Semiramide: Racconto babilonese

Part 11

Chapter 113,911 wordsPublic domain

— Tanto ti aveva ella ammaliato! — sclamò Sandi, tornando a lui e guardandolo con aria di profonda mestizia. — E forse domani ancora...

— Ah no, non temere! Io non vedrò più quella donna; lo giuro pei sacri platani di Peznuni; pel sangue di Aìco, lo giuro. Uccider te, mio Sandi! Te, il più caro, il più nobile, il più affettuoso degli uomini! E potrei io più avvicinarmi a costei, senza sdegno, accogliere i suoi baci senza ribrezzo? Ma dimmi, — proseguì Ara, con accento peritoso; — condona a chi amò, e credette di esser riamato, la molesta dimanda. Come ti avvenne di conoscere costei? Come fu ella cagione della tua morte? La fama che corse del triste caso in Armenia, non era dunque mendace?

— Assai meno del vero recò intorno la fama; — rispose Sandi all'amico. — Ascoltami, o re, e vedi in chi avevi tu posto il cuor tuo. Tu lo sai, dolce amico, che io non vedrò più sulla terra; egli fu nello scorso anno, e nel primo giorno del mese di Bagayadisc (i Babilonesi lo chiamano Ziggar) che noi ci diemmo l'addio della partenza. Te chiamava debito di figlio e di principe, al fianco del fortissimo Aràmo, sui confini del settentrione, per castigare coll'armi gli irrequieti scorridori Turani. Me vaghezza di cose nuove, amore di gloria, follia, trassero in quella vece alla pianura di Sennaar. Oh, avess'io seguito il tuo affettuoso consiglio, che mi chiamava ai campi di Masciag, per celebrare cogl'inni alati la virtù dei combattenti, i corsi pericoli, le vittorie, i trionfi! Ma il Dio delle sorti m'aveva posto le mani poderose entro i capegli, mi voleva, mi trascinava quaggiù. E venni, acceso il cuore di liete speranze, l'anima riboccante di auree canzoni; venni, e nel bosco sacro a Militta...

— Ah, com'io, Sandi, com'io!..

— Sì, pur troppo; egli è in tal guisa che il giovine straniero si perde, che l'aquila della montagna si lascia cogliere al laccio. Così la vidi, udii il suono delle sue dolci parole, m'inebbriai nella voluttà dei suoi baci. E non sapevo credere a me stesso; la mia felicità mi pareva un sogno, da cui dovessi col mattino svegliarmi. Imperocchè, come poteva egli accadere che un ignoto straniero, un oscuro artefice di canzoni, giunto nel medesimo giorno alle mura di Babilu, s'incontrasse in un tale miracolo di bellezza, e questo miracolo non gli fosse conteso da mille rivali? Tutti que' baldi garzoni, fiorenti di gioventù e di leggiadria, che s'accalcavano nel sacro recinto, in traccia di liete venture, erano essi usciti di senno? Ma forse ella non si cura di loro, pensai; destinata all'amor mio dal provvido volere di Militta, costei ha negletti gli omaggi di così vani amatori. Diffatti amano essi veramente, i figli di Babilu? Amano essi, come noi amiamo, una volta sola nella vita, e per sempre? Così pensavo, nè le sue parole suonarono disformi dal giudizio ch'io facevo di lei. Cercava affetto, ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vedeva e desiderava la regina; nessuno aveva amata la donna. Ed era sola, si sentiva sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare!... —

Il re d'Armenia mandò fuori dal petto un sordo grido che parve ruggito di belva, a cui il giavellotto del cacciatore siasi conficcato nel fianco. Invero, quelle erano parole di Semiramide; l'ingannatrice aveva così parlato anche a lui!

— Prosegui! — disse egli impaziente. — Prosegui!

— Io l'amai, — ripigliò con accento disperato il fantasma, — l'amai con tutto l'impeto del cuor mio giovanile. Amante della donna, non venni meno all'ossequio dovuto alla regina. No; io te lo giuro per l'antica amicizia; la vanità, l'ambizione non fecero velo ai miei occhi. In lei non vidi, non conobbi che Atossa. Fu ella che non si tenne paga di ciò, che mi volle ospite suo nella reggia. La donna che ama (fino a tanto questo incendio le duri nel sangue) non sa, non può, non vuole celar l'amore suo alle genti; ella se ne adorna, come di un prezioso monile, al cospetto del mondo; ognuno ha da scorgerlo, da invidiarlo eziandio; che monta, se domani, infastidita, ella getterà lungi da sè quell'ornamento di un giorno? Così apparve nella reggia il tuo Sandi, così fu assunto alla superba allegrezza, agli splendori del vivere cortigiano; così fu festeggiato, accarezzato e fatto segno d'invidia profonda. Ma egli, non mutato dal regio favore, agli ossequi della moltitudine rispondeva con riguardosa umiltà, alle lodi dei grandi con grata riverenza, ai sorrisi delle vezzose ancelle e compagne della regina, con modesto riserbo. L'innamorato garzone non vedeva che lei. Ed ella, come rispose all'amor suo? Due lune erano trascorse e Semiram non lo amava già più. Era giusto! Un vil cantore d'Armenia!... Ma allora, perchè innalzarlo fino ai piè del suo trono? Perchè giurargli un'eternità d'affetto?

Pregata, scongiurata, si schermiva, adonestava il suo mutamento con le assidue cure dei regno e cogli urgenti apparecchi di una guerra, che ella stava per muovere ai popoli dell'estremo Oriente. Intanto, le care notti vegliate tra i pensili orti, di contro alla dormente città, sotto l'azzurra vôlta seminata di astri lucenti, erano finite per Sandi, ed egli gemeva solingo e negletto nelle sue stanze obliate. M'intendi tu? Solingo e negletto! Così tenea fede a' suoi giuramenti costei!

— Finisci! — incalzò il re d'Armenia, con voce soffocata dall'angoscia.

— Sì; la storia è breve, oramai. Una sera, atroci sospetti mi morsero, mi lacerarono il cuore. Se fossi tradito!.. Volli correre a lei, sincerarmi co' miei occhi medesimi, udire la mia sentenza dalle sue labbra. Palpitante d'amore e di rabbia, balzai fuori dalle mie stanze; m'avviai per un andito segreto, che conduceva agli appartamenti della regina. Da più giorni ella mi aveva vietato di rifare quel noto cammino; ma io non badavo già più al suo divieto. Il mio sangue ardeva; non ero più padrone di me. Corsi, dunque, ma invano; l'uscio era sbarrato ed io mi ritrassi impossente. Un dubbio, come lampo nelle tenebre, mi guizzò nella mente. Uscii dalla reggia. Ero noto ai custodi, e mi dischiusero il passo. Dove correvo io, in tanta angoscia, per le sterminate vie di Babilonia? Tu lo indovini, o re; al sacro bosco di Militta, dove il cuore mi diceva che le gravi cure del regno, i pensieri della guerra imminente, avessero tratto costei. Presago mio cuore! Ben mi parve di ravvisarla colà, tutta chiusa nel suo candido pallio di bisso, dal cui lembo traspariva la lunga stola violacea, frangiata d'argento! Fuggì, quando mi vide, e il mio ignoto rivale con lei; di guisa che, per mezzo alla calca dei felici, non mi venne fatto raggiungerli, e gl'intricati meandri del bosco mi fecero perder la traccia. Era dessa; oh, non si poteva dubitarne; era ella Semiram! Gli occhi suoi balenarono attraverso il fitto velo che la copriva, ed io sentii quello sguardo penetrarmi, gelida punta, nel cuore. Ah mi fosse bastato quel cenno! mi foss'io rattenuto a quel punto! Ma tu lo sai, Ara; l'amore accieca. Errai lungamente, ignaro di me, della via percorsa, di tutto. Il dì vegnente, ella era chiusa a consiglio co' suoi ministri e capitani d'armata, nè mi fu dato vederla. Solamente sul far della sera ella fece chieder di me, come per lo passato, e il mio cuore si riaperse alla speranza, nello scorgere il muto messaggiero de' suoi teneri inviti. Patimenti durati, collere e pianti, tutto dimenticai in un punto. Nella sùbita ebbrezza, giunsi perfino a negar fede a' miei occhi; mi persuasi di aver traveduto, la notte addietro, nel bosco di Zarpanit; la fede, raggio di sole dopo i rovesci della tempesta, mi racconsolava lo spirito, cancellava ogni passata tristezza. Così è l'uomo che ama! E giunse finalmente l'ora aspettata. Uscii commosso, palpitante, dalle mie stanze; m'avviai per l'andito segreto.. Ah, maledizione! Avevo a mala pena oltrepassato l'uscio, non più chiuso tra me e l'argomento de' miei desiderii, che il suolo mi mancò sotto i piedi. Brancolai, tentando aggrapparmi da qualche lato, ma invano; io precipitavo nel vuoto, trabalzato contro le liscie pareti d'un pozzo. La caduta era alta, quanto il palazzo medesimo della regina, e fu tutta per me una lunga bestemmia, uno spavento supremo, una feroce agonìa. I ripetuti sbalzi, mi pestavano le membra, mi fiaccavano l'ossa; lame corte e talienti, infisse ne' muri, mi coglievano al varco, mi spiccavano brandelli di carne. Finalmente ebbi tregua nella morte; diedi un tonfo; larghe ondate mi schizzarono intorno e i gorghi romorosi dell'Eufrate si chiusero sopra di me. —

Le chiome si rizzarono per raccapriccio sulla fronte di Ara e un sudor freddo gli stillò per tutte le membra.

— Orrore! — gridò egli, poichè il doloroso fantasma ebbe finito il racconto. — Ma è una belva costei?

— Ben dici, una belva. E tu pure finiresti così, rimanendo.

— Ah, sarebbe il minor danno cotesto! Lontano da lei, non avrò io morte del pari? O Sandi, il mio cuore è spezzato. Ma ella mi udrà.

— Non tentare la prova, sconsigliato! Che potresti tu, solo ed inerme, contro la signora di cento popoli? Che ardiresti tu, uomo e di nobil sentire, contro una donna? O ti romperesti come una fragil canna nel pugno della offesa regina, o piegheresti, come giunco, alle lusinghe della impura maliarda.

— Oh mai, te lo giuro! Ma dimmi, consigliami, ombra diletta; che altro debbo io fare, che non dispiaccia alla tua vigile amicizia?

— Fuggire; non già come pauroso cerbiatto che teme lo strale del cacciatore, ma come leone che rompe le sbarre del carcere e ripiglia la sua libertà. Va; mostrerai alla ingannatrice come a te le sue male arti sian note. Rammenti l'oracolo di Peznuni, innanzi che tu lasciassi Armavir? «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Torna alla tua reggia, meno sontuosa, ma più ricca d'onore; lascia che costei si strugga nella sua rabbia impossente, e farai, nelle tue, le vendette di Sandi. Ed ora, addio; ti sovvenga di me!

— Già mi lasci?

— Sì: l'alba novella è vicina; il dio delle ombre non mi concede più lunga dimora.

— O Sandi, mio diletto, non ti vedrò io ancora una volta sulla terra?

— Forse! — rispose mestamente il fantasma.

— E dimmi... — aggiunse Ara peritoso, come chi teme di chieder troppo; — non avrò io da te un pegno del nostro colloquio?

— Dubiti ancora! — esclamò Sandi con accento di rimprovero. — Orbene, eccoti il pegno. —

Così dicendo il fantasma si appressò, pose le palme sugli òmeri di Ara ed accostò le labbra al suo volto.

Il re d'Armenia sentì, insieme col bacio, l'impressione dell'acqua diacciata, che grondava dalle chiome del morto; diè un grido di alto terrore e cadde esanime al suolo.

La visione era sparita; le tenebre regnavano nel sotterraneo.

Poco stante uno scalpiccìo, un bisbiglio sommesso si udì; quindi apparve una face, portata da uno dei muti custodi del luogo, e il suo chiarore illuminò i tre savi, tornati allora là dentro. Il re d'Armenia appariva disteso a terra, colle membra prosciolte, davanti alla negra cortina, che erasi raffermata da capo.

— Avrà egli creduto? — domandò il savio che portava tra mani il ramoscello di amòmo.

— Non l'hai tu udito favellare col fantasma? — disse a lui di rimando il compagno del fiore di loto. — Il filtro ha fatto opera efficace su di lui.

— Ma partirà egli? — chiese ancora quell'altro.

— Ne dubiti? Io n'ho certezza. Ardente e pieno di fede, come tutti i generosi, egli non vedrà più la regina, seguirà il nostro consiglio.

— Eppure...

— Eppure, t'intendo, tu vagheggi sempre il disegno di ucciderlo.

— Sempre! Nemico ucciso non dà più molestia.

— Nol nego; ma egli non è più nemico.

— Nostro, concedo: ma mio, egli non ha cessato di esserlo per questo suo odierno corruccio contro di lei. Però torno al mio primo consiglio; uccidiamolo. Badate, — soggiunse il savio dal ramoscello d'amòmo, parendogli che gli altri due si rimanessero ancora perplessi; — noi siamo uniti dal vincolo del vantaggio comune. Proseguiamo tutti un medesimo fine; il mio non può non essere il vostro.

— Bada a te piuttosto, o Zerduste, — rispose il savio dal fiore di loto. — Nella tua privata vendetta naufragherebbe l'alto proposito che ci ha collegati. Rivale negletto di questo giovane Armeno, a cui bastò mostrarsi per conquiderle il cuore, puoi tu fare che ciò che è accaduto non sia? Tanto varrebbe comandare ai fiumi di scorrere a ritroso e rifarsi alle prime sorgenti. Dimmi: la tua maschia virtù, il tuo antiveggente consiglio, ti avrebbero forse abbandonato di un tratto? Ameresti tu sempre colei?

— No, t'inganni, o Sumàti. Profondo, tenace, è l'odio mio, siccome fu un giorno l'amore. Così, non bevuto a tempo, inasprisce il soave liquor dell'amòmo, e si converte in veleno. Ma io temo ancora... Lui vivo, potremmo viver sicuri?

— Lui morto, temiamone un altro; — notò prontamente Sumàti. — Ella è donna, e, siccome avvien delle donne, mutevole ha il cuore, sempre bisognoso d'affetto. Ma lascia che viva costui, bellissimo fra gli uomini; lascia che, fuggiasco tra' suoi monti natali, si manifesti a lei superbo spregiatore di sua facil conquista, e vedrai, vedrai furore di donna, come alto divampa!

— Sì; — soggiunse il compagno che aveva tra mani la foglia di papiro; — ben dice Sumàti. E spento da noi il re d'Armenia, che altro avverrà, che giovi ai nostri disegni? Niente saprà la regina del disprezzo di lui; sconsolata, lo piangerà, nè certo si rimarrà dal cercare gli autori della sua morte, per trarne aspra vendetta. Siam noi così certi che i misteri della Triade non abbiano un giorno a scoprirsi, fors'anco prima che l'opera nostra sia condotta a buon porto?

— Tu lo vedi; — ripigliò allora Sumàti; — anche il savio Manète è contro di te. Cedi ai nostri consigli, all'utile della causa comune. Infine, di che abbiam noi mestieri? Di che tu stesso, o Zerduste, il quale gagliardamente ti adoperi per la liberazione della tua Bakdi dal servaggio dei figli di Cus? Viva ed aiuti i nostri disegni il pronipote di Aìco; egli è un nuovo e possente arnese di guerra contro i superbi dominatori di Babilonia. Non lo dicevi tu stesso, ieri, mostrandoci la necessità di questo rapido colpo su lui? Nemici avventurati di Babilonia furono un giorno gli Armeni; sospettosi vicini durarono pur sempre; son tributarii oggi, ma tementi di peggio, e preparati a resistere. La favilla che può destare l'incendio sta in nostra mano, e noi la spegneremmo, dissennati, in quest'ora? Lo sdegno di Semiram, la guerra all'Armenia; non è questa l'occasione fortunata che attendono i tuoi, per ribellarsi al giogo? Ed in questo risveglio di popoli soggetti, non è la nostra salvezza comune? Ai patti, Zerduste, ai patti, che tu stesso hai giurati; e rammenta che il numero è legge. —

Così parlò risoluto il savio del Gange, e Zerduste chinò il capo al voler dei compagni.

— E sia come a voi piace! — diss'egli. — Così torni utile alla gran causa il vostro decreto, com'io mi sommetto alla legge del numero. —

Ciò detto, si trasse in disparte. E Sumàti frattanto, avvicinatosi al re d'Armenia, si chinò sopra di lui, dandogli a respirar per le nari le acute fragranze d'una ampolla, che egli aveva cavata pur dianzi dal seno.

CAPITOLO XII.

La fuga.

Il mattino era sorto, restituendo i colori smarriti alle cose. La vôlta celeste, con soavi trapassi, di cenerognola che l'avea mostrata il primo barlume del giorno, erasi venuta schiarando in un bianco perlato, che verso oriente volgeva allo smeraldo, per mutarsi più oltre in colore di fiamma, su quell'ultimo confine donde aveva a sorgere il sole. Commosse al lene soffio della brezza mattutina, ondeggiavano le biade per l'immenso piano, e qua e là, da un mare di lieta verdura, spuntavano le castella lontane, i villaggi, i casolari, sparsi a guisa d'armenti sui pascoli.

Intanto, una lunga cavalcata, uscita pur dianzi dal sobborgo settentrionale di Babilonia, risaliva di buon trotto la strada maestra, lunghesso la riva destra del fiume. Già biancheggiava davanti alla torma il villaggio di Lahirù, e l'astro del giorno, apparso in quel mentre sull'orizzonte, mandava il suo primo saluto alle torri predilette di Sippara.

Correvano frettolosi, volavano via come il vento i cavalieri, coi grand'archi sull'òmero e le frecce risuonanti nelle lucide faretre. Dinanzi a loro cavalcava un nobil garzone, pallido, smunto le guancie, accigliato e cupo il sembiante, pur tuttavia bellissimo sempre a vedersi. Un'acerba cura, più assai che l'insonnia, segnava di triste nota il suo volto e lo faceva noncurante d'ogni cosa che il suo pensiero non fosse. Difatti mentre i seguaci suoi, ad ogni tanto si volgevano indietro, sulle groppe dei cavalli, per rimirare ancora una volta la gigantesca città, che si veniva illuminando alle loro spalle e sempre nuovi aspetti assumeva ai crescenti raggi del sole, egli, il taciturno comandante, non dava da quella parte neppure una fuggevole occhiata, e al premer convulso delle ginocchia ne' fianchi del suo corsiero, al lentargli le redini sul collo, pareva che avesse fretta di correre, di allontanarsi da un luogo odiato, o temuto. Per contro, non badava ai compagni, se pronti d'ugual metro gli tenessero dietro. Istintivamente facea cammino, respirando a larghe ondate l'aria frizzante del mattino, quasi a sneghittirsi le fibre; ma il pensiero avea sempre rivolto in sè stesso, e si faceva sempre più cupo, come chi, non trovando la via per uscir di tristezza, si chiude disperato e si compiace nel dolore che lo uccide.

Frattanto i mattinieri abitatori de' campi, gli artefici borghigiani, in volta fra villaggi e castella, si tiravano, essi e le cose loro, sui margini della strada; frotte di popolo agreste si affacciavano dalle siepi fiorite; curiosi volti di donne apparivano in sull'uscio dei casolari, per veder passare la cavalcata, di cui si udiva da lunge lo scalpito.

— Chi sono costoro? — si diceva qua e là, nella moltitudine degli astanti. — Ah, i baldi cavalieri d'Armenia, che tornano ai loro monti natali. Giunti a mala pena ier l'altro! Breve dimora hanno fatto essi nelle mura di Babilu! E il _malka_? Vedetelo; è quegli che va innanzi a tutti loro, Ara il bello! Ara il prode! Viva in perpetuo il leggiadro malka delle montagne! Invero egli è simile a Nebo, al malka della vôlta azzurra. Ma come rannuvolato! che ha egli mai, che lo rende così triste? Forse il dover partire dalla terra di Kiprat Arbat. Ma perchè tornarsene così presto? Le rose di Sennaar non aveano dunque fragranze per lui? Vedete; egli neppure s'accorge della nostra presenza: non cura i saluti, non risponde agli evviva. Orgoglioso è l'Armeno, come tutto il suo popolo. Pure, egli ha dovuto scendere, portar tributo alla gloriosa regina degli Accad! —

Così dicevano gli abitatori dei campi, e proseguiva Ara veloce, senza por mente alla turba curiosa, o dare ascolto ai clamori, agli evviva.

Che era egli avvenuto? Come a quell'ora già tanto lontano da Imgur Bel, colla sua gente raccolta e frettolosa a seguirlo?

Ricuperati i sensi e riavutosi dal suo smarrimento nel sotterraneo, il re d'Armenia aveva veduto daccanto a sè il savio dal fiore di loto, non più velata la faccia, che lo guardava con occhio amorevole e si studiava con paterna cura di essergli utile.

— Santo vegliardo, — disse Ara, crollando mestamente il capo, — la mia anima è triste fino alla morte.

— Suvvia, — gli rispose Sumàti, — non ti perder d'animo, o re. L'uomo antico è morto quaggiù; tu rinasci da' tuoi errori, più giovine, più ardito e più forte. La terra di Sennaar non ti sarà più oltre fatale. Il destino è scongiurato, e qui alle sacre fonti del vero, tu hai attinta la vita.

— Ah! — esclamò il giovine, sospirando. — E per che farne, ormai?

— Fanciullo! — disse il savio, con piglio affettuoso, che temperava il rigore della parola. — E credi tu che nulla più ci rimanga a sperare sulla terra, perchè abbiam conosciuto menzognero un affetto? Ma a che splende il sole nel firmamento? A che accese in noi il creatore la fiamma immortale dell'intelletto, parte dell'anima sua? Sorgi e cammina, o prediletta creatura di Brama! Non sei tu di quella casta d'uomini ch'egli trasse dal suo medesimo braccio, perchè avessero ad impugnare lo scettro, per comandare alle genti, e farle gloriose e felici? Non ami tu il tuo popolo? Non ricordi la tua reggia d'Armavir e i noti volti che ti sorrideranno ossequenti al ritorno?

— Sì; — rispose Ara commosso; — Un Dio parla per le tue labbra, o venerando. Noi non nascemmo per noi. —

E così dicendo avea tentato di sollevarsi da terra; ma non potè reggersi sulle ginocchia, barcollò e cadde tra le braccia dei savio, che fu sollecito a trattenerlo.

— Bevi; questo ti rinfrancherà: — disse Sumàti, stillandogli sulle labbra alcune gocce da una fiala che avea tolta dalla cintura. — Ed ora, figliuol mio, adagiati su questa lettiga; mentre tu ristorerai le membra affaticate nel sonno, i nostri uomini ti riconduranno fuori di qua.

— Dove? — chiese Ara, con atto di ripugnanza, che non sfuggì all'occhio del savio.

— Oh, non già nelle tue stanze di iersera. Gli spiriti invisibili che t'hanno dischiuso la via allo scampo, non riaprirebbero certamente il cammino della tua perdizione. Quell'àdito è chiuso per sempre. Ti desterai in quella vece dove più ami vederti... fra i tuoi.

— Fra i miei; — balbettò il re d'Armenia, a cui già il sonno facea gravi le ciglia: — fra i miei! Ma tu, santo vegliardo, mi lasci?

— È necessario.

— Non ti vedrò io dunque più?

— In seno di Brama è il futuro; — rispose solennemente il savio dal fiore di loto. — Dormi, o re d'Armenia, e dimentica! —

Il vecchio era sparito, ed Ara, poco stante, dormiva profondamente, in quella che i muti custodi del sotterraneo, alzata la lettiga sugli òmeri, si disponevano a condurlo all'aperto.

Allorquando il re d'Armenia si risvegliò da quel sonno letargico, egli era disteso su d'un letto di piume, in una camera adorna di sontuosi tappeti e morbidi pelli di fiere. Pendevano sopra il suo capo, raccolte a festoni, le ampie cortine d'un padiglione di porpora; lucerne di forbito rame spandevano per la camera un mite chiarore. Attonito, volse gli occhi lungamente in giro, e riconobbe il suo posatoio della prima sera, nell'edifizio fuori la cinta di Nivitti Bel, dove era smontato ad alloggio co' suoi.

Ma, per qual via era egli giunto colà? Come si trovava egli adagiato in quel letto? Aveva egli sognato dapprima, o non sognava piuttosto in quel punto?

Mentre egli era in cosiffatte incertezze, Bared gli si fece innanzi ossequioso. Il suo fidato Bared appariva vestito di tutto punto, in arnese da viaggio, con la sua fascia di lana intorno ai lombi e la spada pendente dal fianco.

— Tutto è pronto! — diss'egli.

Il re d'Armenia lo guardò trasognato. Ma Bared non volgeva gli occhi su lui.

— Che cosa? — domandò allora il re.

— Il corteo, mio dolce signore; — rispose Bared, inchinandosi. — I cavalli sono in ordinanza sulla via e i cavalieri fermi in arcione. I cammelli, coi bagaglioni son già da un'ora in cammino.

— E.... — balbettò Ara, stupefatto, — perchè tutto ciò?

— Ma... — soggiunse umilmente quell'altro; — non sei tu sceso stanotte al mio capezzale, per comandarmelo?

— Io?

— Sì, mio signore. Invero, tu mi parevi turbato oltremodo. «Suvvia, mi dicesti; svegliati, o Bared, e fa che tosto si alzino i nostri uomini. Bisogna partire innanzi giorno; si torna in Armavir; tra un'ora ci metteremo in cammino.» Furono queste le tue parole; non le rammenti? Temendo di alcun triste caso che ti fosse intervenuto, ardii chiederti il perchè dell'improvvisa partenza, e tu non m'hai risposto verbo. Mi sono affrettato ad obbedirti, ed eccomi qua, pronto ai tuoi cenni. —

Il re d'Armenia stette alquanto sopra di sè, mentre Bared parlava, e richiamò alla mente smarrita tutte le confuse memorie di quell'orrida notte. Furono allora argomenti di tristezza ineffabile, paurose visioni, acutissime spine che gli si strinsero al cuore. Così la cerva trafelata, poichè vanamente ha tentato di sottrarsi allo stuolo de' cacciatori, s'arresta e vede d'ogni banda segugi in volta, cavalli accorrenti, ed archi tesi, che le fanno piover sopra un nembo di strali.