Selvaggia de' Vergiolesi

Part 5

Chapter 53,777 wordsPublic domain

Di Selvaggia poi potea ben dirsi che fin dai primi anni quella sua gentil alma fu tocca da una straordinaria visione del bello, di cui Cino le apparve effigiatore nelle sue dolci rime. Ma si era modesta dell'animo, che, per quanto affetto nutrisse in cuor suo, non comportava pero che ei nel pubblico e con pubbliche lodi lo palesasse. Tale e il concetto d'un suo madrigale che si legge fra le rime di messer Cino. Ella di nobil gente, di squisito intelletto d'amore, ben s'addiceva che con l'arte del canto e del toccare il liuto, si fosse data a coltivare le lettere rifiorenti allora in Italia, e nobil palestra d'ogni civile persona. Angelica creatura veramente era essa. Una di quelle, che in tempi di feroci passioni e fra uomini discordevoli, pure, umili, e in se raccolte, erano destinate a molto soffrire per tentare di ricondurli a piu miti affetti, al perdono, alla pace.

Questo carattere di bonta, cotesta sera forse anche piu attraente le appariva nel volto. Frattanto in quella sala, dove molto era gia il concorso degl'invitati, s'udi profferire il nome di messer Cino de' Sinibuldi, e gli occhi di tutti si volsero verso di lui.

Adornava la svelta persona una veste che era il lucco di velluto chermisi serrato alla vita, e stretti pure i calzoni d'ugual colore, con al fianco una ricca cintura, da cui pendeva la spada. Teneva in mano una berretta del detto velluto, da cui, com'era dell'uso, scendevano dai lati due piccole bende. L'andar suo era franco: il suo sguardo riservato e cortese.

Giunto dinanzi a madonna de' Vergiolesi,

--Eccovi il reduce amico nostro!--disse subito messer Lippo, presentandolo alla consorte e alla figlia.

--Che siatevi il ben tornato!--con molta grazia gli si volgeva la nobil madonna.

E Selvaggia alquanto arrossendo:

--Oh si! veramente vi aspettavamo!

Cui egli:--Nulla mai di piu caro di si compita accoglienza!

Dopo cio fu un udire come sopraffatto le loro congratulazioni, quelle de' giovani Vergiolesi e degli altri amici: a' quali tutti rispose con ugual cortesia. Assente da qualche anno, ben e da credere con qual contento fosse tornato fra si care persone, e si trovasse poi dinanzi a colei che era in cima de' suoi pensieri.

Saluto quindi le altre nobili dame: molte delle quali com'ambissero di piacergli, lo colmavano di cortesie. Si diedero infatti a lodarlo innanzi a Selvaggia di avere imposto silenzio al giullare di piazza, che spropositava in frasi ed in voci i bei versi di Lemmo.

--Io--disse loro--volli impedire lo strazio della canzone del mio buon amico. Mi son troppo cari quei versi.

--E vorreste dirmi la canzone qual era?--gli chiedeva Selvaggia.

--Quella--ei rispose--che incomincia:

Lontana dimoranza, Doglia m'ha dato al cor lunga stagione.

--E si bella e consuona tanto co' miei sentimenti!...

E in questo, mess. Cino affisso con un guardo di tale affetto Selvaggia, che ella abbasso gli occhi e non seppe che dire. A chi avesse ignorato i legami che gia avvincevano que' due giovani cuori, da quello sguardo, e da tal commozione avrebbe detto che l'amor loro avesse allora principio.

Rompeva il silenzio la buona madre e diceva:--E la canzone che piu spesso suol cantar sul liuto la mia Selvaggia. Melodia si soave mal si comporta di sentirla guastare. E voi, anche come amico di messer Lemmo, a ragione ne prendeste le parti. Ben vi lodano le nobili donne, che l'opera e generosa e degna di voi, messer Cino!

--Questi versi--riprendeva Selvaggia--belli di per se, messi poi in musica da Casella, ricordo che io li ebbi in dono da Lemmo stesso, e non so dire quante grazie gli resi, e come gli ho sempre cari, venutimi da tanto autore!

In questo appunto messer Lemmo compariva fra loro. E udito il soggetto del lor ragionare, se ne mostrava obbligato in special modo a Selvaggia. Poi con affetto il piu vivo si stringeva al seno l'amico Cino.

Intanto una musica a ballo, ma lenta e soave, s'intonava dall'orchestra nella gran sala vicina. Selvaggia e la madre fecero invito ad entrarvi: e i cavalieri, presa per mano ciascuno una dama, vi s'introducevano, e davan principio alle danze. A quella introdotta da messer Cino che rinnovavagli cortesi parole sulla difesa di Lemmo, egli con certa ilarita:

--Ma che volete!--rispose--abbastanza prendono occasione di strapazzarci, noi, poveri trovatori di rime!

--Trovatori pero anche d'amorose e felici avventure!--soggiunse essa, e con tal malizietta, che l'uno e l'altra lasciaronsi con eloquente sorriso.

La sala, dai gravi soffitti, con intagli dorati, brillava per lampadari magnifici e per torchietti disposti intorno alle pareti. In una di queste si vedevano appesi li stemmi del Comune e dei Vergiolesi. Nell'altra, fra grandi cornici di legno intagliato, spiccavano i ritratti degli avi della famiglia. Qui pure grandi sedie a bracciali, ma di corame in colore con lucide borchie.

Di gia in quella sala una gioia piu libera pareva diffusa sopra ogni volto. Solo un cavaliere v'avresti veduto con occhi foschi, e accigliato cosi, da fare uno strano contrapposto fra tanto giubilo. Era costui un parente dei Vergiolesi, messer Nello de' Fortebracci.

Frattanto il volto di Selvaggia, vinta la nube che lo aveva per poco offuscato, s'animava di tal contento che co' detti e co' modi godeva quasi di farne partecipi quanti le eran vicini. Chi ne conosceva il carattere non poteva dire che cio nascesse da ambizione. Era un impulso abituale della sua indole; impulso, quasi che inconsapevole, d'ingentilirsi e d'ingentilire. Qualita che pur si riscontrano in certe anime privilegiate, bramose di destare in altri quel puro senso d'affetto e di gioia che provano in se: al modo del poeta che sente e s'accende, e vorrebbe pure trasfondere in altri quella viva sua fiamma. Anche allora che si dava alle danze l'avresti detta pur sempre la regina della festa. A render piu lusinghiere le danzatrici contribuivano non poco in quei tempi il genere dei balli; governati da melodie si lente e soavi, che piu che invitare con celeri passi a circuirne la sala, obbligavano invece a movenze di grazia; sia che l'una coppia s'intrecciasse con l'altra, o distaccandosi alcun danzatore si facesse dinanzi alle dame in atteggiamento di reverenza e di leggiadria.

Or avvenne che dopo un breve riposo, e recati in giro eletti rinfreschi, un coro di fanciulle rallegro inaspettatamente la festa. Era il canto d'una Ballata, pensiero tutto unico di Selvaggia! Dimorando al castello, ella stessa aveva voluto addestrare a questo _canto a ballo_ varie giovinette dalla voce piu intonata e piu chiara. Se non che talora mentre le accompagnava sul suo liuto, fra l'una e l'altra strofa, usciva in preludi cosi mesti e soavi, che quelle fanciulle ne rimanevano estatiche. La Ballata era questa:

"Giovine bella, luce del mio core, Perche mi celi l'amoroso viso? Tu sai che il dolce riso E gli occhi tuoi mi fan sentire amore. E sento dentro al cor tanta dolcezza Quando ti son davanti, Ch'io veggio quel che amor di te ragiona. Mai poi che privo son di tua bellezza E dei tuoi bei sembianti, Provo dolor che mai non m'abbandona. Pero chiedendo vo la tua persona, Desioso di quella cara luce Che sempre mi conduce Fedel soggetto dello tuo splendore."

E ripetevano di tratto in tratto come per intercalare:

Giovine bella, luce del mio cuore.

E a un tempo su questo canto s'intrecciavano lievi danze.

Tostoche messer Cino n'ebbe udite le prime parole, si volse a Lemmo con gran meraviglia; ma non pote a meno di non mostrarsene soddisfatto e ad un tempo commosso. E da sapere che questa Ballata fu composta da Cino[2] : ch'ei la diede in segretezza all'amico perche vi facesse porre la musica, e la donasse a Selvaggia, ma come sua.--Cosi almeno,--diceva egli--avro in sorte, benche ella lo ignori, che alcuni miei versi li possa cantare liberamente, o udir chi li canti presso di lei.--Non pero che in seguito, mutato consiglio, egli stesso non glie li inviasse, e a lei non fossero grati; disvelandone anche l'amore con certe allusioni al suo nome, come gia Dante a quel di Beatrice, il Montemagno a quel di Lauretta, il Petrarca a quel di Laura. Ma frattanto Selvaggia di questi versi ignorava affatto il vero autore; e credendoli anzi di Lemmo, penso che a lui, che per sicuro sarebbe stato alla festa, all'udirli cantare avrebbe fatto una grata sorpresa.

[2] Estratta dal Codice 1118 Riccardiano, che contiene una raccolta delle poesie di Cino.

Or mentre i plausi risonavano per la sala al buon esito della musica, e alla gentile che l'avea procurata; rivolta Selvaggia alle dame che le erano attorno:

--Io non voglio--con molta grazia diss'ella--che passi questa serata senza che vi proponga il _giuoco della ghirlanda_.

--Bene sta--replicarono esse. E i cavalieri:--Ci piace molto. Cosi potremo far prova della eloquenza simbolica, e della cortesia di colei che sortira ad intessercela.

--Parmi--soggiunse ella,--che questo giuoco non meglio s'addica che a si bel fiore di dame, e al principio del bel mese dei fiori. A noi adunque a intrecciar ghirlande pe' nostri amici.

Lemmo allora alle dame:

--Affe, che la proposta e gentile! Non vi pare che madonna Selvaggia nella gaia scienza si sia fatta maestra?

--Veramente!--ripeterono a una voce.

E fra gli scherzi gioiali si raccolsero coi cavalieri in gran cerchio a formare, com'era dell'uso, questa ideale ghirlanda. Ad intesser la quale doveva ciascuna ricordare un fiore o una foglia che alludesse al cavaliere cui destinavasi; e si dava lode a colei che il faceva con piu d'ingegno. Dovevasi poi dar ragione perche si scegliesse piuttosto un colore che un altro; meglio una rosa che un giacinto; mentre i fiori come le pietre preziose avevano allora un linguaggio simbolico, che resultava dalla qualita, dal colore, o dal modo di collocarli. Il verde, per esempio, indicava speranza; il rosso, amore; il bianco, innocenza. Questo linguaggio si dava ai fiori anche per cose piu gravi; e un giglio situato capovolto sull'asta, vediamo in Dante che annunziava la sconfitta d'una fazione. A dar segno di timore e speranza si offeriva una rosa con le spine e le foglie. Se nulla era da temere ne da sperare, si tenea capovolta: togliendo le spine era simbolo di tutta speranza. Il fior d'arancio, se posto sul capo, indicava affanno dell'animo; sul cuore, amoroso tormento; sul petto, noia.

--Io offro--diceva Lauretta de' Sinibuldi cui tocco in sorte di dar principio--io offro al nobile messer Fredi la mia ghirlanda. Essa e tessuta di verdi foglie: perche, che sarebbe la vita senza il conforto della speranza? Ma il fiore che solo bramo vi si distingua, vuo' che sia il giglio. A leal cavaliere qual egli e, il candore dell'anima deve in ispecial modo aggradire.

Ed egli:--Gran merce Lauretta; voi veramente mi leggeste nel cuore!

E da sapere che messer Fredi aveva incontrato spesse volte Lauretta da sua sorella, e se n'era invaghito. Perduta la madre da due anni, era la prima volta che la donzella interveniva a lieto convegno. Non poteva dirsi un fior di belta, ma certo di molta grazia e di senno.

Seguitando il giuoco, talora le dame si davano a pungere i cavalieri con motti curiosi e di spirito. Allorche a sua volta tocco la scelta a Selvaggia. Essa allora volgendosi al Sinibuldi, e fattosi un poco vermiglia, cosi prese a dire:

--Io intesso a messer Cino una corona di lauro, e offro a lui una rosa perche ne rallegri il suo poetico serto.--E in questo, toltasi dal petto una bella rosa maggese ravvolta fra verdi foglie, con ingenuo sorriso gliela porgeva.

Pensiamo se a Cino fosse grato quel dono! Gli giungeva si inatteso, che per esprimere a cotal donatrice tutto quel che sentiva, quasi mancarongli le parole. Ma Selvaggia fu molto paga di quella sua commozione.

--Avess'ella le spine?--con certa curiosita si domandarono alcune.

--Chi sa! sicuro le verdi foglie, simbolo di speranza, non vi mancavano.

Ad ogni modo quel dono fra le giovani donne non pote dirsi non avesse destata qualche piccola invidia. Perche e da notare che in messer Cino (con particolar cortesia da esse accolto come suolsi d'un giovine nuovo-reduce dopo un'assenza non breve), reco sorpresa di scorgere tanta affabilita disinvolta, un eloquio si facondo e soave, e certa lieve malinconia che gli appariva nel volto, e rendevalo si espressivo, che n'eran rimaste incantate quasi che tutte.

Frattanto che le danze si riprendevano, Cino s'avvicino a Selvaggia, che da un lato della sala se ne stava a parlare con Lauretta di lui cugina.

--E permettete--le disse--ch'io vi ringrazi di nuovo del vostro bel dono?

--Oh! di che mai, messer Cino!...

--Da voi questa rosa!--riprese egli mostrandogliela con compiacenza.--Oh veramente l'immagine vostra! Si, vi confesso che al mio ritorno non potevo attendermi una sorte piu lieta! Sarebbe questo un augurio che per me di _Selvaggia_ diveniste _pietosa_?

--No, no, non dir questo!--Lauretta soggiunse allora al cugino.--Tu non ricordi...

--Ah! credimi, Lauretta--la interruppe Selvaggia--gli uomini non ci conoscono, ed obliano facilmente! E messer Cino, per quanto si colto e delle donne cavaliere cortese, ce ne porge la prova!

--Selvaggia!--riprese egli--e con quali argomenti, voi discreta quanto gentile, potete dir questo? Volesser le stelle che i vostri occhi, i quali ad esse somigliano, potesser penetrarmi nel cuore! Leggervi l'affanno crudele provato fin qui, in un'assenza si lunga... e questa confortata soltanto dal pensiero di rivedervi! E ora!... ora che vi son presso, fedele vassallo di voi, donna unica del cor mio; ora che del vostro sguardo ho potuto bearmi... e pel vostro dono prezioso potermi dire il piu felice degli uomini...

--Ma tu non lo ascolti, Selvaggia!--interruppe Lauretta, volta all'amica, che alle parole di lui si era fatta gia pallida, e quasi in abbandono ed in estasi, al braccio della sua confidente. Quando di subito ravvivata, si volse ad esso, e con dolce modo gli disse:--Oh! messer Cino! non vi scordarono le mie compagne, e vi potrei scordar io?

Queste parole furon profferite, nel separarsi, con tal volger di sguardo, che al giovine amante brillaron gli occhi di gioia. Era ivi appunto in disparte e non visto Nello de' Fortebracci: all'udire gli ultimi detti e quell'amoroso incontrarsi dei loro sguardi, fece un tal gesto come d'un uom furibondo, e fuggi.

Le danze e l'allegro favellio continuavano ancora, quando Selvaggia, cui incombeva di far gli onori della festa, torno con l'amica a prendervi parte.

Gli uomini piu gravi eran rimasti a convegno nella prima sala e in altre vicine. Il capitano Vergiolesi e il potesta avevano gia convenuto che non si dovesse far trapelare tra i cittadini la minaccia dell'assedio. In un giorno di tanto concorso una nuova di questa fatta avrebbe messo a subbuglio l'intera citta. Percio anche la festa doveva aver luogo, serbandone con chicchessia, coi figli stessi di messer Lippo, il piu assoluto silenzio. Nondimeno, benche si sforzassero di simularsi tranquilli, un segreto sospiro mandavano spesso dal petto, e molto affannoso!

--Che sara mai?--ridotti in disparte dimandava il Vergiolesi al potesta degli Uberti.

--Che sara? Gravissimi fatti questa volta ho timore!--E in pochi detti colui gli accennava le cause e ne deduceva le possibili conseguenze.

--Importa dunque di prepararvisi, e senza indugio--ei concludeva.--Ma, e il Consiglio?

E l'altro:--In breve sara adunato.--Intanto dimane--lo avverti il degli Uberti--fate che messer Cino v'informi minutamente di cio che accadeva a Bologna. Io attendo un messo da Pisa, un altro da Firenze. Voi vedete se il tempo stringe! Dalle nuove pero i consigli e il provvedere.

--Sta bene. Andiamo adesso, che alcuno in passando non ci oda, o ne prenda sospetto.

Nell'avanzarsi, il Vergiolesi incontrava il venerando vecchio Astancollo Panciatichi, uno dei magnati ghibellini che teneva banca reale, cui dimando:

--Vorreste voi compiacermi di qualche nuova del vostro Vinciguerra?

--Per lettere, che mi spediva l'altro ieri col mezzo degli Spini, banchieri a Firenze, so che si serba in salute, e di presente egli e in Avignone. Onori per vero a lui non mancarono dal re Filippo. Ma che per questo? Che mi fanno gli onori, che conto i guadagni che la nostra banca la in Francia ci ha procurato, se io nol riveggo? La vecchiezza m'incalza, ed ei non da segno di farmi sperare il ritorno. Ah! voi non sapete, messer Lippo, che sia l'avere un figlio esule e da tant'anni! Un figlio amatissimo che doveva essere il sostegno di mia vecchiezza! Perduta la consorte, non mi rimane che la mia povera Oretta; buona figlia che ell'e, ma per noi dati ai negozi, non bastevole a soddisfarci, ne io a curarla come vorrei.

--Ma perche--soggiunse l'altro--ora che gli esuli Bianchi possono rimpatriare, non viene in soccorso di voi e del Comune, che ne ha tanto bisogno?

--E' teme sempre gli inganni dei Guelfi! Troppo omai li ha conosciuti anche in Francia! Razza di vipere e' li chiama, che in Corte del papa s'annidano, e per coperte vie, e sotto il manto di Santa Chiesa si fanno strada dovunque, corrompono ed avvelenano l'Italia.

--Pur troppo, ser Astancollo! Ma noi per questo dovremo perderci d'animo? Sfidiamoli a viso aperto, e la giustizia di nostra causa alla perfine vedrete che dovra trionfare. Oh! io, ve lo giuro! quanto a me non cedero un sol passo, e faro di tutto per impedire che qui i Guelfi ed i Neri prevalgano.

Ne paia strano al lettore che un medesimo tetto accogliesse a quei tempi un Panciatichi e un Cancellieri.

Della famiglia di questi ultimi v'erano soli alcuni di parte Bianca. Banditi e rifugiatisi a Pisa; trionfando di nuovo in Pistoia la propria fazione, sostenutavi dal degli Uberti, avevano potuto rimpatriare. Ma poi la fazione per quei cittadini era tutto: e all'occorrenza dimenticavano per essa, o, a meglio dire, soffocavano gli affetti domestici.

Fra questi e altri particolari era gia avanzata la notte, e s'udivano i suoni piu allegri, coi quali si riprendevano le danze. Erano esse la _Furlana_ e la _Veneziana_, che solevan farsi in gran cerchio e a passi piu concitati sul finire della festa. Ancora alcun poco e la eletta schiera, paga omai di si gentili accoglienze, si congedava dalla famiglia.

Messer Cino, nell'accomiatarsi, era pregato dal Vergiolesi di volersi recare a lui nel giorno veniente. Selvaggia, nell'udir cio, die segno di tal compiacenza, che non pote celare al guardo del giovane Sinibuldi; tantoche, lieto esso pure, coi suoi amici se ne partiva.

CAPITOLO V.

CONSIGLIO E DIFESA.

"Molte volte addiviene che all'estremo gaudio conseguita il lutto."

---- _Salomone_ nell'_Ecclesiaste_.

Fino dal far della notte le tenebre in quei tempi nella citta eran fitte per ogni strada. Solo qualche lampada posta innanzi a sacri tabernacoli sui canti d'alcune case, a cura pero di privati in opposizione agli errori de' Paterini, tramandava un piccol barlume, e serviva cosi a scopo religioso e civile.

Nell'uscir dalla festa, Cino si era accompagnato con l'amico Lemmo e col Cancellieri. Ne Lemmo si era premunito di lanterna, ne gli altri due avevano avvisato di farla portare ai propri servi, come soleva la nobil gente: e benche i domestici dei Vergiolesi le avesser loro profferte, scherzosi e giulivi ne ringraziavan, dicendo che era un bell'andare al lume delle stelle; e gia si erano incamminati per le proprie case.

Tutti dovevan fare la stessa via, e cosi l'uno all'altro poteva esser di scorta. Messer Cino, gia venduta l'antica casa de' Sinibuldi in S. Maria cavaliera, insieme a quella de' Taviani e de' Cremonesi per erigervi l'attual palazzo del Comune, abitava ora in altra sua in parocchia di S. Ilario. Di qui doveva passare il Cancellieri, che, essendo de' Bianchi, aveva casa presso l'abbazia di _San Bartolommeo in pantano_, detta cosi perche nella parte piu bassa della citta. Poco distante era la casa di Lemmo. Costoro, fin da quando erano usciti all'aperto, si erano accorti che uno sconosciuto, ravvolta la persona in ampio mantello, e chiuso il cappuccio, li seguitava. Quando ecco che giunto il Sinibuldi alla porta di casa e presso ad entrarvi, quell'incognito che dal lato opposto della via passava loro dinanzi, fu udito profferir chiaramente, benche a voce repressa:--Maledizione!--

Tutti a un tratto posero la mano sull'elsa, non sapendo in quell'ora, per chi di loro e a qual fine un si strano imprecare. E intanto che colui a gran passi si dileguava:

--Ma sapete ch'io dubito--disse il Sinibuldi--che sia stato dispetto di quel cotale perche non m'abbia potuto aver solo per via! Da quella imprecazione, Lemmo, non ti parrebbe?

--Oh! appunto per te! Ad ogni modo meglio cosi, t'avremo salvato!

--Bada pero--soggiunse Cino--che la spada al fianco non la tengo per nulla, e all'occasione l'avrei saputa impugnare. Ma, dico io, quella parola perche appunto qui? Non ti par proprio per me?

E l'altro:--Ne avresti forse qualche ragione?

--Non dico questo; perche assente da qualche tempo... Poi riflettendo:

--Se non fosse!... Alla festa mi parve che uno... con una tal guardatura! Messer... ma no... non e possibile! Oh! no, no, nissuna cagione... non so davvero...

--Via dunque non ti porre in sospetto. Sai gia a che tempi viviamo!--E il Cancellieri egualmente rassicuratolo, si divisero ricambiandosi un amichevol saluto.

Ma pero il Sinibuldi non mal s'apponeva. Lo sconosciuto era Nello de' Fortebracci. Una forte inimicizia perdurava da qualche tempo fra le loro famiglie. Dopo che i cittadini, avvenuto il crudel fatto de' Cancellieri, si videro spesso dalle torri con balestre e con pietre, e per le vie con stocchi e con spade venir fra loro a battaglia, accadde un giorno (cosi narrano le storie) che certi della parte Nera, cioe ser Fredi di messer Sozzofante, Bertino Niccolai, che guardava la fortezza del Pantano di messer Simone Cancellieri, e altri, stando in Pistoia presso alle case di messer Gherardo de' Fortebracci e consorti, messer Gherardo li volle offendere perche egli era nipote di quel nobile cavaliere, messer Bertino, ucciso poco fa dallo Zazzara, fratello del detto ser Fredi. Dalle parole misero mano alle spade, tantoche per quella rissa tutta la citta fu in armi. Ser Fredi e i compagni si accostarono a quei di casa i Sinibuldi; combattendo sempre con messer Gherardo e con quei di sua casa. I Sinibuldi, prode e gagliarda gente, vennero a tale assalto, che messer Loste de' Sinibuldi percosse addosso a messer Gherardo, e uno spiede molto grande infisse nel fianco a Braccino, uno dei figli di messer Gherardo, tanto che quel disgraziato fu tenuto per morto. Messo sopra un palvese, lo portarono a casa, ponendo ogni cura per veder di salvarlo; ma dopo tre giorni il suo povero padre lo dove piangere estinto. Da quel tempo fu un odio implacabile fra la casa de' Fortebracci e quella de' Sinibuldi. Nello, come fratel di Braccino, aveva anch'esso combattuto per sua difesa.

Ma perche mai si fiera minaccia contro di Cino, assente in allora e da ambe le parti stato sempre stimato affatto estraneo a questi corrucci?