Part 3
Queste giuste parole le approvavano tutti. Ma intanto avevano inteso una certa nuova, che li affrettava a separarsi: parte per proseguire verso la piazza; i piu svelti poi prendendo a fretta pe' vicoli, chi da un lato, chi da un altro, per esser de' primi a informarne gli amici. E gia i cittadini d'ogni eta e d'ogni ceto erano accorsi al proprio armamentario o loggia, che era il corpo di guardia d'ogni quartiere della citta; e fornitisi delle armi, ciascuna compagnia co' lor capitani moveva alla piazza maggiore a porsi sotto il comando del capitan generale.
In Pistoia, fino dai tempi de' Consoli, dodici erano le compagnie del popolo, divise tre per quartiere, e di tutte le persone che dalla prima gioventu alla vecchiezza erano atte alle armi, fossero nobili o popolani. Volevan con cio che fosse dovere di tutti di custodir la citta, perche i cittadini non si dividessero fra loro in due classi troppo diverse; l'una, la nobilesca, agguerrita, operosa, ma fiera e arrogante, e ministra di tirannie come spesso avveniva: l'altra, la popolare, oziosa ed inerme, e troppo inclinata a una pazienza servile. Perche infine, dicevano, nissun cittadino dev'essere agli altri terribile, ma tutti insieme farsi temibili ai nemici della patria. Esercito stanziale, siccome adesso, in questo, come negli altri Comuni, in Italia non v'era. Le compagnie armate ne facevan le veci. Potrebbe dirsi che quasi col medesimo ordine e intendimento vedemmo istituita la guardia nazionale mobile nel nostro regno. Che anzi alcuni scrittori, e principalmente inglesi e alemanni, hanno notato, esser la moderna landwehr della Prussia imitata dall'antica Ordinanza della milizia nelle repubbliche italiane; cioe dal tempo della Lega Lombarda fino all'Ordinanza del Macchiavelli, perfezionatore delle passate costumanze.
Or mentre la campana del capitano aveva appena cessato, e gia la citta brulicava di gente che avviavasi in piazza da ogni strada, annunziate dai trombettieri vi si vedevano entrare con bell'ordine e con belle armature le tre compagnie del quartiere di Porta Lucchese, che andavano a schierarsi fra 'l palazzo del capitano e il fianco destro del Duomo. E vi entravano quasi ad un tempo dal lato di mezzodi, e facendosi eco con uno squillo uguale di trombe, quelle del quartiere di Porta Gaialdatica. Dalla ripida via di levante, fiancheggiando il nuovo palazzo della Signoria, poco appresso salivano in piazza i militi del quartiere di Porta Guidi. Dal quartiere infine dell'antica porta di S. Andrea, allor di Ripalta, vi convenivano le ultime tre compagnie: e tutte e dodici portavan diverse e bellissime insegne; e co' santi protettori della parrocchia da cui si traevano; e con animali e fiori simbolici, ricamati in lana, in seta o in oro a colori vivissimi: tali come i cronisti ce le descrissero e come si vedon dipinte nel magnifico cortile dell'antico palazzo pretorio, ora del tribunale di questa citta.
In ogni quartiere aveavi una compagnia di arcieri: le altre portavano picche e lance, e alabarde di varie forme e scudi rispondenti alle armi, dalla forma dei quali i militi prendevano nome di tavolaccini o di palvesari. V'erano pure in citta un trecento cavalieri coi loro capitani ed alfieri. La ristrettezza del luogo non offriva pero assai spazio per ischierarveli e far di se bella mostra. Infatti la piazza del Duomo, sul lato di ponente, era limitata da una fila di case che a distanza di poche braccia sorgevano parallele ad altre; e dove, dopo 80 anni circa, fu fabbricato il Pretorio con quella semplice architettura che vi si vide fino al 1842; prima che, come di presente, fosse accresciuto d'un piano, e cosi perdesse in parte del primitivo carattere. Quelle case poi non furono demolite che nel 1311 per ampliare come adesso la piazza. A settentrione, dove ora si vede un'altra fabbrica non finita, detta il Palazzaccio, sorgeva il palazzo del capitano del popolo con l'alta sua torre: ad oriente la chiesa di Santa Maria Cavaliera, e un lato (il sinistro) dell'attuale palazzo del Comune che solo da pochi anni si costruiva: infine, a mezzodi, il lato destro del Duomo. Cosi la piazza non aveva che quest'unico dei grandiosi monumenti che ora l'abbellano; e come nelle vie principali, in luogo di pietre non v'erano che grossi mattoni a coltello.
La cavalleria o cavallata, come allora la chiamavano, era sotto gli ordini del capitano Filippo Vergiolesi. Per mancanza di spazio l'aveva schierata lungo la via di San Giovanni, e solo ne distaccava alcuni cavalieri per far ala e contenere la folla. Gli altri capitani si erano gia disposti col Vergiolesi presso al palazzo del capitano generale, Tolosato degli Uberti, ed attendevano che egli giungesse.
Non furono che pochi istanti e se ne usciva sopra un bel palafreno, bardato di lucenti brocchieri; egli poi splendido per le armi. Cominciando dall'elmo, con alti e bianchi pennoncelli; usbergo, braccialetti, cosciali e schinieri erano tutti a lamine e squamme di forbitissimo acciaio, con sopra rabeschi d'oro mirabili: il petto poi coperto d'una cotta bianca tessuta d'argento con in mezzo la nera aquila ghibellina. Al suono degli oricalchi, al levarsi in alto dei bei gonfaloni ed agli evviva del popolo affollatosi di ogni intorno, moveva dalla piazza e coi principali dei militi s'avviava al palazzo del Comune. Non gia a quel palazzo maestoso del Municipio, d'architettura gotico-italiana, che ora veggiamo, del quale non piu che da 10 anni (1295) aveva posta la prima pietra il famoso Giano della Bella, quando, bandito da Firenze e qui riparatosi, piacque ai rettori di eleggerlo a potesta. Era invece l'altro antichissimo che in parte fiancheggia il lato destro di quel bel Battistero che allora da Cellino di Nese da Siena sul disegno d'Andrea Pisano da tre anni si costruiva. Il detto palazzo, che a settentrione non aveva case dinanzi, si estendeva alla piazzetta contigua, or del mercato; dal qual palazzo per certo le venne il nome di _Sala_. Questo nome, che serba ancora, riscontrasi le fosse dato prima del mille e forse all'epoca dei Longobardi: perche in questa piazza era una statua di Luitprando XVIII, re loro: e questa di _sala_, e pur voce longobarda che significa palazzo, corte principale e resedio d'autorita.
Qui adunque su quella sua torre, di cui non restan che i ruderi, sventolava a quell'ora il gonfalone del popolo; e nella sala maggiore di detto palazzo, adunati, il gonfaloniere di giustizia coi dodici anziani e i dugento consiglieri del popolo, al capitan degli Uberti, in merito de' suoi grandi servigi, erano per confermarsi i due maggiori uffici, di capitano e di potesta. Com'egli infatti vi giunse e ando ad assidersi al banco del potesta in mezzo a suoi ufficiali, due damigelli riccamente vestiti recarono in un vassoio d'argento al gonfalonier di giustizia la bacchetta del comando, ch'ei di nuovo consegno all'eletto. Fu un momento solenne, quando gli astanti, fatto silenzio, udirono, il gonfaloniere rivolgergli gravi parole nell'atto della consegna; essendo che anche questa volta, fuor del costume, si riunissero in lui tre grandi poteri; il civile, il giudiciario e il militare. Allora il degli Uberti si alzo, e con lui tutti; e distesa la destra sul libro degli evangeli che gli stava dinanzi: "giuro (pronunzio a voce alta) di difendere e mantenere la citta di Pistoia e il suo distretto secondo che gli Statuti comandano: particolarmente di tutelare gli orfani e le vedove; le chiese e gli spedali e tutte le altre ragioni di religiosi, di pellegrini, di mercatanti, rimosso odio e prego, e tutte malizie da questo di a un anno." Quindi i giudici e tutti i suoi ufficiali che gli facevano corona, distese le destre, ripeterono a una voce: "giuriamo!"
Dopo cio, il nuovo eletto disceso col seguito nella piazza, a piede, fra la folla plaudente, si diresse alla cattedrale. Le trombe del Comune squillavano: le campane suonavano a festa. Lo accompagnavano gli anziani, vestiti in lucco di color rosa e ricami in oro, calzatura di scarlatto, e berretta di velluto chermisi guernito di perle e di una candida piuma. Appresso gli ufficiali suoi ed i consiglieri; aggiuntivi ora gli operai di Sant'Jacopo. Procedevano i tavolaccini del Comune vestiti di verde, che, accennando con un'insegna, sgombravano la via. Seguivano i trombettieri, le cui lunghe trombe d'argento erano adorne di una banderuola bianca con in mezzo l'insegna del Comune, la scacchiera bianca e rossa, con fregi e nappe d'oro: ed essi pure in abito di gala, e con in petto una larga piastra d'argento incisavi la detta insegna. Un buon numero di mazzieri con mazze d'argento, vestiti di rosso e di bianco, ne chiudeva il corteggio.
Alla porta del tempio, il degli Uberti, ricevuto dal clero, fu da esso accompagnato all'altare di Sant'Jacopo. La, il venerando vescovo della diocesi, messer Bartolomeo Simibuldi, orando, attendevalo. Un altro giuramento, secondo, gli Statuti, doveva profferire dinanzi a lui. L'opera di Sant'Jacopo custoditrice della celebre _sagrestia de' belli arredi_, per le molte ricchezze da amministrare e per la sua dignita, era allora in Pistoia una nuova magistratura. Giunto appena il degli Uberti alla cancellata della cappella, il vescovo lo invitava ad entrarvi. E li, a pie dell'altare del grande patrono, presenti i detti operai, posta la destra sugli Statuti di detta opera, i quali un chierico sopra un guanciale gli presentava, "giuro, egli disse, di offerire all'altare del messer baron Santo Jacopo un pallio di lire dodici di pisani, il giorno di sua festivita." Allora il prelato solennemente lo benedisse.
Uscito di cattedrale, era di nuovo a cavallo in mezzo agli altri cavalieri nella piazza maggiore. Arrestatosi dinanzi al proprio palazzo fra le cittadine milizie che gli facevano ala, un banditore, dati tre squilli di tromba, a gran voce annunzio al popolo che, per volere dei magnifici signori e consiglieri del Comune, messer Tolosato degli Uberti era stato confermato negli uffici di potesta e di capitano generale delle armi. Un grido universale di lieti evviva scoppio allora da ogni lato. I cittadini erano omai assuefatti a scorgere in lui la propria gloria e la propria difesa!
All'uscire d'ufficio di ogni capitano del popolo costumavasi che, quando avesse egli ben meritato della repubblica, il Comune lo presentasse di un ricco dono. Ora, sebbene l'Uberti sull'uscire vi fosse subito confermato, il Consiglio del popolo non volle passarsi di far quest'offerta a un personaggio si degno. Quand'ecco, com'era dell'uso, venire a lui due giovani delle primarie famiglie sopra bei palafreni, portando in alto l'insegna del Comune. I quali, come gli furono rimpetto, prima agitarono i gonfaloni e li piegarono dinanzi a lui: poi, accostatisi, gli presentarono a nome della citta, in due vassoi d'argento che i donzelli del Comune porgevano loro; l'uno un pennone, una targa, una barbuta ed un cappelletto con la corona d'oro; l'altro un mesciroba con otto tazze d'argento; il tutto, come narrano le cronache, della valuta di trecento fiorini. In questo mentre gli alfieri agitarono le insegne, i capitani brandirono le spade, e ogni milite levo in alto le lance e gli scudi, facendo cosi un saluto d'onore al valoroso lor duce. Rispose egli al saluto; e passate in rivista le schiere, con nobili parole le congedava.
Bello e gradito spettacolo fu allora a vedere il marciare animoso di quei militi cittadini nell'uscir dalla piazza fra i lieti suoni delle trombe, e il dividersi come raggi dal centro per tante file, e il luccicar di quegli elmi e di quelle armi, fatte ora piu splendide pel sole gia alto e promettitore di una bella giornata.
Non appena infatti avevano i baldi giovani depositato alle proprie loggie l'armatura e le armi, che i piu, ripreso il saio e la cappa, si davano a raccorre le apprestate corone; e ciascuno alla casa della fanciulla che piu gli aggradiva, dove non l'avesse fatto sull'alba, si recava ad appendervi il maio fiorito. Nelle famiglie gelosi riguardi per le proprie figliuole, o pregiudizi fra 'l popolo in quel giorno non v'erano. Cotesta si aveva per un'usanza cavalleresca, e come un culto che ogni giovine dabbene intendeva di rendere al gentil sesso. Il costume era pubblico, e nessuno per certo avrebbe avuto a ridirvi.
Ma gia un maio piu bello richiamava su quella piazza l'ammirazione di tutti. Era questo un alberello fronzuto di foglia lucida e sempre verde, che ha nome fra noi d'albatro corbezzolo, e che soleva prescegliersi perche appariva come simbolo di una continua fecondita, portando a un tempo bianchi fiorellini e picce di rosse frutta. Tagliato al mattino sulla collina presso Vergiole, e sfrondato in basso per circa tre braccia a fine di poterlo portare, era stato pensiero di alcuni giovani di adornarne la chioma con piccole corone e molti mazzetti di fiori, legati con nastri color di rosa dei quali avevano cinto anche il fusto. Si sapeva pero che l'apprestamento veniva tutto dalle Compagnie delle arti maggiori e minori; dei medici e degli speziali, ecc.; come de' cimatori, degli armaioli e degli artigiani della seta e della lana: di questi in particolare in maggior numero nella citta. Tutti quelli che vi appartenevano, cotesta mattina gli avresti veduti con vesti di vari colori e di foggie assai strane, e tutti a far capo intorno a bel maio coi lor gonfaloni. Si era deliberato doversi andare a piantare con gran corteggio fuor della porta di Ripalta, sul prato grande di Santa Maria Maddalena, ora di S. Francesco. E infatti come si furono radunati, vi si condussero con quest'ordine.
Andavano innanzi, aprendo il corteggio, gli araldi delle Compagnie di ciascun'arte, sopra cavalli bardati in foggie tutte bizzarre, come le vesti loro; parte suonando le trombe, parte i tamburelli; e ciascuno con una piccola banderuola in asta che sorpassavagli il capo, portante l'insegna dell'arte propria. Seguivano poi a piede, riccamente vestiti, i rettori delle arti maggiori coi loro componenti e coi loro gonfaloni, tutti intorniati di fiorite ghirlande. Nel centro appariva il gran maio portato in alto da un nerboruto garzone vestito di rosso, cui facevan corona giullari saltanti che percotevano nacchere e sistri: quindi una schiera di senatori di pifferi, di flauti, di nacchere (una specie di timpani), di cenamelle (stromenti a fiato) e di mandolini. Poi un'altra di sonatori di cembali, di crotali, di viole, di arpicordi, di trombe, di cornamuse, che dividevano il gruppo dei cantori delle ballate. Si chiudeva il corteggio coi rettori delle arti minori, loro consorti e gonfaloni; cui dietro faceva pressa una festante popolazione. Lungo la strada non era tabernacolo sacro che non avesse accesi piu lampadari, e non fosse attorniato da festoni di freschi fiori. Costume che in questo giorno nella citta si continua sino a' di nostri, coi cosi detti _altarini di maggio_. Non v'erano balconi che non si vedessero adorni di tappeti e di ghirlande, e gremiti di spettatori. Fra i quali vi facevano bella mostra le gentili donne, che coi loro sorrisi davan segno di saluto e di compiacenza alla sollazzevol brigata.
Inoltratisi poco fuor della porta, verso il mezzo di un'ampia e verde prateria tutta fiori di primavera, ivi come in suo degno luogo stabilmente collocarono il maio. Subito un gran cerchio vi si formo torno torno dalle genti delle Compagnie. E allora i suonatori, che vi stavano in prima fila, diedero principio ai concerti. Una schiera poi di giovinetti, con vesti a vita e a striscie bianche e rosse e berretti piumati, incomincio su quei suoni a modulare questa graziosa canzone. Era di Guido Cavalcanti, e diceva cosi:
Ben venga maggio E il gonfalon selvaggio! E a me consenta Amore Di primavera mia Goder l'almo colore, Goder la leggiadria Quanto l'occhio il desia, Quanto piu splende il maggio.
Or mentre fra gli evviva i piu lieti, era ripetuta e avvicendata con altre strofe e coi ritornelli degli strumenti, ognuno, ascritto alla Compagnia delle arti, profittava del privilegio di staccare dall'albero un mazzetto di fiori, lasciandovi le corone che v'erano poste per ornamento. E allora avresti veduto quei giovani penetrar fra la folla per adocchiar le fanciulle piu loro simpatiche e piu avvenenti (in quel giorno tutte ben messe in abito da festa e cinte il capo di fiori) e offrir loro il mazzetto.
Bisogna dire che chi fosse stato in quell'ora su i bastioni delle mura vicine, vi avrebbe goduto del piu bello spettacolo. Per quella gran prateria primieramente un brulichio di gente infinita; ma un agitarsi senza disordine; come un cantare e gridare, e qua un suon di trombe, la di tamburi; ma quei canti e quei suoni e tutto quel movimento non essere infine che una viva espressione di gioia.
Sarebbe stato un vedervi sorgere qua e la banderuole infiorate, quasi tanti punti di centro: e trabacche di venditori di vino e di commestibili, dove il popol minuto gia s'accalcava; perche d'ogni parte e di continuo andava crescendo, tanto piu per que' che giungevano dalle vicine campagne. Non vi sarebbe stato dentro le mura un luogo si ampio per raccogliervi tanta gente, benche allora anche piu vasto di quel che adesso. Perche questa storica piazza non aveva in quel tempo per confine a sinistra che la gran chiesa di S. Francesco, pero non compiuta, essendo in costruzione da soli 10 anni (1294). Sul lato destro non eravi alcuna casa, tranne una chiesetta di S. M. Maddalena giu in basso, con poche case del sobborgo, racchiuse poi nel terzo cerchio. Non aveva, gli e vero, ne un terrapieno arborato, ne la regolarita che adesso; acquistava pero una certa vaghezza dalla sua maggiore estensione, e dalla cura che si aveva, che, destinata fin da antico a' tornei, alle giostre e a' pubblici diporti, vi fosse il prato ben mantenuto; e gli alberi, sebbene in gruppi irregolari dai lati ed in fondo dove il terreno piu rialto si prestava al riposo, gelosamente vi si conservassero. Non essendo poi limitata, come ora, dalle mura urbane, era bello potervi scorgere fra mezzo le piante le piu fronzute l'aperta campagna fino alle circostanti colline, e godervi cosi il vario e quasi sempre sorprendente spettacolo del sole al tramonto.
Era gia oltre il mezzo del giorno e il cielo non poteva esser piu limpido e l'aria temperata di piu mite calore. La gente raccoltasi a gruppi qual sotto gli alberi o sotto le tende, omai posava sull'erbe e su i fiori, e si rallegrava al sorriso delle sue donne e al comune tripudio. Era questa, puo dirsi, la festa piu popolare di quella stessa, benche piu solenne, ma piu nobilesca, del loro patrono il messer barone Santo Jacopo. Cola tutti mangiavano e bevevano insieme, e intonavano le piu allegre canzoni.
Dalle Corti, come gia in Sicilia, la poesia in Toscana era passata fra 'l popolo. Il suo carattere, in ispecie qui, fu un commisto d'arte pudica e di naturalezza, finche il reggimento fu democratico, e geloso del buon costume. Solo i poeti che succedettero, imitando servilmente il Petrarca, impoveriron d'assai l'espression dell'affetto. Ne solo prevalse lo spirito pedantesco; ma alle caste canzoni di Dante, di Cino, e del Cavalcanti, cui s'informarono certi canti popolari toscani, tenner dietro le spensierate ed epicuree di Lorenzo il Magnifico, e di altri nell'epoche posteriori. Ne e meraviglia; se si rifletta che prevalenza fino dal quattrocento ebbe in Toscana la letteratura greca e romana; e piu che al buono ed al bello che vi splendeva, si tenesse dietro al licenzioso costume del paganesimo. Ma poi, perche anche questa delle straniere signorie era arte di regno;--corrompere per dominare!--e la corruzione delle lettere e de' costumi preparo allora, e preparera sempre la servitu! Invece, al tempo di che parliamo, fra un popolo libero e di nobili sensi, non udivansi intonare che canzoni gentili. Qua un drappello di giovinette cinte il capo di fresche rose, adagiate in famiglia su molle strato e alle bell'ombre, cantava sul liuto una ballata di messer Cino; la un'altra di Guitton d'Arezzo. E d'appresso, sopra un pratello rialto ed ombrato, amorosi garzoni rispondevan loro con quelle dell'Alighieri:
"Donne che avete intelletto d'amore".
Tutto spirava serena giocondita. In cielo e in terra, dovunque parea festa e contento.
In varie parti accanto alle trabacche de' venditori de' commestibili, o d'ornamenti e gingilli, si faceva un largo di persone, dentro del quale avresti veduto un saltimbanco dar prova d'agilita delle membra; ora piegandosi in strane guise, ora saltando e facendo lazzi per destare l'ilarita.
Qua un conduttore di cani, che ritti su due piedi li tenea giocolando, e un'accorta scimmia in farsetto rosso buffoneggiava proprio d'intorno. La una gran gabbia dove si facevan veder pappagalli di vari colori, che sia con l'aspetto o con li strani lor gridi (a male agguagliare come certi uomini) facilmente per poco danaro pascevano la curiosita de' piu gonzi.
Di gia era l'ora che al suono allegro degli stromenti, e per una piccola moneta ai sonatori, si concedeva a ciascun popolano di fare cinque o sei giri di frullana o di veneziana, di moresca o di trescone intorno al maio con la propria donzella. La cerchia degli astanti soleva ogni tanto far plauso ai piu agili danzatori: in specie quando in quest'ultimo ballo precipitoso si vedevan confondersi vesti di mille colori, e volti di grazia e di colore modesto, e chiome brune e bionde all'aura sparse, e occhi vispi e lucenti apparire e sparire in que' vortici.
E a godere di queste danze soleva intervenire negli anni lieti anche la classe de' nobili. Ne questa volta mancarono. Importava loro, or piu che mai, per quanto l'abituale orgoglio in molti pur sempre vi ripugnasse, di mostrarsi al possibile piu popolari: si perche era stata lor contrapposta, per conseguire gli uffici, la istituzione delle arti: si infine per mantenersi il popolo sempre piu fermo e fedele al loro partito. Per lo che a quell'ora vespertina li avresti veduti incamminarsi a brigate fuor della porta; e per cortesi modi e parole, via via farsi largo di mezzo alla folla.
In una di tai brigate era anche il gentil poeta Guittoncino, poi detto sempre Cino de' Sinibuldi. Inoltratosi fra la gente insiem con gli amici, si trovo dinanzi a un gran circolo di persone; dove, in mezzo e presso un'asta piantata in terra con la insegna della scacchiera (lo stemma del Comune, come abbiam detto), vedevasi un giullare, vestito a scacchi per far piu breccia nel popolo; con strana berretta rossa, ed in piu colori la veste; con la viola da tre corde che gli pendeva dal collo, ed il bossolo della questua dalla cintura.