Semiramide: Racconto babilonese

Part 2

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Dato il tempo necessario, non già all'ammirazione del popolo suburbano, bensì alle cortesie del beveraggio, il re d'Armenia si mosse, e dopo lui la numerosa sua cavalcata, con alto strepito di bardature, fragor di spade nelle terse guaine, tintinnìo di frecce nei capaci turcassi, pendenti dall'omero, insieme coi grand'archi aicàni. I cavalieri babilonesi precedevano, in segno di onoranza, il corteo.

Già il sole era da lunga pezza calato dietro i confini del deserto lontano, allorquando la schiera giunse finalmente alla vista d'Imgur Bel, il vasto cerchio di mura, la cui cresta di torri nereggiava nello spazio, poc'anzi rossastro ancora degli ultimi riflessi del giorno, ed ora tinto in azzurro, al tacito lume degli astri. Era una veduta fantastica, meravigliosa, solenne. Là in fondo, all'occaso, Barsìpa, la città sacerdotale, santuario dell'arcana scienza degli Accad, levava al cielo le smisurate sue moli. La torre delle sette luci, i cui alti ripiani colorati avevano riflesso alla vampa del sole il nero smagliante, il bianco, il ranciato, l'azzurro, lo scarlatto, l'argento e l'oro, sacri alle sette sfere luminose, non offriva più allo sguardo che un bruno ammasso foggiato a scaglioni, vera scala murata da un popolo di giganti per dare l'assalto al cielo.

Più verso il mezzo, torreggiava la piramide a tre piani, consacrata alle fondamenta della terra; e a' suoi piedi si stendeva la immane città, partita in due dall'Eufrate, il cui vano trapelava da un lungo strato di vapori diffusi. Più oltre, a manca dei riguardanti, una maggior distesa di moltiformi edifizii, di terrazzi sovrapposti e di torri, su cui grandeggiava un'altra gran mole, la reggia di Semiramide, cittadella ampiamente bastionata sulla riva sinistra del fiume, incoronata di templi, loggiati e giardini, dal cui sommo una lieta famiglia di piante, tributo di stranie contrade, protendevano in alto le larghe braccia frondose. La luna, apparsa in quel punto, vestiva d'una vaporosa luce quella magica scena, che si venia lentamente ascondendo alla vista dei cavalieri, dietro la fosca merlatura di Imgur Bel, a mano a mano che questi s'avvicinavano al fosso.

Giunsero alla perfine in capo del ponte e videro la porta di bronzo, spalancata per dar adito ai nuovi ospiti di Babilonia. Squillarono le trombe di rame; scalpitarono le zampe ferrate dei cavalli sull'ampio tavolato di cipresso; rimbombò il profondo androne, custodito da denso stuolo d'arcieri, e il re d'Armenia entrò sotto la maestosa vôlta, al fumoso chiarore delle faci intrise di nafta, in mezzo ai tori alati dal sembiante umano, colossali chimere, che pareano guardarlo sospettose e superbe, attraverso le loro pupille di smalto.

Oltrepassato l'androne, e con esso la prima cinta di mura, si offerse alla vista dei cavalieri una larga spianata, chiusa intorno da colti e da pascoli; indi una strada, corrente tra due filari di piante, qua e là tagliata da vie minori, fiancheggiata da rigagnoli, acconci ad inaffiarle nelle arsure del giorno. Folta l'alberatura ne'dintorni; rade per contro le case; quasi tutti edifizii pubblici e alloggiamenti di soldati, naturalmente posti tra la cinta esterna e Nivitti Bel, che è il secondo e più ristretto baluardo della città. Di qui, per altro, s'incominciavano a udire i soffi della poderosa vita babilonese, suoni e rumori confusi come il ronzìo d'un immenso alveare.

Al giovine principe accadeva ciò che a tutti suole in mezzo al frastuono d'una città non mai veduta, nel brulichìo d'una gente ignota, che va, viene, attende a tutte le cure, a tutti i sollazzi della vita, senza badar punto a noi, granellini di sabbia travolti dal caso nel turbinoso suo giro. Ei si sentiva come a disagio, sopraffatto, confuso, pieno di quella mestizia che non muove da vere cagioni, ma che è piuttosto il frutto del turbamento e dell'incertezza. Così il giovane arbusto, condotto a vivere in estranio terreno, rimane alcun tempo perplesso, ad occhi veggenti intristisce, prima che le sue radici si facciano a bere con la usata vigorìa i succhi vitali della nuova dimora.

E s'inoltrava frattanto, mentre d'intorno a lui il frastuono cresceva, e liete torme di popolo sbucavano dal fondo, biancheggiavano nella vasta ombra de' platani, si lumeggiavano alla spera dell'astro notturno, e, a mala pena guardando la tacita cavalcata, voltavano per certi sentieri a manca dei sopravvegnenti, sparivano e riapparivano tra il folto d'una selva vicina, donde, insieme con le fragranze dei cedri e dei gelsomini, veniano sprazzi di luce e buffi di festose armonie.

Bared, che, dopo l'entrata d'Imgur Bel, aveva affrettato il passo del suo destriero e cavalcava a paro col re, per esser più pronto a' suoi cenni, ruppe timidamente il silenzio.

— Non pare a te, mio signore, il grato suono del cembalo?

— Sì; — rispose il principe, crollando mestamente il capo; — Sandi era valente per cavarne i suoni più dolci, e la sua voce più soave ancora, quando egli cantava le sue belle canzoni. —

Bared, fatto peritoso, non soggiunse più motto. Ma il principe, quasi volesse discacciare il triste ricordo, si volse al condottiero babilonese, che gli venìa da diritta, e gli chiese nella lingua di Sennaar:

— Amico, che suoni son questi?

— Siamo oggi al plenilunio, — rispose l'altro sollecito, — e si festeggia Militta Zarpanit, la dea della gioventù, della bellezza e dell'amore, la consolatrice dei cuori, anima e vita della feconda natura.

— Lieta è Babilonia! — esclamò Ara pensoso.

— Sì, lieta; — ripigliò l'uffiziale, — e tu giungi in buon punto, o possente signore. Il tuo volto, splendido come quello di Nergal, l'astro della luce rossiccia, farà palpitare il cuore delle vezzose figlie di Babilu. —

Un placido sorriso sfiorò le labbra del principe. La bellezza, virtù del corpo, come la virtù, bellezza dell'anima, non è mai insensibile alla lode.

— Labbro incantatore! — diss'egli.

— Ed è pubblico il rito? — entrò a chiedere Bared.

— Il sacro bosco è aperto ad ogni maniera di visitatori. Qui convengono le genti di Sennaar e gli stranieri delle più lontane contrade. Se ti piace, — proseguiva il babilonese, volgendo il discorso al principe, — appena smontato alla dimora che la possente regina per questa notte ti assegna, potrai mescerti liberamente alla folla e non conosciuto vedere quanti più nobili giovani e più leggiadre donne Babilonia racchiude. Ma eccoci; questo è l'alloggiamento per te, e pe' tuoi cavalieri, a cui Nebo conservi il loro glorioso signore. —

La cavalcata diffatti era giunta dinanzi ad un vasto edifizio di due piani, le cui mura salde e profonde si vedevano rinfiancate da contrafforti di mattoni, fino ad una dicevole altezza, dove incominciava un fregio di lucide squamme, corrente per lungo sotto una fila di spaziose finestre. Il grand'arco della porta metteva ad un ampio cortile, ne' cui fianchi si aprivano le stalle capaci, e gli alloggi de' soldati e dei servi. Al piano di sopra erano gli appartamenti del re e de' suoi uffiziali.

Discesi d'arcione, i seguaci del re d'Armenia si diedero con alacrità ai loro apprestamenti di riposo, ognuno secondo l'ufficio suo; i cavalieri a dissellare, stregghiare e rinfrescare gli affaticati destrieri; i custodi de' cammelli, i bagaglioni e i serventi, a riporre gli arnesi, le provvigioni e i preziosi fardelli; tutti, da ultimo, veduto come più nulla bisognasse ai fedeli compagni del loro viaggio, pensarono a ristorarsi di cibo, di bevanda e di sonno.

Seguìto di Bared, il giovine Ara s'avviò alle sue stanze. Due eunuchi della reggia erano ad aspettarlo colà, per additargli la camera adorna di sontuosi tappeti e morbide pelli di fiere, col suo letto di soffici piume steso nel fondo, sotto un padiglione di porpora. Lo guidarono essi allo spogliatoio, tutto fragrante di preziosi stillati, e al tiepido bagno, dove l'acqua spicciava dalle fauci d'un leone di bronzo nell'ampia vasca di pietra.

Ed essi, mentre il giovane signore attendeva a quelle cure, così geniali dopo le fatiche d'un lungo viaggio, apprestavano sulla mensa i cibi eletti, il vasellame lucente, l'acqua fresca come neve e l'inebbriante liquor della palma.

Ara uscì poco stante dal suo spogliatoio, fiorente di bellezza e di gioventù, raggiante al pari d'un dio. Lasciate le vesti polverose e le fogge natali, aveva indossata la doppia tunica babilonese, bianca di sopra con fregi d'oro sui lembi, e azzurra di sotto, siccome era azzurra la clamide, che portava ravvolta con bel garbo sugli òmeri. Azzurri i calzari, che gli saliano allacciati alquanto più su della noce del piede; bianca, con fregi d'oro, la mitra sul capo.

Quelle ed altre vesti in buon dato l'ospitalità regale di Semiramide apprestava al pronipote d'Aìco. Egli avea scelte le manco sontuose; ma come avrebbe potuto farle parere più umili? Bellezza e gioventù dànno luce più viva ed allegra che non gli ori e le gemme; aggiungono leggiadria, freschezza e splendore ad ogni cosa che le circonda.

— Invero, — disse Bared a lui, come lo ebbe veduto, — il babilonese ha ragione; chi non ti amerebbe, o signore?

— Ah! — rispose il principe con accento malinconico, rimirando le sue vesti mutate. — Così Sandi vestiva! Povero Sandi! —

E così dicendo si lasciava cadere su di uno sgabello, di rincontro alla mensa. Ma Bared non gli consentì questo ritorno alle tristi ricordanze. Erano soli e le ragioni dell'amicizia ripigliavano il sopravvento su quelle dell'ossequio.

— Suvvia, mio dolce signore, — gridò egli con voce affettuosa; — non lasciarti soverchiare dalla mestizia dei lontani ricordi. La vita è tale per tutti: luce e tenebre, sorrisi e lagrime, pur troppo! Schiavi al voler degli Dei, tutti ci attende la morte; mostriamoci dunque uomini forti davanti al destino!

— Oh, Bared, mio ottimo Bared, lo so; tutti morremo, un giorno! Ma poss'io dimenticare l'amico della mia giovinezza? Questa città è una tomba, dove Semiramide impera.

— Tu la vedrai domani; il babilonese te lo ha detto, nel prender commiato da te; a domani, dunque, i molesti pensieri. Vieni, mio dolce signore! Fino a domani ignoto in Babilonia, qual migliore occasione per veder la città? Vieni; ci aspetta il tempio di Militta Zarpanit; ci aspettano questi riti notturni, così famosi nel mondo. —

CAPITOLO II.

Militta Zarpanit.

Tra Nivitti Bel ed Imgur Bel, nel tratto settentrionale di quella lunghissima zona di lieta verdura che corre tra i due baluardi, come diadema intorno alla fronte d'una regina, è il sacro bosco e il tempio di Militta Zarpanit, la gran madre, la provvida fecondatrice del germe, colei che esalta la potenza dei figli di Belo.

Folte macchie di lentischi e di mortelle, di cedri e di salici, fiancheggiano le vie tortuose e i sentieri dove luce non giunge. Tutto intorno cespugli di gelsomini e di rose, liberali de' sottili effluvî che inspirano l'amore, siccome all'amore dispongono i leni susurri dell'aura vespertina e i gemiti delle colombe, libere abitatrici del luogo, venerate messaggiere della Dea. Il sacro amòmo dal ceppo sarmentoso si leva coi tralci, si avvinghia alle piante maggiori, spandendo ombra di molteplici foglie e fragranza di rosei grappoli sui misteriosi recessi. Da un lato la via maestra, o regale; dall'altro l'Eufrate; in mezzo alla selva, murato su d'un poggio, è il tempio della Dea, con la sua cupola gialla, lungi splendente dal colmo dei rami intrecciati.

Militta Zarpanit! Donde il tuo culto, che le tarde generazioni vedranno fiorente presso tutti i popoli antichi, all'alba della lor vita affannosa? Gli Dei, che simboleggiano la forza degli elementi, ma più assai la paura degli uomini, spariranno dagli altari; i possenti della terra, i fondatori di città e di regni, santificati dall'ossequio del volgo, saranno dimenticati o confusi; ma il culto della bella natura, il culto della gran madre feconda, il tuo culto, o Militta, non perirà. Belti, Militta, Zarpanit, Thaaut, Rea, Istar, comunque ti piaccia esser nomata dalle genti di Sennaar; Astarte a Tiro, Derceto in Ascalona, Afrodite fra gli Elleni, Venere tra gli ultimi Esperii dei mondo antico, i tuoi riti saranno uguali dovunque, comechè sformati dall'indole varia dei popoli, dalla naturale trasfigurazione del simbolo, dal riuscir del mito in leggenda. A te sacro dovunque il mirto, a te le colombe, a te non mai sacrifizio di vittime fumanti, ma offerte di odorate ghirlande e incruento olocausto di cuori.

In te si venera la diva natura, che rinacque sorridente e gloriosa dall'onde. Te, sorgente dalle spume, vide la memore sapienza ellena; preceduta dalla colomba, lieta apportatrice del ramoscello verdeggiante, ti celebrarono le prime istorie della figliuolanza di Sem. L'apparir tuo fu mostra di possanza, non doma dal flutto devastatore; il ramoscello dell'alato messaggiero recò il tuo primo saluto ai superstiti, ricondusse la speranza nei cuori. E rinata alla luce, investita dalle vampe maritali del fuoco interno, vigilata dall'insaziabile sguardo dei corpi celesti, amata amante di avventurosi mortali, fosti feconda di nuovi frutti alle genti; le quali ti riconobbero madre, dalle tue cento mammelle succhiarono la vita, e il tuo culto leggiadro recarono divotamente con sè, allorquando, rifatte dai primi terrori, si sparpagliarono allegre e fidenti sulla faccia del mondo.

Imperocchè (chi nol sa?) da mezzogiorno e da occidente vennero i primi apportatori di civiltà alla terra di Sennaar, a mano a mano che su per l'erta delle convalli mediterranee li sospinse la piena crescente dell'acque, dopo che cadde inabissata nei gorghi marini la prisca terra d'Atlante e il tremuoto spezzò le immani serraglie di Abila e di Calpe. E dal mare ebbe Babilu i suoi fondatori, i suoi demiurghi. Ilu, il suo primo Iddio, il suo primo terrore, è librato sulla distesa dell'acque, o posa sulla vetta dei monti, negro come la nube che lo circonda, pregno di nembi e di folgori. Dal suo grembo squarciato escono le tre forze arcane, quasi le tre forme della sua medesima essenza: Anu, il caos primordiale, Bel, la potenza ordinatrice, Hoa, lo spirito intelligente dell'universo. L'ultimo tra questi è il dio più sensibile, il più noto, il più dimestico ai volgari intelletti; egli è il pesce dio, che reca i primi comandamenti all'umano consorzio. Daokina è la sua forma femminea, venuta anch'essa dal mare, emersa dai flutti dell'Eritreo. Lasciate che il mito si svolga; egli assumerà nuove parvenze, altri significati, altri nomi.

Difatti, agli Dei cosmogonici succedono a breve andare gli Dei siderali. Abbia la divinità un aspetto visibile; se il cielo è sua dimora, il cielo donde si sprigionano i nembi, il cielo donde ci piove la luce, vediamola nello spazio azzurro, vediamola in quelle grandi pupille di fiamma che assidue dardeggiano il mondo. Così i prischi ed oscuri elementi si rinnovano, ricompaiono in luce di stelle, ed alla vecchia triade cosmica, ecco tener dietro la triade celeste, Sin, Samas, Iva, anch'essi rinfiancati di lor forme femminine. Sin, l'astro della notte, risponde al dio delle tenebre, al caos; Samas, l'astro del giorno, risponde alla potenza ordinatrice del creato; Iva, lo spirito dell'etere, l'atmosfera trasparente, risponde allo spirito penetratore dell'universo, al pesce dio venuto dai gorghi del mare.

E adorati questi fulgentissimi numi, perchè non si adoreranno gli astri minori? Ecco, la triade si scempia ancora in tutti quei luminosi pianeti che scintillano la notte nel firmamento azzurro. I nuovi regnatori delle are son questi: Ninip, o Adar, il lontano astro che si circonda d'un candido anello, e i cui satelliti, nascondendosi tratto tratto dietro al suo disco, lo faranno apparire divorator de' suoi figli; Merodach, il più appariscente, il più splendido, epperò dal popolo babilonese chiamato figlio di Bel, e adorato più tardi siccome il vero monarca de' cieli; Nergal, il corrusco di luce rossiccia, fatto signore dell'armi; Nebo, il sapiente, protettore della eloquenza e della autorità regale, non ancora sformato dalle volgari leggende, che tra gli Elleni lo diranno rapitore di mandrie; Istar, finalmente, la stella dei soavi splendori, che la venerazione delle genti confonderà coll'antica Beltis o Bilit, forma femminea di Bel, e con Daokina, la compagna di Hoa. Astro in cielo, anima della natura in terra, diviene la consolatrice dei cuori, la increata bellezza, la fonte dell'amore; celeste, è Taauth; terrestre, è Zarpanit. Eccola adunque, sempre una in tutte le sue svariate sembianze, nata dalle onde, splendente nei cieli, vivente nel creato, cara ai mortali, madre, signora ed amante.

A lei sacro tutto ciò che risplende per grazia e leggiadria; a lei sacra la lieta fecondità; a lei sacro l'amore che ingentilisce i costumi. A lei dedicate le prime pietre che il volgo agreste ammirerà, sporgenti, solitarie, scalzate dalle acque, lunghesso il dorso dei monti; a lei i primi simulacri che il fantastico genio dell'India ornerà di cento mammelle, a significarne la materna abbondanza, laddove il genio più corretto degli Elleni la ritrarrà nelle sembianze della donna amata, e vedrà il sommo della sua divina beltà nel complesso di tutte le bellezze di Grecia. A lei consacrate le isole e i boschi odorosi, dove gemono le colombe e sguardo profano non penetra i dolci segreti. Ogni umana cosa si corrompe pur troppo, e la casta adorazione cederà il luogo a mostruosi misteri; dei quali, al postutto, è agevole il sentenziare, col sangue e il giudizio assottigliati da migliaia d'anni trascorsi.

E Militta Zarpanit chiamava ai suoi amabili riti la gente di Sennaar. Era essa la divinità più grata al popolo babilonese. Belo, insieme con le sette sfere lucenti, aveva la sua torre dai sette piani e dai sette colori nel borgo sacerdotale di Barsìpa. La triade antica delle fondamenta della terra aveva la piramide di tre piani, innalzata in quella parte occidentale della città che è più vicina all'Eufrate. Ilu, il temuto iddio delle acque, avea la città tutta quanta e la soggetta pianura; Nisroc, o Salman, núme dalle ali e dal rostro aquilino, Assur, il protettore, nella cui faccia umana e nelle membra di toro alato raffiguravasi la forza e l'intelligenza divina, custodivano, paurosi simulacri, le cento porte di Babilu Militta, più soave e più cara, aveva sulla riva destra del gran fiume il suo tempio, i penetrali, la selva e i riti notturni. Non risplendeva essa, amica stella nei cieli, la prima ad apparire dietro al sole cadente, l'ultima a dileguarsi ai primi chiarori dell'alba?

Il suo bell'astro scintillava nell'azzurro sereno, accanto alla colma luna, rallegrando il creato di miti splendori, allorquando il giovine Ara, vestito delle nuove fogge babilonesi, si inoltrò, in compagnia del suo Bared, sotto i platani che faceano confine alla selva. Quel lieto viavai di gente sconosciuta, que' volti sfavillanti di gioia, quelle donne a mezzo velate che si appoggiavano fidenti al braccio degli amati, quel luccichìo di fiaccole, quell'effluvio di fragranze, quell'onda di musicali concenti tra i rami, rapivano il suo cuore, facendolo immemore d'ogni cosa, susurrandogli arcane parole, che avevano un'eco nel profondo dell'anima. Giovinezza beata! come le arride il futuro! e come i suoi dolci incantesimi possono far tacere in lei le mestizie d'un passato, che ancora non ha avuto agio di mutarsi in assenzio! A lui l'ignoto, con le sue lusinghe, le promesse, le speranze dolcissime, sorrideva sotto quei rami in quella moltitudine appariscente e festosa, immagine del mondo in cui egli era entrato per la porta d'avorio. Ed ammirato, estatico, fuori di sè, saliva lentamente, rasentando le belle coppie innamorate, pei meandri del bosco.

Com'egli fu giunto al sommo del poggio (chè tale era la forma del sacro recinto), gli si parò davanti agli occhi la maestosa mole del tempio, torreggiante su d'una piattaforma che gli facea terrazzo in giro, e a cui si saliva dai quattro lati, la mercè di ampie gradinate. Le mura di sostegno si vedeano fregiate di bassorilievi e dipinti, in onore della Dea, e di iscrizioni, scolpite nei venerati caratteri della stirpe degli Accad, somiglianti a chiovi impressi per lungo ed in mille guise intrecciati. A' piedi delle gradinate vegliavano leoni di granito; certamente posti colà, sotto gli occhi della Dea, come emblemi della forza, cui la bellezza soggioga. E il tempio difatti innalzavasi poco più in alto, cinto da doppio giro di colonne, coronato di capricciosi fregi e di eleganti merlature, sormontato da una svelta cupola, rilucente nello spazio azzurro ai raggi della luna.

Il suono dell'arpe e dei cantici era da pochi istanti cessato innanzi all'ara della gran madre Militta, e già la moltitudine devota scendeva a torme dal limitare, spandendosi lungo i terrazzi e per le scalinate, a guisa di fiume che rompa fuori dagli argini. Il vano della gran porta appariva vestito dell'aurea luce, ond'era sfolgoreggiante l'interno, e di là venian profumi d'incenso, di gálbano, di cinnamomo e di mirra.

Dopo essere rimasto un tratto immobile a contemplare da lunge quella scena incantevole, il re d'Armenia si avviò verso la gradinata, in mezzo alla moltitudine, che scendeva dal tempio, o saliva.

I raggi della luna rischiarando il suo volto e la leggiadra persona, si fece a breve andare dintorno a lui quella ressa curiosa, quel bisbiglio, quell'avvicendarsi di domande e di ammirazioni, che furono mai sempre, e saranno, il più naturale omaggio reso alla bellezza dal volgo dei riguardanti. Ora, presso i babilonesi, come presso tutti i popoli antichi, più schietti adoratori della forma, quell'omaggio era più facile a rendersi, nè solamente riservato alla donna, come accade tra noi, non so se più austeri, o più invidi.

Turbato un tal poco da quegli atti curiosi e da quelle voci di meraviglia, il giovine affrettò il passo fin sopra la spianata; s'inoltrò sotto il pronao del tempio, che era sorretto da enormi tronchi di palma foggiati a colonne, ed oltrepassò il sacro limitare, fiancheggiato dai simbolici leoni di pietra.

Colà, un più meraviglioso spettacolo si parò davanti agli occhi del giovine. Sulle prime, tra per la luce riflessa dalle lamine d'oro e d'argento, che correano alternate sull'alto delle pareti, e per la nube d'incenso che si diffondeva nell'ampio recinto, parve a lui d'essere, anzi che tra' mortali, nella regione dei sogni, in cui si pregustano le delizie celesti. Ma, a poco a poco, avvezzando lo sguardo a quella vaporosa veduta, egli potè discernere partitamente ogni cosa.

La cella sacra, dov'egli avea posto piede, era un'ampia sala quadrilunga; conterminata da un'abside, su cui si levava la cupola, già veduta di fuori. Le mura tutto intorno apparivano ornate di stucchi, con iscrizioni e bassorilievi colorati, fino all'altezza degli stipiti di un gran numero di porte, le quali mettevano alle camere dei sacerdoti. Ai lati di queste grandeggiavano leoni e tori alati, dal volto umano, o dalla testa d'aquila, che parevano vegliare riverenti, a custodia delle mezze figure chiuse nel circolo eterno, con lunghe ali distese, emblemi della divinità suprema, i quali si vedeano scolpiti più in alto. E dove finivano le sculture e i dipinti, incominciavano i fregi di lamine d'oro, intelaiati a guisa d'arazzi nel vano di un finto colonnato d'argento, che saliva a sostenere un sopraccielo di legno prezioso, partito a cassettoni, con entro rosoni ed altre fogge di fantastici fiori, messi ad argento ed oro, siccome le colonne già dette. Nell'abside, sotto la cupola, sorgeva l'altare di Militta, masso di diaspro riquadrato e lucente, su cui s'innalzava il bianco simulacro della Dea, che poggia il piede sul domato leone, e reca tra mani il fiore della vita. Ai quattro angoli dell'altare, fumavano, entro bracieri sostenuti da tripodi di bronzo, i quattro aromi più grati agli abitatori del cielo; e d'ogni parte pendevano, in lungo ordine disposte, le lampade d'argento, donde i lucignoli di bisso attingevano l'olio fragrante, per dar luce e profumi all'intorno.