Part 4
Cotesta razza di buffoni e di cantastorie brulicava per tutta Europa. Campavano generalmente alle spalle dei gran signori, o dei Comuni (e anche quel di Pistoia ne aveva allora uno suo, denominato Gazzino) ed erano il trastullo di tutte le Corti bandite. Recavano da un paese all'altro novelle di pubblici casi e privati, in mancanza di gazzette e di chiacchiere a stampa; e per questo, e perche con arguti motti pungevano e destavano il riso, erano, si sa, accarezzati da tutti. Nelle parti pero di Toscana, dove il feudalismo, piu che altrove, andava scemando, e Corti non v'erano, se ne contavano pochissimi. Costui infatti era venuto di Lombardia e dimorava da qualche tempo in Firenze. Il quale, come seppe di questo straordinario concorso, vi venne subito per tentare un guadagno. Eccolo la infatti, che, dopo aver raccontato le novelle ed i romanzi piu strani della Tavola Rotonda e di Guerrin meschino, si aggirava col bossolo fra gli astanti, e, dandosi a questuare con lazzi e parole le piu scimunite, aveva raccolto di gia buona messe; ma qualche altro tornagusto gli bisognava per alletare. E credette di averlo trovato col cantare alcuni versi di Lemmo da Pistoia, uno degli ultimi e piu amabili trovatori che allora vivessero. Annunziava con magnifiche parole, e per far piu colpo, essere questi versi di un pistoiese, e messi in musica da quel Casella, eccellente cantore e maestro in quest'arte, e l'amico del famoso poeta Alighieri.
E la canzone, ch'ei stava cantando, incominciava cosi:
"Lontana dimoranza Doglia m'ha dato al cor lunga stagione."
Ma, come messer Cino l'ebbe udito alcun poco, preso da sdegno di sentirsi guastare con un accento il piu strano e con indicibili storpiature quelle belle melodie e que' versi di Lemmo amico suo, non pote regger piu oltre. Si fece innanzi al tristo giullare, lo riprese aspramente, e gl'impose silenzio. Non e a dire se plaudissero tutti, in particolare le nobili donne a questa difesa del buon trovatore! Quando poco discosto un altro spettacolo attraeva la loro attenzione.
Trattavasi di un astrologo, che si spacciava anche per alchimista e gran fisico. Montato sopra una tavola ingombra di barattoli, era appariscente per la sua nera veste talare, listata di rosso col campo a stelle d'oro, pel suo alto cappello nero a guisa di cono, e per una gran barba che gli scendeva fino al petto. Con una bacchetta, che dicea misteriosa, accennava da prima un gran libro tenuto aperto nella sinistra, che vantava contenere i piu rari segreti di quel celebre Zoroastro, inventore dell'arte magica. Ivi, secondo il sistema di Tolomeo, erano delineati i pianeti: ed ei ne dava ad intendere le virtu e gl'influssi sopra il globo terraqueo (immobile, com'ei diceva) e sopra gli uomini: potere ed influssi comunemente creduti anche dai piu colti di quell'eta. Certo che per vane ed ampollose promesse non avrebbe ceduto in ciarlataneria ai prestigiatori, ed ai _medium_ dello _spiritismo_ dei nostri tempi.
Ma quel che aveva da destare una certa curiosita, era una cassetta con una gran collezione di pietre preziose e di gemme, delle quali come amuleti gia fino ab antico fu fatto grande uso in Oriente, d'onde la gran quantita di pietre incise, che ancora ci avanzano, della China, dell'Assiria e di Babilonia, e che egli poi di tutte queste, secondo la teoria, che in allora correva, del provenzale Pietro de' Bonifazi, ne indicava le particolari virtu.
Or via via additando con la bacchetta ciascuna, cosi comincio a dire:
--Vedete! Il diamante ha virtu di render l'uomo invincibile; l'agata d'India o di Creta lo fa buon parlatore; l'ametista resiste alla ubriachezza; la corniola pacifica l'ira e le pubbliche liti; il giacinto provoca il sonno; la perla reca allegrezza nel cuore; il cammeo vale contro l'idropisia quand'e intagliato; il lapislazzuli posto al collo de' fanciulli li rende arditi; l'onice d'Arabia e d'India rintuzza la collera; il rubino, sospeso al collo quando si dorme, caccia i pensieri fantastici e noiosi. Affermava che se l'uomo sara casto avra sperimentato la virtu del zafiro e del sardonico: lo smeraldo tien viva la memoria e rende l'uomo giocondo; il topazio (chiamato da Plinio crisolito o pietra d'oro) raffrena l'ira e la lussuria; la turchina ci guarda dalle cadute. Ti vuoi rendere invisibile? hai l'elitropia; preservarti dai pericoli? hai l'aqua marina. Il corallo si oppone alle folgori, e l'asbesto al fuoco. Aggiungeva che il berillo fa innamorare; il cristallo estingue le sete dei febbricitanti: la calamita attrae il ferro, e finalmente il granato reca gioia e contento.
Dopo questa gran filastrocca di prodigiosi trovati per raccogliere intorno a se gli avventori, veniva alla parte per lui piu stringente, offrendo in vendita a ciascuno certi suoi particolari specifici. Si sbracciava a narrare quanti mai ne avesse spacciati a Firenze; tanto che si augurava in Pistoia un esito non men fortunato. Ma il vero volpone per guadagnarsi denari e partigiani era giunto in mal tempo. La turba de' gonzi, in specie della campagna, che potea dargli ascolto e comprare in suoi farmachi, era quasi tutta avvinazzata; e tranne che di liquori e di canti, a quell'ora potevi sgolarti, non volea saper d'altro. Sicche deluso del suo guadagno, irritato che i piu attendessero al giullare vicino, si rivolse al circolo del rivale, e a quell'insegna del Comune di Pistoia (la scacchiera) che eravi eretta, e come in tono profetico in questa guisa esclamo:
--Bene sta! gioite, gioite! Ma io leggo gia nelle stelle; e su quella scacchiera in luogo di un cavallo e d'una torre, vi scorgo un leone e una pantera; (voleva alludere al Leone di Firenze, e alla Pantera di Lucca) e i giuocatori azzuffarsi e venire al sangue, e... e...
--E che vuoi dirci con questo, eh?--interruppelo un popolano che s'era accorto dell'infausta metafora.
--Venisti forse a portarci il malanno? Fuori di qua, brutto uccello di tristo augurio.
--Fuori, si, fuori!--un dopo l'altro, e poi un grido di tutti.
--Fuori, e t'affretta!--soggiunse un nobil messere--o ti faremo far la fine del tuo insatanassato Guido Bonatti. Qui non si vuol Guelfi a insultarci!
--Non si vuol, non si vuole! ammazza, ammazza!--da' piu risoluti si comincio a gridare.
E gia qualche stile era uscito dalla cintura, quando a un tratto s'udi esclamare:
--Eccoli! eccoli!
--Dove? chi sono?--si ripete in un subito da mille voci: e non altrimenti che in un campo di grano le spighe sommosse dal vento, fu un piegarsi di mille teste da' berretti rossi o dalli scuri piumati, e andar tutti verso una parte. Distratta cosi l'attenzione di costoro per altro lato, basto l'incidente per dar tempo al mal capitato impostore per chiuder la cassetta, porre tutto in un sacco, e svignarsela a gambe. Intanto quell'onda imponente di popolo spingendosi in giu per consenso fino dall'alto della prateria, come trovasse una diga venne ad arrestarsi allo sbocco della via del sobborgo.
Ma chi eran coloro che potevano cosi all'improvviso richiamar l'attenzione e gli sguardi di tutti?
Lasciato il proprio castello per tornare in citta, appunto in quel momento v'entrava a cavallo, e passavasi in fondo del gran piazzale la famiglia de' Vergiolesi. Una vera dimostrazione di general gradimento l'accoglieva sul suo passaggio. Ell'era amata e reverita generalmente: perche fra le pistoiesi, se non delle prime per larghezza di censo, certo era delle piu nobili per blasone, in que' tempi di qualche prestigio; ma poi insieme delle piu popolari per affetto operoso alla testa del partito de' Bianchi, quello dell'intera citta.
Procedeva la cavalcata con innanzi i tre figli: di seguito il capitan messer Lippo, e a sinistra sua moglie, su due magnifici morelli: dietro, in due coppie, i quattro loro scudieri. Nell'inoltrarsi fra tanta gente, e fra le voci di giubilo che s'udivano d'ogni parte, anche i cavalli si mettevano in brio: e a stento si sarebbero frenati, massime quelli dei giovani, due vivacissimi baio-fuocati, se non avessero avuto cosi validi cavalieri. Ma popolo e nobili che li attendevano, la gioventu in particolare tutt'accorsa sul loro passaggio, non rifinivano di salutare que' che venivano in prima fila, cioe a dire, gli amabili cavalieri messer Fredi, e messer Orlandetto, e in mezzo loro Selvaggia, la gentile sorella. Cavalcava essa con baldezza e leggiadria singolare un generoso destriero bianco come la neve, che quasi consapevole del pregio di colei che portava, caracollando, scoteva altera la testa, ma senza darle ombra di minor sicurezza. Un semplice abito di tessuto in lana color di rubino, stretto alla vita, dalla cui cintura di cuoio lucido con borchie dorate pendeva una borsa di velluto verde trapunta in oro: in testa poi una berrettina di velluto nero con bianca piuma da un lato, da dove un velo bianco le scendeva sugli omeri e in balia dell'aria si sollevava, davano maggior risalto alla bella persona. Inchinavasi ella in passando agli amici della famiglia, e insiem co' fratelli pareva dicesse loro con gioia: "A rivederci a questa sera." E fu notato come il saluto fra Selvaggia e messer Cino fosse ricambiato vivissimo, e quale fra chi con gran desiderio si cerca e s'incontra. Che molti omai si erano accorti dell'affetto particolare del giovine verso di lei: e certi anche amici, o per invidia, o per poter dire di aver interpretato alcuni suoi versi, lo reputavano il fortunato amatore.
Or mentre una si lieta accoglienza li accompagnava fino alla porta della citta, il baccano, il tripudio e i canti del popolo crescevano a dismisura. E gia, fatta sera, si vedevano accendere qua e la per l'estensione di quel vasto terreno alcuni falo, e i briosi ragazzi porvi su delle stipe, attizzarne il fuoco, e schiamazzarvi d'attorno.
Intanto poco a poco la gente abbandonava il piazzale e tornavasi alle sue case: molti poi della campagna in grande allegria tenevan dietro a brigate di cantamaggi e di sonatori. I quali, durante cotesta notte e fino alla prima alba come in quella decorsa, andando per la pianura o scavalcando poggi e colline, si recavano a far serenate, e a piantar maggi di casolare in casolare, d'un villaggio ad un altro, innanzi alle case di vaghe fanciulle: per parte, s'intende, de' loro dami, che solevano guidarveli, e che al poeta improvvisatore indicavano il nome di esse, e il tema di lode per la famiglia. Quegli stessi falo come segni di gioia si vedevano giro giro pel territorio, in piano ed in poggio. E fra tante castella che tenevano parti diverse, benche il contado molto dipendesse dalla citta, poteva dedursi da quelle baldorie la indicazione de' luoghi dove abitava la famiglia od un popolo del partito de' Bianchi e de' Ghibellini.
CAPITOLO IV.
AMORE E DANZE.
"Vidi. . . . . . . . . . Gente che d'amor givan ragionando. . . . . . . . . Ecco Selvaggia, Ecco Cin da Pistoia."
---- _Petrarca_ nel _Trionfo d'Amore_.
"Vedete, donne, bella creatura Com' sta fra voi maravigliosamente! Vedeste mai cosi nuova figura, O cosi savia giovine piacente? Ella per certo l'umana natura E tutte voi adorna similmente; Ponete agli atti suoi piacenti cura, Che fan maravigliar tutta la gente. Quanto potete a prova l'onorate, Donne gentili, che ella voi onora, E di lei in ciascun loco si favella. Unque mai par si trovo nobiltate, Ch'io veggio Amor visibil che l'adora, E falle riverenza, si e bella!"
---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _per Selvaggia_.
In quella parte piu elevata della citta di Pistoia, quasi rimpetto all'antica chiesa di S. Prospero, ora detta di S. Filippo, sorgeva la casa de' Vergiolesi. Era essa, con le piu di quel tempo, tutta fabbricata a mattoni senza intonaco o tinta qualunque: con alcune scorniciature dei medesimi alle finestre di sesto acuto, e con grandi archi di pietra che mettevano alle sue logge. Solevano queste, di facile accesso perche al pian terreno, servir di convegno ai cittadini per novellare, giuocare a tavole, a scacchi, o per negoziare di faccende pubbliche e di private. Nelle case de' magnati era qui dove in prima i forestieri si ricevevano, e gli uomini d'arme della famiglia vi dimoravano come di guardia. Una parte di quell'architettura che avea del grandioso, pote vedersi anco a' di nostri, finche la moderna industria, gretta per lo piu anche ne' pubblici palazzi, non ne tolse quasi le tracce. Solo adesso la pubblica coscienza per quelli antichi e monumentali ha gridato: "Se non siamo da tanto da poterne erigere de' somiglianti, che almeno, a documento di storia d'un popol grande, si sappiano conservare!" Quanto a questa casa, ad attestare che ivi era, non vi rimane adesso che lo stemma della famiglia a bande trasversali, e nell'interno un avanzo della sua torre. Tutto quel fabbricato, fino all'antica chiesa di S. Biagio puo dirsi essere stato un castello presso alle mura del primo cerchio, ed era in quel tempo di pertinenza di messer Lippo de' Vergiolesi.
All'un'ora di notte di quel primo di maggio questa casa splendeva gia torno torno di faci, e molti panegli ardevano fin sulle cime della sua torre. Nel cortile come nella loggia si vedevano alcuni uomini d'arme dipendenti dal suo signore. Molta gente andava e veniva per quella via, anche uomini e donne della campagna; perche cotesta notte, seguitando la festa, i ponti levatoi delle porte della citta v'era ordine non dovessero alzarsi. Si soffermavano incuriositi, come suol farsi dal popolo per ogni insolita cosa, e scorgevan di gia dai piccoli vetri delle finestre illuminata una fila di stanze a maestro, fino alla gran sala che volgeva a ponente. Stavano nelle anticamere li scudieri ed i servi della famiglia; pronti questi ai comandi; quelli ad annunziar gl'invitati introdotti nelle sale di essa.
In una di queste, la piu prossima alla gran sala, erano intorno disposte molte sedie a bracciali, guernite di velluto a colori diversi; belli stipi intarsiati di legni rari e di pietre preziose con sopra vasellami di freschi fiori. I torchietti pure che la illuminavano eran cinti di fiorite ghirlande, conforme il carattere della festa. La sopra una di quelle sedie, dove nel dossale si vedeva trapunto in seta e in argento lo stemma dei Vergiolesi (uno scudo a sbarre trasverse bianche e celesti), vi si trovava adagiata una gentil donna. Un abito di drappo oltramarino dai colori dello stemma gentilizio, tessuto a fiorami d'oro, con le maniche chiuse al polso; una berretta di velluto chermisi guernita di grosse perle; cintura e fermagli ricchissimi, la designavan subito per una nobile dama. Infatti era essa madama Adelagia consorte del capitan Vergiolesi. Benche innanzi con gli anni, serbava pur sempre nel volto le tracce della prima avvenenza. L'animo poi si affettuoso per la famiglia e a tutti indistintamente cortese, le avea conciliato e le manteneva la riverenza d'ogni classe di cittadini.
E gia alcuni degl'invitati le facevan corona. Fra questi, favellando col suo Orlandetto, si vedevano nobili damicelli in veste color cilestro o rosato, con in mano piccolo berretto rosso, giubboncino di raso, e calzoni a due colori stretti alla gamba. Allorche fra di loro col fratello ser Fredi giungeva Selvaggia.
Vestiva essa un bianco abito serico, stretto alla vita con cintura d'argento ed un aureo fibbiale. Una sopraveste egualmente serica cilestrina con grandi maniche aperte dal gomito al polso, e sopravi bottoni e ricami d'oro, ne arricchivano l'ornamento. Oltreche sul confine delle candide braccia le si avvincevano due smanigli con perle, che pure a un sol filo le pendevano dal collo. Un serto cesellato in argento le cingeva la bianca fronte, e le teneva raccolto il bel volume de' suoi capelli, si biondi che parevano fila d'oro, e a grandi ricci le cadevan sugli omeri. Il suo volto era bianco rosato. Gli occhi, Cino stesso cel dice, eran soavi e pien d'amore. Alta della persona, snella e dignitosa a un tempo nel portamento. Disegnandone le belle forme, potea dirsi che ritraessero di tutta la grazia greca. La sua voce financo, ne troppo esile, ne troppo grave, le usciva con un suono si dolce e si melodioso da farsi udir per incanto. Cotali pregi si piacevano d'ammirare l'invitati alla festa nella nobile figlia del Vergiolesi; quando li scudieri vennero annunziando le une poco dopo le altre, co' lor cavalieri consorti e famiglie, madonna Oretta de' Panciatichi; Imelda e Viola di messer Rinieri de' Cancellieri di parte Bianca; monna Alagia degli Uberti; donna Fiore de' Gualfreducci; donna Ghisola de' Lazzari; monna Bice de' Muli; Dialta de' Tedici; Finamore de' Sodogi; Lieta de' Reali; donna Porzia de' Rossi; donna Lauretta di Laute de' Sinibuldi, l'amica intima di Selvaggia, e le donzelle cugine sue Vergiolesi, Lamandina, Guidinga, Matelda, Albachiara e Argenta. Queste con alcune altre, quasi che tutte della classe de' maggiorenti, per avvenenza, per ricche vesti e per sfoggio di gemme d'ogni maniera, facevano bella mostra: sfoggio gia andato tant'oltre a danno della domestica economia, che dal Comune, co' suoi Statuti suntuari, fino a certa misura si tento d'impedirlo.
Da messer Fredi eran quindi presentati alla madre i principali banchieri della citta; gli Ammannati, cioe, i Visconti, i Reali, i Chiarenti, i Panciatichi. Eran costoro una potenza nel paese, e una fonte di floridezza pe' grandi cambi e negozi che facevano in Italia e fuori. Basti il dire che la banca reale degli Ammannati, tre anni avanti volendo assestare i suoi conti, aveva interposto il pontefice perche da Odoardo re d'Inghilterra fosse sodisfatta di centocinquantamila fiorini d'oro, dei quali egli era debitore a detta ragione. Le venivano presentati pur anche i capitani delle compagnie del popolo, e altri ufficiali del Comune col suo gonfaloniere di giustizia. Ne mancava fra loro il nuovo potesta e capitan degli Uberti, cui primo messer Lippo offerivasi innanzi, grato dell'onore che gli recava. Non e poi a dire con quanta squisitezza di cortesia si volgesse a tutti Selvaggia o con parole o con atti.
Or mentre in lieti crocchi ciascuno a piacere si tratteneva, Selvaggia aveva preso a favellare con le giovani cugine, e pareva che molto si rallegrasse. Ma chi pero le avesse letto nel cuore, vi avrebbe scorto non altro che uno sforzo di compiacenza; e a un tempo uno sgomento, una pena, che rivelava talora col guardo inquieto come di chi cerca ansiosamente qualcuno. Eppure in quell'istante quel suo desiderio lo divideva con molte di quelle dame! Omai si sapeva il ritorno inatteso di messer Cino. Chi avrebbe mai pensato ch'ei non fosse dei primi alla festa! Perche, come dicemmo, non era ignoto l'affetto scambievole fra Selvaggia e il gentile poeta. E se egli e vero che la lunga assenza d'amata persona ne cresce la brama, puo argomentarsi se ella bramasse di rivederlo! Egli, il suo Cino, toccava appena sei lustri. Alto della persona, il volto lungo ed espressivo, occhio, vivido, perspicace; preveniente di modi e parlatore leggiadro; egli di nobil casata, che ebbe fra gli avi un console della repubblica, potesta e capitani; e di quegli anni l'onorando vescovo della citta. Oltreche era in lui merito de' piu pregiati a quei tempi, quel di legista. Passava di gia per un dei piu degni fra i discepoli de' celebri professori, Dino Rossoni ed Accursio: e adesso tornava in patria dalla Universita di Bologna col titolo onorifico di baccelliere, che lo abilitava alla giudicatura. A farlo anche piu accetto al gentil sesso conferivano molto i suoi meriti letterari. Si sapeva oltraccio come negli ultimi mesi ch'ei fu a Bologna si fosse legato d'amicizia non che di concetti politici (lo che ivi fra i Bianchi era grato) col grand'esule Dante Alighieri che al partito dei Guelfi bianchi inclinava, e del quale gia si conoscevano alcuni canti dell'_Inferno_. L'amicizia con gli uomini rinomati da sempre un prestigio e una compiacenza.
E certo doveva essergli di bel vanto l'avere ad amico un si sublime intelletto, che Cino appellava _diletto fratello e signor d'ogni rima_; e cui per la morte della sua Beatrice dedico un'affettuosa canzone. Gia fin dai primi anni era stato fra loro un ricambio di dolci versi. Pensiamo poi quanta fosse la compiacenza di messer Cino nel sentirsi chiamato da quell'alma sdegnosa e parca dispensatrice di lodi, dopo del Cavalcanti il _secondo de' suoi amici_! Nel suo _Volgare eloquio_ esser detto uno di quelli che piu dolcemente ebbero scritto di poesia; che dirozzaron la lingua, che la ridussero districata ed egregia, civile e perfetta; e infine _cantor d'amore_ esser nominato da lui!
E si veramente l'amore, e l'amor di Selvaggia (e ben ce lo attesta il suo Canzoniere) gl'ispirarono i versi, e quel _dolce stil nuovo_ che differenzia i poeti dai trovatori. Perche, per quanto i menestrelli e i trovatori siciliani alla Corte di Federigo a Palermo, (e si aggiunga pure i molti che vi convenivano di Toscana, dove eran gia noti alcuni scrittori di versi italiani), fosser dei primi a vocalizzare, quasi diremo, la italica lingua su i lor liuti con serventesi e ballate amorose; le fu d'uopo d'esser dirozzata, di farsi pura e gentile, e di esplicare infine tutte le doti che in se chiudeva di forza, varieta e armonia; lo che non certo le era ne le fu concesso fra un popolo che in generale sentiva ancora dell'arabo e del saraceno; con un Governo dispotico, e che solo per incidenza e per pochi anni ebbe un re dedito alla musica e al poetare; ma pote solo in Toscana e con stabile fondamento, fra un popolo per ingenita disposizione piu gentile, con ordini liberi, e il piu progredito di civilta. Ora, sia per mente e per cuore era Cino in quel tempo uno degl'ingegni piu eletti. Ne l'amor suo fu gia ideale e fantastico come quello de' trovatori amanti di professione. Sebbene rivelato con le forme della scuola platonica, era nobile, caldo e verace. L'aveva accolto in cuor suo gia da qualche anno; sicche da quel di, com'egli ne scrisse, null'altro chiedeva che
In lei poner la mente Poi di ritrarne rime e dolci versi. Angel di Dio somiglia in ciascun atto La sua giovine bella. Da lei si muove ciascun suo pensiero Perche l'anima ha preso qualitade Di sua bella persona. E cio fin da quel tempo Che gli occhi suoi gentili e pien d'amore Ferito l'ebber col dolce guardare.
Nobile era l'affetto che portava a Selvaggia. Lontano, non altro bramava che di rivederla, dicendo che
La sua dolce accoglienza Gli cresceva l'intenza D'odiare il vile, e d'amar l'alto stato.
Pregiato vanto d'amore, che ogni donna di accorto e delicato intelletto dovrebbe piacersi di riportare.
E cotal vanto ebbe Selvaggia sul suo messer Cino; perche egli addivenne primo in quel tempo fra i maestri di diritto civile, ed egregio fra i piu gentili poeti. Ne questo culto della poesia disdegnavano allora in Italia le nobili donne. Venturose anzi e felici pubblicamente si dicevano quelle che lo avessero meritato. Fra le quali, prima e da porre Beatrice de' Portinari, donna di virtu piuttosto singolare che rara, come colei che seppe ispirare il sublime cantore della Divina Commedia. E come gia innanzi la Nina siciliana di Dante da Maiano, verseggiatrice del pari che la gentil donna Gaia figlia di Gherardo da Camino, nominata con onore dall'Alighieri; quindi si novera la Vanna del Cavalcanti, la Lauretta del Montemagni, la Laura del Petrarca.