Semiramide: Racconto babilonese

Part 22

Chapter 223,850 wordsPublic domain

Facili i volghi ad essere trascinati; più facili, se vissuti in lenta ed inerte soggezione, a credere ogni cosa, a farsi stromento docilissimo in mano agli scaltri. Nè manco agevole, pel grado suo e per l'imperio ch'esercitava su Ninia, gli era tornato di vincere la riluttanza dei sacerdoti. Sempre più ardente di giorno in giorno la plebe; impensierite pei lor cari assenti le più ragguardevoli famiglie; tutti contrarii ad una guerra che accortamente si mostrava esser frutto di un'amorosa follia; non avrebbero ardito i sacerdoti far contro alla corrente delle popolari opinioni. Volevasi Ninia per re; meglio averlo tale e dominarlo, come offeriva Zerduste, che osteggiarlo invano, opponendosi ai voti del popolo. Il saccanàco, il gran vicario degli Dei, si faceva schiavo in tal guisa agli eventi, assicurava ai più forti la benevolenza del cielo; vecchio costume degli uomini che si vantano di custodirne i responsi! E maledetta Semiramide lontana, Ninia era incoronato sulla gran torre di Barsipa; armi ed armati si raccoglievano dalle vicine provincie; i Medi, gli Elamiti, e quanti eran popoli soggetti di là dallo Zagro, tutti incitati a scuotere il giogo. L'impero, saldo in apparenza e durevole, si sarebbe sfasciato dopo il trionfo delle schiere ribelli, se pure lo stesso Zerduste, sotto colore di chiamare i Medi a difesa della stirpe di Nemrod, non pensava a disfarsi, per utile suo, di quel malaccorto adolescente, trastullo nelle sue mani, vera larva di re.

E intanto che costui, riparato con Ninia entro le mura di Barsipa, faceva assegnamento sulla irruzione dei Medi, sullo scompigliarsi dell'esercito di Semiramide e sulle ire di Babilonia, cresciute a dismisura per la morte di tante migliaia de' suoi cittadini, la fortissima donna vacillava nei suoi consigli, esitava a condurre innanzi l'opera sua. Il nemico ch'ella doveva combattere, che un colpo malaugurato de' suoi ingegni di guerra poteva stendere al suolo, era Ninia, era suo figlio! Il tradimento dei Casdim la turbava altresì, la faceva più perplessa. Bene erano ossequenti a lei i sacerdoti di Militta e di Nebo, rimasti in città; ma che potevano costoro, contro il maggior numero rifugiato in Barsipa od anco di là possente sul popolo, tranne il pregare in silenzio?

Fatta accorta del pericolo, confidandosi inoltre che il suo inaspettato trionfo in Babilonia avesse ridotto quei temuti nemici a più miti consigli, diè mano a pratiche segrete con essi, facendo che alcuno dei sacerdoti di Nebo andasse a Barsipa, come a cercarvi rifugio, e, avuto agio di parlare col saccanàco, ogni più larga promessa e giuramento gli facesse, in nome di lei. Frattanto i giorni scorrevano, ed altri dolori le si stringevano al cuore.

Il re d'Armenia andava ricuperando la sanità ad occhi veggenti. La ferita non aveva nulla avuto di grave, tranne forse lo spargimento copioso del sangue. Vinta la febbre mercè il farmaco dell'Indiano, egli era tornato in sè medesimo, e la ingenita vitalità aveva trionfato di tutto, perfino della negra mestizia che gl'ingombrava lo spirito. Il cammino da' suoi monti natali alla pianura del Sennaar non gli era tornato a disagio, dappoichè la sua scorta viaggiava sempre nelle ore notturne, ed egli posava su morbide piume, procedendo leggero e senza scosse, o sobbalzi, al dolcissimo passo dei cammelli battriani. La tacita compagnia giungeva in Babilonia tre giorni dopo il vittorioso ingresso di Semiramide, e la frescura dei pensili orti, l'abbondanza di tutti gli agi del vivere, aveano rinfrancate le membra affralite del giovine, facendo il resto la gioventù, questa medicina incomparabile, che tutti, ahimè! non sempre portiamo dentro di noi. Sbiancato mostrava il volto, già tinto di rosa e ammorbidito da riflessi dorati; una nube di tristezza offuscava il placido lume degli occhi; pure la sua bellezza non avea nulla perduto della prima virtù; simile al fiore che il soffio della bufera ha alidito, ma che un tiepido raggio di sole ravviva.

Semiramide lo aveva veduto. Nel suo breve colloquio con lei, il prigione erasi mostrato ossequioso, ma freddo. Posto di bel nuovo al cospetto di quella sovrumana bellezza che lo aveva rapito, memore di tante angoscie, più ancora di tante dolcezze, combattuto da contrarii pensieri e da immagini di lutto recente, si adirava con sè medesimo, si struggeva di non odiarla quanto avrebbe dovuto.

— Son vinto e tuo prigioniero; — le disse. — Fammi morire; altro io non aspetto oramai. Donna di grande animo ti dice la fama e le imprese tue ti dimostrano. Fanne un'ultima prova per me, affrettando il mio fine, ed io benedirò l'odio tuo.

— Nemico di un giorno, e pensi ch'io t'odii? — replicò nobilmente la regina. — Ho vendicato un oltraggio, ho punito un atto di ribellione; tutto l'altro io non ricordo, non vedo. Son regina per te come per tutti; ciò soltanto soffri da Semiramide. Ella è soddisfatta; nè pensa ai dolori patiti, o alle profonde allegrezze che si riprometteva dalla sincerità del suo cuore, se non per lagnarsi della sorte, a lei così larga dispensatrice di potenza, e così avara di giustizia nel mondo. Credi tu che di questa potenza m'importi? Credi tu che mi prema del regio fasto, dell'impero accresciuto e di questa Babilonia, che un mio cenno ha creata? Io sono più superba a gran pezza; mi paragono alla stella che trascorre veloce lo spazio e non cura il solco di luce che lascia dietro di sè. Mi spegnerò come ho vissuto, splendendo; ma non vo' che nulla offuschi a' tuoi occhi il mio raggio; non l'amor tuo, la tua stima domando. So quali ragioni t'abbiano mosso alla fuga; Sumàti, innanzi di cercare spontaneo la morte nelle acque salse di Van, mi ha confessato ogni cosa. Tu fosti vittima di un'empia macchinazione, che l'abisso non poteva immaginar la più nera. Per darle a' tuoi occhi colore di verità, un tuo fedele ti ha venduto ai nostri comuni nemici.

— Un mio fedele! — sclamò Ara turbato. — Altri non meritò più questo nome, che Bared. Impossibile! Bared pugnava al mio fianco. Non tradiscono i valorosi. Fatto prigione con me, perchè non lo vedo io al mio fianco? —

Tosto, ad un cenno di Semiramide, fu cercato per ogni dove l'infido scudiero del re. Ma invano. Bared, nel muoversi dei prigioni da Armavir, profittando della confusione in cui era l'esercito, avea preso la fuga, nè più s'era avuta nuova di lui.

— Tu lo vedi, o regina? — disse Ara, con piglio severo. — Anche Bared, l'ultimo testimone, ti manca. Egli pure, come Sumàti....

— Basta! — tuonò la regina, il cui sangue si rimescolò tutto e riarse, come le fosse penetrato un dardo rovente nel cuore.

E furono le ultime parole di lei. Composta negli atti, grave nell'aspetto, ma fieramente combattuta nell'animo, vacillante, smarrita di sensi, uscì la misera donna. Ella non era più Semiramide; non era più la regina. Sì, ben lo sentiva in quel punto; la sua fortuna era fuggita per sempre; la dura mano di Nisroc si aggravava su lei.

A che più combattere? Per quali speranze? A qual pro? È dei giovani il travagliarsi, durare aspre fatiche animosi; dei giovani, che hanno il futuro davanti a sè, per chiamarli colle arcane sue voci, stimolarli colle sue confuse promesse. Ma il vecchio, deserto d'ogni promessa e d'ogni speranza, a che tenderebbe i nervi e l'ingegno, conscio pur troppo che pochi passi più oltre una fossa lo aspetta? Così Semiramide, a cui la gioventù splendeva ancora sul volto, ma più non esultava nel cuore. Vivere, vincere, regnare, perchè? Non è grata fatica, dove manchi la speranza del premio. È vanità rialzare un trono, su cui non abbia a sedere che un'ombra. Cedono allora, cedono le anime grandi ai più profondi sconforti. Gittar l'opera di tante braccia obbedienti, spargere inutilmente il sangue proprio e l'altrui, peggio che errore non è forse un delitto? E varrà egli per avventura, contro queste voci della coscienza, il dire che giusta è la causa per cui si combatte? Sarà scusa bastevole al cospetto del mondo, o conforto per sè, l'aver combattuto per seguire sua generosa natura?

Chiusa nel silenzio delle sue stanze, la regina pensava. Che aveva ella fatto di così reo, da meritarle un tal scempio? Vedova di Nino, aveva, più ancora che colle sue vittorie, colla temuta altezza del nome, formato il più vasto impero che fosse mai; aveva recato un sorriso di grazia nella forza, un raggio di serena maestà nella ferocia di que' prepotenti Cussiti. Luce e bellezza è la donna nel mondo; solo quando ella vi apparve, credettero gl'immortali che Dio avesse compiuto l'opera sua. Tale era stata Semiramide sul trono degli Accad, luce e bellezza all'impero. Ma forse l'alba dei leggiadri costumi non era anche spuntata, ed ella, precoce apparizione, dovea rimanere come un gentile esempio ai venturi, meteora luminosa in quelle tenebre lunghe.

Cionondimeno, era egli forse un delitto lo aver tentato di raggentilire i culti disumani e rozzi, lo avere raunati tanti sparsi popoli in un grande consorzio, lo aver recati i benefizi d'una civiltà nascente su tanta parte della terra? E di che, se Giustizia celeste presiede all'opere umane, di che era ella punita? D'esser donna e pietosa, d'aver confidato negli uomini, d'averli reputati magnanimi e schietti al pari di sè, di non aver creduto alle tenebre perchè essa era la luce, al livore perchè essa era la bontà, all'ingratitudine, alla viltà, al tradimento, perchè essa era la generosità, la grandezza e la fede. Sì, quella era colpa sua, nè doveva per ciò muover lagno agli Dei. Ah, come avrebbe voluto mutarsi allora, farsi tutt'altra da quella di prima, esser barbara, incrudelire, operare il male, come tanti nel mondo, per la sola voluttà del male! Ah, se quel tristo adolescente, quel mostro di perfidia precoce, non fosse uscito dal suo grembo, come le sarebbe bastato l'animo di entrare in Barsipa col ferro e col fuoco, e là, al sommo della torre, costringerlo a bere il sangue del suo Zerduste e del gran sacerdote di Belo, confitti a lungo martirio sugli altari bugiardi!

Ma ella era madre; era magnanima e pia; i feroci pensieri trascorreano veloci nella sua mente, a guisa di nuvole rotte in un cielo sereno. La nobile creatura non poteva mentire all'indole sua; doveva struggersi nel suo dolore impossente e cadere, se così voleva il destino.

Gli eventi incalzavano. Medi, Persi, Elamiti, si erano ribellati ai governatori delle provincie. Le torme loro muoveano minacciose dai monti, alla volta del Sennaar; cotesto recavano i frettolosi messaggi, come nel profetico sogno della rocca di Van. Fortuna estrema per lei, che i popoli sollevati non si fossero posti prima in cammino, come, nella veemenza de' suoi desiderii, aveva sperato Zerduste! Frattanto egli bisognava spedire un buon nerbo di valorosi ad affrontarli; ella stessa avrebbe dovuto correr laggiù, coglierli alla sprovveduta e sconfiggerli. Ma come uscire di Babilonia, come sfornire la città di soldati, mentre i ribelli erano così numerosi in Barsipa e dall'alto delle mura certo spiavano l'occasione di rifarsi alle offese?

Inoltre, Babilonia non era sicura, vacillava nell'obbedienza. I grandi, forza e decoro della città, si erano allontanati con Ninia; il popolo rimaneva ma inquieto, cruccioso, sbigottito tra i mali presenti e l'incertezza del futuro. Cessate le feste, rovinati i commerci, rotte le consuetudini d'una vita facile e piana, a cui era necessaria la prosperità di tutto l'impero, ben si scorgeva che il ritorno della pristina pace non era più possibile oramai senza varcare un'altra sequela di durissime prove. E d'ogni cosa (siccome avviene in mezzo alle pubbliche calamità, che fanno gli animi ingiusti) si accagionava l'autorità più vicina, quella a cui sarebbe bisognato dar forza per uscire con essa d'angustie; s'accagionava Semiramide, la regina vera, l'autrice di tanta prosperità passata; non Ninia, il ribelle, delle cui grandi opere, delle cui felici impromesse, null'altro per anche era noto, fuorchè il suo tradimento.

Gran colpa agli occhi del volgo, un'ora di mutata fortuna! A Semiramide niente giovava aver tante cose operato per la felicità di quel popolo. Che era per costoro il passato! Un generoso liquore bevuto a rapidi sorsi, un'ebbrezza, un sogno felice, di cui non si serba gratitudine, e molto è se la memoria rimane. Del presente la si accusava, del triste presente, di ciò che la regina non avea fatto per soggettarsi il destino, di ciò che Ninia, Zerduste, complice il popolo di Babilonia, avevano perpetrato contro di lei.

Intanto lutto, squallore e tumulto per ogni dove. In mezzo all'abbondanza, si pativa difetto d'ogni cosa. Col pretesto della pugna imminente, si smetteva il lavoro; si domandava pane, e avutolo si chiedeva che fossero aperti i granai. Nè di minore ansietà era cagione l'esercito. Tutte quelle migliaia di guerrieri d'ogni nazione, forti e compatte schiere all'aperto, riuscivano colà branchi disordinati e turbolenti, facili a scorarsi, più facili a secondare, che non a contenere ne' suoi vaneggiamenti, la plebe.

Emissarii di Zerduste, fautori di ribellione, correvano di continuo tra le file. Erano popolo, nè poteva sospettarsi di loro.

— Contro chi combattete? — dicevano. — E per chi? Doloroso è morire, quando a nulla giova la morte. Sapete a cui siano propizi gli Dei? Non certo a Semiramide! La sua stella è tramontata, dopo ch'ella ha voluto sacrificare agl'idoli stranieri. Ninia ha da essere un giorno il re nostro; a che combatterlo oggi? Egli è oramai al suo sedicesimo anno, e l'ha educato al regno la savia tutela di Zerduste. Egli è ragionevole che, cresciuto negli anni e nella saviezza il discendente di Nemrod, lo scettro continui ad esser impugnato da una fragil mano di donna? Compagna la fortuna ed auspice la gran memoria di Nino, costei ha potuto condurre innanzi malagevoli imprese, altre lasciarne a mezzo, senza troppo suo scorno. Oggi, abbandonata dal favore dei cieli, esce in mostruose follie. Il miglior sangue di Babilonia s'è sparso inutilmente nelle gole d'Armenia. Il vostro si spargerà inutilmente del pari sotto le inespugnabili mura di Barsipa, con alto rammarico dei vostri cari, che v'aspettano tremanti alle case natali. Ninia vi darà pace; egli vi rimanderà liberi e ricchi alle vostre contrade. Che può darvi oramai Semiramide, se non certezza di forsennati assalti e di morte ingloriosa? tra breve incalzeranno alle porte i popoli sollevati dalle regioni orientali. Avremo guerra dentro e fuori, carestia, desolazione, esterminio. Che farete voi, uomini di Elam, voi Medi, Persi, Ariarvi, cavalieri animosi; su cui Semiramide fa assegnamento per distruggere il popolo delle quattro favelle? Uscirete voi in campo aperto, spingerete i baldi corsieri contro i vostri fratelli di sangue, scesi dai monti in aiuto del legittimo re? —

Con arti siffatte era tentata e scossa la fedeltà dell'esercito. Nè più molto occorreva; forse una lieve occasione dovea bastare a discioglierlo.

— Viva Ninia, in perpetuo! — già avevano incominciato a gridare i nativi del Sennaar.

— E Anaìti, con lui, la vezzosa regina! — soggiungevano i popolani. — Quella è nostra, nata del nostro sangue più schietto. Felice chi la vedrà, come noi l'abbiam veduta, passare per queste vie, bella come il sole nascente, e dall'alto del suo cocchio d'argento e d'oro sparger sorrisi e saluti, come sparge fragranze il fiore della mandragora. È dessa, Anaìti, la vera rosa del Sennaar; la venturiera d'Ascalona più non usurpi quel nome. —

E scorreva, tra i dissennati, scorreva, versato largamente nei calici, il liquor della palma. Cittadini e soldati, dopo aver maledetto alle regali follie, pianto sui mali presenti e sui temuti danni futuri, gozzovigliavano, infingardivano, tumultuavano insieme.

I capitani delle squadre, giustamente inquieti, andavano a consiglio presso la regina.

— I soldati, sparsi tra il popolo, avranno perduto ogni ritegno ben presto; la licenza e la ribellione son penetrate nel campo. Bada, o regina; se i rivoltosi di Media giungeranno alle porte, con quali forze andremo noi a combatterli? —

Semiramide, oppressa da tanta rovina, perduta nel suo ascoso dolore, non sapeva a qual partito appigliarsi. Dar tosto l'assalto a Barsipa? Sì certo era quello il più saggio consiglio; e là, o vincere, o morire! Ma il suo cuore materno tremava. Infatti, come mai, senza mandare in fiamme il covo dei ribelli, avrebbe ella potuto metter piede colà?

Faleg, sempre costante nella sua fede e ammonito dalla necessità di uscir presto da quella incertezza, propose un suo divisamento alla regina.

— Se tu tentassi di bandire una tregua, e di chiamare a parlamento gli anziani di Babilonia, insieme coi grandi rifuggiti in Barsipa? Tu udresti ciò ch'essi dimandano; essi le tue proposte, o signora. Imperocchè, tu lo vedi, questa inerzia è fatale. O assalire i baluardi, o calare agli accordi, ma subito!

— E sia, come tu saviamente proponi! — rispose la regina. — Vengano a parlamento e dicano l'animo loro qual è. —

Indettatosi d'ogni cosa con lei, Faleg esce sollecito dalla reggia e manda gli araldi per la città. Egli stesso sale arditamente in arcione e s'avvia, con pochi uomini di scorta, a Barsipa. Giunto a' piè delle mura e fatte squillare le trombe, così parla ai ribelli:

— In nome della possente signora degli Accad, cui Nebo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, a voi cittadini e difensori di Barsipa, tregua è proposta da questo momento fino all'alba di doman l'altro, che sarà il trentesimo giorno di Tana. I soccorsi, che voi attendete dalle terre del sole oriente, non giungeranno prima di sei giorni in vicinanza di Babilu. Così recano i nostri esploratori; vedete voi medesimi se vi confortino più felici notizie. In questo termine, io ve lo annunzio, Barsipa sarà espugnata col ferro e col fuoco. Or dunque, accettate la tregua, e quale di voi l'abbia grato, purchè sia dei maggiorenti di Kiprat Arbat (o principe tra i suoi, se straniero alla terra del Sennaar), venga a parlamento nella reggia, insieme cogli anziani di Babilu. Udrà la regina le proposte de' suoi avversarii e che cosa essi chiedono da lei per far posare la guerra; ella dirà ciò che da loro s'aspetta, o che può loro concedere. Liberi e sacri gli inviati di Barsipa; maledetto dai sommi Dei chiunque, durante la tregua, tenterà cosa alcuna a danno del suo più odiato nemico. —

CAPITOLO XXII.

Il bivio.

Dispiacque la proposta in Barsipa. Che vuole costei? dimandavano i ribelli, radunati a consiglio. Qual nuovo inganno si cela in questa tregua, che ella ci profferisce? Tarderanno ancora parecchi giorni i soccorsi di Media; che importa? Le nostre mura sono salde e ingegni di guerra non mancano a noi, per respingere i minacciati assalti della regina. Alla perfine, di quali speranze si nutre, col popolo avverso e l'esercito mal fido? E non è forse da credere che ella tema più di noi l'esito di quest'ultimo scontro? Di certo, le è giunto all'orecchio che domani, dal sommo della gran torre, i Casdim chiameranno solennemente sovr'essa la maledizione degli Dei, e questa sua profferta è intesa a scongiurare il pericolo. Ella ben sa che il popolo di Kiprat Arbat, servo riverente dei Numi, si solleverà contro di lei, dichiarata sacrilega, e l'esercito, in cui è tanta parte dei figli del Sennaar, piglierà ansa a sostenere le ragioni del popolo. No, si risponda a Faleg, non tregua, nè accordi!

Vinceva per tal guisa il partito di respingere la proposta. Ma Zerduste, che fino a quel punto aveva serbato il silenzio, si oppose.

— Due notti in Babilonia, — egli disse, — sono gran ventura per noi, quale non ci era dato sperare dalla benevolenza del cielo. Ponete mente, o savi consiglieri del re: ciò che a noi tornò così malagevole di ottenere, la mercè di destri emissarii, tenteremo liberamente noi stessi per le vie della città, nelle lunghe ore che ci consente la tregua. Nè così audace è il popolo, nè ancora così pronto ad ammutinarsi l'esercito. D'una propizia occasione è mestieri, e questa occasione è la tregua.

— Ma sarà ella osservata, la tregua? — notarono gli altri, con accento di dubbio. — Non è per avventura da temersi una insidia?

— Semiramide non è donna da tendere insidie! — rispose brevemente Zerduste. — Ciò ch'ella promette fedelmente atterrà. State di buon animo, ed eleggete quali di voi dovranno recarsi alla reggia. Io medesimo, che più d'ogni altro avrei cagion di temere, scenderò in Babilonia cogli inviati del re e col venerato collegio dei Casdim. —

Ora, Zerduste era l'anima della rivolta e a lui tutti facevano capo, come al vero monarca. I Casdim medesimi, ai quali l'astuto prometteva tanta possanza nell'impero, erano a lui vincolati. La proposta fu dunque accettata.

Tosto, recatosi alle porte della città, il principe di Bakdi venne a parlamento con Faleg.

— La regina ascolterà dunque i voti dei Casdim e dei grandi rifuggiti in Barsipa?

— E degli anziani di Babilu; — aggiunse Faleg. — Il popolo rimasto in città è sempre il maggior numero; nè il suo voto, qualunque esso sia, va lasciato in disparte.

— Sta bene; — disse Zerduste. — E che intendi tu per altri dei ribelli, purchè siano principi delle loro nazioni? Son io dunque del numero?

— Tu primo, — rispose l'inviato di Semiramide, — e le mie parole indicavano te. Non fosti tu il consigliero della ribellione? Non comandi tu, non fai ogni cosa a tuo talento appo il re? Vieni dunque, se ti aggrada; la tua persona, come quella d'ogni altro, ci è sacra. —

Così minutamente convenuti di tutto fu giurata quel medesimo giorno la tregua nel tempio di Nebo. Giurò Zerduste per Ninia e pei ribelli; Faleg per la regina e per l'esercito suo; Abdenago, il primo degli anziani, pel popolo delle quattro favelle.

Babilonia si rasserenò come per incanto, dopo che gli araldi ebbero bandita quella sospensione d'arme, altrettanto gradita, quanto era inattesa. Gli animi, riaperti alla speranza, intravvidero la pace imminente. A che si sarebbe fatta la tregua, se non fosse parso ai combattenti di poter giungere ad utili accordi? Del resto, l'esser chiamati in mezzo gli anziani della città, quasi arbitri dei litigio, affidava il popolo che in un modo o nell'altro, per la madre o pel figlio, gli sarebbe restituita la calma.

In sull'ora del tramonto, schiuse le porte di Barsipa, scesero i grandi e i sacerdoti in Babilonia. Sulle orme loro si affrettarono molti altri, che pure non dovevano andare alla reggia, guerrieri e cittadini, a cui premeva di vedere i congiunti o gli amici. Nè Faleg si oppose a questo lor desiderio. Così, largheggiando di generosità e di clemenza, volea Semiramide. Non erano che un solo i due popoli; soltanto le sorti della guerra intestina li avean separati; tornassero quelli di prima, finchè durava la tregua.

La mattina del giorno seguente, che fu il ventesimonono di Tana, gli anziani di Babilu, condotti da Abdenago, i capi della rivolta, e i maggiori tra i Casdim, guidati dal saccanàco, ascendevano alla reggia, ed erano introdotti nella sala di Nemrod, al cospetto della regina.

Semiramide era seduta sul trono, pallida in volto, ma tranquilla, in atteggiamento regale. Immobili ai suoi fianchi stavano i flabelliferi, con alti ventagli di penne, i melofori coll'armi in pugno e i portatori di scettro, interpreti e ministri de' suoi alti comandi. Faleg e i capi dell'esercito erano in attesa, raccolti ai piedi del trono.

Zerduste non era tra i nuovi venuti. O fosse riguardo per sè, o atto di meditata cortesia verso la regina, egli non avea posto piede là dentro; ma bene erasi aperto cogli altri, ed essi indettati con lui, d'ogni cosa che avessero a dire. Il saccanàco, per giusto riserbo della sua dignità, non voleva dal canto suo esser primo ad ossequiar Semiramide. Però l'ufficio di parlare in nome di tutti era commesso al capo degli anziani, che difatti fu il primo ad inoltrarsi a' piedi del trono.

— Potente signora, — disse Abdenago inchinandosi a mezzo, — vivi in perpetuo!