Part 26
Quali si fossero le eminenti virtu di Amedeo, il cui nome fu tramandato ai posteri col titolo di _grande_, basta consultare il conte Cibrario, l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo com'egli fu in continua guerra con vari principi di qua e di la dall'alpi per mantenere integri i diritti del principato, per lui accresciuto di nuovi acquisti nel Genovese, in Savoia, e nel Piemonte; si, che narra una cronaca, che egli si trovasse a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse ingegno colto e gentile. Viaggio piu volte in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra. In Italia visito la Toscana, e per tre volte Roma, perche amantissimo e protettore delle arti belle. Ne minor celebrita si acquisto nelle cose civili. Diminui le contese di famiglia, e i contrasti di successione si frequenti a' suoi tempi; e fu il primo che dettasse una legge di successione con ordine di primogenitura fra i maschi ad esclusione delle femmine. Organizzo e concentro i poteri dello Stato; favori i Comuni, e abbasso l'alterigia de' baroni, per unificare e fondere insieme genti varie e divise, favorendo cosi l'industria, il commercio e la generale prosperita.
Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile e la parte che sostenne presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia, inginocchiatosi, ad alta voce prego Dio che lo serbasse illeso fra la rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non favorire piu l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni, e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che nella dinastia di Savoia perduro sempre fino ai di nostri, ne' quali ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia dappoiche comincio a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale, bene oggimai dal voto unanime della nazione pote meritarne col supremo potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non avesse fatto altro che metter pace fra le divise citta! Ma gittatosi troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accetto protezione e danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!
Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo la morte dell'imperatore a Buonconvento, non e a dir quanta doglia in quel core caldissimo d'amor patrio dove provare, di gia esacerbato per la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per lettere con gli amici i piu intimi. In prima con Dante suo per ambedue le cagioni: e con lui amicissimo continuo la corrispondenza nell'esilio: come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: "_All'Esule Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi anni salute, e ardore di perpetua carita_;" e dove a confortarlo per le uguali sciagure, conchiude: "_Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser paziente contro i dardi di Nemesi._" Scrisse a Messer Guido Novello una bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e ad Onesto Bolognese.
Ma e pero vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol non l'affranse, ma pote ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perche di rado incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioe, com'ei disse, di _seguir l'alto stato_. Da quel tempo infatti ei cerco l'unico e il piu nobil conforto ne' suoi studi di legge.
Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, gia fino dal 1312 aveva posto mano al celebre _Commento su i nove libri del Codice_; e gia nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza si dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera principalmente fu dichiarato il piu illustre giureconsulto dell'eta sua. Scrisse inoltre le _Addizioni all'Inforziato_, e ad altri libri di gius imperiale _sulle successioni ab intestato_: e infine altra opera non meno elaborata _sul Digesto vecchio_, composta in appresso per uso de' suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni[11] .
[11] Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa, se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno e quello della citta di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima e quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493, che e fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata delle piu belle. E ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa e piu antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia, nella sua completa _Biblioteca Pistoiese_, che con tanto studio e grande amore ha raccolto.
Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici (de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la piu completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del secolo XIV, dal professore Giosue Carducci.
Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, miro a raccoglier quanto di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior brevita, e con novita di metodo e di dottrina. Sicche a ragione puo dirsi che in Italia, poiche fu ripresa l'antico studio della romana giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane. Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico procuro dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge: sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che l'aridita della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.
A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole. Perche, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e d'ogni passion personale. Odio quella ch'ei chiama immortalita delle liti, quella lungaggine, cioe, alimentata dall'avarizia e venalita dei curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.
In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovo gli eccessi del suo stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo Commento, lib. 1, tit. 1: "_A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub papa sunt spiritualiter._" La stessa opinione di Dante amico suo, e legato con lui ne' medesimi intenti.
Non e meraviglia pertanto se per tanti e si rari meriti, che rivelo poi ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come in Italia, la sua autorita fosse consultata, e avuta in pregio pur sempre.
Non appena infatti si divulgo la sapienza del Commento del Sinibuldi, che molte Universita lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal 1318 lesse per tre anni all'Universita di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26 lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece alla Universita di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivo questa gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato gonfaloniere della citta di Pistoia, a cagion della cattedra non pote accettare.
Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla grave eta, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23 dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante, Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il nepote Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno veniente passo da questa vita.[12]
[12] La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre suo ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore, . . . . . . . . . . . . Poiche il nostro amoroso messer Cino, Novellamente s'e da noi partito.
E in altro lo immagino nella terza sfera insieme a Dante: e nel Trionfo d'Amore lo ricordo con Selvaggia, insieme a Dante e Beatrice, con quei versi che abbiam posto per titolo al principio di questo racconto.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia Ecco Cin da Pistoia; . . . .
Lo stesso Boccaccio "_terzo fra cotanto senno_" volle onorare il nostro messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca, ponendolo in schiera con gli altri poeti d'amore, allorche disse:
Or con Sennuccio, con Cino e con Dante Vivi sicuro d'eterno riposo.
Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le piu solenni esequie che a si gran cittadino si convenissero, ebbe, com'ei bramo, in cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per decreto del Comune, e per opera dello scultore Cellino di Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo nel detto tempio un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino in cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con gentile pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava da un lato una donna che, da alcuni creduta la poesia, da altri non senza ragione fu reputata Selvaggia; la ispiratrice, com'ei disse, della sua mente "_a odiare il vile e seguir l'alto stato_."
Pero mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione innalza monumenti a' suoi figli piu celebri; a chi meglio che a Cino dei Sinibuldi si converrebbe una statua? Degnamente opiniamo sarebbe innalzata a colui, che fu grande amatore della patria, maestro dell'italico idioma e del bel poetare; che congiunse con raro esempio le amene lettere alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama si pura e si universale.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.