Semiramide: Racconto babilonese
Part 21
Così giustamente pensando, la regina aveva anche nel suo sagace consiglio noverati i giorni di sicurezza che si riprometteva il nemico. Semiramide, anco ad avere in tempo l'annunzio della rivolta, e senza gli indugi che si sarebbe tentato di frapporre ai messaggi, non avrebbe potuto essere avvisata di nulla innanzi il dodicesimo giorno di Tana. E allora, se libera di partire dall'Armenia (che non era nemmanco da credersi, tante erano e varie le sorti di guerra!), ella non avrebbe pure potuto così speditamente raccogliere le sue forze, e rimettersi in cammino, da giungere nel piano di Sennaar innanzi il principio di Ululù[4]. Così dovevano pensare i ribelli, e da ultimo confortarsi nella fiducia che, se anco Semiramide avesse usato d'ogni sua sollecitudine, e guadagnato qualche giorno di cammino, eglino, appostati nei pressi di Sippara, l'avrebbero trattenuta colà.
In quella vece, e a danno dei giudizi dell'inimico, che era egli avvenuto? Che la regina aveva risaputo il tradimento nel decimo giorno di Tana; che tosto avea levato il campo dall'Armenia, e il sedicesimo giorno, varcato già il paese di Nahiri, s'affrettava alla pianura di Babilonia, ma non già per la valle dell'Eufrate, sibbene per quella del Tigri, mentre Faleg, avviato con quel nerbo di forze sull'antico cammino, ne copriva la rapida marcia.
Rapida invero, e quasi fulminea, se i moti degli uomini possono ragguagliarsi agl'impeti delle forze celesti. Certo, così veloce correva oltre col pensiero la regina, e appunto per vincere in parte quelle fastidiose lentezze che il lungo spazio portava, Semiramide aveva comandato di far cammino anche alcune ore del giorno. Nè più era costume di attendere coloro che la stanchezza opprimeva; posassero pure coi loro capi; avrebbero proseguito nella notte e tentato di raggiungere i più gagliardi alla stazione vicina.
Così diceva, ben certa in cuor suo che molti sarebbero rimasti indietro di parecchie giornate. Ma ella, co' suoi migliori, con cento migliaia almeno, sarebbe giunta il ventesimo giorno di Tana alla sua capitale, e senza impedimento di nemici, girando alle spalle della città, dove per fermo non doveva esser buona vigilanza d'armati.
Il regal prigioniero seguiva il corso di quella sterminata falange, adagiato su d'una lettiga, tratta da cammelli, la cui sollecita e dolce andatura, non affaticava punto il ferito. Lo scortavano gli arcadori di Birtu ed era giusto che un tale onore fosse per l'appunto serbato a quei medesimi che avevano ferito e fatto prigioniero il malka delle montagne. Del resto a più certa custodia era Hurki con essi, e lo seguivano trecento melofori, o portatori di lancia della regina.
Dall'altra parte, Faleg, proseguendo la sua marcia lunghesso l'Eufrate, era giunto il diciottesimo giorno in vista delle torri di Sippara. Colà avea fatto sosta e mandato un drappello d'arcadori a sopravvedere il paese. Ma udito poco stante come la terra non fosse guardata, e solo nella notte vegnente si aspettasse una grossa mano di ribelli, prontamente vi si condusse co' suoi, che gli parve grande ventura avere quel fortissimo sito, ricco di vettovaglie e d'ogni maniera sussidii, senza colpo ferire.
Piantatosi colà, e mentre pur le sue schiere attendevano a collocarsi nell'ordine più acconcio sui rialti e nei piani a mezzogiorno delle mura, Faleg inviava messaggi a Ninia, in nome della regina.
Egli infatti non poteva più far le viste d'ignorare la rivolta avvenuta. I cittadini di Sippara gli avevano detto apertamente:
— Regna Ninia in Babilonia e su tutta la terra del Sennaar. Il Saccanàco, vicario dei sommi Dei, lo ha incoronato re nel tempio di Belo, che sta in cima alla torre delle sette sfere. Semiramide, come nemica del popolo di Kiprat Arbat, che ella ha condotto a perire per suo folle pensiero nelle strette d'Armenia, è stata spogliata del regio comando e il suo scettro gittato nell'Eufrate, in mezzo ai cadaveri che il biondo fiume trasporta alla foce. —
Così stando le cose, non tornava difficile a Faleg di argomentare che l'invio dei messaggi niente avrebbe giovato per mutare i consigli dei ribellati. Egli anzi prevedeva in cuor suo che i messaggeri non sarebbero giunti fino alla reggia, forse nemmeno avrebbero potuto varcare le porte della città. Ma egli, per contro, faceva in tal modo avvertiti i rivoltosi della vicinanza di Semiramide, ed otteneva l'intento di trattenerli dalla loro disegnata marcia su Sippara, procurandosi il tempo di affortificare il suo campo e di pigliar lingua, così intorno agli ultimi casi, come intorno alle forze di cui disponea la rivolta.
Tranquilla scorse la notte; ma sull'apparire dei vegnente mattino, l'esercito dei ribelli si dilagò nella pianura davanti alle torri di Sippara. Ancora non sembrava molto ordinato e bene ad arnese; tuttavia s'inoltrava, accennando ad un subito assalto. Così voleva Zerduste.
Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, aveva detto tra sè:
— La regina è rimasta indietro, a malgrado d'ogni suo desiderio e d'ogni sforzo per affrettare il cammino, impedita com'è dalla stessa moltitudine de' suoi combattenti. Tutto ciò ch'ella ha potuto fare, si è di spingere avanti le squadre più leggere e più pronte, sotto il comando di Faleg. Ascendono forse a cinquanta migliaia; non sono certamente di più; chè i cittadini, fuggiti da Sippara per darcene avviso, non hanno potuto ingannarsi. Or dunque, assaltiamoli con quanta gente è stata da noi raccolta finora o vediamo di vincerli alla spartita, prima che ricevano aiuto. —
Invero, egli si pentiva amaramente di non aver fatto occupare la città nel giorno addietro; chè forse, con una parte degli uomini a ciò destinati, il poteva. Ma, per contro, come arguire una tanta celerità in Semiramide? Da chi e per che modo avrebb'ella risaputi i gravissimi casi di Babilonia, più giorni innanzi che le fossero riferiti dai corrieri, o lasciati temere da un improvviso difetto delle corrispondenze consuete?
E tuttavia, o notizia o sentore della rivolta aveva ella avuto in Armenia. E come ciò, mentre egli, a mala pena di poche ore, per le vanterie dei messi di Faleg, udiva l'annunzio della pronta e piena vittoria di Aiotzor? Egli era ben lungi dal sospettare di Sumàti, che forse era morto nel tentare di ridursi al campo aicàno. Questa era almeno la conghiettura più ovvia, imperocchè il subito scontro dei due eserciti dimostrava apertamente come al vecchio Indiano fosse fallito il disegno di penetrare fin nelle tende di Ara e persuaderlo a non accettare battaglia. Solo alcuni giorni di poi, doveva egli risapere della presa di Sumàti, colto coll'armi in pugno al fianco di Ara, e della sua morte volontaria nel lago di Van, certo per sottrarsi ai tormenti cui lo avrebbe dannato la regina e al pericolo grande che il dolore gli strappasse il suo segreto di bocca.
Comunque fosse di quella celerità prodigiosa, egli non era tempo di fantasticare sul passato; bensì occorreva di dare, e tosto, nell'antiguardo di Semiramide. E corsero i ribelli all'assalto; ma per quel giorno e per l'altro che seguì, fu opera vana. Nessun vantaggio si otteneva da alcuna delle due parti. Faleg non si perigliava troppo lontano dalle mura, per tema d'esser preso alle spalle. Egli più forte per agguerrite schiere, ma queglino più numerosi d'assai. A lui metteva conto il rimanere colà; agli altri, poichè di vincerlo non era nulla, tornava anco di averlo chiuso in quel luogo, dove, se più tardava la regina, lo avrebbero prestamente affamato. Sentiano in quella vece approssimarsi il grosso delle forze nemiche? E allora correvano a rifugio in Babilonia, aspettando colà i Medi e i Persi, che già a quell'ora dovevano valicare i monti di Elam, e il disperdimento dello stesso esercito di Semiramide, in cui erano tante migliaia di quelle due nazioni oramai sollevate.
Intanto la condizione di Faleg, ottima per assicurare la sorte d'un combattimento, per tutto l'altro era pessima. Nella antica e nobil città che egli occupava erasi sparsa la fama dei troppo sangue che la vittoria di Aiotzor era ai Babilonesi costata. Da parecchi giorni il vicino Eufrate non volgea che cadaveri, alla vista di tutte le genti del Sennaar. Inoltre, i soldati suoi, come quelli che si reputavano tornati in patria, non aveano taciuto dei danni sofferti; segnatamente avean detto della sacra miriade, di cui a mala pena poche centinaia erano scampate da morte. Però si udiva già a mormorare contro la regina, nelle mura amiche di Sippara, contro la guerra finita pur dianzi e contro quest'altra che cominciava. Infine, chi era Semiramide, se non una straniera, e, come regina, assai più fortunata che saggia? Laddove Ninia era del sangue di Nemrod; egli o presto o tardi legittimo re; meglio adunque riconoscerlo allora, evitando mali maggiori.
Questo, e il pensiero delle scarse vettovaglie, inducevano tristezza, fastidio, ripugnanza negli animi. Sarebbero essi durati nell'obbedienza più oltre? Per buona sorte, diceva Faleg tra sè, la regina non doveva esser lungi da Babilonia; ad ogni modo, quei due giorni di combattimento a Sippara, le avrebbero spianata grandemente la via.
Nè s'ingannava. Appunto in quella notte che seguiva il secondo assalto di Sippara, la regina giungeva, con poco più di centomila combattenti, alla vista di Babilonia, davanti ad una delle porte che guardavano il sole oriente. Appiattato l'esercito nei campi, dove già cresceano le biade pel secondo raccolto, chiuse con buona custodia d'armati le uscite dei villaggi, perchè nessuno avesse modo di recare l'annunzio alla vicina città, Semiramide si avanzò con uno stuolo di cavalieri lunghesso il canale Libil Higal, per esplorare il terreno.
Sin, il casto pianeta a lei caro, splendeva alto nel firmamento azzurro, illuminando la pianura all'intorno e la via battuta che conduceva ad una delle porte. E mentre Semiramide cautamente s'inoltrava pe' colti, evitando la strada e non perdendola d'occhio, le venne udito da lunge un rumore misurato e crescente, come lo scalpitìo di una cavalcata, che a quella volta spronasse.
Incontanente fe' ristare i suoi cavalieri, e muti, ansiosi, stettero tutti origliando.
Il rumore si avvicinava sempre più. Semiramide, che già meditava un audace disegno, si volse a guardare i suoi cavalieri, se fossero abbastanza coperti agli occhi del nemico. Erano essi dietro un campo di sèsamo, di rigogliosa cresciuta e di larghissime foglie, siccome portava la natura di quel fertile suolo. La regina non si tenne paga tuttavia e comandò che tutti smontassero da cavallo, pur rimanendo con un piè sulla staffa e la mano alla criniera.
Così del tutto nascosti, spiavano l'arrivo della cavalcata nemica. Essa pervenne indi a poco su quel tratto di strada che essi vedevano e veloce trascorse. Erano a mala pena sei cavalieri, e alle fogge, vedute così di profilo a lume di luna, apparivano Medi. Forse erano esploratori, fors'anco portatori di messaggi a qualche luogo vicino.
Semiramide lasciò che andassero oltre a lor posta. Infatti, a mezzo miglio discosto era accampato il suo esercito, nè potevano essi cansare d'esser fatti prigioni.
Ella intanto diè il cenno e l'esempio di risalire in arcione. Dietro a lei tutto il drappello si cacciò a galoppo sulla strada, serrandosi sulle orme dei Medi. Udirono essi l'improvviso rumore alle spalle, e pensando che fossero altri cavalieri usciti di città, per richiamarli indietro, o per altro che loro importasse sapere, si fermarono tosto. E innanzi che avessero tempo a raccapezzarsi, a conoscere d'esser caduti in agguato, erano circondati da un nugolo di fantasmi; chè tali doveano parer loro, in quel luogo, i cavalieri di Semiramide, creduti ancora così lontani, e sulla via dell'Eufrate.
Thuravara, il loro capo, fu condotto alla presenza della regina. Tremò egli, quando ebbe ravvisata Semiramide, e, a mala pena interrogato, disse tutto ciò che a lei mettesse conto sapere. Thuravara, creato di Zerduste, non ignorava qual sorte lo attendesse, ove, con pronta sommissione e con utili ragguagli, non si fosse raccomandato alla clemenza di lei.
La regina adunque udì dal suo labbro che Faleg resisteva da due giorni tenacemente sulle alture di Sippara, ove Zerduste credeva fosse ella per giungere, col rimanente dell'esercito. Per altro, in quella medesima sera, due esploratori erano tornati da Burat, che è sull'Eufrate, a una giornata più in alto di Sippara, nè lassù si aveva fumo di soldatesche vicine. Cotesto aveva confortato Zerduste nel suo primo pensiero, che l'invio di Faleg fosse tutto quanto ella aveva potuto fare, al primo annunzio della rivolta di Babilonia, e che ella fosse, con tutto l'esercito suo, di parecchie giornate più indietro.
Del resto, soggiungeva Thuravara, Ninia e il suo fedele ministro dimoravano nel palazzo della riva occidentale, per esser più vicini alle venute e più pronti alle acconcie difese. Avevano essi un esercito di duecento migliaia; ma la più parte di gente ragunaticcia, nè ancora bastantemente addestrati. Si aspettavano bensì grossi soccorsi dai Medi e dagli Elamiti, già chiamati in arme dal preveggente Zerduste, alla vigilia della rivolta e della incoronazione di Ninia. Egli, Thuravara, andava per l'appunto sulla via di Libil Higal, a vedere se ancora giungessero, e ad affrettarne l'entrata in città. Armi, poi, e vettovaglie, come alla regina doveva esser noto, in Babilonia abbondavano.
Udì Semiramide i copiosi ragguagli, e come Thuravara ebbe finito, gli disse:
— La tua vita dipende dal parlar che farai. Qual motto hanno ora i custodi delle porte?
— Per Anaìti! — rispose tosto il Medo infedele.
— Che significa ciò? — chiese la regina in atto di stupore.
— È il re, — soggiunse Thuravara, — è il figliuol tuo, mia clemente signora, che in tal guisa ricorda la diletta del suo cuore.
— La risuscitata! — sclamò Semiramide.
— Sì, potente regina.
— E per grazia de' sommi Dei, non è egli vero? — incalzò ella con accento d'amara ironia.
Thuravara chinò vergognoso la fronte.
— Sta bene; — proseguì la regina, senza curarsi della risposta. — Tu, vieni tra le nostre ordinanze; e guai a te se non m'hai detto il vero! —
Poco stante, era dato il cenno all'esercito, che tutto avesse a rimettersi in moto ed accostarsi alle porte. Ella, col suo stuolo di cavalieri, precedeva le squadre.
Giunsero in breve alle mura. Il ponte era alzato davanti alla porta, ma allo scalpitar dei cavalli sulla pianura, le scolte s'erano affacciate alle feritoie, e allo squillar d'una tromba sul ciglione del fosso, furono pronte a chiedere ai nuovi arrivati:
— Chi siete? In nome di chi venite?
— Siamo guerrieri di Ninia; — risposero gli altri. — Usciti dalle porte di settentrione, torniamo da questa, e per Anaìti veniamo. Sbrigatevi; sono i Medi aspettati con noi. —
Il ponte fu tosto calato. Semiramide fu la prima a spingere il suo cavallo sull'ampio tavolato di cipresso.
— Giungono i soccorsi di Media! — gridavano intanto sotto l'androne i custodi. — Il veggente Nebo ci assiste.
— Egli viene su voi, traditori, per fulminar le sue collere! — gridò Semiramide, menando a cerchio la mazza ferrata entro lo stuolo malcauto. — Per Anaìti custodivate le porte!... Per Semiramide arrendetevi, o tutti di mala morte morrete.
— La regina! sì, è dessa la regina! — andavano ripetendo i malcapitati, mentre, quinci e quindi fuggendo, tentavano schermirsi dai colpi. — Chi l'avrebbe mai detto? Ahimè! c'ingannarono i sacerdoti; non erano per Ninia gli Dei! —
Ben presto fu fatta strage di quella turba fuggente; i più lontani, sentendosi incalzati dai cavalieri, si buttavano ginocchioni, chiedendo mercè, ed aveano così salva la vita. Non uno andò fino al baluardo interno della città, per recarvi la terribile nuova, e prima ancora, prima sempre tra tutti, vi giunse l'audace guerriera, il cui esercito, infiammato dalla portentosa felicità dell'evento, già si accalcava sul ponte, sbucava dal profondo androne, si dilagava nel vastissimo piano tra Imgur Bel e Nivitti.
Non era pugna, nè inseguimento di nemici; era libera corsa sfrenata, in mezzo a spaventati drappelli. Entro il baluardo di Nivitti Bel fu un tumulto indicibile. I primi che videro le negre schiere apparire agli sbocchi delle vie e irrompere nella città, minacciosi come una legione di spiriti d'abisso, si sparpagliarono tosto per le strade minori, quali cercando nelle lor case rifugio, quali fuggendo senza saper dove, non d'altro solleciti che di scansare l'imminente pericolo, tutti levando altissime strida e mettendo a romore e scompiglio la sterminata città. Semiramide! È qui Semiramide alla riscossa! Sventura al popolo delle quattro favelle, su cui la regia vendetta discende!
La tristissima voce per ogni dove s'è sparsa, ha preceduto le squadre degl'invasori. Quanti n'han tempo, o modo, si dànno alla fuga verso l'Eufrate; l'ampia travata del ponte cigola sotto il peso e la furia di quell'onda di popolo, che incalza alla destra riva: uomini, donne, fanciulli, mezzo vestiti, scarmigliati, ignudi, come il terribile annunzio li colse, come la paura li spinse.
Non cura la regina i fuggenti; anzitutto ella mira a impadronirsi della reggia. Sfondano i suoi guerrieri l'ingresso, chiamano per nome, invitano alla obbedienza i custodi. È la loro regina, è Semiramide, che batte alle porte; chi più oltre serberà fede al ribelle, innanzi che giunga il sole al meriggio, penderà inchiodato dai merli.
È l'alba, e già Semiramide ha ricuperato la sua reggia, nobile e forte arnese, dove ella troverà armi, tesori e sicurezza ai nuovi combattimenti. Dall'altra sponda del fiume hanno appiccato il fuoco al tavolato del ponte; fuoco arde nel valico sotterraneo, per dar tempo ai ribelli di chiuderne più sicuramente lo sbocco. Ma che importa? Semiramide è padrona, con un colpo audace, in poche ore, di tutta la parte orientale di Babilonia.
— Grazie, santissimi Numi! — ella dice. — Voi non avete tolta la vostra mano da me; io sono ancora la regina degli Accad. —
CAPITOLO XXI.
La mano di Nisroc.
La fortuna, che già sembrava avere abbandonato le insegne di Semiramide, tornava ora a farle buon viso. Era pentimento, sommessione all'audacia, o crudelissimo scherno? Risorgeva la regina più gloriosa e più forte dal suo abbattimento, o non era a vedersi altro in quella ardita riscossa che il sollevarsi del guerriero sulle ginocchia e l'ultimo suo brandir l'arme sanguinosa contro il nemico che sta per finirlo? I prossimi eventi doveano dar la risposta.
Intanto, mercè la sua rapida corsa e l'occasione prontamente afferrata, ella era venuta a capo di penetrare in Babilonia e di farla sua fino alla sinistra riva del fiume. Solleciti messaggi avevano mosso Faleg dal suo baluardo di Sippara, e mentre egli rumoreggiava alle porte della sponda destra, tirandosi sopra una gran parte dell'esercito dei ribelli, la regina tentava con barche e zattere d'otri gonfiati il passaggio del fiume, e finalmente ristorava la travata del ponte sotto una pioggia di dardi.
Ninia e Zerduste, con tutti i loro, si ritrassero in Barsipa, la città sacerdotale, congiunta a Babilonia da un prolungamento del muro esterno, ma forte di per sè stessa e dentro e fuori, acconcia a durare per mesi e mesi un assedio.
Colà, all'ombra del più eccelso tempio di Babilonia e del mondo, incuorato dalla inflessibile baldanza di Zerduste, sorretto dal favore dei sacerdoti, ammaliato dalle carezze di Anaìti, posava il giovin ribelle, o non curante, o inconsapevole del suo delitto. Infine, non era egli il re, unica prole di Nino, ultimo della stirpe di Nemrod? I santi ministri delle sette luci della terra non aveano essi consacrato il suo capo? l'oracolo di Belo non avea egli pronunziato la reità di Semiramide al cospetto dei cieli? Inoltre, conforme al volere dei sommi Dei di Babilonia, non era forse il volere del Dio di Zerduste? Mai tra rivali divinità si era manifestata una simigliante concordia.
Invero l'astuto principe di Bakdi si era rigidamente astenuto dal palesar la sua fede. Da lunga pezza egli solea dire al suo regio discepolo che il tempo non era anche venuto di annunziare il regno di Ahuramazda alle genti; questa essere dottrina eccelsa pei savi; al volgo doversi lasciare intanto le sue idolatrie grossolane. Nessuna prova di loro virtù avevano fatta gli Dei di Babilonia a favore di Ninia; laddove il soffio potente di Ahura gli aveva restituita la sua diletta Anaìti. Egli l'avea pure veduta, là, nel suo casolare tra i palmeti di Gomer, distesa sul letto di morte, le membra prosciolte e fredde; invano avea pianto amarissime lagrime; invano avea chiesto a' suoi numi un prodigio. Ma laggiù ne' sotterranei di Babilonia, ove il Dio vero nascondeva ancora il suo purissimo culto, egli avea pure udito dalla voce di Mazda la cagione per cui era morta Anaìti. «Non tra ozii imbelli doveano poltrire i nati di re; amori e carezze di donna amata esser premio ai valorosi, ai fedeli seguaci degl'insegnamenti celesti, non facil sollazzo, non riposo consentito a mezzo il cammino, quando il debito delle sante opere e la via lunga sospingono. A lui, per ventura, agevole il meritarsi quel premio intercedendo la cara autorità di Zerduste, nè chiedendosi troppo lungo disagio a chi dovea regger lo scettro, moderatore di popoli. Cedesse adunque ai lagni di Babilonia, sdegnata per una stolta e rovinosa guerra e per maggiori danni minacciati al buon seme cussita; cedesse alle voci che il cielo provvidamente spirava sulle labbra degl'idoli bugiardi; cingesse corona di re, ed Anaìti sorgeva dal suo letto funereo. Resa a lui dal favore di Mazda, al suo ardimento, al suo perseverar ne' propositi, era sospesa la vita della fanciulla diletta.»
Ora, a mala pena nel tempio di Belo il credulo adolescente aveva impugnato lo scettro d'oro, non erasi infuso di bel nuovo lo spirito vitale nelle rigide membra di lei? Non aveva egli sentito sotto la sua mano tremante riscaldarsi e palpitare quel bianco seno a cui tre giorni innanzi aveano tentato invano ridar la vita i suoi baci? Così Ninia era stato condotto ai voleri di Zerduste e fatto ribelle, nimico alla maestà di sua madre. Nè già viveva pel regno, di cui lasciava ogni pensiero al sapiente maestro; nè già si curava della sua sconfinata autorità, se non per ricordare che la regia possanza è una piramide al cui sommo sta preparata e colma la coppa di tutte le umane delizie. Viveva allora per Anaìti, per quella fiorente bellezza che si profondeva inconsapevole a lui, tremante di dover morire se egli vacillasse, e per amore, per ambizione, per paura, incatenata al suo fianco. E in lui, il saperla così sospesa tra morte e vita accresceva gli ardori. Si ama, dicono, assai più fortemente ciò che si teme di perdere. Triste sentenza, se vera; ma forse ciò che pei nobili cuori non è, potrebbe credersi vero per l'anima fiacca e per l'indole tutta sensuale di Ninia; di quel lioncello, a cui, per mezzo agl'ingenui moti della tenera età, crescea la ferocia dell'avita natura.
Insignoritosi con tali arti della mente di Ninia, il principe di Bakdi non avea durato fatica ad attizzar gli sdegni del popolo; la mercè di falsi messaggi e di aggranditi pericoli, aveva aggiunto esca al fuoco, e, con l'immagine dei certissimi danni, infiammati gli spiriti a rivolta.