Semiramide: Racconto babilonese
Part 18
Il re d'Armenia volge lo sguardo all'altra riva del fiume. I Medi, accalcati colà, non dànno segno di volersi muovere ancora. Tosto egli manda messaggi a Vasdag, che tolga dalle sue file quanti più uomini può, senza suo nocumento, e li avvii lunghesso la sponda destra del fiume, per cogliere gli elefanti di fianco. Egli intanto fa testa co' suoi; ma invano. Gli smisurati animali, incitati dagli spiedi de' guardiani che siedono loro sul collo, galoppano contro le sue schiere mal ferme, scuotono gli orecchi, larghi come ali di enormi vipistrelli; cogli acuti barriti sgomentano i cuori più saldi.
Qualche freccia più fortunata si ficca tra le giunture dei pettorali di ferro ed essi colle curve proboscidi strappano le canne innocenti, le gittano sul volto ai nemici. Stizziti dalle punture, si scagliano entro le file, mentre dall'alto delle torri che recano in groppa, guerrieri babilonesi scaraventavano sabbia e bitume infuocato. I larghi petti, muniti di sprone, già sono addosso ai cavalli; come prore di navi fendono il mare, così essi la calca; e intanto le proboscidi guizzano in aria, scendono nella mischia, afferrano, strizzano, lanciano in alto le vittime. Pallidi, esterrefatti, i soldati armeni dànno le spallo, s'incalzan fuggendo davanti ai negri colossi.
Infiammato di sdegno, coi primi che gli giungono in aiuto dalle schiere di Vasdag, il re d'Armenia fa impeto nel fianco dei mostri. I più audaci de' suoi si cacciano sotto, tentano di strappare le cinghie che tengono ritte le torri, di tagliare i garretti e di squarciare il ventre alle belve. Un elefante cade, ma schiaccia nella caduta i suoi uccisori. Avanti! avanti sempre! Un altro, per mano del re, ha recisa la proboscide ed agita urlando il moncherino sanguinolento; infuria coi denti d'avorio e trafigge chi non è pronto a cansarsi, indi si volta indietro, mette a scompiglio le file. Sollecito il guardiano, perchè non abbia a recar danno maggiore tra' suoi si toglie da fianco un lungo scalpello e, appuntatolo sulla giuntura della cervice, tanto vi picchia su col maglio ferrato, che spezza il cranio e fa stramazzar l'elefante.
Ma, caduti quei due, altri molti ne restano e menano strage all'intorno. Per colmo di sventura, mentre gli arcieri di Tarbazu cercano di farsi più innanzi, si abbattono nelle macchine, che la regina ha fatto avanzar prontamente di costa agli elefanti, e sono sfolgorati da una pioggia di fuoco.
Ora, mentre il grosso delle forze aicàne è arrestato da quei baluardi animati e da quelle macchine che scagliano fuoco, Semiramide è salita sopra un'eminenza, per abbracciar d'uno sguardo l'intiero campo di battaglia. Dalla tenda di Ara infino al luogo ove s'infrange l'inutil valore del re, la pianura è seminata di strage, ma libera, vuota di combattenti; soltanto le schiere di Vasdag sono visibili là in fondo, dalla parte del fiume, imboscate all'ombra dei pioppi. Poche migliaia d'uomini stanno ancor dietro le tende, alla guardia del campo aicàno.
Il momento le sembra opportuno per mandare ai Medi, ai Persi, agli Ariarvi, il segnale stabilito. Un dardo acceso fischia nell'aria e va a cadere nel mezzo del fiume. Tosto quel fitto stuolo di cavalieri si muove, affretta al guado, sotto gli occhi di Vasdag.
Un nembo di frecce accoglie il movimento dei Medi. Il principe di Tarbazu non ha voluto perder tempo, e i primi che si sono perigliati nell'acqua, vi trovano tosto la morte. Si allegrano nel profondo dei cuore i destri arcadori, e raddoppiano i colpi. Ma, pur troppo, essi non basteranno a impedire il passaggio. Vasdag, al cui vigile occhio nulla sfugge di ciò che si tenta sulla riva sinistra, ha veduto che i Persi e gli Ariarvi si dispongono a guadare in altri due punti l'Eufrate. Non si smarrisce d'animo, tuttavia, e manda incontanente per le riserve, raccolte dietro alle tende; le guida egli stesso, appena giunte, le colloca ne' luoghi più acconci, lungo la destra del fiume.
— Guerrieri d'Aiasdan! — egli grida. — Qui bisogna far l'ultimo sforzo e con quanto vigore ci è dato. Noi non avremo più patria, se non ributtiamo gli assalitori nell'onde. —
Aspro è il combattimento: i soldati di Vasdag fanno prodigi di valore. Ben sette volte i cavalieri nemici afferrano la sponda, e sette volte son respinti nel fiume. L'Eufrate è sparso di cadaveri. Nei luoghi ove il letto è meno profondo e più facile il guado, si ammonticchiano gli uni sugli altri i caduti, fanno argine alla corrente, che intorno ad essi ribolle, s'innalza fiottando e straripa.
Da due ore il sole avea varcato il meriggio, nè cessava ancora lo strepito dell'armi, il clamore dei combattenti. Per quanto era lunga la valle, dai poggi di Ajotzor alla collina di Kerezmanc, la quale signoreggiava il luogo dello azzuffamento tra il re d'Armenia e le macchine babilonesi, non era più un breve spazio di suolo che non fosse coperto di cadaveri, o d'armi infrante, o di lacere membra; e un odor crasso di sangue, un leppo arsiccio, misti ad una nube di polvere, saliano alle nari.
Un messo del re giunge galoppando e chiede nuovi aiuti a Vasdag.
— Che avviene egli laggiù? — dimanda il vecchio soldato.
— Che intorno agli elefanti, — risponde il messo, — abbiamo perduto il meglio dei nostri; che la via sulla riva del fiume è sbarrata dalle macchine, vomitanti fuoco; che non possiamo romper la diga nemica, se non abbiamo sussidio di gente fresca e animosa.
— Non è ferito il re? — chiese Vasdag.
— No, grazie sien rese agli Dei.
— Sta bene. Va alle tende di Ajotzor; ancora due migliaia d'uomini rimangono a noi. Pensavo di chiamarli io, a custodia del fiume; — soggiunse sospirando il vecchio guerriero; — ma che farci? Li abbia il re, che forse ne ha maggior bisogno di noi.
— Che debbo io dirgli di te? — chiese il messo, già in atto di partire.
— Che il vecchio è alla meta del suo viaggio sulla terra; — rispose Vasdag, — che, qualunque cosa avvenga, nessun Medo potrà vantarsi, me vivo, d'avermi vedute le spalle. —
Ciò detto, il buon cavaliere si allontanò verso la riva, per respingere un nuovo assalto dei Medi. Ma ormai l'impresa era superiore alle forze de' suoi. Durò a lungo lo scontro, sulla riva contrastata; finalmente, perduto gran numero dei loro, i nemici giunsero a piantarsi saldamente sul greto e fu libero il guado.
Vasdag non sopravvisse alla rotta. Slanciatosi col cavallo nelle schiere dei Medi, ebbe morte degna di sè, combattendo da forte, coll'ultimo colpo della sua spada fendendo l'elmo ed il cranio dei capitano nemico.
Accesi di sdegno, furibondi, si gettarono i suoi nella mischia, per difenderne il corpo e vendicarne la morte. Fu lotta disperata; bisognò ucciderli tutti, ad uno ad uno, e l'impresa fu lunga e difficile, costò ai vincitori gran sangue.
Così mantenne la sua fede Vasdag, il vecchio principe di Tarbazu, che è sulle rive dell'Eusino. Esperto condottiero d'eserciti, era stato compagno ad Aràmo, nelle sue guerre fortunate contro i Medi e i Turani, d'onde aveva meritato d'esser secondo nel reame, e incoronatore del re d'Armenia. Epperò a lui era concesso portare la corona fregiata di giacinti, due orecchini, il calzare rosso ad un piede, e il diritto altresì di bere in coppa d'oro. Biondo in giovinezza i capegli, colorito il viso, gli occhi grigi, robusto le membra, largo le spalle, il piè bello e saldo alle fatiche, fu sobrio sempre nel bere e nel mangiare, nei piaceri temperato. Per lungo ordine di secoli, i memori bardi, a suon di cembali lo cantaron prudente, moderato nei desideri, pieno di senno, eloquente, utile in tutti gli umani negozi. Sempre giusto nelle sentenze, pesava con bilancia a tutti eguale, senza studio di parti, gli atti d'ognuno. Non invidiava ai grandi, nè i piccoli sprezzava; non altro voleva che stendere su tutti il manto delle sollecitudini sue.
Ignaro della fine di Vasdag, ma udendo le grida di vittoria e notando l'affrettarsi dell'ala destra dei Babilonesi nel passaggio del fiume, Ara meditò un ultimo colpo; sforzare il passo, non più dove infuriavano le macchine, ma dall'altro lato, dove sorgean le colline. Scelti a tal uopo i più animosi dei suoi, si condusse a volo verso le alture. Lo seguirono primi, al sommo di un poggio, Bared, lo scudiero, Sumàti ed Abgàro; Abgàro che pel lungo combattere vedevasi lordo la bianca tunica di sangue e di polvere.
— È questo il colle, — disse con accento d'amarezza il cantore, — d'onde il fortissimo Aìco saettò l'orgoglioso Titano. Vedi, o re; quello che ci sta dinanzi è il poggio di Kerezmanc. Colà noi dobbiamo giungere, calarci di là, piombare alle spalle di quei luridi cani! Ma che vedo? O m'inganno, o il duce dei Babilonesi è lassù. Destro arciere, suvvia, chè non adatti uno strale alla corda e non gli mandi il saluto della morte? —
Trascinato dalle aspre parole di Abgàro, il re impugnò l'arco e si fece a togliere la mira. Dal poggio di Kerezmanc il suo aspetto fu conosciuto e l'atteggiamento notato.
— Ah! — gridò Semiramide. — Lui! —
E spronato il cavallo, si avanzò imperterrita sul ciglione, ad attendere il colpo.
Faleg e gli altri che l'accompagnavano, veduto il pericolo a cui ella si esponeva, furono solleciti a correre, per farle scudo colla loro persona. Ma la fortissima donna li rattenne con un gesto imperioso.
— Non ardirà! non ardirà! — soggiunse ella poscia, con un altero sorriso.
E stette immobile, guatando il suo avversario; ben lieta e largamente vendicata di lui, se avesse potuto scorgere il tremito che gli invadeva tutte le fibre in quel punto.
Rimase egli incerto un tal poco, quasi volesse aggiustar la mira, e sperimentare la tensione della corda. Ma questa per fermo non doveva essere la cagione dell'indugio, poichè tosto, con atto disperato, gittò l'arco e lo strale lungi da sè.
— Non posso! — gridò egli. — Non posso!
— Ma potrò io! — disse Abgàro.
E raccolse l'arco da terra. Il re lo rattenne, che già stava per poggiare la cocca sul nervo disteso.
— No, no, mio vecchio Abgàro! A qual pro? —
Abgàro lo guardò trasognato; indi, come parlando a sè stesso, acerbamente rispose:
— Ah! invero nessuno saprebbe più tender l'arco di Aìco. Ma nessuno ama più la sua patria come il figliuol di Thogarma. Gli occhi d'una maliarda hanno virtù perniciosa su noi, come quelli del serpe. Oh, dimmi ciò che vorrai, re d'Armenia; — soggiunse il vecchio cantore, notando il corruccio che balenava dagli occhi del giovine; — uccidimi, se t'aggrada, e togli un altro soldato alla misera terra dei padri.
— No; — rispose gravemente Ara; — io nol farò. Risponderò invece al tuo cieco amore di patria che questo inutil colpo contro una donna potrebbe aggravare la sorte del popolo nostro, che non avrà più noi per difenderlo. —
Nulla rispose il vecchio; ma un amaro sorriso d'incredulità gli sfiorò le labbra; e fu risposta peggiore. Trasse indi la spada; gittò la guaina al basso, dove in quel punto si vedeano apparire i nemici, e giù di lancio, come se avesse al piede le ali della giovinezza, si scagliò incontro alla morte.
— Tu solo? — gridò il re, con accento disperato. — Vecchio Abgàro, non disprezzare i giovani, perchè essi hanno un cuore e non amano combatter le donne. —
E impugnata la sua larga spada a due tagli, si avanzò per seguire il vecchio sdegnoso.
Ma in quel mezzo, Abgàro cadeva. Una torma di arcieri sbucava da un colmo di arbusti, sulla destra degli Armeni. Erano i primi che calavano dai monti. Non che la fronte dell'esercito aicàno, già più non eran sicure le spalle. E il medesimo accadeva dall'altra banda del fiume. Quella parte dell'esercito babilonese che davanti al passo di Lukdi avea piegato a destra, verso le sorgenti del Tigri, per inaccessi e mal guardati sentieri, riuscita era alle spalle di Ajotzor, tagliando la via di ritirata verso Armavir, e piombando sulle tende del campo di Ara, innanzi che i Medi, i Persi egli Ariarvi avessero distrutto gli ultimi avanzi delle schiere di Vasdag.
Il re d'Armenia non vide la morte di Abgàro. Egli era appena a mezzo del declivio, che una freccia lo colse, penetrando là dove la corazza si allacciava alla gorgiera. Sul punto non s'era avveduto di nulla, attribuendo la caduta all'aver posto il piede in fallo. Senonchè, tentando di rialzarsi, sentì una trafittura, come un bruciore al sommo del petto. Recò istintivamente la mano colà e trovò la canna infissa nella giuntura; la strappò con violenza e un umor caldo gli spicciò sulla mano. Era sangue, e appariva copioso.
— Ah, grazie! — esclamò, alzando al cielo le pupille smarrite.
E ricadde, ma non più sul terreno, bensì tra le braccia di uno de' suoi. Riaperse gli occhi a guardarlo e riconobbe Sumàti.
— Santo vecchio, — diss'egli con voce spenta, — che avviene di noi?
— Mio dolce signore! — rispose amorevole e triste l'Indiano. — Scendono innumeri schiere dai monti; già ci romoreggiano da tergo.
— E il fiume?
— Guadato!
— Ah! È dunque morto Vasdag. Povero amico! Povera terra d'Aiasdan! Uccidimi, te ne prego, Sumàti! Toglimi ai miei rimorsi, al mio disonore, finiscimi! —
Sospirò profondamente il vecchio Sumàti e chiuse gli occhi come per raccogliersi nei suoi dolorosi pensieri. Anch'egli sentiva il rimorso, che gli lacerava il profondo dell'anima.
In quel mentre s'avvicinavano a passi concitati, e feroci nell'aspetto, i nemici.
— Rattenete le armi! — gridò Sumàti, poichè li ebbe veduti salir minacciosi per l'erta. — È il re d'Armenia ferito. Oscuri soldati, ardirete dar morte ad un re?
— Ah! — sciamarono giubilanti i guerrieri. — Il re d'Armenia! il re prigioniero?
— Non si uccida, pel dio Nergal! non si uccida! — gridò il capitano, accorrendo tra i primi, colla spada sguainata. — Arrendetevi, figli d'Aìco, e giù l'armi, o tutti pagherete col vostro sangue ogni scalfittura che tocchino i miei. —
Erano in piedi sul fianco del poggio, Sumàti, Bared, Sempad, e pochi altri guerrieri aicàni. La resistenza sarebbe stata impossibile; posarono le armi.
— Dobbiamo prenderlo vivo; — proseguiva il capitano, parlando a' suoi, che s'erano fatti intorno al ferito. — La regina ha promesso un lauto premio a chi le condurrà vivo il nemico. E siete voi, voi, uomini di Birtu, la città bianca sul monte, i fortunati!
— Gloria a Birtu! — gridarono i soldati, levando in aria gli archi e le spade. — Gloria al paese di Libnan, dove sorgono i cedri!
— Il vinto re farà bello il trionfo alla possente signora degli Accad; — dicevano alcuni di essi. — Pagherà egli il fio di tante migliaia di uomini che questa orrenda giornata ci costa.
— Che farà di lui la regina?
— Lo darà in pasto ai leoni.
— Lo farà configgere con chiovo di rame nel fronte alle porte della sua reggia. —
Così semivivo, il re fu adagiato sull'erba. Sumàti, scioltogli prestamente l'usbergo, gli veniva astergendo la ferita e con una fascia, che s'era tolta dai fianchi, s'apparecchiava a stringere il sommo del petto, perchè il sangue stagnasse.
Intanto Semiramide, discesa dal colle di Kerezmanc, affrettava il cavallo lassù.
— Vivo! — gridarono i guerrieri di Birtu, muovendole incontro. — Possente signora, egli è in nostre mani, il tuo crudele nemico. —
La regina, severa in volto, accigliata, come chi si sforza di nascondere la tempesta dei contrari affetti che gli freme nel cuore, comparve sul luogo, tra le grida e le acclamazioni delle sue schiere affollate.
Sumàti torse le ciglia da lei ripugnandogli di vedere su quella fronte la gioia dell'ottenuto trionfo. Ma vide in quella vece Bared, lo scudiero, il fido di Ara, che gli stava tutto confuso e tremante da lato.
— Ah, Bared! — susurrò nell'orecchio all'Armeno il vecchio della Triade. — Tu lo vedi? Il tuo tradimento ha perduto l'Armenia; ha perduto il suo re. —
Un singhiozzo venne a morir sulle fauci di Bared.
— E tu? — diss'egli di rimando.
— Io? — sclamò il vecchio. — Io non ero de' vostri, nè conoscevo quel nobile cuore. Ma ora, mi assista l'Eterno, io salverò la sua vita.
— Che vuoi tu fare? Tradirci? — balbettò, impallidendo, l'Armeno.
Sumàti crollò alteramente le spalle e non gli rispose che una sola parola: — codardo! —
La vittoria di Ajotzor era stata piena ed intiera. Saviamente scelto il campo di battaglia dall'esercito aicàno; ma egli sarebbe bisognato, per vincere, che il re d'Armenia avesse avuto più gente, per custodire la sinistra riva del fiume e asserragliare le gole circostanti. Non erano in quella vece che cento migliaia di valorosi; valorosi, sì certo, dappoichè tutti giacevano sul campo. Povere donne di Aiasdan! esse non doveano più rivedere gli amati.
Le perdite dei Babilonesi erano gravi; si potea noverarle ad occhi veggenti. Duecento migliaia tra morti e feriti; la sacra miriade distrutta; poche centinaia i superstiti.
Il vecchio della Triade s'era ingannato. Semiramide fu triste, assai triste, quel giorno.
CAPITOLO XVIII.
Il Talismano.
Il dì seguente, che fu il settimo di Garmapada (così il costume dei popoli medo-ariani; ma presso i Caldei era detto Tana, o mese del fuoco), l'esercito babilonese entrava in Armavir.
Profondo squallore, silenzio di tomba, accolsero le schiere dei vincitori nella capitale dell'Aiasdan. La maggior parte del popolo, donne, vecchi e fanciulli (che d'uomini acconci alle armi già non ve n'era pur uno) aveano presa la fuga all'avvicinarsi del nemico, e sconsolati per la morte dei loro diletti, più sconsolati per l'eccidio della patria, quali tementi le orrende vendette del vincitore, quali rifuggenti dal solo pensiero di doverlo vedere orgoglioso ed insolente padrone in mezzo alle vie della loro città, s'erano rifugiati sulle montagne d'Urarti, chè tale avea nome presso gli Armeni la catena dell'Ararat. Non rimanevano nella città che i decrepiti, gl'infermi, i mendichi.
Colpita da quel doloroso aspetto della città principale, e volendo con esempio di magnanimità chetare gli spiriti nell'altre provincie del regno, Semiramide inviò pronti messaggieri ai fuggiaschi. Tornassero senza timore, liberi nella loro tristezza. Bene ella sapeva non esser tra loro uomini validi al maneggio delle armi; per altro, non voler prigionieri, salvo i pochi fatti in battaglia. Bastarle la sua piena vittoria, le spoglie e i tributi di guerra. Aggiungeva, non sarebbe torto un capello ad alcuno; sè esser donna e voler rispettate le donne dei vinti. Tornassero adunque: sacro alla gente degli Accad il dolore di un popolo soccombente; Belo e tutti i sommi custodi di Babilonia non esser gelosi del culto che alle loro deità avrebbero liberamente seguitato a prestare gli Armeni.
Generose parole, a cui, ne' feroci tempi di allora, non erano avvezzi per fermo gli abitanti delle soggiogate contrade. Insolite erano; parvero soverchiamente umane, incredibili. Ma i messaggieri della clemenza portavano in pegno di loro sincerità il suggello di Semiramide; li accompagnavano alcuni superstiti di Ajotzor, che giuravano di avere udite le sante promesse dal labbro medesimo della possente regina. Credettero i derelitti, e a lenti passi, come chi sa di non andare a lieto ritrovo, finalmente tornarono.
Intanto, alle città e provincie più lontane del regno, a Tarbazu, che è sull'Eusino, a Sarda e Zihartu sui confini d'oriente, a Mildis e a Masciag dove il sole s'asconde, erano spedite numerose coorti, per levar tributi e recar provvigioni all'esercito. L'oro, le gemme, le pelli preziose, i viveri, e quant'altro chiedeano i superbi, tutto fu dato in silenzio, prontamente, con quella severa alterezza che sdegna di piatire, o d'implorare condizioni più miti. A che contendere del più o del meno cogli oppressori! Comunque fosse, non esisteva più Armenia.
Pure, la gran donna non meditava di soggettare la vinta contrada all'impero. Più giusto sarebbe il dire che nessun concetto aveva ella ancora in mente formato. S'era chiusa nella ròcca di Van, rupe foggiata dalla natura a baluardo, sull'acque salse del lago, cosicchè poco aveva dovuto aggiungervi l'arte degli uomini. E là rinchiusa, mostravasi a pochi.
Il suo ferito nemico era in una camera appartata della ròcca è vegliavano al suo letto indovini Caldei, esperti di farmachi e di erbe salutari, i quali seguivano sempre l'esercito. Sumàti, essendo stato fatto prigioniere insieme col re, aveva potuto seguirlo fin là. Bared, mal sopportando l'aspetto dell'Indiano, e lacerato dal suo rimorso, era andato a confondersi cogli altri prigionieri, spiando con animo intento una occasione di fuga.
Egli non si sarebbe detto per fermo, al vedere l'aspetto desolato della ròcca di Van, che fossero vincitori i suoi ospiti e giorni d'allegrezza per le schiere babilonesi. Una nube di atra mestizia incombeva sul luogo; triste e taciturna la regina; pensierosi, come fastiditi, i suoi uffiziali.
Dicevasi nei sommessi parlari che il negro umore della regina derivasse dalle gravissime perdite che avea toccate l'esercito. La distruzione della sacra miriade, in particolar modo, e la morte di tanti prodi, congiunti di sangue alla casa di Nemrod, erano invero cagione di alto dolore non che per lei, per tutti i guerrieri di Kiprat Arbat, veri sostegni dell'impero degli Accad e partecipi alla sua smisurata fortuna. Tanto sangue sparso, e del migliore di Babilonia, non era egli un argomento di profondo rammarico? ma come, altresì, e con che inusitato rigore, non avrebbe fatto Semiramide le sue vendette e quelle de' suoi nella progenie d'Aìco! Certo, quel cupo silenzio, il lampo sinistro degli occhi regali, prometteano tempesta. Bene doveva egli risanare, il vinto re degli Armeni, ma per abbellire, entro le mura di Babilonia, il trionfo della possente regina e pagare il fio di tante nobili vite mietute. Tale era il costume degli Accad. Mozzata la lingua a chi aveva spergiurato la sua fede; tronche le mani che aveano impugnate le armi della ribellione; cavati gli occhi, che più non erano degni di vedere la luce di Belo; questa sì, questa era la sorte dell'orgoglioso Aicàno.
Frattanto, egli giaceva nel suo letto di dolore. Stremato di forze e non al tutto ritornato in sè medesimo, egli non aveva ancora aperte le labbra a parlare. Hurki, il capo degli eunuchi regali, era quasi sempre nella camera del ferito, e ad ogni tanto ascendeva alle stanze della regina, per recarle notizie di lui. Ma erano tristi nuove, e poco ancora l'una dall'altra dissimili. Era sfinito il garzone, pel molto sangue perduto; gli ardeano le membra per febbre; il seno, tutto intorno alla ferita, tumido sempre e infiammato. Cibo non voleva, nè conforto; i farmachi apprestati dai Casdim a stento gli erano ministrati, e non da altri fuorchè da quel suo vecchio fedele. Gli atti, i moti incresciosi del volto, mostravano l'interno fastidio d'ogni cosa e di sè; la vita che gli rimaneva, parea volesse comprimere nel profondo, nella speranza di soffocarla e di sottrarsi al suo fato.
Ciò turbava sempre più la regina. A notte colma, tutta chiusa nel suo manto bruno, scese furtivamente la scala interna, che metteva alla camera dell'Armeno. Nessuno vigilava colà, tranne Hurki, che ravvisò la sua signora e fu pronto a ritrarsi nelle stanze attigue, dove gli altri si ristoravano con poche ore di sonno.
Un fioco lume rischiarava la camera, lasciando il letto del ferito in una mite penombra. Ara mostrava il petto scoverto, ma una larga benda, addoppiata intorno al torace, nascondeva la piaga.
La regina si avvicinò, dal lato dell'ombra, tirandosi sul volto i lembi del velo. Colà, ritta daccanto alla proda del letticciuolo, stette lungamente guardando. Il cuore le palpitava forte nel seno; gli occhi mettevano lampi di sotto alle ciglia contratte; aspra battaglia di pensieri le travagliava lo spirito.