Selvaggia de' Vergiolesi

Part 23

Chapter 233,963 wordsPublic domain

Per accrescer quel brio giovanile basto loro che seduti alla tavola, si vedessero comparire una giovane fantesca. Era questa una paffuta montanina avvistatotta, e accorta: la disperazione dell'ostessa, che facendola da gelosa l'avrebbe voluta cacciar le mille volte, se altrettante quel furbaccio di suo marito, in un'osteria di confine come la sua, con un andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta che un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e che anche per questo d'avventori non ne mancava. Adesso era lei questa destra fantesca che portava in tavola le vivande, e che intesasi col padrone, badava a mescere a tutti del vin generoso. Accettando cosi da essi per quasi un'ora e ricambiando gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti che costei li aveva ben bene avvinazzati. Pero l'oste si affretto a far loro un conto spropositato, che presentato e richiesto da lei stessa con molte lusinghe, non esitarono a pagar per l'intero, aggiungendovi il di piu della buona grazia per lei medesima. Vi avevano invitato alla mensa anche il pastore che fu loro di guida: ma esso si scuso con dire che era solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due ciarle.

Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, si, ma in un attimo era stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando a un tratto, quei giovani che ancora trincavano e facevan cuccagna, si videro entrar nella stanza quanti militi ce ne potesse capire, che puntate contro essi le spade, e altri addossatisi con le allabarde fin da una bassa finestra, intimaron loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna, il cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati, quel capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.

Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi tutti:--Traditore di guida!--esclamarono; e si sarebber dati a strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serieta disse loro:--E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci e forza d'arrendersi!

E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della montagna bolognese avevan gia circondato la casa; e altrettanti militi a piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che gia nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma presente la sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da' giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro spedivano a Treppio, e fino il di dell'arrivo. La buona Maria a quello sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad intendere di andare a opra qua e la, e le riportava danari, per effetto di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confido ogni cosa per filo e per segno. Tanto basto che ne fosse informato Musone. Questi mando subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal Vergiolesi ando in cerca egli stesso con quanti piu uomini pote raccogliere, penetro fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'apposto, e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattui per una grossa ricompensa col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini. Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui, non si lascio sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto li in quell'osteria che tuttocio aveva operato per favorire i suoi disegni, quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei Guelfi.

Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora. Infatti cosi dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti prigionieri. E lo dicevano perche riprendendo la via del castello, avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via, Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale tuttodi la insidiava! Ma tant'e; la sua sorte questa volta non gli fu dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero avea tentato un bel colpo; non pensando pero al pericolo in che s'era posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida sorpresa, finche non suppose allontanati di molto i militi del capitan bolognese, col quale aveva trattato si, ma pero alla larga per sospetto d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano militarmente li sentenzio, ed ebbero quella morte.

CAPITOLO XXIII.

I TRISTI PRESAGI.

Quanti dolci pensier, quanto desio!

---- _Dante_, _Inferno_, Canto V.

L'autunno era gia avanzato. Alla montagna alta il freddo si fa sentire molto innanzi che al piano, e v'anticipa i tristi giorni. L'aspetto del cielo non v'e piu bello siccome suole di quell'azzurro cristallino, di quel sereno diafano, privilegio di quelle alture. I primi venti, le prim'acque distruggono quel poco di florido che v'era rimasto, e rallegrava pur sempre i campi e le selve. Le rose selvatiche dell'estate, le rosse violette garofano, i fior bianchi e i gialli stellati, e altri molti di svariati colori, dai cigli, dai prati verdissimi, dal molle strato delle selve sono scomparsi. Dovunque tu volga il piede non calpesti che le foglie degli alberi, che poco fa eran lucide e verdi e piene d'umor vitale, ma che ora ingiallite e secche, a ogni venticello si spiccano, finche a una a una non sien rese alla terra.

In un di cotesti giorni una luce fioca penetrava dalle finestre nella camera di Selvaggia; perche la nebbia sollevatasi dai sottoposti valloni, viepiu offuscava l'incerto raggio del sole, che trasparendo da molte e piccole nuvole, giungeva sbiadito, e come le piante, rattristava li spiriti.

Lauretta era l'unica con cui Selvaggia lassu potesse aprire il suo cuore. Da qualche mese aveva fatto ritorno al Castel di Sambuca, abbandonato ora del tutto quel di Vergiole, dove messer Fredi consorte suo aveva voluto si riparassero co' suoi dopo l'assedio, ma dove neppur la i nuovi governanti li lasciavano in quiete, ma anzi li angustiavano con persecuzioni continue. Solo per pochi giorni ridiscesa a Vergiole, adesso era tornata presso l'amica per non piu abbandonarla.

Gran sollievo per Selvaggia fu sempre la compagnia di Lauretta. Erano, e vero, di una indole assai diversa; perche Lauretta aveva un carattere riservato, positivo, tranquillo: Selvaggia invece espansivo, sensibile, e cuore e mente ardentissimi. Nondimeno fin dall'adolescenza, ogni volta che si trovavano insieme, parea si studiassero di temperare ciascuna e nasconder quasi l'indole loro, pur per amarsi. Selvaggia ammirava la fermezza d'animo di Lauretta, ma pur troppo non sapeva imitarla. E ben vero che avendo costei ricevuto questo dono dalla natura, non l'era d'uopo di gran virtu per mantenervisi. Ma frattanto piu d'un conforto aveva ottenuto da questo dono, nelle sventure domestiche come nelle pubbliche: collegate queste in particolare con quelle tante e molto spesso temute pel suo messer Fredi. Divenuta sua sposa, si senti anche piu obbligata verso la sorella di lui, e verso un'amica tanto infelice. Ora poi che a' primi stridori della stagione il male di lei si era aggravato, dedico ogni cura e ogni momento a recarle un sollievo.

Cotesta mattina, quando Lauretta reduce da Vergiole le entro in camera, trovo Selvaggia che giaceva in letto supina sollevata alquanto dai guanciali, e nella massima quiete. I capelli le stavan dietro raccolti, ma non si che alcuna delle sue bionde anella non le scendesser dinanzi sui bianchi lini della sua veste; ed era in volto d'un tal rosso incarnato, che si sarebbe detto: "ella e sana." Gli occhi avea chiusi come in un dolce sonno. Lauretta, per timor di destarla, si era avvicinata a passi lenti e leggeri, ritenendo quasi il respiro: e dal fondo del letto andava osservando se veramente dormisse; e allora, se meglio fosse stato di lasciarla in riposo. Quando Selvaggia in un subito aperse gli occhi; e accortasi dell'amica, la guardo e le sorrise. Poi tratta fuori una mano e porgendogliela:

--Cara Lauretta!--esclamo.

Ed essa pure chiamatala a nome, le venne accanto, e accolse quella mano nella sua con grande affetto.

Allora Selvaggia a bassa e lenta voce cosi le parlo:

--Dopo una notte agitata ed inquieta, un lieve sonno sul mattino ho potuto ottenerlo. Oh! raro, sai, mi si consente quest'oblio della vita, se pure funesti sogni non vengono a turbarmi anche questo. Trista vicenda, mel credi! Perche nelle notti, che mi paiono interminabili, potessi almen non pensare, o in quel poco di sonno trovar pace alla mente!... Gran merce, Lauretta, d'esser tornata si presto! Ne aveva proprio bisogno di rivederti!

E intanto le poneva la mano al viso come per carezzarla, e si avvicendavano il piu tenero amplesso.

--Sei tornata dunque per sempre? Deh! Lauretta, fa di rimanervi! La tua presenza mi e di tanto sollievo!

--Si, si, staro teco: non vo' lasciarti mai piu--riprese l'altra.--Pensa se m'e di piacere, mia buona amica! Fredi pure il desidera.

--Fredi stesso? Oh! e stato sempre affettuoso per me!

E a lei Lauretta:

--Or vedi--svolgendole innanzi due candide ciarpe di seta a ricami di fiori, e con uno scudo a bande azzurre.--Osserva--le disse--e un mio trapunto dei mesi passati nella solitudine di Vergiole. Una ciarpa e per te; piccol ricambio di quella tua, caro dono per le mie nozze; l'altra pel tuo buon padre.

--Oh! per me, Lauretta? Puoi immaginare se gradisco i tuoi doni!--e osservandoli--se non fosse che pel gentile pensiero! E l'altra dunque col nostro stemma a mio padre? Io non so se anch'ei come me l'accettera unicamente per amor tuo. Perche, ti confesso, sarebbe questo ornamento, solo per felice donzella e per venturoso guerriero. Di me non ti parlo! Del mio povero padre... Tu sai come un tempo questo stemma di nostra famiglia fu rispettato e temuto! Ora nell'esilio travolto con noi nell'oblio, e uno stemma che forse noi stessi (fremo a pensarlo!) sarem riserbati a vedere nel fango sotto il piede nemico!

--No, non dir questo, nol devi: a tali estremi non verremo per certo.

--Non verremo tu dici? Oh! se sempre il desiderio dei buoni si vedesse compiuto, e quel de' tristi perisse! Ma intanto tu forse, Lauretta mia, non hai avuto contezza degli ultimi eventi? Quanto propizi pe' Bolognesi che tuttodi ci tendono insidie, altrettanto sventurati per noi!

Lauretta da Fredi sapeva tutto, ed essa pure se n'era angustiata: ma per pieta dell'amica cerco di troncare quell'argomento si disgustoso su cui l'altra volea prolungarsi, inutilmente non solo, ma con suo grave danno; e postasi a sedere presso al suo letto, cosi la mise in discorso:

--Dimmi, Selvaggia, il male non ti tormenta?

--No, adesso no. Il peggio gli e quando s'affatica il mio petto, che poi si allenisce e mi prostra. E allora i giorni mi paion tanto lunghi!... Sola, qui sola, abbandonata!...--E questa parola la proferi con tal senso affannoso, che ad un tempo due grosse lacrime le apparvero sugli occhi.

--Abbandonarti! chi mai?--riprese Lauretta.--Non siamo qui tutti? per te e sempre?

Ma ella subito la interruppe, temendo di esser apparsa poco delicata verso l'amica, e soggiunse:

--Voleva dire che, chiusa fra queste mura, senza neppure poter respirare da qualche tempo un po' d'aria libera.... vedere il verde della campagna.... Oh! ma che dico! anch'essa la campagna e gia triste! Gli alberi han perduto le foglie come io la speranza! Oh! dove sono le rose e le viole che mi fiorivano nel giardino di nostra casa? Qui il gelo e la neve ricuopre e inaridisce ogni fiore non solo, ma ogni fil d'erba e l'uccide: e questo gelo, lo sento, e il mio gelo di morte! Quelle allora eran le rose della mia giovinezza, e mi piaceva tanto di coltivarle! Perche poi d'ogni fiore io m'ingegnava di trarne un simbolo di speranza. Ma oggi!...

Cui subito Lauretta:

--Stagione di fiori certo non e questa, e dovunque; e per uscir poi all'aperto, per te cosi debole, non sarebbe opportuno. Ma tornera primavera col suo clima piu tepido, e anche qui la salute, si, si, mia diletta, la salute sul tuo viso si vedra rifiorire. Questo pero a patto che tu or non disperi.

Ed ella:

--Ah si! al par di me tu lo sai, buon'amica, vi sono steli che anche spiccati innanzi tempo dal fusto, con qualche cura fioriscono: ma di vita artificiale e d'un giorno. E a chi vorresti desiderar cotal vita?

Poi come fa chi, di fervida fantasia, vorrebbe pur anche da lievi cose trarre argomento a sperare, benche sulle labbra per un triste presagio non abbia che lamenti e sconforti, di quell'ultime parole di Lauretta lasciatone interprete il core, con piu vivezza riprese:

--Purche io non disperi, dicevi! Avresti forse, Lauretta, qualche buona nuova da darmi? Perche non t'affretti, se puoi, a trarre d'affanno la tua Selvaggia? Non fosti tu sempre la mia prima amica? Non ricordo io forse quando noi fino da fanciullette cominciammo ad amarci? Oh allora!... allora io era felice! E fu un tempo che tu stessa solevi appellarmi avventurosa fra tutte: e per qualche anno, nol nego, ne sentii compiacenza. Era forse quel dolce tempo quando io in primavera nel mio castel di Vergiole, con altre donzelle (e spesso tu pure) me n'usciva all'aperto dinanzi al piazzale, e mi piaceva di scherzar col falcone sul braccio, e lanciarlo nelle regioni dell'aria, e docile ed addestrato, vederlo far larghi giri, e ritornar sopr'a me. O me n'andava a diporto pe' vicini e culti verzieri di rose, di mortelle, e di lauri; alle bell'ombre de' contigui boschi di lecci, d'albatri e di felceti: o anche talvolta giu in basso pe' prati, e sulle rive fiorite del rio. El era con voi, dolci amiche, se ben mi sovviene, che in pienezza di gioia, e improvvida dell'avvenire d'ogni fiore mi tesseva ghirlanda, d'ogni canto mi dilettava. Oh! le mie belle colline, ove si benigna e soave e la guardatura del cielo!... un tepore, una vita... e tanto ampio e tanto lieto orizzonte! Ne' tempi poi piu vicini ben io ricordo che talora al castello rimasta sola, dal mio liuto soleva trarre armonie melodiose, mentre che nell'acceso pensiero vagheggiava il ritorno d'alcuni de' miei e quello di lui!... Oh! care fantasie! o bei giorni ridenti!... E ora!!... Le corde del mio liuto!... vedilo la appeso a quella parete--si son rilassate come le fibre di questo cuore! E vero che anche per piu gravi cagioni! Provasti mai, Lauretta, quando l'animo tuo per gioia o per doglia e fortemente commosso, ad aver bisogno di espandere in qualche modo il cor tuo? Vedi (e m'avrai anco spesso sentito) era proprio allora ch'io soleva ricorrere al mio stromento, come ad un fido amico, e sola nel segreto delle mie stanze, toccando quelle corde io vi diffondeva tutta l'anima mia: e que' suoni talvolta sposati a qualche mio canto, anco non volendo m'uscivano or mesti or lieti, secondo che mesta o lieta io mi fossi, e armonizzavano con gl'intimi sensi che avevano in me predominio.

E Lauretta:

--Oh! se il rammento! Que' suoni tanto prendevan qualita dallo stato dell'animo, che anche di lunge avrei potuto comprendere quale ti avrei trovata quel giorno.

--Or bene, mia buona amica--soggiungeva Selvaggia--questo caro, questo prezioso conforto io lo perdei da quel giorno che una guerra fratricida fu dichiarata al nostro paese. Pur troppo una dura necessita la difesa! Noi vinti, tutto, tutto perdemmo!... Nondimeno quel mio stromento oh si! me lo volli con me nell'esilio. Quassu, e vero, non era il caso di doverlo appendere come le giovani ebree ai salici del fiume d'una terra straniera. Ma i nemici, tu sai, non ci son lungi! Gli elementi c'imperversano, e ovunque e squallore e isolamento! Almeno se, pur non tocco da me, il mio povero liuto avesse avuto potenza di rendermi un qualche suono, l'avrei appeso come un'arpa eolia alla rocca del castello, perche di lassu i venti pietosi mi susurrassero fra quelle corde la mia mesta elegia! Poche volte, quando un breve sereno mi riapparve su questo cielo tanto ingombro di nubi, mi diedi a levare alcun suono. Ora pero quelle corde... rilassate non solo, ma credilo, sono infrante!... infrante per sempre! Cosi, che resta mai, anche sol nella mente, di que' giorni giovenili e si lieti che tutti voi m'invidiaste? Un dolore, un gran dolore, il ricordarsi de' tempi felici! Oh! se sapessero ora come cambiati! Dimmi, dimmi, Lauretta, non ho io sempre seguito col fido sguardo, il mio astro? Io lo credevo astro di luce perenne: e invece, ahime! e sparito dinanzi a' miei occhi come una meteora! Eppure quante volte sperando mi sono illusa! Perche, perche inesorabile tanto? Per qual dura cagione, per quale?... L'ho io forse meritato un si spietato abbandono?

Il parlar concitato e a gran passione le aveva prodotto un insolito affanno; e alfine era rimasta con gli occhi chiusi e come in deliquio; mentre le sue guance si pallide, che solo il sonno aveva potuto alquanto colorire, adesso si eran fatte di fuoco. Comincio dopo brevi momenti a riprendere il primo stato. Poi, gentile com'era, dubitando sempre di essere altrui di gravezza, un tremulo sorriso, proprio per Lauretta, richiamo sulle labbra; e volgendosi a lei che s'ingegnava di confortarla, affabilmente le disse:

--Vedi quante molestie debbo recarti! Ma, ti prego, per me non t'affannare! non e nulla, sai, amica mia, non e nulla. Finira! finira!

Queste parole appassionate e funeste, alla povera Lauretta passarono il cuore. Ella stessa non sapeva darsi ragione dell'assoluto silenzio del suo cugino. Conosceva omai a fondo il cuore di Cino, quel suo cuore amoroso, non smentito mai per tutta la vita, e d'un amore tutto dato a Selvaggia, per non dover dubitare, che dopo anche l'ultime prove d'affetto, e le promesse fattele in quello stesso castello, non avesse a ricordarsi per lettere di quella sua donna, di quella famiglia, di lei stessa. Ma e che per questo? Non poteva averlo incolto qualche sventura? Questo era il piu triste de' suoi presagi, e faceva ogni sforzo per cacciarlo da se. Potevano le sue lettere essere andate perdute. Difficile, e vero, era la corrispondenza epistolare in que' tempi; per le pessime strade, pe' pericoli delle aggressioni, e per tanti ostacoli, dipendenti dai costumi, dalle leggi e da un insieme di cose, che impedivano il rapido progresso materiale e morale: ostacoli di tal sorta, da mostrare anche in questo la gran differenza che passa da quell'eta alla nostra! Nondimeno i corrieri de' cittadini (che allora i piu doviziosi, in mancanza di poste pubbliche, ne tenevano per conto loro) non che quelli de' governi, andavano e venivano tutto giorno. Tutti questi riflessi mentre non le davan modo a dedurne la vera cagione, e la colmavano d'amarezza, non le consentivano d'altra parte di articolare contro di lui con Selvaggia una minima accusa. E come col capitano e con Fredi per piu volte n'avevan parlato, cosi si convenne d'evitare il piu possibile con Selvaggia quest'argomento, o presentarglielo, se ella v'entrasse per una delle tante sventure che aggravavano la parte loro: e per riguardo poi a si stimabile amico, come una di quelle tristi vicende che impensatamente t'avvengono, ne puoi evitare; certo pero questa indipendente da lui; ma infine pur troppo un nuovo dispiacer di famiglia!

CAPITOLO XXIV.

LE RIVELAZIONI.

E senza creder d'aver frutti omai, Sol di vedere il fior era il diletto, Ne ad altro che a quel gia mi pensai. E se creder non voglio in Macometto, Dunque, parte crudel, perche mi fai Pena sentir di quel ch'io non commetto?

---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _ad Agaton Drusi_.

Dopo i fatti narrati si dolorosi pel cuore di Selvaggia; dopo aver veduto a qual misero stato di salute e di spirito fosse condotta, vogliamo non defraudare un istante l'espettativa dei nostri lettori sulla conoscenza d'un si lungo ed ingrato silenzio tenuto da messer Cino, non pur con lei, quanto con gli altri di sua famiglia. Per un uomo d'onore troppo grave e lo addebito, senza cause gravissime, dell'abbandono d'una donna ornata di tanti pregi siccome questa, e dopo averle giurato cotanto affetto!

E a noi pure tarda di dirlo, e subitamente il facciamo, premettendo la narrazione seguente.

Alle sventure domestiche del Vergiolesi si aggiungeva ora per colmo il pensiero di sottostare alla forza stragrande di que' di Bologna, e di essere astretto a cedere agli odiati Guelfi Neri il ghibellino castello, fra quei di Toscana dei piu forti e meglio muniti; antico possesso e vanto dei suoi: e dove se quei di sua parte l'avesser soccorso, avrebbe creduto di renderlo inespugnabile, di tener fronte ai nemici, e di trionfare.

Ma i Fiorentini, come narrammo, dopo avergli impedito il soccorso de' suoi partigiani; collegatisi co' bolognesi, tuttodi animavan costoro per aita di danari e di gente perche alla perfine da quel forte propugnacolo il Vergiolesi fosse cacciato. Cosi solamente la parte Bianca sarebbe andata dispersa. Il rinforzo de' pochi giovani generosi che, come vedemmo, per tradimento non gli giungeva, ad ogni modo sarebbe stato sterile e tardo.

Il capitano dall'altro lato, dopo le prove gia fatte, dopo i sacrifizi non pochi d'uomini e di denaro per potervisi reggere, non celava piu a se stesso ed a' suoi la dura necessita cui dovea sottostare, e l'imminente pericolo. In tanto smarrimento di sensi a chi rivolgersi per consiglio?

Fra si gravi e fortunose vicende non gli era rimasto degl'intimi e dei piu fedeli, che un amico della sua giovinezza, quel monaco Buonaventura, che vedemmo gia essere stato inviato a lui dalla Signoria di Firenze per trattare gli accordi sulla resa di Pistoia durante l'assedio. Or fu a lui che il capitano risolse di spedire un messo con lettera, al convento di Santo Spirito a Firenze, dov'ei dimorava, per averlo a se. Bonaventura, ricevutolo appena, e udita la gravita delle cose, senza porre indugio si mise in via con lo scudiero del Vergiolesi, che gli aveva condotto un cavallo: e dopo un viaggio non breve, ed incomodo valutatane la fredda stagione, giungeva al castello. Un amico dal quale tu speri un sollievo, e che non esita un istante, anche con suo disagio, d'accorrere al tuo richiamo, gli e un beneficio che non ha pari. E tale apparve al capitano l'arrivo del monaco Buonaventura. Egli era uomo di circa sessant'anni; alto della persona, preveniente all'aspetto. Sotto quel saio batteva pur sempre un cuore, pel quale aveva saputo in duello ritrarre la spada dal petto d'un suo nemico senza ferirlo, perdonargli, abbracciarlo, e ripararsi in un chiostro! Adesso da quel volto traluceva la bonta vera; e dalle ciglia rase d'ogni baldanza, che per consueto dignitoso e modesto le sollevava a parlar con alcuno, la perspicacia delle cose del mondo. Palesategli il Vergiolesi le difficili condizioni che lo premevano, non esito a porgergli quei consigli che piu stimo utili ed opportuni.