Semiramide: Racconto babilonese
Part 19
Egli era là, il traditore, il leggiadro straniero, così facilmente impadronitosi di lei nel sacro bosco di Militta, Ara il bello, il benvenuto alla reggia, l'ospite inebriato, che celava la perfidia nell'anima! Egli era là, il superbo dispregiatore, il primo che l'avesse mortalmente offesa, lei, la signora del mondo! Egli era là finalmente, il tributario ribelle, per cui tante migliaia di guerrieri aveano incontrata la morte, il feroce, l'immemore, che aveva osato tender l'arco e toglier di mira un cuore, già da lui con più crudele arma ferito. Destro e audace a colpirla nel più intimo degli affetti, non gli era bastato l'animo a squarciarle il seno in battaglia! Ella, una donna, era stata più intrepida, più forte, più generosa di lui. Però giusti gli Iddii ed ella vincitrice a buon dritto; egli là, vinto, disonorato, morente forse!...
Si accostò al suo capezzale. Il ferito dormiva, d'un sonno greve, affannoso. Allungò peritosamente la mano su lui. La fronte gli ardeva; grosse stille di sudore bagnavano le tempie, rapprendevano i capegli. Tremò tutta a quel tocco e ritrasse la mano.
— Ma che gli ho fatto io? — mormorò nell'angoscia del suo cuore. — Perchè è egli fuggito? Perchè m'ha fatta vergognar di me stessa? È orribile, orribile! E m'odia egli, dopo avermi sprezzata. Io ho saziata la collera mia; non l'odio più; l'ho mai odiato? O Militta, o protettrice, m'avrai tu condannata per sempre? E sia; ma io darei me stessa, il mio regno, la mia fama nel mondo, tutto darei, per rattener questa vita che gli sfugge dal seno. —
Così disse, piangente, perduta dell'animo, e tratta dalla piena del dolore, cadde ginocchioni daccanto a lui, lo baciò d'un bacio sommesso, ma intenso, ma lungo, bacio di donna amante che tutta all'amor suo si concede.
— Risorgi, adorato, — esclamò, — ed odiami pure! —
I singhiozzi poteano tradirla, risvegliare il sopito. Si tolse prontamente di là, e andò a ricadere dietro lo stipite dell'uscio per cui era venuta. Si vergognava del suo pianto, la possente regina, la sventuratissima donna. Pure, quelle erano le più nobili lagrime che avesse mai versato creatura mortale.
Inginocchiata, colle palme tese, pregò.
— Anu, o soccorritore, tu che dai la costanza ed esaudisci le preci, non allontanare il tuo sguardo da me. Bel, padre supremo, che tempri lo scettro ai regnanti; Auv, guida e custode, signore del mondo; Nisroc, che governi le unioni, signor dei misteri e re degli abissi inesplorati, ascoltatemi. Sam, o reggitore del cielo e della terra, tu, cui ho innalzato un tempio, facendolo splendido come il tuo astro, coll'oro di cento popoli vinti; Adar, tu che sperdi ogni resistenza; Nergal, che hai data a me la vittoria della spada; Nebo, o sapientissimo, che leggi nei profondo dei cuori, come nell'immenso dei cieli, nume pietoso, che risani e conforti; uditemi voi, soccorretemi, per l'amore delle vostre spose immortali; date voi luce e forza al mio spirito, risollevatemi voi, fate che quest'uomo non muoia; o uccidetemi con lui! —
Confortata dalla preghiera e rasciugate le lagrime, tornò ancora la misera donna al letto dell'amato, e lui baciò in fronte più volte.
Ma in quel punto, o fosse che la presenza di lei, avvertita nel sonno, riscuotesse il ferito, o ch'egli altrimenti dolorasse per la medesima acerbità della piaga, il supino mosse la testa sul guanciale e diede un gemito fioco. Temè ella non si destasse d'improvviso e la vedesse in quell'atto; però fu pronta a ritrarsi e, ravvoltosi il manto sul capo, con un passo leggiero si involò dalla camera.
Quella visita l'aveva spossata. Il sonno discese sulle sue palpebre; ma fu sonno affannoso, febbrile, turbato da dolorose visioni.
Sognò che l'uomo diletto era presso a morire, e che a lei sola era dato di camparlo da morte. Ma come? Facendo sua la sorte del giovine, partecipando alla sventura di lui. Ara aveva perduto il suo regno; anche ella dovea perdere il suo.
La regina possedeva una negra gemma, con caratteri incisi, d'una lingua sconosciuta, intorno ai quali il più dotto dei Casdim aveva affaticati vanamente gli occhi e l'ingegno. Quella piccola pietra, tonda, levigata ed opaca, era dono della sacerdotessa di Derceto, in Ascalona; di quella severa e malinconica sacerdotessa che l'aveva educata presso di sè, ed amata a guisa di figlia, lei oscura bambina, raccolta sui gradini del tempio. Per anni ed anni, la ignara fanciulla aveva creduto che quella donna fosse sua madre; ma un giorno le avevano detto che ciò non era; che, giovanissima ancora, Astarte era stata consacrata agli altari e di madre non aveva per lei che l'affetto.
Ora il dì che Semiram, fatta sposa a Mènnone, usciva dal tempio di Derceto, la mesta sacerdotessa l'aveva chiamata a sè, e dopo averla lungamente stretta al suo seno e bagnata delle sue lagrime, così s'era fatta a parlarle togliendosi quella negra gemma dal collo:
— Arcani caratteri sono incisi su questa pietra, o figliuola, e d'alta virtù l'hanno dotata gli Dei. Essa custodisce dai pericoli ed esalta chi la possiede. Io non l'ebbi che tardi! Ma non mi esalta, non mi giova ella forse, poichè tu l'avrai nell'uscire di qui, e la sentenza della tua vita non è ancora impressa nelle tavole del destino? In te io rivivo, o Semiram; in te, che io amai, come se tu fossi carne della mia carne e sangue del mio sangue. Tu abbila cara, custodiscila gelosamente; essa ti recherà ventura in ogni cosa che imprenderai; donna d'umile stato, ti renderà felice nelle pareti domestiche; salita ad alte fortune, ti guarderà dai rovesci, ti conserverà ciò che avrai per essa acquistato. —
Nè la promessa era stata fallace. Non lieta ne' suoi affetti, Semiramide avea pure ottenuto quanto a creatura mortale è dato di conseguire, nella prosperità delle imprese e nella altezza del grado. Il talismano si chiariva acconcio alle grandi ambizioni. E ad esso ascriveva la regina il suo continuo inoltrarsi di trionfo in trionfo, la felice intrapresa di Bakdi, il diadema regale, la gloria, i popoli vinti o raccolti sotto il suo scettro potente. Tutto, come signora di genti, erale andato a seconda; quel talismano l'aveva preservata nei pericoli, esaltata nelle prosperità, sottratta quasi alla legge delle umane vicende.
Però, in ogni impresa a cui s'accingesse, soleva la regina portare la negra gemma sospesa al collo, incastonata nel mezzo ad un monile di perle. E quel talismano le venne mostrato dal sogno. — Gittalo in mare! — le bisbigliava una voce arcana. — Tornino le perle alle conchiglie natali; torni la pietra a confondersi coi negri sassolini del fondo. Tu pure tornerai donna in tutto simile all'altre. Forse la sorte, che ti fece avventurosa sul trono, si muterà; ma per fermo avrai fatto felice il tuo cuore. Essere ogni cosa non è dato ai mortali; o il regno, o il tuo diletto; o la possanza o l'amore. —
Ed ella non esitava pure un istante. Toltosi il monile dal collo, con pronta mano lo gittava nei flutti. Con quelle perle s'inabissava ne' gorghi la sua fortuna ed ella, sereno il ciglio, l'avea veduta perire.
Ecco, ad un tratto, tremava sui cardini, si sfasciava il suo fortissimo impero. — Regina, — diceva un nunzio, accorrendo ansioso con occhi smarriti, — il re di Mesraim vien meno alla fede giurata e aduna le sue schiere contro di te. — Regina, — soggiungeva un secondo, ancora lordo di sudore e di polvere, — i popoli del lontano occidente hanno occupate le tue isole, distrutte le tue colonie; già scendono alle spiaggie di Martu, donde finora imperasti felice sui mari. — Regina, il tuo regno è caduto; — gridava un terzo piangendo; — I Medi e i Persi, ribellati, calano dalle montagne; il tuo popolo, il tuo popolo fedele, si è collegato coll'inimico e gli ha dischiuso le porte. —
Frattanto, negli oscuri penetrali del suo pensiero, un'ombra cresceva, si condensava, assumeva umane parvenze. Avea volto a lei noto quel sinistro fantasma; eppure in quella negra barba, in quella fronte spaziosa, in quegli occhi profondi, ella non sapea più discernere il ricordato sembiante. Ma poco lunge, seduto sul trono di Nemrod, il figliuol suo, l'amato suo Ninia, regnava, e una gran luce di contentezza era diffusa sul volto adolescente; ma Ara, il diletto del cuor suo, non posava già più sul triste giaciglio; ma una rosea nube li accoglieva ambedue, li alzava da terra, li portava con soavissimo impulso per le vie dello spazio. Candide colombe, volate infino a loro dal recinto sacro a Militta, guidavano la rosea conca perlata, su cui riposavano essi, l'uno nelle braccia dell'altro.
— Oh, quanto io t'amo! — le susurrava egli, baciandole il viso e colle dita errabonde accarezzando le sue morbide chiome. — Odiai la regina, ma amo, ho sempre amata la donna. Atossa, mia divina Atossa, perdonami; sorridimi, o diletta; io son tuo. —
Un senso d'inusitata dolcezza le corse per tutte le fibre, a quelle soavi parole. Ella era felice, intensamente felice, com'era stata un'ora sola in sua vita.
Si svegliò in quel mezzo, e per le ciglia semichiuse le apparvero i primi chiarori dell'alba, che tingeano d'azzurro le nevose vette di Urarti. Ahimè! la povera Semiram, dal vaporoso reame dei sogni, faceva ritorno alle orride asprezze della vita. Ma ancora nell'aria le parea di sentire la fragranza ineffabile di quel bacio, e un ultimo soffio di quella voce carezzevole che le ripeteva: Atossa, io ti amo; son tuo.
Sorse dal letto e fe' chiamare alla sua presenza il capo dei Casdim. L'indovino fu pronto a comparirle dinanzi.
— Possente regina, vivi in perpetuo. Che posso io fare, che ti sia grato?
— Il re d'Armenia?... — dimandò ella con ansia.
— Riposa. La sua notte fu calma, più ch'io non credessi. Siamo oggi al punto fatale....
— E speri? — incalzò Semiramide, figgendo gli occhi suoi scrutatori in quelli del Casdim.
— Negli Dei è ogni nostra fidanza; — rispose egli, chinando la fronte. — Ho sognato poc'anzi che essi lo serbavano in vita, perchè tu avessi liberamente a disporne, o regina.
Semiramide lo guardò stupefatta.
— Hai sognato! — esclamò. — E credi nei sogni?
— Sono gli Dei che li mandano; — disse, con accento di sicurezza l'indovino; — però sta scritto: «Dai sogni infausti, o re del cielo, difendici; o re della terra, difendici!» A noi recano le notturne visioni gli spiriti, che si muovono per voler degli Dei nel profondo de' cieli e della terra; a noi le recano, perchè in esse leggiamo gli eccelsi avvertimenti. Non ci consente la vita della carne di sollevarci agli Dei; soltanto nella notte, quando l'anima s'è disgiunta dal corpo, ci è dato di comunicare con essi.
— Eccelsi avvertimenti! — ripetè Semiramide. — Sta bene; io li ho per tali, e obbedisco. —
S'avvicinò, così dicendo, a uno stipo che contenea le sue gemme; ne tolse il monile di perle, contemplò il talismano, lo baciò e si mosse verso il verone, che dava sulle acque.
Il Casdim la guardava attonito e tremante. Imperocchè egli non intendeva perchè lo avesse fatto chiamare la regina a quell'ora, nè perchè, dopo le strane domande, avesse cavato fuor dallo stipo il suo monile di perle.
— Dimmi ancora: — ripigliò Semiramide, volgendosi a lui, dal vano della finestra, ove si era recata; — non è egli vero ciò che ho sempre udito dai savi, che l'acque di questo lago son salse?
— Sì, mia signora; epperò questa gente lo chiama il mare di Van. Fu un tempo che quest'ampio lago e i mari lontani eran tutti una sola mistura.
— Al mare, dunque, al mare! — proruppe la regina senza ascoltarlo più oltre.
E gittò incontanente il talismano nel vuoto. Volò in aria il monile, e tratto dal suo peso andò veloce al basso, diè un tuffo nelle onde azzurre e disparve.
Ora le perle di Semiramide erano note al popolo delle quattro favelle, per l'arcana virtù attribuita a quella pietra nera che vi era incastonata nel mezzo.
— Che fai, regina? — gridò esterrefatto il Casdim. — Quel talismano che ti ha sempre custodita, che ha sempre esaltato il tuo regno....
— È là nei gorghi profondi; — interruppe la regina con fervido accento. — Non m'hai tu detto, o saggio indovino, che egli s'ha da credere ai sogni? Un sogno m'ha ingiunto di gittarlo nel mare. L'eccelso avvertimento è stato seguito da me. Vanne, ora, e se vorrai dire: «son cadute le perle di Semiramide in mare,» aggiungi che esse tornarono là dond'erano uscite, e nessuno potrebbe oramai discernere il luogo.
— Io tacerò, possente regina; — balbettò l'indovino, chinando la fronte e le spalle in atto umilissimo. — Te certo inspirano gli Dei; ma il volgo non dee sapere ogni cosa; chè potrebbe cavarne presagi funesti e intiepidir nella fede.
— Va dunque, ritorna al re d'Armenia. Vivo lo voglio! — aggiunse ella, con tale intensità di desiderio che parve furore e trasse in inganno la mente del Casdim. — Semiramide è grata a chi interpreta i suoi voleri e secondo l'opera sua. Chiedi ciò che vorrai, se egli è salvo da morte.
— Possente signora, — rispose il Casdim, — l'uomo farà quanto è in poter suo. Ministrerà i farmachi salutari e implorerà con fervide preci il soccorso di Nebo. Se cessa quell'ardore ond'è tutto invaso il ferito, se egli riapre gli occhi alla luce e dal suo parlare si fa manifesto che nessuna parte del cavo petto fu lacerata dallo strale de' tuoi, scioglierò un cantico di lode agli Eterni, imperocchè egli sarà risanato. Ora io vado obbediente al tuo cenno, o regina. Unico premio alle mie fatiche, desidero sia prospero sempre e avventuroso il tuo regno. —
Partì, ciò detto, meditando in cuor suo, ma non intendendo per fermo, che significasse quella furia improvvisa della regina, e lo aver essa gittato il suo talismano nelle acque. Bene avrebbe voluto sapere del sogno; ma oltre che non era costume d'interrogare i monarchi, egli giustamente pensava che in quel momento la sua curiosità avrebbe potuto tornargli dannosa. L'essere Casdim non bastava ancora a salvare un uomo dai flagelli e dai chiovi del patibolo. Superstiziosi, ma feroci, erano i re della stirpe di Nemrod; temevano a volte gli Dei, ma non pativano libere parole dai sacerdoti. Soltanto dopo che il popolo delle quattro favelle, e tutti con esso i figli di Assur, ebbero sperimentata la tirannide forastiera, e una seconda dinastia nazionale fu innalzata dai Casdim, questi sacerdoti, indovini, osservatori degli astri, diventarono una setta potente e temuta, che fu la gloria da prima, indi la rovina del più nobile tra gli antichissimi imperi.
Uscito il Casdim, la regina rimase a lungo assorta ne' suoi turbinosi pensieri. Quel giorno, quell'ora, decidevano della sua sorte; da quella di Ara, la sua vita pendeva. Nè già più si ricordava del regno; il talismano gittato non le tornava alla mente, in quel punto, che come argomento di dubbio. Può ella chiudersi (diceva) in una vil pietra, questa favoleggiata virtù che incateni gli eventi e governi a sua posta il futuro?
Un rumore di passi la scosse. Era Hurki, il fido guardiano, che compariva sul limitare.
— Orbene? — gridò ella, balzando in piedi, e della mano comprimendosi il petto, quasi volesse impedire al suo cuore di battere.
— Signora, — disse Hurki, — i Casdim ti stanno mallevadori della vita del re d'Armenia. Egli è salvo.
— Ah! salvo! ripetilo!
— Sì; ogni timore è svanito, — ripigliò il capo degli eunuchi; — l'ardor delle membra è cessato; il re d'Armenia ha aperti gli occhi ed ha ringraziato di lor cure pietose gli astanti, sebbene egli ha soggiunto, avrebbe meglio amato non risvegliarsi più mai. —
La fronte di Semiramide si ottenebrò, a quelle amare parole, e un freddo acuto le corse per tutte le fibre. Ma da lunga pezza oramai ella era temprata al dolore, e, passato quel primo istante d'angoscia, ricuperò l'impero di sè medesima.
— Sta bene; — diss'ella crollando alteramente la testa; — egli è salvo; amerà ancora la vita. Ma dimmi; come è egli avvenuto che in quel momento, dopo tante dubbiezze dei Casdim....
— Regina, neppur essi lo sanno, e vedono in ciò un prodigio dei Numi. —
Semiramide non aggiunse altre dimande. Il suo voto era stato esaudito.
— O Astarte, madre mia, perdonami! — mormorò ella tra sè. — Ho gittato il tuo dono; ma egli è salvo, il crudele! Non avresti tu fatto il medesimo, se l'ignoto re del tuo cuore avesse aspettato da te la vita, o la morte? —
Si volse allora per congedare il servo fedele. Ma in quel mezzo uno scriba dell'esercito chiedeva licenza di entrare al cospetto della regina. Fu subitamente introdotto.
— Possente signora, — disse lo scriba prostrandosi a terra, — il novero dei prigioni, giusta il tuo comandamento, fu fatto. Tra i pochi che furono colti insieme col re d'Armenia, uno ve n'ha che disertò le tue schiere dal campo di Assur. Egli è un Indiano, e l'hanno riconosciuto parecchi; nè egli, or ora interrogato, lo nega.
— Faleg conosce i miei voleri; — disse brevemente la regina; — tratti in servitù i prigionieri aicàni; a morte i disertori.
— Egli è l'unico disertore, e innanzi di soggiacere alla sua pena, chiede di esser condotto a te. Qual fede meriti il suo dire, non so; ma egli giura di possedere alti segreti e di non poterli svelare che alla regina degli Accad. —
Il cuore le si strinse a quell'annunzio dello scriba. Sinistro presagio! Il getto del talismano portava già forse le sue conseguenze fatali?
Stette così per pochi istanti silenziosa, pensando, chiedendo a sè stessa che mai volesse dirle quell'uomo. Forse era un codardo, che non sapeva morire, e mendicava un pretesto per prolungar la sua vita. Ma no! Disertore, colto coll'armi in pugno, al fianco di Ara, forse diceva il vero, alti segreti chiudeva in cuor suo. Ma quali, che non risguardassero il re d'Armenia, fors'anco la sua fuga da Babilonia e gli alteri dinieghi che lo avevano condotto, lui e il suo regno, a così misera fine?
— Venga, — esclamò la regina: — lo aspetto. —
CAPITOLO XIX.
Gli arcani della triade.
Poco stante, condotto dallo scriba, entrò nella camera della regina il vecchio Sumàti, stretto i polsi dietro alle terga da catene di ferro. Chinò egli il capo davanti a Semiramide; indi rimase immobile, in attesa d'essere interrogato da lei, triste, ma fermo, nell'abbronzato sembiante.
— Chi sei tu? — dimandò la regina, a cui quel volto non ricordava nulla di noto.
— Un indiano; — rispose il prigione. — Mi chiamo Sumàti. Discepolo di Manù, ho consumata la mia giovinezza sui Veda, santissime pagine dettate da lui per la salvezza degli uomini.
— Com'eri tu nelle mie schiere?
— Fui fatto prigione sull'Indo, mentre io davo alla patria mia, al buon re Staprobate, l'aiuto che per me si poteva, il mio braccio e quello dell'unico figliuol mio, contro le tue armi invaditrici. Vissi un anno in Babilonia; da ultimo, intimata da te la guerra agli Armeni, mi giovai della presenza de' miei fratelli di patria nel tuo numerosissimo esercito; viaggiai coi custodi degli elefanti, e giunto con esso loro fino al campo di Assur.
— E di là, perchè hai tu disertato, riparando in mezzo ai nemici?
— È il mio segreto; — rispose gravemente Sumàti; — ed io tel dirò. Ma tu mi giurerai, innanzi tutto, o regina, che il re d'Armenia avrà salva la vita. Tristi voci corrono nel tuo campo; — continuò il vecchio, senza por mente agli atti di Semiramide, cui tanto ardimento aveva compresa di stupore e di sdegno; — si dice che tu pensi farlo morire di crudelissima morte e che per ciò solo i tuoi Casdim si travagliano a risanarlo della sua grave ferita.... —
Semiramide si contenne a stento.
— E se tal fosse l'animo mio? — domandò ella con piglio superbo.
— Faresti orribile cosa, — disse a lui di rimando Sumàti, — e a te di danno certissimo; imperocchè io tacerei, io, tuo prigioniero e condannato a morte, che pure, per capriccio della fortuna, ho la tua vita nel pugno.
— Ah, credi! — replicò la regina, con aria di sommo disprezzo. — Io frattanto ho la tua e vo' darla ai tormenti.
— Io medesimo te la offersi; — ripigliò tranquillamente Sumàti, — chiedine al tuo Faleg, ed egli ti dirà ch'io mi son posto in sua mano. I tormenti non fanno paura ai seguaci di Brama; uscir di vita non mi duole per fermo. Fin dal momento che non v'ebbe più speranza per l'armi aicàne, avrei potuto darmi la morte; nol feci, perchè anzitutto mi premeva la salvezza del re. E certo, se la tua collera non si fa ella a colpirlo, io l'ho salvato, stamane....
— Tu? in qual modo?
— Io, sì! Ho qui meco un'ampolla; ma le mie mani non possono cavarla fuori dal seno, impedite come sono di ferri... —
Hurki, ad un cenno della regina, si avvicinò al prigioniero, e frugatolo, gli tolse dalla cintura un'ampolla, dal cui seno traspariva un umore verdognolo, e la recò a Semiramide.
— In quell'ampolla, — proseguì Sumàti, — è un liquore possente, stillato da piante arcane della mia terra. Una metà di questo liquore basterebbe a dare la morte; lenta morte e soave, ma certa. Una goccia sola, stemperata nell'acqua, rinfranca, ravviva gli spiriti languenti. Così ho io richiamato nelle vene del re la vita che sembrava fuggirgli; e credano pure i tuoi Casdim ad un prodigio del cielo, o alla efficacia dei farmachi loro. Ieri appena e stamane, mi fu dato di rimanere solo un istante con lui, per ministrargli la portentosa bevanda. Ora egli è fuor di pericolo, ed eccomi a te, o regina degli Accad, per espiare i miei falli, narrarti il passato e il futuro, senz'altro compenso per me, tranne questo: la vita e la libertà di quell'uomo.
— Il futuro? E il passato, hai detto? — sclamò la regina, guardandolo fiso negli occhi, come volesse penetrargli nell'animo.
Il prigioniero le rispose con un ripetuto cenno del capo, che voleva dire: l'una cosa e l'altra saprai.
Tosto la regina si volse allo scriba e di un gesto lo accommiatò. — Hurki, — diss'ella poscia al capo degli eunuchi, — esci sull'atrio ed attendi. —
Rimasero soli nella camera, ella e Sumàti.
— Parla! — gridò Semiramide allora, muovendosi ansiosa verso di lui. — Per gli Dei che il popolo delle quattro favelle ama ed onora; per l'acqua dell'Oceano, donde emerse Oanne, il pesce dio, ad insegnare la sapienza ai mortali; per tutto ciò che splende nello spazio azzurro; pei sacri elementi delle cose create; per gli spiriti eccelsi, che presiedono alle stagioni; pei divini serpenti; che più? pel capo di Ninia, lo giuro; il re d'Armenia vivrà, nè gli sarà torto un capello. Se io fossi così malvagia donna da venir meno al mio giuramento, Anu, il regnatore de' cieli, non sorregga più il fianco della mia regia autorità; non m'illumini più la mente inferma il veggente occhio di Nebo; Militta Zarpanit non ascolti più le mie preci. Ecco, io pongo la mia mano su te, in pegno della mia fede; ma parla, in nome del tuo Dio, dimmi tutto quello che sai.
— Grazie, regina! — rispose prontamente Sumàti. — Ora il mio supplizio incomincia; e il tuo, povera donna, non sarà meno acerbo, pur troppo! Odimi; tu sei tradita. Tu vivi sicura, trionfi in Armavir, e Babilonia da sette giorni s'è ribellata, già maledice il tuo regno.
— Ah, per gli Dei! — proruppe Semiramide accesa in volto di sdegno. — La tua lingua ha mentito.
— Tu non avevi ancora levate le tende dal piano di Assur, quando scoppiò la rivolta: — proseguì umilmente quell'altro. — Non hai tu veduto, per gli alti silenzi della notte, i fuochi che ardeano sui colli, da Assur fino al paese di Nahiri? Per lungo ordine seguivano essi, fino alle alture di Sippara. L'un dopo l'altro accesi, essi davano a me il rapido annunzio, che forse ti giungerà fra alcuni giorni pe' tuoi corrieri; se pure ei non saranno arrestati per via. In tal guisa avvertito, uscii dal tuo campo, corsi alle tende aicàne....
— Ma tu? — interruppe la regina, balzando indietro per alta meraviglia e terrore, mentre venìa guatandolo con occhi smarriti. — Chi sei tu, a cui giungono per tal via, e premono tanto, così gravi novelle?