Semiramide: Racconto babilonese

Part 10

Chapter 103,925 wordsPublic domain

«Difatti, non andò molto che il pesce gli chiese di essere trasportato all'Oceano. E contentato nel suo desiderio, disse allora a Vaiwasvata: Odimi, o santo. Il mondo sta per esser sommerso nei flutti e i suoi abitatori moriranno. Affrettati a costruire una nave e chiuditi in essa coi tuoi. Togli teco i semi di tutte le piante e una coppia di tutte le specie d'animali, tranne di quelli che nascono dai vapori e dalla putredine, imperocchè il loro principio vitale non emana dalla grand'anima dell'universo; poscia attendi fiducioso le sorti.

«L'uomo giusto fece ogni cosa secondo i comandamenti ricevuti, ed egli e la sua famiglia furono campati dalla rovina delle acque, sulle estreme vette dell'Imalaya. Visnù vi ha salvi da morte, disse il pesce che era stato guida alla nave; per sua intercessione, Brama ha fatto grazia all'umanità; andate ora a compiere i voleri di Dio e ripopolate la terra.

«Così fu, come avea disposto l'Eterno che fosse. E cent'anni dopo la rovina delle acque, visse il savio Adgigarta, nipote di Vaiwasvata, uomo pio e temente il Signore.

«Egli abitava nella contrada di Ganga, e quantunque volte sorgesse l'aurora, o cadessero i crepuscoli della sera, Adgigarta si riduceva in luogo appartato, nel profondo delle selve, o sulle rive dei sacri fiumi, per offerirvi olocausti al Signore. Colà, prostrato dinanzi all'ara, dopo aver pronunziato sommessamente il mistico Aum, che è l'invocazione all'Altissimo, egli scioglieva l'inno della Savitri.

«— Signore dei mondi e delle creature, accogli l'umil preghiera del tuo servo, distogliti un tratto dalla contemplazione di tua eterna possanza. Un solo dei tuoi sguardi purificherà l'anima mia.

«— Vieni a me, così che io oda la tua voce nello stormir delle foglie, nel mormorio delle correnti, nel crepito della fiamma consacrata.

«— L'anima mia ha mestieri di respirare il purissimo alito che emana dalla tua grand'anima. Ascolta la mia invocazione, Signore dei mondi e delle creature.

«— La tua parola sarà più dolce al mio spirito assetato, che non le lagrime della notte sulle arene del deserto, più soave che non la voce della madre al bambino.

«— Vieni a me, tu, la cui mercè fiorisce la terra e maturan le biade; per cui si svolgono i germi e scintillano i cieli; per cui le madri pongono alla luce i dolci nati e i savi conoscono le virtù.

«— L'anima mia ha sete di conoscerti e di liberarsi dalla sua spoglia mortale, per godere la beatitudine celeste, per essere rapita nella tua luce. —

«Indi, rivoltosi al sole, che sorgeva glorioso sulla via del firmamento, così cantava il savio Adgigarta:

«— O radiante e splendido sole, accogli quest'inno che io sciolgo alla tua virtù senza pari.

«— Accogli, te ne prego, la mia invocazione; scendano i tuoi raggi a visitare il mio spirito desioso, come un garzone innamorato che vola ai primi baci della donna diletta.

«— O sole, o tu che illumini la terra, e la cui luce feconda ogni cosa, proteggimi.

«— Meditiamo il tuo mirabile splendore, o purissimo sole; rischiari esso e volga alla sua meta il nostro intelletto.

«— I sacerdoti, con olocausti e cantici, t'onorano, o purissimo sole, imperocchè la mente loro scorge in te la più bella fra le opere di Dio.

«— Avido di nutrimento celeste, io imploro con umili preghiere i tuoi doni preziosi, o sublime e fulgido sole! —

«Così pregava Adgigarta, uomo pio e caro al Signore. E Pavàca, il suo sapiente maestro, gli disse un giorno, nell'atto di dargli in presente una giovenca senza macchia e inghirlandata di fiori: — Ecco il dono che Brama ci raccomanda di fare a coloro i quali hanno posto fine allo studio del Veda. Tu non hai più mestieri de' miei insegnamenti, o Adgigarta; pensa ora ad ottenere un figlio, il quale possa compiere sulla tua sepoltura le cerimonie, che ti schiuderanno la dimora dei cieli.

«Padre mio, rispose Adgigarta, e come lo potrei io, il quale non conosco donna veruna? Il mio cuore ha sete di affetto, ma non sa a cui rivolgere la sua prece.

«Io ti ho data la vita dell'intelletto, disse a lui di rimando il maestro; ecco, io ti darò quella eziandio della felicità e dello amore. Mia figlia Parvàdi risplende fra tutte le vergini per saviezza e beltà. Dal dì che nacque, io te l'ho destinata in moglie; i suoi sguardi non si sono ancora soffermati sopra alcun uomo, e nessuno ha veduto mai il suo volto leggiadro.

«Giubilò nel suo cuore Adgigarta, ed impalmò la bella Parvàdi. Scorsero gli anni senza che nulla venisse a turbare la loro felicità. I loro armenti erano i più vistosi della contrada: le loro messi benedette da Dio. Solo una cosa mancava ai loro voti; Parvàdi era sterile. Invano ella era andata in pellegrinaggio all'onda sacra del Gange, invano aveva ella pregato; e l'ottavo anno di sua sterilità si appressava, dopo cui, giusta la legge, dovea ripudiarla come disutil compagna il marito.

«Triste nel profondo dell'anima, Adgigarta tolse un giorno il più bello fra i capretti dell'armento, e andò in luogo appartato, a farne olocausto al Signore. — Mio Dio, disse egli, non voler separare ciò che tu stesso hai unito.... E null'altro potè aggiungere, poichè i singhiozzi soffocavano le parole.

«Ma ecco, in quella ch'egli si rimaneva colla faccia a terra, gemendo ed invocando il Signore, una voce si udì dalla nube: — Torna alle tue case, Adgigarta; imperocchè Dio ha ascoltato la tua preghiera ed ha compassione di te.

«Ora, tornando il savio alla sua dimora, vide farglisi incontro Parvàdi, tutta sorridente e lieta, come da lunga pezza non gli era più occorso vederla. E chiestole il perchè di quel suo mutamento, n'ebbe da lei in risposta: — Un uomo, affranto dalla stanchezza è venuto pur dianzi a posarsi sotto al nostro pergolato. Io gli ho profferto l'acqua limpida, il riso ed il latte che si offre ai viandanti. Ed egli mi ha detto partendo: Il tuo cuore è triste e i tuoi occhi sono rossi dalle lagrime; ma statti di buon animo, imperocchè di te nascerà un figlio, al quale tu imporrai il nome di Viashàgana, ossia nato dalla elemosina; ed egli ti serberà l'amore di tuo marito e sarà l'onore del vostro legnaggio.

«A sua volta Adgigarta raccontò alla moglie ciò che gli era occorso nell'ora del sacrificio, ed ambedue si consolarono pensando che le loro angosce stavano per finire e che l'un d'essi non sarebbe stato disgiunto dal- l'altro.

«Nacque il figlio aspettato, e fu il solo del suo sesso, quantunque Parvàdi allegrasse ancora di numerosa prole la casa benedetta. E come il fanciullo ebbe raggiunto il dodicesimo anno, Adgigarta volle condurlo sulla montagna con sè, per render grazie al Signore e sacrificargli un capretto, il più bello che fosse nell'armento.

«Ed ecco, mentre valicavano un folto bosco, si abbatterono in una tenera colomba, caduta dal nido, che stava per esser la preda di un serpe. Viashàgana si gettò allora sul rettile, lo uccise d'un colpo col suo vincastro e ripose la colombella nel nido. La madre, che aliava tutt'intorno riempiendo l'aria di strida, ringraziò con verso mutato il pietoso fanciullo. Ed Adgigarta giubilò nel profondo del cuore, vedendo come il figlio suo fosse prode e buono dell'animo.

«Poi che furono sulla vetta del monte, si dettero ambidue a raccattare la stipa e i sarmenti per l'ara del sacrificio. E in quel mezzo, il capretto, che avevano condotto per l'olocausto, ruppe il suo vincolo e si appiattò tra i cespugli, cosicchè non fu più dato rinvenirlo. E allora Adgigarta disse al figliuolo: — Ecco la stipa pel sacrificio, ma oramai ci manca la vittima. Vanne tu al nido della colomba che hai salvata poc'anzi e portala a me, perchè io l'offra al Signore, in luogo del capretto fuggito.

«Viashàgana era già per obbedire al cenno del padre, allorquando la voce sdegnata di Brama si udì. — Perchè comandi tu ciò al figlio tuo? Avreste campato la colomba dalle fauci del serpente, solo per imitar questo nella sua malvagità? Colui che distrugge in tal modo i suoi benefizi, non è degno di me. Tu hai peccato, Adgigarta; in penitenza del fallo, immolerai il figlio tuo su quest'ara!

«Il che udendo Adgigarta, si contristò grandemente. E caduto a terra, nell'impeto del dolore, gridò: Parvàdi! o diletta mia! Che dirai tu, quando io tornerò solo alla soglia domestica? che potrò io risponderti, quando tu mi chiederai del nostro amato figliuolo?

«E in tal guisa si dolse fino a sera, non potendo risolversi a compiere il funesto sacrifizio, nè osando disobbedire all'Eterno; mentre Viashàgana, d'animo saldo oltre l'età, veniva pregando il padre che volesse immolarlo, giusta il comando divino. A ciò finalmente si dispose Adgigarta; con mano tremebonda legò il fanciullo all'altare, e già, brandito il coltello di pietra, stava per ferirlo alla gola, allorquando Visnù, sotto la forma di una colomba, venne a posarsi sul capo innocente. — O Adgigarta, diss'egli, rompi i legami della vittima e disperdi la stipa raunata. Iddio è contento della tua obbedienza, e tuo figlio, per la fortezza dell'animo, ha trovato grazia appo lui. Viva egli lunghi anni, e felici, imperocchè dalla sua discendenza nascerà l'aspettata Devanaguy, nel cui seno io ripiglierò forma mortale, per la salvezza degli uomini.»

CAPITOLO XI.

Il fantasma.

Altro aggiunse, narrando, il savio che aveva tra mani il simbolico fiore del loto. Parlò della incarnazione di Visnù, che già era l'ottava, dopo la creazione del mondo. Egli era venuto (diceva), egli era venuto, il divino Paramatma, ossia l'anima dell'universo, nella prima ora del Cali yuga, che era la quarta età del mondo; egli era venuto, più dolce del miele e dell'amrita celeste, più puro dell'agnello senza macchia e del labbro d'una vergine; egli era uscito dal grembo della Devanaguy, ad aveva riconciliato Brama con la sua creatura. Un fremito sovranaturale aveva invaso l'aere ed il suolo; voci misteriose avevano dato l'annunzio ai santi eremiti nei boschi; i Gandarvi avevano fatto suonar l'etra di loro celestiali armonie; le acque del mare avevano esultato dai gorghi profondi; i venti si erano infusi di elette fragranze; al primo vagito di Crisna la natura aveva riconoscito il suo alto signore.

Così aveva proseguito il savio dal fiore di loto, e i due venerandi compagni avevano chiarito quanto ci fosse nelle sue parole di conforme alle loro istesse dottrine. Avevano inoltre notato come que' santi veri fossero antichi di antichità sterminata, e come quell'ultima teogonia risalisse a mille e più anni addietro, fin oltre la medesima età che assegnavano alla lor torre delle lingue i sacerdoti degli Accad. Invero, quei superbi figli di Cus, venuti per mezzo alle arene del deserto sulla terra di Sennaar, poveri di storia, o dimentichi del loro passato, non avean fatto altro che accogliere le sparse leggende e i primi racconti degli Aria, confusi insieme con le oscure memorie dei nomadi figliuoli di Sem, per guastarne il senso arcano e far dell'impuro miscuglio un fondamento alla loro mostruosa idolatria. Ben più antica soggiungevano i tre savi velati essere la stirpe umana, che non la facessero i Casdim; la luce del vero esser dono d'Oriente, siccome la stessa luce del sole.

Dicevano; ma il giovine Ara, o non udiva già più i loro profondi ragionari, o molto confusamente li udiva, e senza coglierne il senso. In quella guisa che per vapori esalati sul far della sera dalla superficie d'un lago, s'ingombra di fitta caligine la silenziosa convalle, così a grado a grado, lentamente, erasi offuscato l'intelletto del giovine. Ammirato da prima, colto al fascino di quella grave parola, aveva seguito con avida cura il discorso del savio, siccome avrebbe ascoltato, là nella sua reggia d'Armavir, la canzone d'un poeta, o il racconto d'un ospite pellegrino, o un passo delle prime istorie di una stirpe, dal labbro d'uno scriba ossequente. Ma a poco a poco un'insolita stanchezza, un torpore, quasi un senso grave d'ebbrietà, gli eran venuti serpeggiando nelle fibre, gli avevano intorbidita la mente e prostrate le forze. Di tratto in tratto tentava riscuotersi; qua e là afferrava una frase, un concetto, ma senza potere altrimenti seguire nel suo corso il ragiomento dei tre venerandi. E quelle frasi, quei concetti slegati erano come faville, che guizzano e si disperdono nel buio; passavano davanti agli occhi della sua mente e fuggivano.

Si avvidero i tre dello stato in cui era il re d'Armenia, e ad un lor cenno si fece innanzi il coppiere, profferendogli la tazza ospitale, colma d'un liquore verdognolo. Bevve egli avidamente a ripetuti sorsi e si sentì come rinascere. La bevanda avea grato sapore; dava senso di frescura alle fauci riarse, e, destandogli le forze languenti, gli snebbiava altresì l'intelletto. Così almeno a lui parve.

— Bevi: — gli diceva frattanto uno dei tre; — tu hai d'uopo di rinfrancarti le membra e lo spirito. Le prove ti riuscirono faticose e la parola del vero ti è tornata molesta....

— Non già! — si affrettò il re d'Armenia a rispondere. — Cara mi è giunta, come mi fu sempre caro di udire gl'insegnamenti dei savii. Le vostre parole, o venerandi, neppur mi vengono nuove del tutto; esse mi ricordano, sebbene alla lontana, cose già udite nella mia adolescenza, dal labbro di santissimi uomini, tra' miei monti natali.

— Il vero, — rispose quell'altro, — è come il sole; esso spande un raggio della sua luce dovunque. Del resto sono a noi congiunti di sangue gli Armeni, non già derivati dalle genti della pianura, come favoleggiano i Casdim. Questi vanagloriosi credono di aver essi popolata la terra, essi, gli ultimi venuti nel Sennaar, su questa foce del gran fiume ariano, che inonderà, fecondandolo, il mondo. Vogliono esser diga; saranno soverchiati e dispersi. Come Dio è uno e trino, così una e trina è la verità. Iran, Javan, Mesraim, il Gange, l'Arasse ed il Nilo, si collegano per abbattere la mostruosa possanza dei figli di Nemrod. La tua schiatta, o re, procede dal nobile ceppo degli Aria. Il forte Aìco avrebbe egli dovuto pugnare contro l'esercito di Nemrod, se gli eroi dei due campi fossero stati del medesimo sangue? Disgiunti di famiglia e nemici allora, durano nemici pur sempre, e, quel che è peggio, non sono più pari, come allora, le forze. Troppo è divenuto possente il popolo di Kiprat Arbat e nella insperata felicità di sue sorti vagheggia ambizioso la padronanza del mondo. Ogni terra, felice di popolo, di naturali dovizie e di utili industrie; Tiro e Sidone, coi loro drappi di bisso, tinti nei vaghi colori della porpora; le isole del mar d'occidente, coi loro candidi marmi e col più meraviglioso candore delle bellissime schiave; Mesraim, co' suoi nobili aromi e coi finissimi lini; Ofir, con l'oro e col cedro; Bakdi, coi poderosi cammelli e colle gemme preziose; l'India lontana, con le sue molli lane variopinte e co' tenui veli intessuti d'argento; l'Armenia, co' suoi corsieri veloci come il soffio della tempesta: ecco le invidie, i desiderii, le cupidigie di questi ladroni. Nuotano essi nelle delizie, si sprofondano nelle voluttà, imperocchè li affida il genio guerresco di Semiramide, che rassodi le prime conquiste e ne faccia di nuove all'intorno, vuoi con aperte guerre, vuoi con infinite alleanze ed amicizie.... le quali pagan tributo.... —

Ara senti il colpo e chinò gli occhi a terra, senza risponder parola. Frattanto quell'altro proseguiva, incalzando.

— Ah, facil maestra d'inganni è costei! La sua bellezza, che, la mercè di arcani filtri, resiste alle ingiurie del tempo e sfida gli struggimenti delle protratte vigilie, è pari all'albero della morte, al cui meriggio posando, l'incauto pellegrino s'addormenta in eterno. Te pure, o generoso, ella ha colto ne' suoi lacci, come altri prima di te. Ma costoro negl'incantesimi suoi perdettero solamente la vita: tu perderesti la vita in pari tempo e l'onore della tua fortissima schiatta. —

Udì le dure parole il re d'Armenia, e non ne prese sdegno, siccome qualche ora innanzi egli avrebbe pur fatto. Ma il dubbio, atroce dubbio, gli lacerava il cuore; ma la fede in quei tre uomini velati gli era cresciuta nell'anima. Infine non dovevano costoro, potenti sugli spiriti invisibili, dargli le chiare, le certe, le incontrastabili prove di tutto ciò che asserivano? Queste prove attendeva, a queste mirava, di null'altro gli importava in quel punto. E il capo gli ardeva; il sangue ribolliva nelle vene, gli martellava concitato alle tempie.

— Lasciamo di me! — gridò egli, che temeva, desiderava, e ad ogni modo, per quelle dirette allusioni del suo interlocutore, sentiva vicina la catastrofe. — Di lei, dell'amor suo, della fine di Sandi, io vi chiedo; non per altro son io disceso quaggiù. Perdonate, o venerandi, alla mia impazienza, alla mia soverchia cura di cose terrene; ora io non sono già più signore di me. Mi avete soffiato il dubbio nell'anima; mostratemi il vero; esso sarà sempre meno acerbo del dubbio. M'ingannò quella donna? E sia; svanirà il mio sogno, cadrà la mia corona nel sangue, morrà con me la stirpe d'Aìco.... Ma che io n'abbia le prove! Che il vero, l'amarissimo vero, mi si mostri in tutta la sua dolorosa pienezza!

— Tu lo vuoi, e sia! — disse il savio dal flore di loto. — Virtù dormenti della natura, idee madri di ciò che è, incancellabili parvenze di ciò che fu, ripigliate forma visibile davanti agli occhi del re. Gli sia mostrato da voi quanto egli ebbe di più caro sulla terra, e così vivamente, che i sensi di lui, offuscati finora dal dubbio, non ricusino più oltre la testimonianza del vero. Schiuditi, adunque, misteriosa cortina, che ci nascondi il passato! —

Una mano invisibile fe' scorrere, a quel comando, gli anelli della negra cortina, che partita in due si ritrasse sui lati, lasciando scoperto un largo spazio nel mezzo. Nulla vide il re d'Armenia là dentro; nulla più vide intorno a sè, il lume delle lampade essendosi spento ad un tratto.

— Noi ti lasciamo; — disse la voce dei savio, allontanandosi da lui. — Volgi in quel nero spazio tutta la possanza del tuo desiderio; aguzza lo sguardo e prega Iddio che t'illumini. —

Il giovine Ara si sentì solo un'altra volta. Tese l'occhio obbediente, rimase a lungo aspettando, e finalmente gli parve che il buio si rischiarasse di mano in mano. Era dinanzi a lui come una superficie piana, levigata, ma trasparente in pari tempo e profonda, entro la quale si veniva disegnando lentamente alcun che d'incerto e di mutevole, incognito, indistinto di ombre e di barlumi, di forme e di colori nascenti. Che voleva dir ciò? E come chiarire a sè stesso l'arcano di quel doppio aspetto del piano e del profondo, del diritto e del concavo? Avea trasparenza d'acqua tranquilla, ciò che egli vedeva; ma come potea l'acqua rimanersi in tal modo sospesa nell'aria, a somiglianza di velo? No, acqua non era quella per fermo; imperocchè come avrebbero potuto prodursi nel suo grembo opaco quelle forme svariate, e crescere, illuminarsi, assumer contorni e colori? Ecco, di fatti; alla sua destra si protendeva una massa scura, si allungava il ciglione, si partiva in creste e sporgenze, indorate dal sole. Più indietro erano colline digradanti, quali tinte d'azzurro, perchè più lontane, quali di violetto e di verde, seminate di punti bianchi e lucidi che si facevano più frequenti nel basso verso la sponda d'un lago, la cui superficie si vedeva increspata dalle lievi brezze del nascente mattino.

— Peznuni! — gridò il giovine, compreso di maraviglia.

E tutto intento, ansioso, palpitante per memore affetto, si stette egli rimirando quella magica scena, che prendeva sembianza di vero davanti al cupido sguardo, e cercando con assidua cura e ritrovando di mano in mano i cari luoghi, le balze sporgenti, le insenature, i margini del lago, gli edifizii, e via via tutte le cose più riposte, di cui gli tornavano in mente le immagini. Di pari passo con le sue ricordanze, quasi rispondendo ai suoi desiderii, usciano lucide forme dalla vaporosa penombra, e il quadro si faceva sempre più vivo. Sì, erano quelli i suoi monti; quella era la rocca di Van; quel colmo di case che biancheggiava là in fondo, era Armavir, la sua diletta Armavir; quegli alberi verdeggianti eran pure i sacri platani di Peznuni; quella candida striscia serpeggiante lunghesso la sponda del lago, era il fiorito sentiero che egli adolescente avea corso e ricorso le tante volte in compagnia dell'amico.

E appunto allora, su quel noto sentiero, vide egli affacciarsi da un ammasso di lieta verdura due giovinetti, che procedevano ilari e baldi, l'uno a fianco dell'altro. Vestivano entrambi ad un modo e d'uno stesso colore; donde si sarebbe argomentato che fossero fratelli. Senonchè, l'un d'essi, alquanto più rilevato della persona e biondo di capelli, alla dimestichezza con cui s'appoggiava sull'òmero del compagno, appariva essere di più alto grado, e l'altro, notevole per le chiome corvine, inanellate e lucenti, mostrava agli atti non essere dall'amicizia disgiunto l'ossequio. Del resto, lieti ambidue di vivere insieme e tutti assorti nelle tenerezze di un fraterno colloquio.

Poco stante si fermarono, ed Ara rimase estatico a contemplarli. Vide allora l'un di essi recarsi tra mani un cavo strumento di legno, che portava ad armacollo, e dalle corde, tese sovr'esso, trar suoni con le agili dita. Era egli inganno dei sensi, o verità? I suoni della cetra giunsero distintamente all'orecchio di Ara.

— Sandi! oh, Sandi! — gridò egli commosso.

E gli parve allora di non essere più al suo luogo, spettatore lontano di quella scena del suo dolce passato. Si sentì, in quella vece, si vide vicino all'amico, e immedesimato con quel biondo adolescente che sedeva sulle molli erbe del prato, al fianco di Sandi, in atto di pendere dal suo labbro e dal fremito delle corde canore.

— Prosegui! — diceva egli con amorosa sollecitudine al compagno. — Grato m'è il suono della cetra e più grato il suono della tua voce. —

Ma Sandi aveva cessato; il suo strumento giaceva a terra colle corde spezzate.

— No; — rispose egli all'amico. — La mia cetra non ha più suoni; nè più ha canzoni il mio labbro. Non vedi? Son morto. —

E allora il re d'Armenia si fece a contemplarlo, e un senso di raccapriccio gli corse per l'ossa. Sandi, il suo Sandi, non era più il baldo, sorridente e roseo garzone, ch'egli aveva conosciuto ed amato. La faccia aveva livida e gonfia; le membra, siccome apparivano dalle lacere e lorde vesti, ammaccate e sanguinolenti. Nelle peste occhiaie si sprofondavano le pupille smorte sotto le palpebre semichiuse; i capegli, già sì neri e lucenti, si vedevano rappresi alle tempie, stillavano acqua limacciosa lunghesso il tumido collo. Era il cadavere di un annegato, e, orribile a vedersi, più orribile ad udirsi, il cadavere parlante!

— O Sandi! — gridò il re d'Armenia atterrito; — Sandi, mio dolce amico, che è ciò?

— Ella mi ha ucciso; — rispose Sandi, con voce cavernosa.

— Ella? chi?

— Atossa, la tua leggiadra ed amatissima Atossa.

— Atossa! — balbettò Ara tremante. — Io non t'intendo....

— Sì, — soggiunse il fantasma, — non è egli forse questo il nome che la perfida donna assume, a nascondere i suoi amori feroci? Vana cura del resto! Ella è ben nota in tutte le opere sue, l'impudica. Ognuno la conosce in Babilonia, e la fugge. Si teme la regina e si disprezza la donna. Però, non amore, ma ripugnanza per lei, per la notturna cacciatrice degl'incauti stranieri!

— Ah! dici tu il vero? — gridò Ara ferito nel profondo dell'anima, e in quella parte più gelosa, che l'uomo vorrebbe ascondere, non pure altrui, ma a sè stesso.

— Può il labbro d'un estinto mentire? — gli chiese Sandi, con accento severo. — E, vivo ancora, hai tu mai potuto notarlo di menzogna, l'amico della tua fanciullezza? —

E così dicendo, il fantasma si veniva facendo più pallido nell'aspetto, più incerto ne' contorni, a guisa di visione che si dilegui, o di sogno che abbandoni il capezzale d'un dormente.

— Ah no, Sandi, fermati, non mi lasciare così! — proruppe Ara, tendendo le palme verso le amiche sembianze. — Io non dubito già delle tue parole; dubito di me, della vita, di tutto, poichè la mia fede in quella donna s'è scossa.