Part 8
Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine; e piu presso, un lungo ponte di legno, che poggiato con palafitte sopra gli aggalli, superava di poco l'impaludato terreno. Volse allora il destriero per quello. Il rumore che le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece dischiudere un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi si fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse ed ebbe dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli tosto l'ingresso, gia era innanzi a messer Simone de' Cancellieri. Chi volesse aver idea di costui ricorra alla cronaca di Dino Compagni, e vi leggera che egli era "uomo di mezza statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore, e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati."
--Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla fine!--gli disse messer Simone.--La vostra presenza qui, in queste mura!... non so davvero a che altro...
Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente, il Fortebracci pote appena proferire:
--Per prender consiglio!
Poi con piu calma, e pensando con chi parlava:
--Nemico che pur si stima per senno, in tempi si gravi pel proprio paese gli e sempre da consultare.
E quei risoluto:--Ma se si stima, convien seguirlo. In tempo, messere, mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli scomunicati de' vostri Bianchi, voi sapete che vi ha pure un fratello di vostro padre.
--Si, pur troppo!
--Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri scomunicati di Pratesi (poiche nel lasciarli volle far loro questa pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolo!) e cola volete voi rivedere il parente; e piu che a me, che potrei parer sospetto, affidarvi non altro che a' suoi consigli?
--Mi piace.
E il Cancellieri:--Il mio cavallo alla porta con quel di messere!--A' suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto in arcioni, cavalcarono verso Prato.
La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se quelli spiriti non fossero stati si fieri e sconvolti, al solo mirarle avrebber dovuto piegarsi a piu miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati da si basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del firmamento.
Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo Tedici, Rustichello Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte, Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del 1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male a costoro; perche gli era uno de' magnati della citta, e traeva con se gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!
Appena che Nello entro nella sala, i congiurati fecero atto di gran meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.
Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:--Si, Nello de' Fortebracci io vi presento, o messeri! Ne voi, ne la nobile casa de' Guazzalotri dovra vergognarsene, spero!--E in questo il superbo caporale de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi orgoglioso.
Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una necessita, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso, dicevano, non gia a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene in protezione.
--Chi si sarebbe fidato--entrava a dire il Cancellieri con piglio arrogante--di quel cardinal Niccolo, nell'arte di governo astutissimo, che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini terrebbe sempre Pistoia, perche il degli Uberti ne e signore: e in questo modo noi delle piu potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per essa, resteremmo fuori e delusi.
Poi con piu blanda voce voltosi a Nello:
--Ditemi un poco--soggiunse:--separati dalla lega di tante citta guelfe della Toscana ridotti deboli e soli, non vedete voi che dovremmo scender per forza a patti umilianti? Oh! meglio dunque venire a un gran fatto. Superati da tanto numero--(ringagliardito il veleno dell'argomento, con tutta l'ira di un Cancellieri, conchiuse)--cotesti maladetti Paterini s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio del fuoco, alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron pur essi il mio Castel di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi, a fuoco e fiamme la ria citta che li accoglie!
Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito era tutto! Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il partito! Se non e accetto ai piu, se non e conciliabile, che importa? Purche la somma delle cose non la diriga altra gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a tutto ed a tutti!
A un aspetto si truce, alle violenti parole del Cancellieri, ogni volta che co' suoi favellava restavano talmente presi ed ammaliati, da non aver coraggio, anco volendo, di contradirlo. Rimaser pero i convenuti in un assoluto silenzio. Nello poi a que' detti fini di vincere ogni incertezza non solo ma si senti apprendere nell'intime viscere tutte le fiamme vendicative de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a parlare; e frattanto per una lettera che li pervenivagli, annunziava con compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle milizie straniere.
Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva darsi ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di Baschiera de' Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio discorso proferito dai suoi consorti.
--No--disse egli,--qui sotto qualche trama v'e ascosa! Messeri, io vi propongo che non piu per lettera ma per persone che gli favellino, la sua fede ci sia manifesta. Ne meglio a tal uopo io crederei, se vi piace, che affidarne l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e Nello de' Fortebracci.
Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.
--Cosi--sorse a dire il Tedici--se alcuno de' Bianchi (che a Firenze ve n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse rappresentato a malizia lo stato di nostra citta, ei da Nello in special modo ne sara informato a dovere.
--E sapra--soggiungeva il Panciatichi,--che e necessario ogni sforzo, e il piu formidabile perche piu presto la citta debba arrendersi.
E il Cancellieri--A noi poi a provvedere, venuta che sia in poter nostro! Voi dunque--voltosi ai Fortebracci--partirete subitamente. E direte al De' Rossi di che volere ci abbiate trovati, e che il suo apertamente vogliamo conoscere, o che venga qui ad un nuovo consiglio, o che lo affidi a voi stessi. Non e cosi che farete?
--Sibbene--risposero i Fortebracci,--e presto n'avrete la sua risposta.
Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra: tanto piu che covava in seno tante vendette. Essi pero l'accertarono che non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.
La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano gia per le vie di Firenze. Lasciati dietro a se i forti castelli di Brozzi, di Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia del secondo cerchio, che solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per mezzo ad alti palagi ne a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni dopo dovean rendere Firenze fra le citta italiane, per isfoggio di arti belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle mura, e sulle case de' grandi. I piu de' quali pero le avevano in anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi avevan nome, non gia da un palazzo piu elevato e sfarzoso, ma dalle patrie virtu e dalle molte ricchezze, che procacciavano a se ed al popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili discordie, sicche molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtu e il genio de' pochi superstiti ogni di piu si afforzasse a dar prove d'affetto alla patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca, forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le leggi accordavano privilegi speciali, perche altri non si vantaggiasse di cio che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.
Questi ordinamenti, opposti del tutto alle liberta delle odierne nazioni, erano per quei tempi i piu appropriati; non potendo l'individuo isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di nobilta, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze, nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici impieghi.
A convincersi di tanta operosita bastava percorrere certe vie di Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a piu di trentamila persone.
Non e pero meraviglia se in tanta prosperita di commerci, d'industrie, e di banche (sui primi del secolo _XIV_ circa ottanta) che prestavano a principi, e gia davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre le banche ricchissime degli Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune, degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i piu portentosi.
A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano gia vari ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di Rubaconte, che con piu fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore, che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce: e per opera di tali architetti, il cui nome durera celebrato quanto quei monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco; mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze, cuna di liberta, delle arti belle e industriali, e della letteratura nazionale; denominata a ragione la _nobil figlia di Roma_, e che fin da quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredita di sua madre e vincerne lo splendore.
Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati, sicche dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio, circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la citta in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono piu che ad allestire le proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 anni, tanto magnati che popolani, della citta e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La citta aveva allora piu di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli apprestamenti guerreschi, da citta a citta, e in si breve distanza! Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carita del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti ottenebrava quelli animi!
Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva, per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.
Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de' Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perche costoro in Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che, confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di messer Baschiera de' Rossi.
Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli, molto si rallegro nella certezza di aver nuove sicure della sua citta.
Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure quattro giovinetti suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera stava gia per licenziar la famiglia all'entrare de' nuovi venuti; quando invece essi medesimi la pregarono di rimanere. Nello allora espose a Baschiera la sua missione; e con la speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un rinnegato, lo prego a nome de' partigiani d'intervenire a Prato al nuovo consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano, ricordasse che v'era quel messer Simone de' Cancellieri, nella cui fortezza a Pistoia i de' Rossi scamparon da morte, sottratti alle ire de' Ghibellini e de' Bianchi.--Ma voi, messer Nello,--affissandolo bene, riprese meravigliato il de' Rossi,--non m'inganno io, no! siete pur quegli che fino al di d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite ora a chiedere a me che unisca al vostro il mio braccio per distrugger quella citta che voi stesso abitate? Ricevetti, e vero, dalla parte avversa de' concittadini insulti e danni infiniti! Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la mia famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sara lecito adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche? Si esigerebbe dal Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una mia particolar gratitudine, prostituendogli cio che ho piu di sacro, l'affetto pel mio paese? Non giudico io, no, da questo incrudelir delle parti dell'indole d'una intera citta. Alla famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi lasciava, ho consigliato pazienza finche le furibonde ire non cessino. E ora!... quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private vendette, voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero nobile e prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la terra ove nacqui, che ho amato ed amo purtanto! quando a metterla a fuoco e fiamme, oltre ad usare le destre lor parricide, hanno invocato contro di lei e di qui stesso vi guidano soldatesche straniere: oh! non sara mai che si dica che Baschiera de' Rossi porse il braccio a costoro e impugno le armi a distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la minacciata sciagura! E mentre carita di lei mi consiglia a reprimere i privati rancori, ira e indignazione cotanta mi han destato le vostre proposte e quelle de' pari vostri, ch'io non esito a rigettarle con orrore e disprezzo. Messer Nello de' Fortebracci mi avete inteso!
E cio detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso nella stanza contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti e come atterriti per simile incontro. Fremente all'opposto e svergognato il Fortebracci, senz'aver alito di dir parola se n'usciva insiem col parente: e di subito lasciata Firenze, a spron battuto riprendevan la via per Prato e Pistoia.
CAPITOLO VIII.
UN PRIMO SCONTRO.
"I' vidi gia cavalier mover campo E cominciare stormo, e far loro mostra, E talvolta partir per loro scampo."
---- _Dante_, _Inferno_, Canto XXII.
Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba la citta di Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a tocchi la campana dell'arme. Che e che non e, i cittadini quanti erano atti a portar picche e balestre e a cinger la spada, s'eran raccolti sulla piazza del Duomo. Di li a poco, tra qui e per le vie piu larghe vi si potevan contare circa due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di frombolieri Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi era per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi fino dal giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio a far la chiamata de' gia iscritti per ogni piviere, per raccogliersi in citta sotto i lor capitani e connestabili in tante compagnie guidate da' lor centurioni, e che si denominavan dal luogo dov'erano tratte. I piu facoltosi della citta e del contado costituivan la milizia a cavallo, quale doveva il milite mantenere a proprie spese di tutto punto. I cavalieri conducevano diversi cavalli, e piu donzelli e valletti a piedi.
Nonostante che un imminente pericolo fosse gia preveduto, un subitaneo terrore occupo i cuori di tutti. Le donne del popolo a quell'ora impensata sopraffatte e smarrite, balzavan dal letto, s'affacciavano alle finestre, e si chiedevano l'una l'altra--che sara mai!--Che Dio ce li scampi i nostri poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi qua e la, su e giu per le stanze: un vederli trasparire anche su pei veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni tanto udir qualche grido e qualche lamento di quelle misere.
Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giu sulla via e appostare chi prima lor capitava. E mentre i parenti armati passavan loro dinanzi, era un interrogarsi e un breve rispondere; un parlar tra ignoti come fosser noti: quindi un raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i piu tristi prognostici. Le madri, per un loro presentimento, piu di tutte si desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri figli; e molti senza dar loro neppure un abbraccio per non affliggerle di soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio, risoluti com'erano que' generosi d'andare incontro alla morte pur di difendere la propria citta!
E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano generale pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni era un andare e venire, aveva potuto accertarsi che in quella mattina il nemico sarebbe venuto a oste sopra Pistoia. E infatti sul prim'albore un altro corriere era giunto che riferivagli, come il campo nemico s'era gia mosso da Firenze tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva poi a gran passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non era uomo da lasciarsi sorprendere. Per questo subito avea fatto l'appello delle cittadine milizie. Aveva poi adunati la sera innanzi tutti i capitani e i connestabili, affidati gli uffici, e da qualche giorno raccolti i militi de' castelli vicini con piu cavalli che fosse possibile, e tutto disposto per far fronte al nemico. Ne sapeva gia il numero, e la via che avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante forze e dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva allora la conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito, quando la forza individuale in quelle battaglie era tutto. Non gia le artiglierie (non ancora inventate), e neppur le fanterie eran per loro, come di presente, il nerbo e il poter di un esercito. Ma in campo aperto piu che altro la cavalleria; negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza nella difesa.
Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali a spedir ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso a cavallo alla testa delle sue schiere, allorche arrivatovi il capitan Fredi, gli domando con premura:
--Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi a far impeto sul nemico?
--Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son tutte in armi.
--I cavalieri?
--Assai valenti.
--Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?
E quegli:
--Basto la dimanda perche tutte le compagnie si profferissero come un sol uomo per ambir quest'onore. Sicche ho creduto dover far ricorso alla sorte: ed essa, mi e caro di dirvi che e caduta sulla mia schiera. Capitan generale, sono ai vostri comandi.
Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in un'ardua intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il degli Uberti gli disse:
--Importa che nell'uscir di citta si faccian tacere i tamburi e le trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli esploratori. La fazione e tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa. Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.
E stringendogli la mano,
--Andate--gli disse--affrettatevi. In breve vi saro presso. Capitan Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!
E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza com'a dire che s'erano intesi.
Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.