Semiramide: Racconto babilonese
Part 1
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ANTON GIULIO BARRILI
SEMIRAMIDE
RACCONTO BABILONESE
QUARTA EDIZIONE
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1883.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
A GEROLAMO BOCCARDO
_Non perchè vai meritamente famoso tra i migliori ingegni d'Italia, non perchè egli c'è conforto di vanità a mostrarsi in dimestichezza coi sommi, ma perchè nella tua grandezza sei buono, ma perchè io t'amo come un fratello, intitolo a te questo frutto delle mie più liete fatiche._
_Uomini giunti in alto, che sappiano e vogliano esser liberali d'aiuto ai minori, ce n'ha pochi, pur troppo. Io, per me, non ne conosco che uno, il quale, già illustre per virtù sua e per consenso universale, s'è pigliato un giorno spontaneamente la molestia di volgersi indietro, farsi patrono, anzi guida amorevole, ad un suo giovane concittadino, e bandirne il nome fuor della cerchia ristretta, quantunque cara, della sua terra natale._
_A te son debitore di tanto. Quel po' di benevolenza che il mio nome ha raccolto, mi deriva dal tuo patrocinio. Auguro a più degni di me, valentuomini che seguano il tuo nobile esempio. E a costoro, gratitudine pari a quella che nutre per il tuo_
Di Genova, 1.º settembre 1873.
ANTON GIULIO BARRILI.
AVVERTIMENTO
In cambio di note, le quali, inutili ai dotti e insufficienti agli studiosi, potrebbero tornar moleste alla comune dei lettori, si citano qui brevemente le fonti a cui ha dovuto attingere l'Autore nella composizione di questo racconto.
Per la storia: MOSÈ DI CORESE, ERODOTO, DIODORO SICULO, BEROSO, tra gli antichi; VOLNEY, _Recherches nouvelles sur l'Histoire ancienne_; SMITH, _Storia antica dell'Oriente_; RAWLINSON, _Five great Monarchies_; OPPERT, _Histoire de Chaldée et d'Assyrie_, tra i moderni.
Per l'archeologia: LAYARD, _Nineveh and its remains, Nineveh and Babylon_; OPPERT, _Interpretazioni delle iscrizioni cuneiformi_ (sul _Journal Asiatique_ dal 1850 al 1870); RAWLINSON, scritti varii sull'_Asiatic Journal_; FINZI, _Ricerche per lo studio dell'Antichità Assira_.
Per le foggie, usi e costumi: LAYARD, _Op. cit._; CAVANIOL, _Nidintabel, ou la Perse ancienne_; ENGEL, _The Music of the most ancient nations_. Tra gli antichi, e segnatamente per le cose militari: SENOFONTE, QUINTO CURZIO, AMMIANO MARCELLINO, ecc. ecc.
Per le tradizioni religiose: ANTICO TESTAMENTO, _Genesi, Ester, Daniele_; PAUTHIER, _Les livres sacrés de l'Orient_; ANQUETIL DUPERRON, _Zend-Avesta_; JACOLLIOT, _La Bible dans l'Inde_; CREUZIER, _Réligions de l'antiquité_.
Per la geografia, corografia, storia naturale, ecc.: MENKE, _Atlante del mondo antico_; FINZI, _Op. cit._; MOYNET, _Viaggio al litorale del Caspio_; VAMBÉRY, _Viaggio di un falso Dervis nell'Asia centrale_; FLANDIN, _Viaggio in Mesopotamia_; LEJEAN, _Idem_, ecc. ecc.
SEMIRAMIDE
CAPITOLO I.
Alle porte di Babilu.
Sulle rive dell'Eufrate si stende un'ampia, lieta e ubertosa contrada, il cui nome è Sennaar tra i figli di Cus, pingue d'armenti, di biade e d'ogni maniera dovizie, versate a piene mani sovr'essa dal possente Iddio delle acque, poi ch'ebbe mutate in doni di fecondità le sue ire devastatrici.
Quivi, a mezzo il corso del gran fiume, sorge una città, la più vasta che il mondo abbia veduta mai, edificata da Nemrod, figlio di Cus, potente cacciatore al cospetto di Nebo, insieme con le genti scampate dall'acque, prima che, a guisa di rena travolta dal turbine, si sperdessero sulla faccia della terra. Però il nome suo fu Babilu, che significa la porta di Ilu, il dio del diluvio, e la sacra città si ristrinse da principio sulla sponda destra del fiume, intorno a Barsìpa, la gran torre delle lingue, che gli edificatori suoi aveano lasciata a mezzo, confusamente favellando, sbigottiti dal tremuoto e dalla folgore. Così Nebo, il Dio che genera sè stesso, il dominatore che comanda alle legioni del cielo e della terra, avea custodita l'azzurra sua sede contro le audaci imprese dei figli dell'uomo[1].
Quindici età sono di poco trascorse sotto la grand'ala di Nisroc, e già l'ampliata Babilonia, tempio e dimora de' sommi Dei, si estende sui due lati del fiume, cui sembra ella stringere tra le braccia amorose, come giovine donna lo sposo che la ricolma d'ebbrezza. A lei non ardisce paragonarsi Ninive pur dianzi edificata da Assur, la quale attenderà lungamente ancora il suo Tiglat Pileser, il fortunato monarca che la porrà a capo del grande impero d'Assiria. Sippara, l'antidiluviana, Ur de' Caldei, Larsa, Calneh ed Erech, dense di popolo, felici di arti e di traffichi, non risplendono intorno a lei che come i pianeti intorno al sommo datore di vita e di luce, il cui tempio e il simulacro ella accoglie nel suo venerato recinto.
E qui, sotto lo scettro poderoso dei discendenti di Nemrod, si raccolgono quattro schiatte, i Sumir aspro favellanti, gli Accad gelosi custodi della scienza arcana de' cieli, i Turani discesi al piano per mezzo alle tribù fraterne dei Medi, gli avanzi della stirpe di Sem, cacciata più su, dal conquistatore cussita, a metter dimora sulla terra di Nahraim. Nè solo la vasta pianura obbedisce al glorioso popolo di Kiprat Arbat, o delle quattro favelle; anche sulle alture, e per le chine di là dai monti, il valore di Nino estese l'imperio di Babilu; e pur dianzi, la fortuna di Semiramide spaziò dal lido di Tiro alle convalli della Bakdiana, dalla terra degli aromi cui bagna l'Eritreo, fin oltre alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri. Curvarono il capo le vinte nazioni; i principi lontani furono astretti a tributo.
I più tra costoro lo pagavano di buon grado. Scendevano essi riverenti e stupiti a Babilonia, come alla città sacra, domatrice del mondo. Era così maestosa la dimora de' sommi Dei! Ed era così splendida la reggia della gran vedova di Nino! Omaggio prestato a donna non umilia i nati di donna, e Semiramide, per la sovrumana venustà delle forme, piuttosto accresciuta che scemata dal corso degli anni, appariva cosa di cielo, anzi che frutto di mortale connubio. E invero, non tanto per cingere d'una poetica nube un oscuro natale, quanto per aggiunger luce ad una bellezza che facilmente si potea creder divina, i sacerdoti di Barsìpa avean letto negli astri esser costei la figliuola di Derceto, della gran dea d'Ascalona, fin da quel giorno che Nino, perdutamente invaghito di lei, la tolse al primo marito, per farla regina del suo cuore, arbitra e donna del più gran trono della terra.
Ed ella oramai, estinto il consorte, regnava sola, temuta e felice. A' suoi cenni la città s'era ampliata, cinta di mura, ornata di sontuosi edifizi. Due milioni d'uomini avevano lavorato per lei; gli uni a scavare il suolo, gli altri a foggiare in mattoni l'argilla smossa, altri ancora a trarre il bitume dalla vicina terra di Is. Anzitutto s'innalzan le mura, ampie, valide alla difesa e maravigliose alla vista. Nivitti Bel, il recinto interno, è lungo trecento sessanta stadii, alto cinquanta cubiti, largo diciotto; Imgur Bel, il baluardo esterno, gira quattrocento ottanta stadii, si leva novanta cubiti sull'ampia fossa che lo circonda, e, sullo spalto di cinquanta che lo incorona, sorge una doppia fila di torri, per mezzo alle quali è libera la via ad una quadriga scorrente. Queste mura, ne' cui fianchi si aprono cento porte di bronzo, son di mattoni, una parte acconciamente disseccati, l'altra cotti in fornace; e ad ogni trenta strati di mattoni s'alterna uno spesso graticciato di canne, intrise nei bitume, sporgenti oltre la superficie del muro, di guisa che la rossiccia mole appare da lunge vagamente listata di nero.
Il biondo Eufrate scorre nel mezzo; epperò le mura, giunte al confine dell'acque, si volgono ad angolo, si rimpiccioliscono e s'assottigliano in forma di parapetti, lunghesso i margini bastionati del fiume, su cui vengono a mettere, per altrettanti sbocchi, le vie della città, ampie e diritte, tutte a riscontro delle cento porte di bronzo. Sui lati di queste vie, frequenti di popolo, si alzano le case a tre o quattro piani, spaziose, non contigue tra loro, ma frammezzate da giardini e da piazze. Sulla riva destra è la città sacerdotale, col suo tempio di Belo, alta piramide di sette piani, dipinti dei sacri colori delle sette luci della terra, dalla cui cima Belo, il gran dio di Babilonia, contempla la sua diletta città. Sulla riva sinistra è la reggia, chiusa da un muro ornato di stupende pitture, sormontata da terrazzi e pensili giardini. Congiunge le due rive un ponte, lungo cinque stadii, sorretto da pile profondamente piantate nell'alveo dell'Eufrate. Son esse di pietre strettamente congiunte da ramponi di ferro, saldati col piombo, e le facce esposte alla correntìa del fiume appaiono stagliate ad angolo acuto. Il ponte, venti cubiti largo, è un tavolato di cedri e cipressi, sostenuti da enormi tronchi di palma.
Tanto ha potuto far Semiramide, ed altro ancora, chè braccia di manovali non poteano mancare alla conquistatrice della Fenicia e della Bakdiana, donde eran venute dietro al suo cocchio di guerra così lunghe file d'incatenati prigioni. In quella guisa che le mura della città, i templi, i giardini, narrano la sua magnificenza ai venturi, l'Eufrate, rattenuto da argini poderosi pel corso di molte giornate, a giuste distanze sviato in ampii canali navigabili, partito in migliaia di rivi a benefizio dei campi, addimostra le cure sapienti della regina per la felicità del suo popolo. Epperò ella potrà, senza menzogna, scrivere lungo le mura della sua reggia questi nobili vanti:
«La natura mi diè forme di donna, ma le mie geste m'hanno agguagliata al più forte tra gli uomini. Io tenni sotto la mia legge l'impero di Nino, il quale non è conterminato ad oriente che dal fiume Indo, a mezzogiorno dalle regioni dell'incenso e della mirra, a settentrione dai Sogdiani e dai Saci. Prima che io fossi, niuno dei Babilonesi avea visto il mare; io quattro ne vidi, e così lontani, che il giungervi non era dato ad alcuno. Costrinsi i fiumi a correre dov'io volli, nè il volli, se non dove tornasse utile alle mie genti. Fecondai le sterili pianure; murai cittadelle inespugnabili; tra roccie impraticabili, apersi sentieri col ferro; ampie strade si schiusero ovunque io passai, e i miei carri sonanti trascorsero dove pur dianzi duravan fatica le fiere. E tra queste opere, rinvenni ancora il tempo da consacrare ai sollazzi, agli amici.»
Così posava la regina dalle aspre fatiche di guerra, tra le splendidezze della sua città e le dovizie che versavano ogni giorno a' suoi piedi la natura e l'industria delle soggette nazioni. Per lei l'Arabia felice stillava gli aromi; per lei Tiro intesseva i candidi lini e li tingeva nei più vividi colori della porpora; per lei la Media educava i cavalli veloci come il vento, e l'India i poderosi elefanti. Era il secol d'oro per la stirpe degli Accad, innanzi che scendessero alle prime vendette i figli di Javan, prodi in armi e numerosi nei troppo ristretti confini, che per poco ancora dovean mordere il freno della servitù, mentre il loro Zerduste, il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, ospite tributario della fortunata regina, indarno tentava di piacere alla donna.
Ma la nube precorritrice delle tempeste non era anche apparsa sul limpido cielo di Babilonia; vigilavano ancora a sua custodia i sommi Dei; Ilu, il gran nume senza tempio, nè altari, poichè la città stessa era l'altare, e tempio tutta la grande pianura fecondata da lui; Nebo, il signore della vôlta azzurra; Belo, il dator della luce; Ao, il pesce dio, che recò la prima civiltà dai flutti del mare; Sin, il rischiaratore delle notti; Militta, o Derceto, o Rea, secondo i luoghi, la Venere genitrice, la gran madre dalle cento mammelle, il cui sacro bosco e i riti notturni chiamavano a Babilonia adoratori in gran numero.
E la terra di Sennaar tutti liberalmente nutriva, non meno ferace di quella che il gran Nilo inonda delle sue piene; imperocchè vi cresceano spontanei la palma, il melagrano, l'orzo ed il sesamo; il grano rendeva duecento volte la semente, talfiata anche trecento, e la messe ogni anno era doppia, come sulla terra di Mesraim. Lunghesso l'Eufrate vorticoso, i cui margini erano continuamente solcati da carri pesanti, spaziava una pianura così vasta, che l'occhio non potea misurarne i confini, tutta biondeggiante di biade alla vampa del sole. Di tratto in tratto, come isole sorgenti dall'aureo mare delle mobili spiche, s'innalzavano con agili tronchi le palme, si piegavano ad ombrello su popolosi villaggi, composti di case tonde, dalle pareti di legno, dai tetti conici e dalle porte alte, intonacate di bitume. Erano esse le dimore dei coloni e dei manovali. Quelle dei capi loro, i pubblici edifizi, i templi degli Dei, si ravvisavano agevolmente alla forma quadrangolare, alla costruzione in mattoni, ora soltanto disseccati, ora cotti al fuoco e smaglianti per una densa vernice d'un verde carico. Le città, disseminate sul piano, si scorgevano in lontananza, coi loro alti terrazzi biancheggianti e le loro torri massiccie a vasti ripiani. Il verde vivo dei colti e dei pascoli appariva rotto qua e là da innumerevoli linee biancastre, argini dei cento canali derivati dall'Eufrate e condotti a metter foce nel Tigri; liquidi sentieri su cui viaggiavano, rapide siccome la corrente voleva, portando carichi di grano e di frutte, quelle barche a foggia di scudo, intessute di vimini, coperte di cuoio e spalmate di asfalto, che poi, giunte alla meta, erano disfatte, e, venduta l'armatura di legno, il nocchiero se ne tornava pedestre, con le sue pelli sul capo, o sulla groppa d'un somiero, portato seco nella barca, fino al villaggio lontano. I viandanti, ond'erano popolate le strade e i villaggi lunghesso il fiume, indossavano una lunga tunica di tela, su cui una più corta di lana colorata e un bianco mantello svolazzante dagli omeri. Una corta mitra, ravvolta di bianca fascia, ratteneva le lunghe capigliature intrecciate; i piedi avean chiusi in sandali di cuoio, e tra mani portavano lunghi bastoni ornati di leggiadre sculture, quali raffiguranti un giglio, o una rosa, quali un leone, un'aquila, od altra foggia d'animali. Dappertutto l'abbondanza, la ricchezza e la vita; dappertutto le liete sembianze della fortuna d'un popolo, le cui mura, i baluardi, le piramidi e le torri, grandeggiavano sull'orizzonte, tinte di porpora e d'oro dai raggi d'un sole maestoso, che avea varcato di parecchie ore il meriggio.
Questa scena mirabile venia contemplando, con occhio tra curioso e triste, un giovine cavaliero, che scendeva lentamente, seguìto da numerosa schiera e da salmerie ragguardevoli, lungo la riva destra del fiume. Già il convoglio aveva oltrepassato Is, il villaggio posto alla foce della fiumana d'asfalto; già aveva lasciato sulla sua sinistra le antiche torri di Sippara e la vasta apertura del Nahr Malka, canal regio, da poco tempo scavato tra l'Eufrate ed il Tigri; e Babilonia, mostrandosi in tutta la sua pompa colossale al forastiero (chè tale lo chiarivano i biondi capegli e le azzurre pupille, più assai che la strana foggia del vestimento e dell'armi), gli chiamava sul volto quell'aria di ammirazione ad un tempo e di tristezza, che abbiamo notata pur dianzi.
Fin dai primi albori del giorno, la gran città gli era apparsa alla vista, sull'estremo confine dell'orizzonte. E da quell'ora una strana impazienza signoreggiava l'animo del giovane condottiero; però la cavalcata volgea più spedita, e più brevi erano state le soste, quantunque già gli ardori del sole si facessero sentire più molesti, consigliando le carovane a batter le polverose strade di nottetempo, pe' silenzi dell'amica luna, che giungeva allora al suo colmo. Egli era in sul finire del mese di Sirvan, che è il terzo dell'anno dei Babilonesi, computandone essi il principio dal giunger di primavera, allorquando lo sciogliersi delle nevi sui monti di Armenia fa crescere a dismisura l'Eufrate. Ora nel mese di Sirvan s'è già scemata la piena, e la vampa del sole, che matura le spiche sui gambi frondosi, consente di foggiare a mattoni l'argilla per la costruzione delle case; donde esso è chiamato eziandio il mese del mattone dalle genti di Sennaar.
Era egli così desideroso di giungere in Babilonia, il giovane cavaliero? E gli sguardi, or curiosi, or mesti, ch'egli volgeva d'intorno, che significavano essi? Una strana mistura di contrarie sensazioni gli traspariva dal volto. Talfiata, sviando gli occhi dalla meta del suo viaggio, si faceva a contemplare l'Eufrate, seguendo con fanciullesca curiosità le zattere galleggianti, coperte d'un bianco tendale, cariche di anfore, in cui si chiudeva l'inebbriante liquor della palma, lentamente condotte da uomini armati di lunghe pertiche, le quali scendevano con metro alterno a pigliare la spinta dal letto del fiume. Più oltre erano viaggiatori di povero stato, i quali, per cansare la fatica pedestre e il polverìo delle strade battute, con la lor tunica e il cappello piegato a mo' di turbante sul capo, scendevano la corrente, aggrappando le braccia intorno a un otre gonfiato. Altrove erano donne, facilmente riconoscibili al bianco drappo che copria loro la testa e il collo, agili e destre nuotatrici, che con una mano si reggeano a fior d'acqua, e sull'altra, obliquamente protesa in alto, e sulla eretta cervice, recavano canestri di frutte, o scodelle di latte, a refrigerio dei viandanti.
Lieto spettacolo, che pure non rallegrava a lungo l'aspetto del giovine. Ad ogni tanto gli si offuscavano gli occhi, sotto l'arco delle sopracciglia aggrondate, come se un doloroso ricordo venisse improvvisamente a trafiggerlo. E lo assaliva un brivido, come fosse il terrore delle cose ignote; le sue labbra mormoravano un nome amico, e il cavallo nitriva, s'impennava, fremeva, sotto le repentine scosse del suo mutevol signore.
Teneva a lui dietro il corteo, grave, misurato, e, a dimostrazione d'ossequio, non ricambiando che sommesse parole. Perfino Bared, il suo fidato Bared, che di pochi passi precedea l'ordinanza, cavalcando quasi a paro di lui, da lunga pezza non aveva aperto bocca, per tema d'interrompere il corso de' suoi arcani pensieri.
Alla svolta d'una macchia di lentischi, che copriva largo tratto di terreno sopra una delle frequenti insenature del fiume, si parò dinanzi ai loro occhi un colmo di case, tutte di più cittadinesca apparenza, con mura merlate e siepi fiorite di giardini, che fiancheggiavano la strada maestra.
Era quello uno dei sobborghi di Babilu, braccia poderose che la città regina stendeva all'intorno, rivi capaci in cui traboccava il soverchio della sua vita gagliarda. Sulla vasta piazza, donde aveva principio il sobborgo, sostava una grossa mano di cavalieri babilonesi, belli a vedersi per le loriche e gli schinieri di cuoio, su cui svolazzavano i lembi dei candidi mantelli; colle lancie ritte sulla staffa, gli elmi a cono aguzzo rilucenti sul capo, le mazze ferrate pendenti all'arcione. Intorno ad essi, uomini e donne della terra, con idrie e guastade tra mani, mescevano agli assetati i succhi del melagrano stemperati nell'acqua, in ciotole di argilla.
Il giovine capo si fermò nel mezzo della via; a rispettosa distanza i seguaci; le salmerie del pari, in lungo ordine dietro a costoro. I cavalli delle due schiere si salutarono con sbuffi e nitriti.
Alla vista dei sopravvegnenti, i babilonesi si erano tosto rimessi in ordinanza. Uno di costoro, il comandante, notevole al balteo frangiato d'oro, si fece innanzi a galoppo. Bared, pigliati i comandi del suo signore, s'inoltrò alla sua volta.
— Chi è lo straniero, — dimandò il babilonese a Bared, — che cavalca innanzi alla vostra schiera, come principe a capo delle sue genti?
— Non conosci tu il re d'Armenia, — disse Bared a lui di rimando, — Ara, il figlio di Aràmo, della stirpe d'Aìco?
A queste parole il babilonese inchinò la fronte sulla criniera del suo cavallo, nell'atto che volgeva a terra la punta della sua spada ricurva.
— Bene dovevo io argomentarlo, — rispose egli, — poichè il suo volto è pari a quello d'un Dio, e nelle sue pupille Nebo ha diffuso, come a prediletto figliuolo, il sacro colore della vôlta celeste. —
E sceso prontamente d'arcione, si fece incontro al cavallo del re, per tenerne, in segno di onoranza, le redini; indi soggiunse:
— Ben venga Ara il bello, il figliuolo di Aram, nel mese fortunato, nel giorno avventuroso, alle porte di Babilu. La gran Semiramide, cui Belo ha concessa la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra, attendeva impaziente il grazioso principe ed il suo nobil tributo.
— Non tributo, ma dono; — rispose prontamente il re d'Armenia, aggrottando le ciglia. — Babilonia è possente, ma la stirpe d'Aìco, più che dalla amicizia di Nino, dalle opere sue ripete il diritto di portar la benda di perle. Nemici da prima, e più e più volte alle prese, furono i padri nostri coi re della vasta pianura; amici ossequenti noi, non vassalli.
— E sia; — soggiunse l'altro arrendevole; — meglio amici ossequenti, che sudditi impazienti di freno. Ora ti piaccia, generoso signore, di venire alla stanza che la regina ti ha assegnata, a ristoro dalle fatiche del viaggio, innanzi di accoglierti in Babilonia, colla pompa che ad amico re si conviene. —
Il re d'Armenia non proferì verbo, in risposta all'ossequioso invito; ma con un lieve cenno del capo e con un gesto cortese, diè libertà al babilonese di risalire in arcione. Egli quindi già stava per toccare di sprone e ripigliare il cammino; ma non gliel consentivano le dimostrazioni cortesi degli abitanti del borgo, che s'erano accalcati sul suo passaggio, profferendo il vin della staffa ai nuovi venuti.
Fatta audace dalle esortazioni dei più vicini, ma accesa di rossore e tremante, una fanciulla s'era inoltrata al cospetto del giovane, per offrirgli la tazza ospitale. Ed egli volonteroso la raccolse dalle sue mani, vi intinse il labbro, indi la restituì, accompagnando l'atto d'un leggiadro sorriso, mentre ella era rimasta come estatica a contemplarlo, e la moltitudine intorno a lei andava ripetendo: Ara il bello! invero, egli è simile a un Dio.
Per fermo, nessun nome era più meritato di quello che al giovane re d'Armenia avea dato il suo popolo e che la fama viatrice aveva consacrato, per tutta la gran valle dell'Eufrate e del Tigri. Giusto di membra, agile insieme e gagliardo, appariva egli nel suo modesto arnese di viaggiatore, sotto le pieghe del suo breve mantello svolazzante, chiuso il petto in una tunica grigia, listata di rosso, cinto i lombi di una fascia di lana, sotto cui si annodavano i sostegni della spada, fedele amica al suo fianco. Biondi e riccioluti capegli uscivano in ciocche abbondanti dagli orli di una mitra di pelliccia nera, ornata al sommo d'una borchia di gemme e da un mobil ciuffo di penne, bellamente incoronando un viso bianco di neve, specchio vero dell'anima, tanto, ad ogni interno sussulto, rapidamente si tingea di vermiglio. Ampio e prominente l'arco delle sopracciglia, dava risalto al limpido lume degli occhi azzurri; le guancie ignude, il mento e il collo di contorni soavi, delicati, quasi femminei, il naso profilato e diritto ad una con la scesa del fronte, il labbro superiore adombrato di lunghe, sottili e morbide basette, formavano su quel nobile sembiante un misto indicibile di dolcezza e di forza.
In lui si diceva che rivivessero le meravigliose sembianze d'Aìco, il fortissimo progenitore della sua stirpe. E le ballate degli armeni rapsòdi, lui già celebravano destro arciero, valoroso domatore di cavalli, guerriero animoso ed invitto, siccome il suo grande antenato. Che più? Lui seguivano gli sguardi del popolo obbediente, lui le acclamazioni delle pugnaci tribù, lui i sospiri delle vezzose donne d'Armavir e delle sponde di Van. Ara il bello, Ara il prode, Ara il prediletto, dicean le canzoni.