meglio vengano essi incontro a voi, in sembianza di doni amorevoli, anzi che paiano concessioni lungamente patteggiate, e quasi strappate alla resistenza d'un animo acerbo. Madre io mi tengo del popolo, come lo sono di Ninia. La mia fede vi è nota. Schietto ed aperto ditemi dunque l'animo vostro. —

Abdenago si fece innanzi d'un passo, e postasi la manca sul petto e stesa la destra in alto, come per aggiungere solennità al suo discorso, parlò:

— Regina, non ti dispiaccia il mio dire. Pel mio labbro ti parlano gli ordini tutti della città, i rifuggiti in Barsipa, il venerato collegio dei Casdim. Il popolo delle quattro favelle è per cagion tua sventurato. Sempre, dacchè lo raccolse in questa pianura e gli diè legge il fortissimo Nemrod, questo popolo fu governato da re, scesi tutti da una medesima stirpe. Per la prima volta l'ebbe in sua balìa una donna, e quella tu fosti. La tenera età di Ninia, la tua gloria, la tua fortuna, persuasero di lasciarti lo scettro, che soltanto a destre virili era concesso impugnare....

— Io lo tenni per virtù mia, non l'ebbi in grazia a voi! — interruppe la regina.

— E sia; — disse di rimando Abdenago; — noi dunque a forza obbedienti, non già condiscendenti alla tua autorità per nostra elezione. Regnasti sola e felice undici anni; la fortuna arrise alle tue armi, fino a quel giorno che, condotto il tuo esercito sulle rive dell'Indo lontano, il Signor delle sorti volse la sua faccia da te, e tu non campasti che colla fuga da una certissima morte. —

Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Semiramide.

— Trasvolate assai presto undici anni di gloria! — diss'ella con piglio sarcastico. — Vi giova altresì dimenticare che questa felicità, questa grandezza, di cui rimpiangete la perdita, voi, prima e vera cagione del vostro medesimo danno, sono opere mie. Chi ha fatto l'impero? Chi ha esaltato i sommi Dei di Babilu al cospetto delle vinte nazioni? Prima che io fossi, io, avventuriera d'Ascalona, siccome taluno di voi oltraggiosamente mi chiama, nessuno degli Accad aveva ancora veduto un tratto di mare. Io quattro ne vidi, e sulle rive trionfate posi i confini della mia, della vostra possanza. Chi ha soggettato al nome dei figli di Cus tutto il paese di Martu, dalle arene di Mesraim fino alle spiaggie di Rifat, con entro città popolose e fiorenti di traffichi, e Chittim, e Caftor e tutte l'altre isole belle che si specchiano nel mare del sole occidente? Bene le terre dei Medi attrassero il cupido sguardo dei vostri re, da Nemrod a Nino; ma chi venne a capo della resistenza di Bakdi, della città che sovrasta con l'alta bandiera su tutta la contrada del sole oriente, dal Caspio, in cui l'Oxo si versa, infino all'Eritreo, dove l'Indo mette le numerose sue foci? Chi stese il regno alla terra degli aromi e dell'oro, che siede felice in mezzo a tre mari? e le prede di tante guerre, i tributi di tanti popoli soggiogati, chiusi io forse per me, o gittai nelle feste? Non mutai, dov'era bisogno, il corso de' fiumi? Non murai cittadelle? Non apersi vie spaziose, ov'erano dapprima boscaglie, dirupi e libere orme di fiere? Io strinsi d'argini poderosi l'Eufrate ed il Tigri; io riedificai la città, cingendola di saldissime mura e di fosso profondo; io innalzai questa reggia, splendor della terra; io que' templi, grata dimora ai celesti. Quale dei vostri barbari re, sia egli pure Nemrod, il terribile cacciatore di popoli, o Nino, mio sposo, giunse a tanto di gloria? E a me si ardisce dar cagione delle sventure di Babilu? Dinanzi a me si ardisce rimpiangere la mano d'un re? —

Un mormorio d'approvazione era corso per le file dei cortigiani e dei capi dell'esercito, molti de' quali aveano partecipato ai pericoli e alla gloria di tante nobilissime imprese. Gli stessi cittadini di Babilonia, e parecchi dei grandi rifuggiti in Barsipa, avevano sentito come un'aura della passata grandezza aleggiare sulle loro cervici e curvarle ad atto di riverenza e d'ossequio. Ma Abdenago, nella cui mente aveva stillato le sue sapienti perfidie il principe di Bakdi, non si era dato per vinto:

— E sia ancora; — ripigliò il capo degli anziani, — sia sempre come tu dici, o regina. Tante mirabili cose hai operato, o, per dire più veramente, hanno operato per tua mano gli Dei protettori di Babilu. Ma perchè, a mezzo il corso de' tuoi benefizi, hai tu voluto arrestarti e distruggerne i frutti? Perchè tu, fondatrice dell'impero, facendo contro a te stessa, ti sei consigliata di mandarlo a rovina? Questa recente guerra contro la maledetta Armenia, per qual ragione fu impresa? —

E Abdenago, uscendo in questa dimanda, si piantò arditamente dinanzi al trono, guardando la regina con aria di sfida. Parlavano pel suo labbro i lutti numerosi che quella guerra aveva arrecati a Babilonia, e gli cresceano l'audacia. Fremettero i convenuti nella sala di Nemrod, quali di memore sdegno, quali di corruccio per la temeraria domanda; ma gli uni e gli altri, ben sapendo che là era il nodo di quell'aspra contesa, stettero muti ed intenti ad aspettare la risposta di Semiramide. Essa fu breve.

— Non vi ho mai detto perchè imprendessi le altre; — disse alteramente la regina; — non vi dirò dunque le cagioni di questa. Ben voglio sia ricordato da voi che l'Armenia era soggetta a tributo e che, d'improvviso, scossa la nostra autorità, offeso dai figli d'Aìco la maestà del trono degli Accad, occorreva domarne con pronta guerra l'orgoglio. Un grande impero siccome il nostro non può viver sicuro, con audaci e turbolenti nemici alle spalle.

— Così non dice la fama! — replicò prontamente l'anziano.

— La fama! — esclamò Semiramide. — La fama! — ripetè con ironico accento. — E che si fa dire a questa compiacente ministra dell'invidia, del maltalento e della stoltezza del volgo?

— Che fu un capriccio di donna; — rispose Abdenago, senza fermarsi a raddrizzare la frase. — Condonami, o regina, le ruvide ma schiette parole. Siam qui per farti udire la voce del vero, non piaggerie di servi ossequenti e paurosi. Questa guerra è costata tesori. Per essa, settanta miriadi d'armati furono raccolte in Assur; tutte le più valide braccia tolte alle case loro e all'operosa pace dei campi. Ma che dico dei tesori profusi, quando è il sangue sparso che grida vendetta? Duecento migliaia di combattenti lasciarono la vita ne' preziosi monti d'Armenia, nelle infami strette di Ajotzor! Tu vincevi, o regina; trionfavi del riluttante Armeno e godevi in cuor tuo; ma tu non eri già nella desolata terra del Sennaar, confusa tra le orbate famiglie di Babilu, per lunghe e terribili ore immobile sulla riva dell'Eufrate, a contemplare i cadaveri tratti nell'onde vorticose del fiume natìo! Il fiore e il nerbo della nostra schiatta miseramente perduto; i diecimila cavalieri di Belo, onore e forza della progenie di Nemrod, mietuti dall'orrida morte; e perchè? Guerra utile era forse cotesta? O necessaria almeno? Che non la facesti tu prima? Che non ne rimovesti i danni con previdente consiglio? Ma inutile era, inutile e dannosa pel popolo di Kiprat Arbat; utile soltanto a' tuoi corrucci, profittevole alle tue regali vendette!...

— E non erano esse le vostre? — interruppe Semiramide. — Lasciamo le perfidie che s'ascondono nelle tue parole, o Abdenago; la regina le ha udite, e ti basti. Di tante morti mi duole; a me prima e più fortemente è doluto che a voi. Ma la sorte delle battaglie è cotesta; nè la vittoria fruttifica, senza che il campo sia innaffiato di sangue. Molti guerrieri, e de' migliori, perirono, in tutte le guerre che hanno fatto grande e poderoso l'impero; molti più ancora in disutili imprese, e non già di donna corrucciata, ma d'uomini forti e prudenti, di re animosi e feroci, che voi oggi a mio scorno esaltate. E nessuno si dolse allora, nessuno impugnò l'armi della ribellione, quando il fortissimo Nemrod, in quelle medesime strette di Ajotzor, famose, o Abdenago, famose finchè duri memoria negli umani intelletti, lasciò la vita, la gloria dei passati trionfi e non una parte de' suoi, ma tutta la schiera de' valorosi Titani. E voi sventurati per me! Voi sollevati contro la mia autorità, per alto rammarico delle vite mietute! Sii più cauto, o Abdenago, nel far tuo pro di un lutto comune. In Ajotzor si combatteva il sesto giorno di Tana, e voi già apertamente ribelli dal terzo, mentre io mi disponevo a levare le tende dal campo di Assur.

— È vero; — balbettò confuso l'anziano. — Ma infine, e non era egli agevole di prevedere quella immensa rovina? Tu stessa hai ricordato il figlio di Misdraim. Sì, l'impresa del forte Titano contro le case di Thogarma fallì; vita e gloria vi perdette ed esercito. E tu, non ammaestrata dall'esempio, hai voluto ritentare la prova, far contro all'espresso voler degli Dei. Vincesti, ma la tua vittoria fu scherzo amarissimo di Nisroc; per la tua vittoria, per la tua contentezza, è Babilonia, è tutta la terra di Sennaar immersa nel lutto. A che contenderemmo di giorni? L'impero è scosso ne' suoi cardini; questo è il danno più grave, e dimanda le cure sollecite dei savi che consigliano i principi. Nè mancano essi a Ninia, al regio adolescente, che il popolo volle e che i sacerdoti consacrarono re sulla gente degli Accad. Figlio di Nino e tuo, non dee parerti un usurpatore del regno.

— Figlio di Nino e di Semiramide, aspetti dunque l'ora del suo destino! — gridò Faleg, che già più non poteva frenarsi. — Male s'argomenta di ottenere obbedienza dal popolo, chi primo si ribella all'autorità della sua genitrice e regina.

— Savio parli; — rispose Abdenago, scosso da quelle ferme parole e più ancora dai segni di assentimento che esse avevano destato tra i capi dell'esercito e tra parecchi de' suoi medesimi compagni. — Ma Ninia dovrà pure un giorno impugnare lo scettro de' suoi maggiori. Egli regna oramai; a che scemargli la maestà del nome, avvilirlo al cospetto delle genti, richiudendolo di bel nuovo nell'ombra gelosa del suo umile stato? Ricordi Babilonia, ricordino i Casdim, ricordi l'esercito (poichè tutti qui raunati non siamo che una famiglia, il popolo delle quattro favelle) essere a noi necessario di premunirci contro un più grave pericolo. Bene avrei desiderato tacerlo, ma infine....

— Parla — gridò Semiramide. — Molto hai già detto, e che altro oramai può farti nodo alla lingua?

— Orbene, sì, parlerò! — soggiunse Abdenago, che astutamente avea meditata la sua reticenza. — Corrono voci strane e paurose tra il popolo. Non sono forse caduti, in un sol giorno di pugna, tutti i nobili rampolli della progenie di Nemrod? Balsam, il capo dei bianchi cavalieri di Belo, Balsam, il terzo nato di Arbel, che fu padre al gran Nino, tuo sposo; Ninip, ultimo del sangue di Bab, che fu il secondo figlio di Nemrod; e Samas Iva, del sangue di Cael, e Misdrac, Ioreb, Dudaimo, balda giovinezza e decoro del vecchio ceppo di Cus, non sono essi tutti, dal primo all'ultimo, rapiti per sempre all'amore e alle speranze degli Accad? Per contro, non hai tu condotto alla reggia l'Armeno, con ogni più sollecita cura campato da morte, prigioniero in apparenza, ma perdonato in cuor tuo? Che dovrà pensare il popolo di Babilonia? che argomentare da ciò? Regina, io nol negherò, chè sarebbe vano e non degno di noi; le tue gesta furono e rimarranno gloria imperitura di Kiprat Arbat. Gioventù, bellezza, ardimento ti arridono, e molto ancora ti sarà dato operare. Ma il popolo, di cui t'è necessaria l'obbedienza e l'affetto, chiede certezza del futuro, vuol essere raffidato da te. Qual cosa vogliano i rifuggiti in Barsipa non so; parlino i loro inviati qui raccolti con noi. In nome del popolo di Babilonia ti parlo io, in nome di questo popolo che ha veduto perire in un giorno la progenie dei re, e che teme non si preparino per avventura le vie del trono ad una stirpe nuova, e quel che peggio sarebbe, di sangue straniero. —

Le vampe del rossore e dell'ira salirono alle guance di Semiramide. Il colpo era tratto alla donna e la feriva nel cuore. Cionondimeno, l'accusa di Abdenago appariva così stolta, che ella riavutasi tosto, anzichè prorompere in accento di sdegno, sorrise di compassione.

— Dimenticate che Ninia vive? — diss'ella.

— Sì, vive, — ripigliò Abdenago, crollando mestamente il capo, — ma per prodigio dei Numi. Ier l'altro, nella sua coppa d'oro gli fu ministrato un veleno. Zerduste lo trattenne, che egli già stava per accostarlo alle labbra. Il coppiere, costretto a bere invece del re, cadde fulminato a' suoi piedi.

— Ah! e che vorresti tu dire? — gridò Semiramide, che durava fatica ad intenderlo. — Forse che io.... Orribile pensiero! Una madre!... E siete voi cittadini di Babilu, voi che lo avete creduto? Ma andate da colui, dal re vostro, correte, e questo ditegli in nome di sua madre, che ella può disprezzarlo, ma ucciderlo.... ucciderlo! oh, anzi che ciò potesse balenarle alla mente, ella avrebbe lacerato col suo ferro il maledetto fianco che lo ha partorito.

— Infame calunnia scaturita dal negro abisso! — tuonò Faleg a sua volta, pallido dalla rabbia troppo a lungo repressa. — E il vostro Zerduste, l'astuto consigliero d'ogni più vil tradimento, non può egli avervi mentito? Che è mai una nuova menzogna, un nuovo inganno per lui? Che è mai la vita di un umil servo babilonese, per l'uomo straniero che non ha dubitato di mandare a rovina la patria nostra e che s'argomenta oggi di salvarla con l'aiuto dei Medi? D'ogni peggiore artifizio è capace costui! Non lo temo io, lo sdegno dei tristi; soldato sono, e so che dovunque è battaglia; son figlio di questa terra, e l'ho per nemico de' miei fratelli di sangue. Badate, o cittadini; egli inganna voi, come inganna il suo regio discepolo, e tardi vi accorgerete del danno, quando i Medi, ora sudditi vostri, vi staranno padroni sul collo. Badate, o Casdim; egli vi ha ravviluppati nei suoi lacci insidiosi, abbatterà i vostri altari, purificherà le vostre rozze idolatrie, com'egli superbamente le chiama, nel fuoco de' suoi sacrifici. —

Le concitate parole del guerriero turbarono profondamente gli astanti.

— Che dici tu? — gridò il saccanàco. — Potrebbero gli Dei esser caduti in inganno?

— Noi — incalzò Faleg sollecito. — Eglino infatti vi parlano pel mio umile labbro e vi consigliano a diffidare di Zerduste. Egli vi tradirà, o venerandi, vi tradirà, come ha tradito la donna che incauta per soverchio di generosità lo ha innalzato, lui principe di una vinta contrada, ai primi onori del regno. La prova? mi direte voi, la prova? e non l'avete voi, nella istessa mostruosità del delitto che egli appone alla regina? Può forse una madre, e una madre che abbia nome Semiramide, compresa della sua grandezza regale, sacra alla immortalità delle opere sue, macchiarsi di parricidio? Lo credano i perversi, nel cui negro animo gli spiriti malvagi vanno soffiando il loro alito immondo, non io, non voi, cittadini di Babilu, memori ancora delle nobili imprese della vostra regina, nè così dissennati da imputare a lei gli errori del caso. E a voi forse parrebbe meno evidente ciò che a me, non straniero a voi, ma fratel vostro di sangue e non meno di voi sollecito della patria comune, appar manifesto, luminoso, come il raggio di Sam? Io ne attesto gli Dei, Nergal, il corrusco signore delle battaglie, Nebo, il veggente custode del vero, Auv, il regnatore de' cieli; e possano le loro destre onnipossenti fulminarmi sul punto, se io vi dico menzogna. La madre che Zerduste accusa, si ritenne dallo assalire incontanente le mura di Barsipa, che non sono già di bronzo, come voi pensate, o ribelli; si ritenne, dico, dallo incenerirvi nel vostro ultimo covo, per tema di arrecar morte allo stolto adolescente, che crede di regnare su voi, perchè ha ferito il cuor di sua madre. Orvia, cittadini di Babilu, e voi ministri dei santissimi Numi, tornate in voi medesimi, non perseverate nella via dell'errore, su cui vi ha trascinato il malveggente di Bakdi. Io non aggiungerò le minaccie, poichè la regina non n'ha profferite. Vi dirò solo che l'esercito farà il debito suo, e, rotti finalmente gl'indugi, non darà tregua, o quartiere.

— No, nulla! nulla! Sarà fuoco e sterminio! — gridarono i capi dell'esercito, facendo eco terribile alle parole di Faleg. — Possente signora, le nostre spade son tue! —

Un gesto di Semiramide ringraziò quei valorosi; un suo accento, uno sguardo, un raggio di contentezza ineffabile, aveva già ringraziato il buon Faleg delle sue generose parole.

Negli animi dei ribelli erasi infiltrata una grande incertezza. Sentivano di non aver buone ragioni da opporre, e quel nobile ardore incominciava a soggiogarli. Più di tutti già vacillavano ne' primi propositi gli anziani della città, dalle cui risoluzioni pendevano oramai le sorti della grande contesa. Ma il vecchio Abdenago, cui rafforzavano i consigli di Zerduste e la stessa sua condizione di orator dei ribelli faceva ostinato, fu pronto a ravviare i compagni.

— Intendo, — diss'egli, — e non so darvi biasimo di questo nobile ardore. Egli è giusto che, se dal colloquio nostro non deriva alcun frutto, la lotta ripigli più accanita che mai. Ma egli è da por mente altresì, e tu già non ne dubiti, o clemente signora, che la vittoria arriverà a quella tra le due parti che abbia il popolo babilonese per sè. Io vo' concedere, — e così dicendo la voce di Abdenago s'era fatta più umile, carezzevole quasi, — che Babilu, messa al punto di scegliere a quale delle due parti accostarsi, non dimenticherebbe i dolci vincoli dell'antica obbedienza e la grandezza dei tuoi benefizi. Questa città non t'odia, checchè sia avvenuto; ma ella vuol quiete, per medicare le sue acerbe ferite; vuol sicurezza del futuro, quella sicurezza, che un giorno la condusse a scorgere in te, sebbene straniera, la degna continuatrice dei fasti della casa di Nemrod; quella sicurezza che il triste eccidio di Ajotzor e un più recente spettacolo d'ingiustizia, hanno miseramente distrutta. Ella dunque ti tornerà fedele, onorerà i tuoi comandi, sorreggerà il fianco della tua autorità regale, a patto che i suoi timori siano dissipati e l'ombre de' suoi morti non siano offese più oltre dalla incolumità di quell'uomo, che cagionò tanti lutti alla terra di Sennaar. A noi testè il valoroso Faleg minacciò la pena dei nostri trascorsi; nè delle minaccie gli anziani si dolgono; essi che accetteranno umilmente, dal voler degli Dei, premio o castigo, secondo che i celesti arridano, o si mostrino avversi, alle armi di Ninia. Ma tu, o regina, se giusta sei col tuo popolo, se non odii la casa di Nemrod, se onori gli Dei che noi tutti adoriamo, devi con atti aperti e sinceri, mostrarti degna del patrocinio celeste....

— Al fine! al fine! — gridò Semiramide impaziente.

— Ci vengo: — ripigliò Abdenago. — Sia uguale la tua misura per tutti. Cada, per tuo comando, colui che fu cagione del danno. Sconti il malka delle montagne la pena della sua funesta ribellione. Sia dato al patibolo dinanzi alle porte della tua reggia, cosicchè dalle due rive dell'Eufrate il popolo delle quattro favelle lo veda espiare il suo tradimento e le lagrime che ci costa; e lo sdegno del popolo sarà placato allora (ma bada, allora soltanto) da un atto di solenne, quantunque tarda, giustizia.

— E quello degli Dei sarà placato del pari! — soggiunse il saccanàco, levando in atto di giuramento la destra.

— Si, muoia l'Armeno, e tornerai la regina degli Accad! — incalzarono i grandi del regno. — Giustizia per tutti! Troppo sangue di Babilonia si è sparso; ne porti la pena il primo e il più grande ribelle! —

Il nuovo accorgimento di Abdenago sconcertava i prudenti disegni di Faleg. Nato anch'egli nel Sennaar, imbevuto di tutta la ingenita superbia della schiatta cussita, Faleg non poteva per fermo vedere di buon occhio l'Armeno. Ma in lui era forte la gratitudine e profondo l'ossequio per la regina. Ora la lentezza di lei a punire il nemico, la bieca ostinazione dei ribelli nel volerlo morto, gli dicevano chiaramente che il leggiadro malka delle montagne era già perdonato nel cuore di Semiramide e che ella lo avrebbe conteso con ogni sua possa alle feroci vendette che instigava Zerduste. Tra l'avversione dell'animo suo e il debito della gratitudine, tra le pretensioni dei ribelli e gli indovinati impulsi del cuore di lei, non era dubbia la scelta di Faleg. Ma come opporsi efficacemente alle bieche proposte, che al cospetto degli astanti si ammantavano di tanta giustizia? Gli stessi capi dell'esercito, amici e compagni suoi, che non vedevano così addentro com'egli ne' fini riposti di Abdenago e negli struggimenti arcani d'un cuore di donna, facevano buon viso alla domanda, e il loro spiare ansiosi e muti la risposta di Semiramide, avrebbe chiarito ad occhi meno accorti de' suoi, da qual parte pendessero i loro consigli. Invero poichè tutta la resistenza dei ribelli si restringeva in quel punto, i capi dell'esercito pensavano che ad assai lieve prezzo si comprava la pace e non dubitavano che la regina fosse per accettare un partito, in cui la giustizia e la dignità sua erano salvi del pari.

Avvenne da ciò che Faleg, cercando invano tra sè come venire in aiuto alla regina, si rimanesse alquanto sospeso. E gli altri solleciti a trar profitto dal suo silenzio, incalzando negl'insidiosi parlari. Con quell'atto di giustizia che si chiedeva a Semiramide, era tolto ogni appiglio ad oltraggiosi sospetti, ogni argomento a paure degli uni, a perfidie degli altri. La pena inflitta all'Armeno era l'ostia propiziatoria ai celesti, era il messaggio di pace, il patto della nuova alleanza tra la regina ed il popolo delle quattro favelle. Ninia sarebbe tornato alla prima umiltà; Zerduste, poi, lo si cacciava fuor del reame, colla sua vita comprando l'obbedienza dei Medi sollevati. Qual più largo trionfo per lei, se per ottenerlo non occorreva spargere pur una goccia di sangue? La pace restituita ad un tratto; i guerrieri d'una medesima patria non più costretti a combattersi l'un l'altro, a incrudelire ne' padri e fratelli loro; gli orrori di una guerra civile, gl'incendi, le stragi, i lutti, risparmiati alla città diletta, che era costata tanti anni di amorose fatiche; la gratitudine immensa d'un popolo salvato; nulla fu pretermesso dagli accorti avversarii, in ciò facilmente seguiti, sostenuti, oltrepassati dallo zelo degli amici malcauti, che facevano a gara per dar nella pania dei fallaci consigli.