Selvaggia de' Vergiolesi

Part 25

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Si compierono i sacri funebri riti fra molto popolo salito al monte da ogni lato, affollatosi al tempio per rivederla e pregarle il riposo eternale. Alle schiere dei militi del castello che in severo e doloroso contegno le fecero scorta d'onore, s'aggiunse uno stuolo di quelle buone fanciulle e di altre del vicinato che con ceri accesi le stettero intorno al feretro, e l'accompagnarono con le lacrime fino al prossimo cimitero nel quale ebbe il sepolcro.

Cola, solo una rozza pietra, alquanto sollevata dal suolo, ne fece distinguere dov'ella giacque.

CAPITOLO XXVI.

DOLOROSO PASSAGGIO DELL'APPENNINO.

"Signore, e' non passo mai peregrino, Ovver d'altra maniera viandante Con gli occhi si dolenti per cammino Ne cosi grevi di pene cotante, Com'io passai per il monte Appennino, Ove pianger mi fece il bel sembiante. Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino, Ch'amor con le sue man mi pone avante."

---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _a Dante Alighieri_.

Correvano gia molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dove mirarsi distrutte le sue piu care speranze, tutti questi contrari affetti combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle irruenti soldatesche nemiche, fe' si che un tal giorno, chiamato a consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune. La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purche concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a Vergiole.

Per compire in segreto una si delicata missione nissuno gli parve piu adatto dell'amico suo li presente; tanto piu che preso omai questo partito, voleva che senz'indugio e non piu oltre di dodici giorni fosse dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare dall'infausto castello.

Fra Buonaventura non esito un momento ad accettar la missione; dopo la quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque con l'amico e con la famiglia ai piu dolorosi congedi, cavalco per Pistoia. Cola al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio, Buonaventura con accorte e savie parole dimostro agli adunati l'utile grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che pero non dovessero lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i Bolognesi, un si valido baluardo ai loro confini qual era quello della Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a si util proposta. Che anzi ben accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai dodici anziani, si delibero che di subito se ne spedisse al capitano la lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel castello, il Comune (come dicon le cronache) invio due suoi capitani, che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto l'inventario di cio che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei incontanente con la famiglia se ne parti per Vergiole.

Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero, sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di continuo, nulla curando le difficolta della via che ad ogni passo si facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger piu presto alla meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di gia si vicino, il volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro piu alto della Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello, giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone, trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domando:

--Non odi tu? Che sara questo mai?

Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e con triste presagio seguito a salire, finche non giunse alle prime case di presso al castello.

Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:

--Ah! messer Cino!--esclamo subito--dove, dove mai v'incamminate! Deh! per pieta, rimanetevi, non proseguite!

E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.

--Maria!--diss'egli spaventato, balzando da cavallo ed entrato in casa con lei.--Maria! Maria! che c'e mai di sventure? Che nuove hai da darmi?

--Dolorose quanto mai si puo dire! per voi e per tutti!

--Spiegati, Maria, per carita; che e mai avvenuto?

--Messer Cino, crediatelo--singhiozzando soggiunse--mi manca il cuore e la voce: io sono desolata, io ho perduto de' Vergiolesi...

--De' Vergiolesi! Chi dunque?

--Oh! la mia santa benefattrice!

--Lei dicesti? Selvaggia?

--Ed oggi, pur troppo (con voce piu bassa e compunta gli soggiungeva) si rinnovan per lei i funerali nel tempio!

A una nuova si inattesa, a un dolore si forte, messer Cino resto privo di sensi.

Riavutosi quindi, le chiese:

--E il suo povero padre?

--Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il castello a que' di Pistoia, che gia son lassu. V'era anche donna Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma pur troppo so anch'io, inutilmente!

E qui gli narro in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.

Poi richiesta Maria delle piu minute vicende di quella famiglia, conchiuse ella:--la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle mura e tornare a Vergiole.

--A Vergiole!--esclamo Cino.--Dunque io son solo e desolato quassu, dove poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui aveva posta per tutta la vita l'unica e la piu cara speranza! Ohime! che con essa e morto ogni mio desiderio! Misero me, che faro io?

E dopo stato alcun tempo pensoso, si levo e disse:

--Dura necessita, ma convien ch'io mi parta! Non pero, Maria, debbo farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi dara forza ed aita. Mi ci vorrai tu guidare, o Maria?

--Ahime, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E pover'a me! non ho piu fiori quassu! Ma qualche corona di verdi fronde io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei non avro altro da consolarmi!

E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:

--Messere, se cosi vi piace, andiamo.

E a lenti passi s'avviarono al cimitero.

Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dove provare messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio aveva affrettato il momento del suo ritorno lassu, dopo una lontananza si lunga e un si inesplicabil silenzio! Dopoche a Milano non una nuova di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara l'assenza! Un cotal duolo puo solo immaginarlo colui che provo quant'e l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni giorno attenda lettere da' suoi piu cari, e ogni giorno ne rimanga deluso.

Vero e che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse citta dell'alta Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo imperatore affinche calasse in Italia, sia per ordinare il modo che piu si addicesse a riceverlo. Spesso pero quando in lui prendeva posa la mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e i suoi voti. Non aver piu nuove di lei! eppure quante lettere le aveva inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi, ingiungendogli pero (nel sospetto di cio che avvenne) di prendere la via di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre pero il Romeo caldamente esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia, dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; crede d'altra parte di dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermo nel sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggio senza posa di e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul piu breve cammino, ed arrivare il piu presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta Selvaggia. Ed invece, ahime! non ne dovea mirar che la tomba!

A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per ventura messer Cino medesimo; e perche meglio non potremmo porgerne idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.

Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte, Ove adorai baciando il santo sasso, E caddi 'n su quella pietra, ohime lasso! Ove l'Onesta pose la sua fronte. E ch'ella chiuse d'ogni virtu 'l fonte Quel giorno, che di morte acerbo passo Fece la donna dello mio cor lasso, Gia piena tutta d'adornezze conte. Quivi chiamai a questa guisa Amore: Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia La morte a se, che qui giace l' mio core! Ma poi che non m'intese il mio signore, Mi dipartii pur chiamando Selvaggia, L'alpe passai con voce di dolore!

Ne con altri sensi e da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde massimamente ei fu celebre.

CONCLUSIONE.

E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei si dolcemente cantava, e perche le passate cittadine discordie ammaestrino gli avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui e compiuto. Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perche si sappia quali furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti notizie.

Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito pero di lassu il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili, non si tento sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?

Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da' Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di Giovanni Visconti da Oleggio capitano delle milizie milanesi, quando, impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por l'assedio a Firenze: finche poco dopo, conclusa la pace fra le citta guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con questo motto--per forza. Lo stemma v'e ancora. Ma morto il duca, e mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restitui il castello ai Pistoiesi.

Da quel tempo il castel di Sambuca segui le sorti di Pistoia, caduta con Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un giusdicente. Furon tolti i merli al suo piu alto cerchio di mura che davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di piu di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi, che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani del medio evo.

Non e da tacere pero che in un campo poco distante dalla cinta del castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844 nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma, ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la esamino) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello potesse essere il sepolcro di Selvaggia: tanto piu che in quel terreno, forse cimitero in quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con quanto vi era rimase ivi sepolta.

Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare nissuna leggenda e rimasta di questa gentile. Pero fra i montanini della Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si riscontra per messer Cino: benche egli nel suo Canzoniere, lo stesso Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un privato, e una rada querceta che ancora serba il nome di--_Prato di Cino_.

Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del medio evo, a porger nel popolo idea piu sacra e solenne dei voti, che in pro della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a quella milizia. Cosi un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potesta di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo, da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a cio deputato.

Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai vecchio. Ne poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu veramente l'estrema speranza del suo partito. Con piu probabilita nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a capo de' Ghibellini[9] ; un Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di ser Francesco nel 1703.

[9] Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario pistoiese. Mori nel 1322.

_Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi_, descritta da Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)

Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu impiccato, nessuno piu ne seppe. Si parlo per qualche anno d'un romito che abitava su per que' monti, ma qua e la come un fuggiasco, e senza che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto il _balzo de' corvi_, giu per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella gente superstiziosa duro a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano) il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e il buon senso l'hanno dileguata.

Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che, secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi, e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le accalorimmo di piu con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo della storia gli e vero; leggendosi nel Salvi queste parole: "E perche in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero giuramento di fedelta, e di esser sempre a scambievol difesa."

E ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi quel Musone della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere ed assassino temuto su que' confini.

Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se avessimo saputo colorire in parte la breve ma mirabile descrizione che ne lasciava Dino Compagni, e l'anonimo autore delle Storie pistolesi, che furono pure i principali fonti storici del nostro racconto!

Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte, secondo li storici, presero parte agli avvenimenti di quel tempo, non ci tratterremo a discorrer di quelle omai si famose de' Panciatichi e de' Cancellieri.

Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi. Vogliamo notare che una parte di questa, con Lapo di messer Re, eletto giudice delle cause civili e successo a messer Cino, rimase in Pistoia e vi tenne sempre onorevoli uffici. Un'altra invece si suddivise: e alcuni preser dimora in Firenze, altri in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di questa citta, discendenti in retta linea da que' di Pistoia, che nacque Porzia, celebre per le sue virtu, e per aver dato i natali a Torquato Tasso, che l'amo sempre di grande amore, grato alla prima educazione che da lei ricevette[10] .

[10] Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia de' Gambacorti di Pisa.

_Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia_, esistenti presso di essa. Notizie biografiche di _Porzia de Rossi_ pubblicate da _Giuseppe Tigri_ per le Nozze _De Rossi_ e _Rucellai_, Pistoia 1871.

Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto seguir con l'armi le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la Lunigiana per Arrigo imperatore: poi nominato da lui signor di Gaddo e Montechiaro in Piemonte; e nel 1331 luogotenente di Giovanni re di Boemia in Pistoia per distaccarla da' Fiorentini.

Si puo argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini, che da Firenze venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco tempo rimanessero prigionieri a Bologna, come coloro che i piu appartenevano alle primarie famiglie di Firenze, con la qual citta Bologna allora aveva stretta alleanza.

Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti sanesi, pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati, 1865.

Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti ne continuiamo la vita, perche anche fra 'l popolo sia piu noto, di quel che non e, l'ingegno ed il merito di si gran cittadino. Gia abbiamo detto con qual nobil proposito si era recato a Milano. Cola, o forse a Chambery reduce da Losanna ove pote aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore romano da papa Clemente V, che sulle prime favoreggio la calata in Italia dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali veniva appunto di quel tempo in Firenze per disporlo, benche indarno, a far buona accoglienza ad Arrigo; sarebbe poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per esso la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui, di poco avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per fermarsi alla Sambuca.

Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi cavalli, passo la montagna per le terre di suo cognato Amedeo V, conte di Savoia, senz'armi perche il paese era sicuro. Amedeo che era andato incontro ad Arrigo, e lo aveva festeggiato con regia pompa a Chambery, lo accompagno in Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo e Lodovico di Savoia erano tutti per lui.