Semiramide: Racconto babilonese
Part 20
— Io te l'ho detto, o regina; un Indiano, un vecchio interprete dei santissimi Veda. Non hai tu tentato, o Semiramide, di sottomettere la diletta mia terra, di spingere il tuo cocchio regale fino entro le mura della sacra Ayodìa e di assoggettare i nostri Dei a quelli della stirpe di Cus? Dominare su quante son terre dalle isole del mar occidente infino alle inesplorate rive del Gange, far tuo il mondo, gittarlo in pascolo ai desiderii immani del popolo delle quattro favelle, era questo il tuo sogno. Orbene, mostruoso era il disegno, e bisognava sgominarlo, anzi che tutti imprigionasse nelle insidiose sue fila. Tre uomini si congiurarono contro di te; tre uomini soli, ma ognuno d'essi era legione, era popolo, moltitudine immensa. Uno di questi tre uomini t'è innanzi, umile e dappoco per sè, ma grande, ma forte, per ciò che egli metteva in moto, a tuo danno, i sospetti, gli sdegni e le vendette dell'India. Contro di te sorse un altro, Manete, della nazione di Mesraim, che la tua potenza minacciava, e che già i figli del deserto, obbedienti al tuo cenno, hanno tentato d'invadere. E venne un giorno che questi due collegati s'abbatterono in un odio, più feroce a gran pezza e più profondo del loro, rinvigorito da tutte le sorde collere che il rancore, la gelosia, l'amaro struggimento dei patiti dispregi, possono addensare nel cuore d'un uomo. Si congiunsero a lui; la Triade era formata; avea un braccio possente e sicuro, per ferire i suoi colpi.
— Quest'odio avrà un nome! — ruggì Semiramide. — Il suo nome io ti chiedo.
— E il cuore non te l'ha egli mai detto, o regina? Quel senso delicato che soccorre alla più debole ed alla più leggiadra delle creature di Brama, non t'ha egli avvertito che chiudevi nella tua reggia un serpente? Sei donna, ed ignori che amore negletto si cangia in odio mortale, siccome inacidisce, se obliato in disparte, il soave liquor della palma?
— Zerduste! — esclamò la regina, a cui un lampo di tarda luce balenò nella mente. — Ma potevo io darmi pensiero dell'amor suo? Chi può avvedersi di ciò che non cura? Ero io donna così volgare, da gittare il mio tempo in questi vani compiacimenti del mio sesso? Di donna ebbi il corpo, non l'anima. Zerduste, adunque? Zerduste ha nome quest'odio?
— Sì, — ripigliò Sumàti, — Zerduste, al quale incauta commettevi l'adolescenza di Ninia. Povera madre! Egli ha foggiata a suo talento la molle cera, e tuo figlio non t'ama più, nè ti teme; tuo figlio è ribelle. —
Qui trattenne Sumàti il suo dire, poichè la regina non avrebbe potuto udirlo più oltre. A quelle parole: «tuo figlio è ribelle,» che compendiavano per lei tutto il lento e coperto lavorìo del nemico, Semiramide avea dato un grido, grido di fiera che torna al covo e più non vede i suoi nati, e si era abbandonata, singhiozzando, contro la spalliera del suo trono, a cui le mancava la forza di ascendere. Si riebbe finalmente, e quando volse la faccia a Sumàti, già non era più quella.
— Il cuor della madre ha toccata una acerba ferita; — diss'ella gravemente, poichè si fu posta a sedere sull'alto suo scanno. — Ti udrò ora con calma; prosegui! —
L'Indiano s'inchinò davanti a quella semplicità maestosa.
— Ti obbedisco, — soggiunse. — Tu scenderai, com'io penso, a Babilonia, e troverai chiuse le porte della tua grande città. Questa rivolta indugiò lo scoppio fino a tanto che tu non avessi condotto lungi dal Sennaar e impegnato in una guerra pericolosa tra i monti il tuo fortissimo esercito. Ad assicurarne l'esito, era mestieri che qui ti fosse ritardato il trionfo, e fu stabilito perciò di avvisare l'Armeno, le cui lentezze e i destreggiamenti, agevoli in queste gole, avrebbero procacciato la nostra vittoria e la sua. Io stesso mi proffersi messaggiero, e venni nel tuo campo ad aspettarvi il segnale, per andarne dal re. Animo generoso, respinse egli il consiglio. Regnerebbe ancora se lo avesse ascoltato, e te, o regina, intenta a dargli caccia faticosa per queste montagne, l'annuncio della rivolta e della perdita del tuo regno, avrebbe fatto ristar dall'impresa
— Lo credi? — tuonò la regina, con sarcastico piglio. — Ai vicini prima, ai lontani più tardi, e Semiramide avrà tempo per tutti. Ma dimmi, piuttosto; per quali vie si è impadronito colui della mente di Ninia?
— Del cuore anzitutto; — notò prontamente Sumàti. — Il cuore di Ninia si era da breve tempo dischiuso all'amore, e già questa vampa era fatta un incendio. È sangue di Nino, e fortemente vuole tutto ciò ch'egli vuole. Ma la bellissima giovinetta che l'aveva infiammato, di repente morì, e tu già indovinerai di qual morte. Ella risusciterà nel tempio di Belo, quando per placare gli Dei, corrucciati contro l'Armena....
— L'Armena! — esclamò Semiramide.
— Sì! così chiama Zerduste la donna che, per castigare un fuggitivo tributario, mette a rovina l'impero. Egli ciò dice, non io. Or dunque, ella risusciterà, la fanciulla di Ninia, nel tempio di Belo, quando, per placare gli Dei corrucciati, il giovinetto, ribelle a sua madre, abbia cinto corona di re; morrà tosto, se egli la depone; così hanno decretato gli Dei.
— Orribile! orribile! Ma egli, l'astuto malveggente, morrà! E morrai tu, suo complice infame; tra i più feroci tormenti, morrai!
— Non li temo! — disse a lei di rimando Sumàti. — Mi sono dannato a morte io medesimo; che puoi tu farmi di peggio? Ben più feroci, più acerbi, ne infligge a questo mio cuore il rimorso. Ma io ho la tua fede, o Semiramide! Tu non incrudelirai nel sangue innocente, e il vecchio Sumàti morrà forse perdonato del turpe inganno, in cui cadde il più prode, il più nobile, il più generoso degli uomini. Tutto ancora non ti è noto, o regina.
— Ah! — gridò Semiramide, alla cui mente si affacciava un atroce sospetto. — E che altro rimane, per cui debba velarsi il casto raggio di Sin? Parla, o vecchio; dovessi io pure concederti, per tua maggiore vergogna, la vita! Non mi nasconder nulla, sai? Son grande ancora e possente per te; ogni parola che tu dirai ti frutterà un tesoro, se io mi appongo al vero, se il mio cuore presago ha indovinato di che ti resta a parlare.
— Sì; — disse il vecchio, a cui tanta veemenza d'affetto inaspriva i rimorsi nell'anima, — sì, o regina, il tuo cuore ha precorso la mia confessione. Ella sarà piena ed intera. Ma tu non mi darai in premio tesori nè mi farai grazia altrimenti della vita. Non mi dire il contrario! Alla mia età, gli occhi della mente vedono lunge, assai lunge, e il pensiero, ammaestrato dalla triste esperienza, non si pasce di vane speranze. Ma ecco, io ti ragiono di me, laddove di un altro mi chiede, di un altro, quell'ansia mortale che ti scolora la faccia. Sì, sventurata! Un giovine di regio sangue, di cuor generoso e di sovrumana bellezza, era venuto alle mura di Babilu. La Triade, che spiava ogni passo, ogni moto d'una donna tanto odiata quant'era bella e possente, lo incontrò sulla sua via, lo circuì, lo strinse, insieme con quella donna, ne' suoi lacci invisibili. Ella si credeva sicura laggiù, ignota ad ogni altro, siccome a lui; ma orecchi tesi e sguardi acuti vigilavano nelle tenebre. Ella per fermo non s'attendeva agli ingiuriosi sospetti ond'egli flagellava la sua dignità mentre implorava l'amor suo e le giurava eterna costanza; nemmeno pensava colei che il dubbio sarebbe da altri sfruttato, e l'amore suo prepotente fatto arma terribile contro di lei. Nostro il garzone, ella era nostra del pari. Fu compro coll'oro, vinto, ammaliato dalle lusinghe d'una facil bellezza, il più fedele, il più caro de' suoi compagni, e quanto occorreva ad ordire il più nero degli inganni, si seppe. È orribile, tu dici? A noi parve giustissima guerra, e tale forse mi parrebbe ancor oggi, se oggi io non amassi quell'uomo, quel fidente eroe, che, uscito a mala pena dalle ebbrezze d'un regio convito, fu dalla voce d'un estinto chiamato a profondi misteri nelle viscere della terra. La Triade sapeva evocare le ombre dei trapassati.
— Evocar l'ombre!... — ripetè Semiramide, con ironico accento.
— Credi almeno, — ripigliò il prigioniero, — ch'ella sapesse mentirne l'aspetto e la voce. Chiamato da magiche cifre, scese il garzone per una segreta apertura, dischiusa nella sua camera.... La camera dei leoni alati, o regina! Essa era delle antiche e più care ai re di Babilonia, innanzi che la tua magnificenza, allargando la reggia, vi edificasse una più sontuosa dimora. Il tuo gran maggiordomo, ora al fianco di Ninia, ne conosceva i segreti. Egli assegnò quella camera al biondo ospite Armeno; nè fu opera del caso, o innocente consiglio.
— Prosegui! — incalzò la regina. — E laggiù, nei sotterraneo?...
— Parlò, o credette parlar coll'estinto. I suoi felici amori con quella donna; indi il cuore mutato di lei, da ultimo la barbara morte in un abisso dischiuso a' suoi piedi, tutto narrò partitamente il fantasma, e fu facilmente creduto. Possono i morti mentire? E quello era Sandi, il suo Sandi, l'amico della sua fanciullezza, non ombra vana, creata dal sogno. Se egli ancora avesse potuto dubitarne, le livide labbra del morto, che si posarono sulla sua fronte, avrebbero dissipato quel dubbio. E credette, l'incauto, e giurò; giurò che sarebbe fuggito da quella donna, non l'avrebbe veduta più mai, avrebbe patito la morte, anzi che un altro bacio dell'impudica, che allettava e uccideva gli amanti. Sopito da filtri, come da filtri era stato indotto in ebbrezza, affinchè i suoi sensi medesimi aiutassero dove più manchevoli appariano gl'inganni, fu trasportato per la via sotterranea (da te scavata, o regina) al suo alloggiamento di Nivitti Bel. Colà, per sollecita cura del servo infedele, erano già sellati i cavalli e i cavalieri in arcione.
— Ah scelleraggine inaudita! Il negro abisso v'ha rigettati, o malvagi? Gli spiriti delle tenebre si vergognarono dunque di voi? Anima incauta, che hai fede nel bene, che il male ignori, o disprezzi, che solo metti ad eccelse cose tua mira, ecco, ciò si trama intorno a te nel silenzio; il livido serpe striscia nel buio a' tuoi piedi, ti schizza la sua immonda bava sulle candide vesti. E non avvedermi dell'insidia! E non sentirmi alle nari il lezzo della vostra presenza! Ah, tu l'hai detto, o vecchio; il tuo pensiero non può nutrirsi oramai di vane speranze; di mille morti sei degno. E senti rimorso, tu? Merita il tuo spirito impuro questa rugiada de' cieli? —
Così parlò Semiramide, sopraffatta dall'ira, e fiamme le usciano dagli occhi.
— Io t'odiavo: — le rispose freddamente Sumàti; — nè t'amo oggi, nè, pure volendo, il potrei. La tua grandezza, o regina, è minaccia perenne alla libertà del mio popolo, il più antico, il più illustre che sia comparso mai sulla terra. Nemici siamo; tu forte troppo; noi deboli. Alla forza risponda dunque l'astuzia. Ogni arma è buona, purchè ferisca il nemico. Di che ti lagni, tu, cui la fortuna concesse le parti del leone? Noi dunque i serpenti, e nelle nostre spire morrà soffocata la progenie di Cus. Ella deve sparire dal mondo, questa orgogliosa schiatta di feroci Titani. Saranno i Medi dapprima; sian pure più tardi gli Assura, i Persi, e quanti altri, soverchiato l'antecessore, s'argomenteranno di esercitare l'impero a lor volta; essi tutti cadranno e la tua Babilonia dovrà tutti inghiottirli. Io non ho mai letto così chiaramente nelle tavole del futuro, come in questo momento. Son sacro alla morte e mi attende l'altissimo oblìo, la confusione dello spirito nella increata sostanza di Brama. Accolga egli il mio rimorso; imperocchè, io lo confesso, l'opera mia sorpassò la misura, ferì a morte il più nobile cuore. Io lo vidi, quel generoso, là, solo, perduto nell'orrore infinito de' tuoi sotterranei, tra ignoti pericoli, formidabili apparizioni, bagliori sinistri e voci di morte, imperterrito, sereno ed altero come Crisna, il divino figliuolo della vergine di Madura. Così era prode, così animoso nelle armi, Naroda, l'unico figlio, che i tuoi soldati m'hanno ucciso sull'Indo. Il suo dolore mi vinse, e lo amai. Voleva spegnerlo Zerduste, mentre egli era fuori dei sensi, e lo avrebbe fatto, se io non lo avessi impedito; lo avrebbe fatto, tanta era la sua gelosa rabbia, ma avrebbe in tal guisa distrutto l'opera sua faticosa, rinunziando al trionfo del comune disegno. Da quel giorno Zerduste ebbe odio contro di me, com'io contro lui, soltanto la necessità ci tenne sulla medesima via. Ed ora ogni cosa t'è chiara. Regina, tu sei perduta; Ninia regna e Zerduste trionfa. Checchè tu faccia, o tenti, l'impero è distrutto. I Medi, e l'altre nazioni del sole oriente, non tarderanno a separarsi da te; Mesraim scuoterà il giogo della paura; i popoli di Martu, le città marinare e le isole del sole occidente ripiglieranno la loro libertà. Lo intento della Triade è raggiunto; a te, minacciosa signora delle genti, più nulla rimane. Felice ancora, se ti basterà di regnare nel cuore di lui, che un oscuro prigioniero, un vecchio condannato, ti rende. Egli t'ama, o Semiram. Nella pugna che il destino ha suscitato tra voi, egli, generoso, si elesse la sconfitta e la morte. Egli t'ama! Poteva colpirti de' suoi dardi, e non ne ebbe la forza; bensì l'ebbe per rattenere il braccio degli altri, già pronti a toglier la mira. Egli t'ama, o Semiram; t'ama pur sempre, d'un amor disperato. Sgombra da' suoi occhi l'errore, tutto parte a parte fagli noto l'inganno che Zerduste ha tessuto nell'ombra, ed egli cadrà pentito a' tuoi piedi.
— Che? — sclamò Semiramide. — Non gli hai tu già disvelato ogni cosa?
— No; — rispose Sumàti, chinando raumiliato la fronte; — non ho ardito di farlo.
— Ma penso che gliel dirai! — incalzò la regina. — Tu hai parlato de' tuoi rimorsi, o vecchio. E che? credi tu che il tuo Dio abbia ad usarti misericordia, se non t'umilii nel tuo rossore davanti a chi hai ingannato, se non diffondi la verità dove hai seminato la menzogna?
— Ah! e credi tu, — disse a lei di rimando il prigioniero, con voce impressa d'ineffabile angoscia, — che avrei scelto di offrirmi alla tua presenza se mi fosse bastato l'animo di aprirmi d'ogni cosa con lui? Bene era questo il mio primo disegno; confessargli ogni cosa, bere un sorso da quell'ampolla liberatrice e morire. Fui una volta sul punto e non ne ebbi la forza. Il veleno mi avrebbe tolto la vita, non la vergogna di quel temuto colloquio. Inoltre, egli era già tardi. Sopravvenne la pugna; indi, egli ferito e fuori dei sensi, agonizzante forse; io disperato per tanta rovina d'ogni cosa a lui cara; da ultimo con un più acerbo dubbio nell'anima, non forse l'inganno nostro, dopo avergli fatto perdere il regno e la pace del cuore, gli procacciasse morte da un tuo barbaro comando, e morte non degna di re. Semiram, io muoio consolato, pensando che tu l'ami. Tu, non colpevole, tu avrai forza di palesargli il vero. Ne sarà la mia morte il suggello, e mi meriterà il suo perdono.
— Tu parlerai! — gridò la regina con inflessibile accento. — Sarai condotto al suo capezzale e tutto egli udrà dal tuo labbro.
— No: — rispose tristamente Sumàti, — la mia vita ti ho offerto; altro non puoi chieder da me.
— Poche parole soltanto, poche parole ti chiedo. Mio re, gli dirai, la Triade t'ha mentito; hai veduto una larva creata da noi....
— No, regina, non l'ardirei. Guardarlo in faccia e parlargli in tal guisa?... È impossibile. Vedi; io mi sono umiliato davanti a te, a te che non amo. Ma tu sei donna; e la donna è per noi la creatura debole; ci facciamo più facilmente codardi con lei. Ma al cospetto di un uomo.... dell'uomo che amo!... Ah perchè, eterno Iddio, questo vecchio mio cuore sente e palpita ancora? Credevo che ei fosse morto, quel giorno che il mio povero Naroda perì. E vive, tenace, ed ama tuttavia; il paterno affetto ha trovato ancora cui dare i suoi ultimi ardori. Perchè? Come avviene egli ciò? V'hanno piante, le quali, recise in sul tronco, pure non sanno rassegnarsi a morire, e, non potendo più farsi ramo, frondeggiano dal ceppo rugoso e mettono un fiore....
— Bada, o vecchio! — esclamò Semiramide, la cui voce in quel momento assumeva alcun che di solenne. — Tu m'hai svelato poc'anzi la più orrida trama in cui possa pericolare un impero; tu m'hai mostrato l'abisso in cui sono già per cadere. Nè di questa minacciata rovina, nè di quel danno mi curo. Avvenga che vuole; io so questo soltanto, e mi basta, che, dove io comparisca, farò ancora tremare i miei congiurati nemici, e che, se io pure debba lasciarvi la vita, il mondo, per quanto duri lontano, ricorderà come Semiramide è morta. Tu mi hai addolorata, abbattuta non già, nè sorpresa. Stamane, dopo aver veduto io stessa, con questi miei occhi, il re d'Armenia nel suo letto di dolore, pallido, stremato di forze, languente, ho pregato gli Dei, ho votato ogni mia fortuna per la salvezza di quella nobile vita. Odimi ancora! Io avevo un talismano, impresso d'arcane cifre, che fu sempre con me, fin dai miei anni più verdi. Era fama che le sorti del mio regno, la mia grandezza, la mia gloria, la mia esaltazione su tutti i potenti della terra, fossero incatenate a quella negra gemma da virtù di magici incanti. Orbene, vedi; laggiù, in quelle acque profonde, io l'ho gittata stamane. La via è lunga, ed io ho veduto il mio talismano percorrerla intiera; nè mentre esso cadeva, ho sentito pur uno spasimo, una trafittura, una stretta di pentimento nel cuore. Misura da ciò l'amor mio per quell'uomo! E credi tu che, giunta l'occasione di apparirgli qual sono, di riconquistare quel cuore che è mio, potrò lasciarla fuggire? Dovrò io umiliarmi, arrossire, perchè tu, il colpevole, il traditore, il codardo, non avrai osato di farlo? —
Il prigioniero, che con ansiosa cura avea seguito il discorso della regina, chinò la testa sul petto e non rispose parola.
— Bada ancora! — soggiunse ella, con accento quasi amorevole. — Tu m'hai fatto più male che regina e donna non siano use a patire. Cionondimeno, io ti concedo la vita. Ricco e potente sarai; ma a te si spetta parlare col re. —
Sumàti taceva ancora.
— E sia di te ciò che tu stesso hai voluto; — ripigliò Semiramide. — Sarai dato a' tormenti. Ve n'ha di terribili, che fanno rizzare i capegli per raccapriccio sulla fronte ai più saldi, che trarrebbero i gemiti perfin dalle pietre. V'hanno bronzi lentamente scaldati, in cui frizzano le membra, e l'aria vien grado grado mancando, e si sente soffocare, senza poter anco morire. V'hanno strappi di tanaglie, che lacerano e traggono via a lunghi brani la pelle. V'hanno aculei che si ficcano tra le unghie e le carni, e pungono senza tregua, fanno desiderare che l'anima se ne voli in un grido. Ma la morte è più lenta a venire e l'orgoglio rintuzzato chiede finalmente mercè.... Olà, Hurki! — diss'ella, avvicinandosi al limitare, su cui fu pronto a comparire il fedele. — Vengano i tuoi; sia consegnato quest'uomo ai flagellatori; ma non prima, — soggiunse incontanente, — non prima di esser condotto alla presenza del re d'Armenia, per udirsi a ripetere laggiù tutti i suoi tradimenti. —
Sumàti, che era stato fermo alle minaccie, muto alle promesse, imperterrito alla descrizione degli atroci tormenti serbati alla sua pervicacia, diè un grido a quell'ultime parole di Semiramide, un grido che fece sobbalzar la regina e tornare Hurki sollecito sopra i suoi passi; indi, rapido a guisa di tigre, si volse indietro, corse alla finestra, e così impedito com'era dalle catene che gli stringeano i polsi alle terga, spiccò un salto sul davanzale di pietra.
— Regina, io tel dissi; — esclamò egli allora: — è questo il solo supplizio di cui temesse Sumàti. Mi sottraggo al dolore ed espio la mia colpa. Dov'è piombata la tua fortuna, piomberà la mia vita. Iddio riceva il mio spirito. —
Chiuse gli occhi, ciò detto, si spinse all'indietro e si lanciò nello spazio.
— Ah! si salvi! si salvi! — gridò la regina, correndo a guisa di forsennata, con palme tese, là, dond'era scomparso l'Indiano.
Ma come salvarlo? Affacciata al davanzale, Semiramide potè scorgere ancora il corpo brancolante che piombava veloce nel vuoto. Esso ad un tratto diè un tonfo; le acque percosso schizzarono in alti zampilli dintorno; spumeggianti gorgogliarono un tratto, indi sbattute ancora, divallate per lo squarcio improvviso, finalmente si chiusero.
Con occhi intenti, trascinata da un'istintiva cura, come di voler trattenere coll'alito una cosa che fugge, la regina guatava quell'onde che avevano inghiottito la sua fortuna da prima e l'ultima sua speranza in quel punto.
Alcuni istanti trascorsero, e l'affogato ricomparve a fior d'acqua.
— Ah, forse potrà salvarsi! — diss'ella.
— E come, mia signora? — notò Hurki, crollando la testa. — Egli ha incatenate le braccia. —
Il morente, nella postura in cui erasi riaffacciato alla luce, parve alzar gli occhi verso la regina, e quegli occhi mandarle un addio, chiederle una parola di supremo perdono. Quindi l'inerte corpo si sommerse da capo, nè più oltre fu visto; le onde si richiusero come pietra di sepolcro su lui, si spianarono e scintillarono tranquille a' raggi obliqui del sole.
CAPITOLO XX.
Alla Riscossa.
Sei giorni erano scorsi dopo le gravi rivelazioni e i più gravi annunzi del vecchio della Triade, e il grosso dell'esercito babilonese era già molto innanzi sulla via del ritorno.
Si affrettavano le schiere, veniano senza indugio, a marcie sforzate. Essendo allora nei massimi ardori dell'estate, non viaggiavano che a lume di stelle; però faceano più spedito cammino. Sostavano poche ore dopo il romper dell'alba, e si rimettevano in viaggio al tramonto del sole. Ma dopo il sesto giorno, varcato già dall'esercito il paese di Nahiri, si cominciò a guadagnare altresì qualche ora sul giorno, tanta era la fretta di Semiramide, il suo desiderio di accorciare lo spazio.
Nè, in tanta agonia di corso lanciato, aveva la regina trascurati gli accorgimenti di guerra, in cui era meritamente famosa. Giunte le sue schiere nei pressi di Haran, ella aveva spiccato cinquantamila uomini, mandandoli innanzi per la valle dell'Eufrate. Li comandava Faleg, sperimentato guerriero, fido seguace delle fortune di Semiramide, la quale, da umil grado, lo aveva innalzato ai primi onori della milizia.
Quelle cinquanta migliaia erano l'antiguardo dell'esercito. Il grosso, comandato dalla regina guerriera, doveva tener dietro a due giornate di marcia. Così era detto apertamente, e lasciato credere ai soldati, ma Faleg non ignorava che egli doveva esser solo su quella via; cionondimeno, animosamente scendeva verso Baliki e Cabur, a marcie spedite, ma giuste.
Frattanto la regina, con tutta la numerosa sua gente, piegando rapida a manca, andava a cercare la valle del Tigri, a ridosso dei monti di Lallua, ed avviavasi finalmente sulla destra riva del fiume, scendeva, come si è detto, con quanta celerità per lei si potesse.
Quale intento era il suo?
Certo, e non era da dubitarne, i ribelli di Babilonia aveano in quei giorni raunato un esercito. Quanta gente era valida alle armi nella città e in tutta la terra di Sennaar tra Bitdakuri e Larsa, già dovea essere sotto le loro insegne, volente o nolente. E fors'anco d'altri paesi aspettavano aiuto. Scendendo ella, siccome era naturale che facesse, lungo l'Eufrate, i ribelli non le avrebbero opposto resistenza che a Sippara, dove, consentendolo il luogo, si sarebbero fortificati e muniti d'ogni difesa. Laggiù dunque, o poco lungi, lo scontro; indi, se soverchiati da lei, sarebbero corsi a rifugio in Babilonia.
Ora, chiuse ad un esercito assalitore le porte di Babilonia, malagevole al sommo, per non dire impossibile, sarebbe stato lo entrare.
La gran capitale degli Accad era cinta all'intorno di salde mura e fortificata di valli profondi, nè Semiramide ignorava cotesto, ella che aveva innalzate quelle mura, credute universalmente inespugnabili allora. Poteva la gente assediata ridursi per fame? Colmi erano pel logorare di un anno i granai, e tra la prima e la seconda cinta di mura, stendevasi tanto di terreno da cavarne un raccolto che bastasse per tutto l'anno seguente.