Part 7
Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai consultati) a secondar piu che altro gli umori del popolo, predicavano: de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perche i gastighi di Dio da qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, li sul getto, richiesto del suo parere, aspetto che tutti gli fossero attorno, poi fe' cenno che l'ascoltassero, e cosi disse loro:
--Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra 'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinita. Che credete voi che immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie, con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname, si carico per modo di gente, che non resse e cadde; e chi v'era su, cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guasto e mori. E cosi (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che molti veramente andassero a penar nell'inferno!
--Gesu e Maria! Proprio vero?--si domandaron le donne raccapriccite.--Che Dio ne salvi, scampi e liberi!
--Ebbene, fratelli; qual opera piu iniqua potrebbe ora agguagliarsi a questa, di venire ad assediare un'innocente citta? Oh! ma io ho fidanza che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio si levera contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e dispersi!
Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal Niccolo da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamita: e argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi piu tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.
Intanto di li a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in citta, reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi. Costoro (come suolsi per la piu parte dagli esuli esasperati dai patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e di pace, animavan tutti a resistere. Cosi Pistoia, ultimo rifugio de' Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a sostenere il piu terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera popolazione!
E si che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non avesse piu a far conto.
Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando cio che messer Cino di gia prevedeva: che, cioe, il giorno precedente al suo lasciar la citta, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de' militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e la fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato; e per di piu, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:--Muoiano quanti sono i Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!--Che di gia si facevano molte confische; che i popolani discordi, e parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e che egli, a stento potuto uscir di citta, per gran fortuna n'era scampato.
Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de' Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non sarebber giunti o almeno si presto, se inaspettatamente non veniva a morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva sempre interposto la sua autorita ed i suoi buoni uffici col mezzo del cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riusci a comporle cotal pontefice di natura si buono, si deve, egli e vero, attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo; ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti artifici de' suoi ministri.
Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che stabilirono insieme co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi l'assedio, ne dipartirsi finche in poter loro non fosse caduta. Disposer frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi delle milizie occorrenti.
Piccola, come abbiam detto, era la citta di Pistoia, perche il suo cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi. Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimita della qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova; e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma benche di circonferenza si limitata, era pero notevole questo cerchio, come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi d'acqua all'intorno, sicche per forza la citta non potea conquistarsi. Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della citta, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di soccorso, dette postierle.
Or sebbene i Fiorentini sapessero come la citta fosse ben munita e da gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i bastioni e le porte.
Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva gia il lavoro fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi costassu un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da muraglioni piu alti che altrove; essendo che la citta da questo lato mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone dell'Appennino, sicche per accedere al centro della citta debba farsi da questa parte una breve salita.
Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli. Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore si nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la sua terra natale la vedea minacciata da si grave pericolo. Gli pareva di scorgere di gia per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:
--Ohe, ohe! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verita che da compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale disfida per isceglier luogo piu conveniente.
--Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire d'irritazione--replicavagli il Vergiolesi.--Ora che tu al pari di me devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni, a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.
--No--ripigliava l'altro--benche io ancor non mi sappia se la patria stia poi in queste tue capanne che gia deplori se saranno abbruciate. Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte, oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.
La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La inferiorita del contadino nelle gradazioni della societa, non era allora che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire libero, e vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne giudichi.
--Ma e poi--seguitava il Fortebracci--tu mi parli di capanne distrutte! Si per mia fe! Che forse noi stessi per furor di partiti, quando ci e parso e piaciuto, non abbiam fatto altrettanto?
E a lui il Vergiolesi:
--Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese? O non piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva il territorio per via di trattati; apriva comunicazioni per nuove strade con Modena e Bologna; e quando il commercio per le molte banche, e pe' lavori d'ogni maniera vi prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?
--Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai, e di popol minuto; e poco mi preme che meglio o peggio si vada in Lombardia. A me basta che alle nostre famiglie non venga meno nobilta, potere e ricchezza per conservarci quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e che in fondo e anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci e mai riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non ci ha forse obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare una parte delle nostre torri? Non la vediamo di gia imparentarsi con noi, e vestire il lucco ed il mazzocchio all'uso dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero avviliti, miseri e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro invidia e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno o l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se li accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai il tuo meglio.
--Disprezzarli! Ne ti e mai sovvenuto dell'apologo dello stomaco e della testa?
--Ma io non so--riprendeva l'altro--ne di apologhi, ne d'altre storie: parlami d'armi, di cavalli e di donne.
--Ecco--soggiunse il Vergiolesi--ecco la cagione delle nostre sciagure! Un'indifferenza per quanto v'ha di piu nobile, di patriottico...., un orgoglio egoista, e la sola soddisfazione del presente che ne fa sacrificar l'avvenire! Ma meno male quando tutti seguivano una parte: ora....
--Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri dai Neri. E se cio ti molesta, perche non andiamo tutti dalla parte Nera e scansiamo quest'assedio? Io.... oh! io posso dirti che nol provocai!
Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal sorriso di scherno, da farne irritare non che un figlio del capitan Vergiolesi, ma qualunque altro che sentisse il piu lieve pudore del nome di cittadino. Tutta la bile che chiudeva quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi amici di lui, parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra. Anco dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve; due neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia; e questa larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso: all'udirlo poi tutto volgere al ridicolo e tenere in dispregio, poteva ben designarsi per un di coloro (de' quali a danno d'ogni paese in ogni tempo non v'e difetto) che personificano il genio dissociatore, il genio del male. Piu dannosi alla patria di que' tali che apertamente l'avversano: perche per quanto scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne gli uffici; e non appena ottenuti, per personali rancori acuiscono quel po' d'ingegno che ebbero, per contraddire e opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con cavilli svisano i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci e con minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de' pusillanimi, e spesso per alcun tempo (perche i buoni per consueto fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente, secondo il dettato, val piu un cane che abbaia che un leone che dorme) riescono a turbar gli animi dei cittadini e dividerli.
Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa maraviglia e di compassione sopra di lui che ben conosceva; e senza neppur degnarlo d'un guardo, risoluto si mosse altrove.
Di cio seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggiro tutto il giorno per la citta, solo col suo pensiero, non udendo e vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; la a schierarsi per le piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.
Allorquando, senz'avere una direzione, si trovo quasi istintivamente di faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.
--Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimando.
--Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per favellarvi.
--Entrate allora.--Ed aperta la porta si avvio con lui nelle sue stanze.
Quivi giunti, l'incognito cosi prese a dirgli:
--Voi gia sapete che un formidabile assedio e per esser posto a questa citta.
--Lo so.
--I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da se cosi grave sciagura.
--E mal s'abbia chi se la volle!
--Vostro zio, cui nonostante la diversita delle parti, sta a cuore un nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o messere! potrebbe un giorno esser l'erede delle sue molte ricchezze! (e guardandolo fisso, di queste parole batte lentamente a una a una le sillabe) vostro zio ha sperato che ridotte a questi estremi le cose, suo nipote sara per far senno; e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cerchera un rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata ad arrendersi. Pensate dunque, messere!
E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato mirarlo in faccia, lo affisso; scosse il capo, e, secco secco, rispose:
--Pensero.
--Tanto piu che... non vorrei dirvi, ma...
--Ma che?
--Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i Bianchi (io gli ho sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e vi deridono! Pensate dunque...
Ed ei con un ghigno dove gia spuntava il dispetto:--Oh! oh! pensero, pensero!
E l'altro:--M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra. Vado e torno spesso in citta. E inutile il dirvi che vo' di nascosto, e sono a' servigi de' fuorusciti, d'una buona causa, e di vostro zio in particolare cui mi lega antica riconoscenza. A giorni, qui di prima sera potro avere una vostra risposta?
--L'avrete.
--Bene sta.--E lo sconosciuto disparve.
CAPITOLO VII.
LA REPULSA E I FUORUSCITI.
"E se credessi Turco diventare, Passar lo mare e andare in Turchia, Davanti al Turco mi vo' inginocchiare, E la vo' rinnegar la fede mia. Cosa diranno la gente di me? Ho rinnegato la fede per te!"
---- _Canti popolari toscani._
Ricordera il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo, comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la piu accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a Prato, ando a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille parti per servire alla propria; ma a patto pero che non manchi loro un grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno piu pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia, Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima missione, era tornato a tentar la seconda, e questa volta quasi a posta sicura. Ma or piu che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori della citta dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse introdurvisi.
Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro, se n'usci tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora mormorava fra se:--"Ah si? Mi sbertano? Mi deridono?"--Troppo acerba puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore superbo, allora si che lo fece piu risoluto di compiere un suo disegno.
Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di gia un vil servo di questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in letto. Non impediva pero che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino. Giunta l'ora consueta, Selvaggia era gia scesa fra quelle aiole a rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perche la Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.
Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo, ma... la donzella non v'e!--Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?--
Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della cappella.--Sarebb'ella cola?--E gia vi si volge e vi pone il piede; e vi mira infatti, senza essere ancor veduto ne udito, quella cara fanciulla genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio, supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.
--Selvaggia!--appressatosi, con voce convulsa ei le dice--Selvaggia, pieta, pieta di me! Io vi amo, io vi adoro!
E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:
--In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia, per pieta, non mi rigettate!
--Oh! come! Voi qui?--disse ella. E gia il primo atto fu quel di fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignita, voltasi a lui con disdegno:
--Quale audacia!--proruppe.--Quale parole son queste? Nessun dritto io vi ho dato a concepire speranze; tanto meno a una sorpresa siffatta! L'animo mio, di gia il sapevate, egli e irremovibile! E cio vi doveva bastare per lasciarmi in pace, e per sempre!
--In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in guerra, e crudele! Ve lo giuro! Niuna donna sara come voi, nella mia casa, ricolma di dovizie e d'onori: niuna... ah! io cado a' vostri piedi: non mi togliete, no, quella speme che ho nutrita fin qui! Non mi guardate cosi fieramente! Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...
--Questo e gia troppo!--replico allora Selvaggia. Ed egli alzatosi:
--Le mie parole deh! non guardate!...
--Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro asilo con un vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci, io v'intimo d'uscire!
Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:
--Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza! E sia! partiro; ma non io solo, altri, altri ancora portera le pene della fatale repulsa!--E cio detto, spari.
Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso, d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto, lo fece giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare un cavallo, e via su, spronarlo fuor di citta sulla prima strada che aveva dinanzi.
E gia, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul sentier di levante verso il Castel del Montale. Ne si creda gia per l'ampia e pittorica via qual e adesso; alle falde d'un'agevole collina a mezzodi; tutta bella di terren colti, di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville; fra le quali siede regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi dilettosi giardini, quella denominata di Celle: ma si per un sentiero stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra gli acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti Guidi, e a quel del Montale (or diroccati) e all'altro, piu alto, di Montemurlo; il primo e l'ultimo a quel tempo, e da circa un mezzo secolo ceduti dai Conti al Comune di Firenze; l'altro poi del Montale venuto da due anni in potere di detto Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio con quei di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla destra poi di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta impaludata per i torrenti non arginati, di Brana, di Bure e dell'Agna, che in breve corso precipitando dall'alto, si dilagavano fra sterpeti e fra sabbie. Giu fra questa palude e quasi a mezzodi del castello di Montemurlo, sorgeva in allora un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla sua situazione si chiamo del Pantano.
A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne a quella di sotto, e in breve si trovo innanzi al fortilizio suddetto. V'era egli sospinto per brama di mutar partito (se cosi potra dirsi, egli che mai non fu legato ad alcuno) o non piuttosto dal demone della gelosia, che pur fuggendo gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il cacciava fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?