Semiramide: Racconto babilonese
Part 17
A queste genti tenevano dietro gli abitatori del Sennaar, i fieri Cussiti, gli Accad, i Sumir aspro favellanti, tutta, insomma, quella mescolanza di popoli diversi, che furono i fondatori di Babilu. Cinquanta migliaia erano i cavalieri, con loriche ed elmi di forbito rame, lancie ritte sulla staffa e mazze ferrate pendenti all'arcione. Più numerosi i fanti, tutti vestiti di cuoio; parte fiondatori, con bisacce sull'òmero, che recavano selci, ghiande di piombo, o d'argilla e bitume; parte arcadori, dalle cui spalle pendevano le capaci faretre.
Si avanzavano poscia le artiglierie, torri, uncini e macchine da trarre, con cammelli carichi di munizioni, dardi intrisi di nafta, palle di bitume e di zolfo. Seguivano quaranta elefanti, smisurati animali condotti dalle rive dell'Indo, ognun de' quali portava il suo custode sulla negra cervice e una torre sul dorso, con dieci uomini armati di giavellotti e di frecce. Ultimi quattrocento carri di guerra, con scelti guerrieri, armati d'aste poderose e accompagnati da esperti cocchieri.
Chiudevano la marcia diecimila uomini di scelta cavalleria. Militava in quella schiera il fiore e il nerbo della gioventù babilonese, tutti usciti dalle prime famiglie del Sennaar. Era gran lustro lo entrarvi, imperocchè s'avevano a comandanti dei drappelli uomini di regio sangue, o congiunti di parentado colla discendenza di Nemrod.
Le fogge e l'armi rispondevano per lo sfarzo loro alla dignità di quel nobilissimo corpo. Sulla lorica di ferro temprato portavano il candi, tessuto di bisso, di latteo colore, con fregi di porpora, cosparso di soli fiammanti in oro. Sul capo aveano la tiara, i cui lembi si raccoglievano a soggolo, lasciando scoverta appena la metà delle guance. Ricche cinture sostenevano le lunghe spade dalle lucenti guaine, ed archi e faretre pendeano dagli òmeri. Bianchi erano come neve i cavalli, cresciuti pur essi nelle regie mandre di Sippara. E così bianchi sulle bianche cavalcature, rutilanti d'oro e di porpora, era una vaghezza a vederli.
Diceansi i cavalieri di Belo, o, con altre parole, la sacra miriade. Accompagnavano l'esercito, quando esso stava sotto il comando del re, e in battaglia non erano adoperati che ne' momenti supremi. La conscia nobiltà del sangue e l'obbligo dei forti esempi, li facevano valorosi a gara su tutte le schiere. Andavano contro il nemico a corsa sfrenata, lasciando le redini sul collo ai destrieri; quando si scorgeva quella moltitudine incalzare a galoppo, coi brevi mantelli e le criniere svolazzanti in mezzo a un nembo di polvere, egli parea di vedere una legione di spiriti celesti, scesi a combattere le miserande pugne degli uomini.
Passando di sotto al poggio, i cavalieri di Belo acclamarono con alte grida la possente regina, che d'un gesto cortese ricambiò loro il saluto; indi ella pure si mosse, per salire sul suo cocchio di guerra, che l'attendeva nel basso.
Dietro a lei scendevano a cercare le loro cavalcature i suoi uffiziali, gli sceptuchi e i melofori; quindi gli eunuchi, i serventi, i custodi del tesoro. E postosi in moto il corteo, si affrettarono sull'orme i bagaglioni colle salmerie, e una grossa compagnia di cavalieri, che doveva proteggere le spalle dell'esercito e impedire lo sbandarsi ai codardi.
Al passo di Lukdi non era stata quella confusione, che in tanta moltitudine d'armati era agevole immaginare. Gli ordini della regina erano stati avvedutamente distribuiti, e i comandanti, aiutati da guide esperte dei luoghi, avean prese le vie a ciascuno assegnate.
I fanti s'inerpicarono per le costiere e per le viottole alpestri; i cavalli seguirono le strade che correvano lungo le rive del fiume. Sulla più vasta, che risaliva la sponda destra, s'avanzavano preceduti da buon nerbo d'arcieri, i carri di guerra e la sacra miriade. Tenean dietro a questa le macchine, gli elefanti e i bagaglioni, che ad un certo luogo doveano far sosta, per non riuscire d'ostacolo ai movimenti dell'esercito.
Ogni cosa per tal modo disposta, la marcia che dovea condurre l'esercito babilonese in vista del campo d'Ajotzor, fu recata a buon fine in quel giorno. Gli Aicàni aveano udito dalle loro scolte l'avvicinarsi del nemico, e, come s'è detto, erano pronti a riceverlo.
L'alba del giorno seguente salutò i due campi, l'uno in presenza dell'altro.
CAPITOLO XVII.
Ajotzor.
Videro le aquile aicàne da quanta moltitudine di combattenti fossero minacciati i lor nidi. Le cime dei monti, le digradanti costiere, i poggi, i declivii, erano coperti di armati. Ancora non si distinguevano le insegne, nè poteano noverarsi i manipoli; ma si notava da lunge, e diceva più assai allo sguardo il brulichìo delle innumeri schiere.
— Per l'anima dei padri nostri! — esclamò Sempad, guatando in giro le aperte colline, in mezzo alle quali si dilungava scorrendo l'Eufrate. — Qual fitta selva d'armati!
— Numero sterminato, non forza! — disse di rimando Vasdag, alzando superbamente le spalle. — Calano dai monti e fuggiranno dal piano, siccome è lor costume ne' sabbiosi deserti. Assai più molestia mi dànno quegli altri, che io vedo inoltrarsi laggiù, sulla riva sinistra del fiume. —
Così dicendo, il principe di Tarbazu additava una frotta di cavalieri, che compariva allora alla svolta d'una rupe, in fondo alla valle. Era l'antiguardo dell'ala destra dei Babilonesi, che doveva, per l'angustia de' luoghi, avanzarsi da quella banda, lasciando tra sè e il centro dell'esercito il corso dell'Eufrate.
— Dividono le forze! — notò Sempad, con aria di trionfo.
— Possono farlo; — rispose con amarezza Vasdag. — Molto maggior nerbo di gente avranno incamminato sulla riva destra del fiume, dove sono i lor movimenti più agevoli. Mirano a pigliarci in mezzo, e accortamente preparano i cerchi; ma per gli Dei, innanzi che siano calate quelle miriadi senza nome dai monti avremo fatto un profondo squarcio nelle schiere del piano, e i tronchi del serpente dureranno fatica a ricongiungersi.
— Ti ascolti Zervane! — disse Ara il bello, che stava poco lunge da lui, ritto sull'arcione e il collo teso, guardando nel fondo. — Ecco diffatti, la prima fronte si avanza, è già presso alla macchia di Rezduni. —
Non s'ingannavano gli occhi del re. Mentre l'ala destra dei Babilonesi, che era composta di cavalleria meda e di arcadori di Martu, s'inoltrava dall'altra parte del fiume mollemente accennando a cercare un guado, il centro e l'ala sinistra si facevano speditamente innanzi su quel campo più vasto, che le alluvioni dell'Eufrate aveano formato sulla sua sponda destra. Grossi drappelli d'arcieri cussiti precedevano, misti a frombolieri di Palastu, che si veniano sparpagliando dinanzi alla fronte di battaglia, colle fionde tese dietro alle spalle e pronti a rotolarle in aria al primo apparir di nemici. Dietro a costoro si muovevano grosse squadre di cavalieri. I carri, che venivano in terza linea, erano celati allo sguardo da quella profonda siepe d'armati.
— Orbene, mio re, che faremo? — disse Vasdag, poi ch'ebbe osservato a sua volta il grosso dell'esercito contrario. — Lascieremo che s'inoltrino ancora e si dispongano in battaglia ordinati?
— No, certo! — esclamò il re. — I fiondatori di Van sono appostati a piè della macchia di Rezduni. Eglino, che numerosi sono e valenti, prenderanno a sfrombolare i cavalieri babilonesi, e noi compiremo l'opera loro, facendo impeto dei nostri cavalli, entro le sgominate ordinanze. Cotesto non dee parer dubbio, — soggiunse il re, alzando la voce, perchè tutti intorno lo udissero — a chi per la sua patria ha risoluto di affrontare ogni più grave pericolo. Egli è piuttosto da stare in pensiero per quegli altri che s'avanzano laggiù e si fermano ad ogni tratto e mandano cavalli a tentare il guado del fiume.
— Stratagemma! — notò sorridendo il vecchio principe di Tarbazu. — Guadando il fiume laggiù, farebbero ingombro alle lor medesime schiere.
— Sì, ben dici, o savio Vasdag. Coloro vorrebbero trarci in inganno, perchè facessimo inutil ressa più avanti, lasciando più debole il campo nostro, dove certamente, al momento opportuno, si sforzeranno di giungere. Io dunque penso che a questa altezza si debba aspettarli. Vadano gli arcieri di Tarbazu e si appiattino sotto a quella triplice fila di pioppi. Colà, non altrove, tenteranno il guado i nemici. Ad ogni costo vuolsi impedirlo. Tu stesso, noto alla tua gente e diletto, veglierai in quel luogo. È il nostro lato debole ed ha mestieri del capitano più valoroso ed accorto. —
Così parlò il giovine re, di senno maturo; e Vasdag, bene intendendo come in quel luogo, che aveva detto il re, fosse necessaria la sua presenza, s'incamminò a quella volta, per disporre i suoi arcadori lungo le vincaie del fiume e un buon nerbo di cavalieri e di fanti al coperto, dietro la selva dei pioppi.
Ciò ch'egli aveva argomentato, e che il re aveva detto con lui, era vero. I Medi, comechè lentamente, s'avanzavano pur sempre, e senza mai risolversi al guado. Aspettavano, per ciò fare, che la pugna fosse sull'altra riva ingaggiata, e con manifesto vantaggio pei loro compagni.
Ora, a che i lor voti andassero vani, si affaticava il re d'Armenia con provvedimenti solleciti. Per fermo, pensava egli, su quel po' di pianura stesa dinanzi a lui tra le colline ed il fiume, dovea venire la piena delle forze nemiche. Certamente era laggiù Semiramide, coi migliori dell'esercito e coi più terribili ingegni di guerra. E diffatti, da un poggio alla sua destra, su cui si era prontamente condotto, egli aveva potuto scorgere i carri, nascosti dietro le profonde ordinanze della cavalleria babilonese.
E si avvicinava frattanto l'antiguardo nemico. Ad un tratto il suo balenare irresoluto, il cader di parecchi, e un nuvolo, come di negra polve per l'aria, mostrò al re d'Armenia che i nemici erano giunti nelle vicinanze della macchia di Reznuni, e che i fiondatori di Van mettevano ai loro passi impedimento gagliardo.
Un tal po' di sgomento erasi sparso nelle file degli arcieri cussiti, a quell'improvviso assalto di fianco. Tosto aveano poggiato dalla parte del fiume, e, postisi al coperto degli alberi, scagliavano frecce agli appostati nemici; ma con pochissimo frutto, essendo questi in parte nascosti agli occhi loro da una fila di massi scoscesi, che faceano orlo alla macchia.
Veduto il frangente, furono pronti i Babilonesi al riparo. Una mano dei loro, con scudi imbracciati, giavellotto in pugno e corte spade al fianco, si gittarono di lancio alla costa del monte, per inerpicarsi lassù e sloggiarne i fiondatori molesti.
Ara, ciò vedendo, non ne fu punto turbato. Egli ricordava che al comando dei fiondatori era preposto Dicranu, forte e risoluto guerriero, e non dubitava che i Babilonesi non avessero a pagar tosto il fio della loro temerità. Diffatti, le pietre seguitavano a piovere, e gli alberi sotto cui si riparavano gli arcieri, ne erano sfrondati, come per rovescio di grandine. E i soldati che avevano pur dianzi tentato l'assalto, se ne tornavano in grande scompiglio sul piano, dov'erano fatti segno a quella rovina di sassi, non potuta rintuzzare dalle valide risposte dei frombolieri di Palastu e degli arcieri cussiti. Trasvolando in aria, fitte a guisa di nuvole, le frecce, le pietre, i globi d'argilla e di piombo, fischiavano, rompeano le spade in pugno ai guerrieri, sfondavano le corazze, rimbalzavano sugli scudi, facevano schizzar gli occhi dall'orbite, le cervella dalle infrante cervici.
Grida di giubilo per tutto il campo aicàno salutavano questa vittoria dei fiondatori di Van. Ma che avviene egli mai? Fumanti globi si levano da tergo alle squadre babilonesi, fendono l'aria, piombano sulla macchia di Reznuni.
Semiramide, scorgendo che i Medi non hanno ancora guadato il fiume, nè possono perchè il nemico ha deluso il loro accorgimento e veglia certamente al passo pericoloso; pensando inoltre che la sua cavalleria e i suoi carri di guerra non potrebbero impunemente passare sotto quella rovina di sassi, ha fatto incontanente sul fianco sinistro avanzar le sue macchine. L'assalto dei guerrieri alla macchia non era che un infingimento per guadagnar tempo e sviar l'attenzione degli Armeni. Ed ecco, le sue macchine, in acconcio luogo collocate, scagliano dardi intrisi di nafta e palle di bitume acceso sulla costiera. S'appicca il fuoco alla selva; cigolano le piante investite dalla fiamma; vortici di denso fumo s'innalzano, ingombrano l'aere, acciecano i combattenti, di cui di mano in mano si rallentano i colpi.
Vide Ara il pericolo che da quella impotenza dei fondatori di Van sarebbe derivato all'esercito, e si affrettò a scendere dal poggio.
— Suvvia, cavalieri di Armavir! — gridò egli con voce tonante, — il momento è venuto di dar dentro alle ordinanze nemiche. —
Alte grida rispondono al comando del re. I prodi d'Armavir, lentate le redini sul collo, strette le ginocchia nei fianchi ai poderosi corsieri, appuntate le frecce sulla corda degli archi, galoppano. Quel tratto di strada che li divide dallo incalzante nemico, è superato in brev'ora. Si traggono in disparte, fuggono, si rovesciano gli uni sugli altri i fanti babilonesi, non potendo resistere a tanta rovina. Conoscono le amiche insegne i fiondatori di Van, e calano solleciti al piano; dietro a loro s'avanzano i montanari d'Urarti, che portano punte di ferro annestate al sommo di lunghi bastoni.
Semiramide, dall'alto del suo cocchio di guerra, ha veduto il nembo di polvere che sollevano i cavalieri d'Armavir. Tosto comanda che la sua cavalleria si divida in due ale e lasci aperta la via. Avanti i carri! Pesanti come sono, muniti di ferrea cuspide al sommo del timone, riusciranno più saldo ostacolo all'impeto dei cavalieri aicàni.
E si muovono i carri, con alto fragore vanno a dar di cozzo in quella mobil muraglia di petti anelanti. Ma gli Armeni hanno scorto da lunge il mutamento; sviano i cavalli e piombano sui lati, si ristringono addosso ai cavalieri di Babilonia. Dietro a loro, apron le file i fondatori di Van, si stringono a densi manipoli i montanari d'Urarti; e quelli fan piovere una grandine di sassi sui carri che passano, questi fan selva di picche nei fianchi ai cavalli. D'ogni parte è aspra la zuffa; si confondono gli ordini, e, trattenuti i carri nel corso, incomincia la strage. I cavalli feriti s'impennano; questi infrangono il giogo; quelli rovesciano i carri; gli uni, acciecati, vanno a rompersi la cervice contro le ruote dei cocchi vicini; gli altri, sbuffanti, con erette criniere, trascinano morto l'auriga.
Così ridotti a mal partito i carri babilonesi (chè pochi poterono aprirsi la via nelle schiere avverse, nè uno tornò più indietro a raccontare il suo trionfo), si volsero i montanari di Urarti in aiuto dei cavalieri di Armavir. Destramente rigirandosi in mezzo ai combattenti, sforacchiavano il ventre delle cavalcature nemiche, tagliavano le cinghie, recidevano i garretti; come tigri si scagliavano in groppa, si avvinghiavano ai fianchi dell'avversario, lo trascinavano a terra, sotto le zampe dei cavalli, entro laghi di sangue. Rotti, sbaragliati da quell'impeto non preveduto, impossenti contro i feroci assalti di quelle belve rabbiose, tentano i Babilonesi divincolarsi dalle strette, e come possono, e quando possono, si danno alla fuga. Grida, urla selvaggio, sono il cantico di vittoria della gente aicàna.
Cuoceva frattanto ai buon principe Vasdag di rimanersene là inoperoso, all'ombra dei pioppi. E i suoi soldati, udendo le grida dei compagni, che sempre più si allontanavano per la valle, incominciarono a dolersi altamente.
— I nostri incalzano il nemico, gli danno la caccia colle spade nel tergo, e noi resteremo qui senza gloria!...
— Ad udire le voci di trionfo che salgono ai cielo!...
— A contemplare quei cavalieri sull'altra riva del fiume!...
— Que' simulacri di pietra, che non si muoveranno mai più!...
— Pazienza, miei prodi! che farci? — diceva amorevole, ma non meno scontento, il principe Tarbazu. — Queste sono le sorti della guerra. Se noi volassimo laggiù, dove il re nostro combatte, gli porteremmo inutile aiuto; e frattanto quelle squadre di cavalieri, che mi hanno l'aria di farsi sempre più numerose, guaderebbero impunemente il fiume e piglierebbero i nostri valorosi alle spalle. —
Laggiù frattanto, dove i soldati di Vasdag si dolevano di non essere, continuava, non più la pugna, il macello. Ara infuriava nel mezzo, pari al Dio delle stragi. Ma finalmente, vedendo sgomberarsi il campo davanti a lui, da capitano prudente, fe' suonare a raccolta. Temeva egli infatti non si sbandassero i suoi nel tripudio del sangue e non si perdesse in tal guisa il frutto di quella vittoria, che, a dir vero, non gli pareva anche sicura.
E ben gliene incolse. Difatti, un nembo di polvere si solleva da lunge. Sono i bianchi cavalieri di Belo, che giungono alla riscossa. Trema la terra allo scalpito dei cavalli accorrenti; la nuvola cresce, s'approssima, par l'uragano che rovinoso s'avanzi.
Ara comanda a' suoi di ritrarsi. Una macchia di arbusti, dalla parte del fiume, nasconderà in parte i cavalieri d'Armavir. I carri rovesciati dei Babilonesi faranno serraglia in mezzo alla strada; dietro essi staranno a riparo gli arcieri di Zikartu, i fiondatori di Van, i montanari di Urarti.
Grida sinistre accolgono gli assalitori, e una tempesta di freccie, di pietre e globi di piombo, si disserra sovr'essi. La prima fronte della sacra miriade è disfatta; sottentra la seconda ed egual sorte l'attende. Nuovo ostacolo fanno i cavalli caduti: altri s'impigliano tra le ruote dei carri, inciampano nelle redini sparse, stramazzano al suolo. La lotta a corpo a corpo ripiglia più acre, più furibonda che mai, si calpestano i feriti, e su monti di lacere membra i sopravvissuti combattono. È pugna di Titani, non d'uomini della comune misura. Guaiscono i caduti, bestemmiano i moribondi, urlano gli incolumi, e si van provocando mutuamente a battaglia. Con voce pari a mugghio di tuono. Balsam, il capo dei bianchi cavalieri, va chiamando Ara dovunque, lo dimanda avversario, giura di tracannare il suo sangue. E l'ode il re d'Armenia e tenta col cavallo di farsi strada alla volta del fiero Cussita. Ma in quel mezzo, Dicranu ha fatto rotar la sua fionda, il sasso ha colto l'orgoglioso provocatore nel petto e lo ha trabalzato d'arcione. Svelto come un leopardo, si cala Dicranu da un monte di cadaveri e per mezzo ai cavalli nemici corre ad impadronirsi delle spoglie di Balsam, seguendolo nell'audacissima impresa i fiondatori di Van. Gli si attraversano i seguaci del caduto; la mischia non è più per vincere da una parte o dall'altra, bensì per contendersi la nobile preda. Per lungo tratto non si discerne più nulla in quel brulichìo, in quella confusione, in quell'agitarsi disordinato di membra. Ma ecco, finalmente, appare Dicranu sulla groppa d'un cavallo; egli stringe, acciuffata nei capegli, la testa recisa di Balsam; la mostra ridendo ai compagni, che gli si serrano intorno; cade a sua volta; un dardo ha fischiato nell'aria, gli s'è ficcato nella strozza, troncandogli ad un punto i superbi dispregi e la vita.
Ara intanto, poichè l'impeto della sacra miriade si è franto, comanda ai cavalieri d'Armavir di uscir dalla macchia. Accorrono essi e colgono le profonde coorti di fianco, vi fanno per entro uno scempio. Rotte così le ordinanze, i montanari d'Urarti, cui il sangue ha reso sitibondi, si gittano alla carnificina, come stuolo di corvi rapaci. Orribile! orribile!
Belli ed alteri nelle candide spoglie, erano venuti i generosi all'assalto. Niente resisteva al loro urto giammai; nelle convalli di Elam, sui campi di Bakdi, sulle rive dell'Indo, que' fulmini di guerra avean sempre sgominate e disperse le più valide schiere. Ed ecco, qui, in una stretta d'Armenia, impacciati, confusi, dovevano essi venir meno alle loro gran fama, alle più grandi impromesse! Già non erano più una falange ordinata; sibbene una torma cieca, ondeggiante, lacera e pesta, per entro a cui s'aggiravano belve con faccia umana, mostri usciti dai regni tenebrosi, che sventravano le cavalcature e riversi li faceano cadere colle inutili armi, per trucidarli nella mischia, diromperli sotto le zampe ferrate, affogarli nel sangue.
Guatava dinanzi a sè la regina, dall'alto del suo cocchio di guerra. E diceva intanto in cuor suo: o come non vanno più innanzi i cavalieri di Belo? come non hanno ancora sgomberata la via?
Bene ella sapeva forti guerrieri gli Armeni, ad essi propizio il luogo e ministro d'armi nuove il furore; tuttavia non s'aspettava una così gagliarda resistenza.
— Per fermo, — ella disse, — il re loro combatte laggiù.
— Sì certamente; — notò Faleg, uno de' suoi uffiziali, — non si pugnerebbe con tanto accanimento, dove egli non fosse a capo de' suoi. Ah! la sua testa è poco, a rifar Babilonia di tante vite mietute. —
Semiramide non rispose parola a quella acerba considerazione di Faleg.
— E i miei cavalieri, — gridò ella invece, — morranno così, senza che io sia con loro e corra gli stessi pericoli?
— Possente regina, — entrò a dire un altro dei suoi, — lo sguardo tranquillo ed onniveggente del duce è necessario alla comune salvezza.
— Ah! così pure avranno parlato a lui le timide lingue de' suoi consiglieri. Cionondimeno, egli è nella mischia, come l'ultimo de' suoi combattenti. Orvia, Faleg; sian pronti gli elefanti ad ogni occorrenza; noi ora andiamo, corriamo, dove si pugna per noi. —
Si mosse il cocchio regale, rapidamente trascinato da otto generosi corsieri, verso il luogo del combattimento. Ma l'esito non rispose ai voleri della regina. La sacra miriade era respinta e i fuggenti travolsero il cocchio nella ritirata, invano chiamati, invano ripresi dalla voce di Semiramide. Tutto intorno a lei era un indescrivibil tumulto; cavalli senza cavaliere, anelanti fuggivano, con le viscere penzoloni fuori dal ventre squarciato; altri, imbizzarriti, si traevano dietro il morente signore, co' piedi impacciati nella staffa; molti, compresi d'alto spavento, volgevano al fiume, quasi temendo di non essere più in tempo ad evitar l'urto dell'incalzante nemico.
La regina guatò un istante con torvi occhi quello stuolo di femmine imbelli; indi, comandò che gli elefanti uscissero a lor volta, protetti da quanti uomini rispondessero in quel punto all'appello.
— Avanti, orsù! — gridava la fortissima donna, che, già discesa dal cocchio, era balzata a cavallo, brandendo il suo giavellotto. — Avanti, generosa prole degli Accad! Ricordate che tributari vostri furono sempre questi montanari orgogliosi, e che voi siete i vincitori del mondo! Era difficile il passo; ecco perchè i nostri cavalieri hanno dovuto piegare davanti ad un pugno di mandriani armati di fionda. Animo, via; non fate che ridano di voi le donne di Armavir, torcendo il fuso nelle veglie invernali! Vedete! Già calano le nostre migliaia dai monti; appariscono dal sommo dei poggi; scenderanno tra breve a ruina. Ancora uno sforzo, valorosi Cussiti, e la vittoria è per noi! —
La battaglia è al suo momento supremo. I prodi Armeni s'inoltravano, irrompevano sui piano, come gonfio torrente che abbia rotti i suoi argini. Ma ad un tratto i cavalli si arrestano, nitriscono, s'impennano, sbuffano, non sentono più lo sprone dei cavalieri. Che è ciò? Negre moli si affacciano sulla strada. Son gli elefanti; nuovi arnesi di guerra, che Semiramide ha condotti seco dalle rive dell'Indo. I montanari d'Aiasdan non hanno mai combattuto contr'essi.
Accorrono sulla prima fronte e scagliano dardi gli arcieri di Zikartu; ma, contro a quei colossi coperti di ferro, fanno mala prova gli strali. S'inoltrano minacciose le negre moli, e il valore aicàno è di bel nuovo arrestato a mezzo il suo corso.