Selvaggia de' Vergiolesi

Part 20

Chapter 203,722 wordsPublic domain

--Non mai!--Cino subito le soggiunse--non dite questo per pieta, mia dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e presto;... e allora... oh! allora per non lasciarci mai piu!

E strettala dolcemente al seno, si senti posar su di esso quella sua bionda testa come nel piu grande abbandono.

Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri, e da que' begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano il volto. Egli presala per mano, facea di sorreggere quel suo dolce capo a uno dei suoi omeri: ma sentitosi fortemente commosso, teme ad ogni tratto gli si smarisser le forze. L'amicizia e l'ospitalita gl'imponevano d'altronde sacri doveri. Sicche fatto superiore a se stesso, tento di dar animo alla infelice, piu volte chiamandola a nome con molto affetto. Ella allora sollevata la faccia, e tacita con lungo sguardo affissandolo, giunse le mani verso di lui come in atto di fervente preghiera. Cino l'aveva compresa, e volea pur frenare la sua gran commozione assicurandola del suo presto ritorno. Ancora una volta la strinse al seno, e parti; ignaro che quello sarebbe stato l'ultimo addio!

Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava con grande affetto; e in un baleno era gia in sella.

Il vecchio capitano segui l'amico finche non giunse al destriero; poi con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure oltremodo, perche omai consapevole di quell'amore di messer Cino, paventava di gia per la salute della sua cara Selvaggia. Essa aveva voluto rivederlo ancora una volta di su dal verone, e per le svolte della montagna accompagnarlo col cupido sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese la vista, non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva di sensi. Il padre pero e le donne di famiglia furon preste a soccorrerla. Ma affanni si crudi a cor gentile son ferite mortali; e mal si potrebbe con dolci modi e con amiche parole apprestarvi un rimedio!

CAPITOLO XIX.

LE INSIDIE.

"Ma non vi spiaccia entrar nelle nascose Spelonche, ov'ho la mia segreta sede; Ch'ivi udrete da me non lievi cose, E cio che a voi saper piu si richiede."

---- _Tasso_, _Gerusalemme_, C. XIV.

Vedutosi il Fortebracci andare a vuoto ogni tentativo di ravvicinarsi a Selvaggia, ne potendo piu altro, neppure, come bramava, avere il modo di tormentarla, riparata lassu in quel castello inaccesso: nell'isolamento in ch'ei si pose dopo l'assedio con la coscienza d'esser ripudiato da tutti, era caduto in uno sgomento mortale. Solo qualche potere esercitava su lui quel Nuto che tenea con se. Egli era il suo incubo, per cosi dire, che premevalo senza posa. Non pero che talora in qualche lucido intervallo non ne vedesse tutta la infamia, e non lo esecrasse. Ma posto ormai sopra una mala via, ne per folle superbia volendo ritrarsene, si sentiva sospinto a non poter seguitare che a quella scorta. Costui intanto facendo suo pro d'un'astuzia la piu raffinata: accortosi che larga mercede poteva ritrarre ogni volta che al Fortebracci, sempre cupo e atrabiliare, suggeriva qualche espediente da indovinargli il pensiero e dargli lusinga di soddisfar le sue brame; si fece innanzi anche adesso, e gli propose un partito, poco importava se fosse possibile, certo de' piu arrischiati, senza dir de' piu tristi.

Accadde per questo che il Fortebracci ingarbugliato talmente, e infanatichito della proposta, un tal di lascio in un subito quel suo poggio romito e venne a discendere nella valle della Limentra.

Come l'astore che dalle vette del San Gottardo va di vallone in vallone per gittarsi laddov'e piu certo di ghermir la sua preda; tale il triste uomo col suo malvagio consigliero era venuto cola a tentar di sbramare le insaziate vendette. Quel Musone della Moscacchia che in Pistoia abbiam visto caparrato da Nuto, e fatto stromento della congiura nel Castel di Damiata; riuscito con Fuccio, suo compagno di latrocini, a far buona preda in tempo dell'assedio su i vivi e su i morti, s'era di nuovo riparato in quella valle montana. Ma non piu al suo paese della Moscacchia vicinissimo a Sambuca. Perche, per le vie di quelle montagne rinnovatesi spesse aggressioni dalle sue bande, i due Comuni di Pistoia e di Bologna vi avevan fatto raddoppiare di vigilanza per purgare i luoghi da que' masnadieri, e assicurarvi il libero transito.

Evvi un luogo sulla via carreggiabile fra Bologna e Porretta, che, da un'immagine della Vergine postavi chi sa quando, si denomina la Madonna del sasso. Gli e un monte petroso che lascia intraveder dal di fuori varie caverne, apertesi da antico tempo dentro di esso pel franar di que' poggi, che hanno ancora un instabil terreno; tanto che in alcuni luoghi la via ferrata si e dovuta costruire su terrapieni nell'alveo del fiume. Le dette caverne furon poi fatte ad arte piu ampie, con lo scavarvi pietrami ad uso di fabbriche. In una di quelle, piu larga e piu internata nel monte, si stava nascosta la masnada di que' malandrini con alla testa il fiero Musone. Non era bastato ai due Governi del Pistoiese e del Bolognese l'aver fatto impiccare anni addietro sulla pubblica via un certo contrabbandiere de' loro, chiamato Lupo, e altri di questi assassini[7] . Quelle folte macchie eran proprio tane sicure per queste belve. Da poco poi che v'era tornato Musone, sotto un capo si audace ripreso ardimento, di nuovo s'eran dati ad assaltar notte e giorno ogni viandante che senza valida scorta si fosse attentato di tener quella strada.

[7] _V. Arferuoli_, _Storie pistoiesi_ M. S.

Come Nuto pote informarsi di tutto questo (che il viluppo della matassa era interamente in sua mano, e a lui, si puo dire, era stato commesso di distrigarla) comincio a frequentare uno dei manutengoli di cotestoro a una certa osteria del villaggio della Moscacchia. Si assicuro di lui con danari; sicche questi non esito a dare un cenno al capo di que' malandrini, che v'era tale cui occorreva il suo braccio. Ma venire con Musone a parlar testa testa, era difficile molto, e facilmente potea dar sospetto. Bisogno, secondo che gli fu detto, accettar la proposta di passare una tal notte per la via a non molta distanza da quelle caverne; e se mai da alcuno potessero esser veduti, fingere di lasciarsi arrestare dalli stessi malandrini, che da un segnal convenuto dovean riconoscere, per poi farsi condurre la dentro. E cosi fecero.

La notte era al colmo; quando Nuto e il Fortebracci usciti nel giorno, ben armati, dall'osteria della Moscacchia dove alloggiavano, dopo molte ore di cammino per mezzo a boscaglie, ed evitando la pubblica via, eran venuti a far capo ad essa a sinistra del Reno, e si trovavano appunto sotto quella scogliera. Pochi passi a quel buio tentavan di fare, per un ammasso informe di pietre frananti, che in parte lungo la nuova via provinciale ancor vi si scorge, e che a quel tempo siccome adesso, dall'alto del monte protendeva nel fiume. Ma i masnadieri vi stavano all'erta. Basto il segnale convenuto per essersi subito intesi. Da tre scherani infatti (ne si avrebbe saputo da dove uscissero) Nuto e il Fortebracci eccoteli circondati. Allora, senz'altro, via in silenzio con essi; uno avanti per farne strada, poi loro, e dietro i due altri. Bisognava aggrapparsi su per que' massi con le mani e co' piedi e girarvi d'attorno. Ma pe' conduttori non era un andare alla cieca. Le orme da porre, il come e il dove, a loro soli era noto. A un certo punto imboccano in un piccolo antro, e poi la la per un passaggio sinuoso ed angusto; finche brancolando fra 'l buio, s'accorgon di essere in un sito piu ampio. Qui dati i nomi (prescrizione indispensabile) all'improvviso fu accesa una face di resina, e si avvidero di essere innanzi al capo de' masnadieri, a quell'uomo terribile di Musone.

Ravvolta la testa nel suo cappuccio, se ne stava sdraiato sovr'alcune pelli lanute, la in un canto della caverna, e senz'armi. Ne fara meraviglia, perche ad ogni istante poteva staccarne una da quelle pareti, da cui pendevano stocchi, accette, spade e stili; armature di ferro, giachi e celate. Vi si scorgevano anche ammassati sacchi di ricche prede, e ogni sorta di provvisioni che occorrono al vitto. Per rimanervi poi piu sicuri, da quelle crepe, veri nidi delli scorpioni, spiavano tutto giorno lungo la via, se qualcuno mai si avvicinasse. Che, se fossero stati militi venuti li per sorprenderli, addossavano grosse pietre alli sbocchi dell'antro, e con spranghe di ferro ne sbarravan la entrata: si nascondevan piu oltre per que' seni di sterminata lunghezza; o per altre uscite che potevan dischiudere, e che mettevano in un bosco foltissimo, si aprivan la via a fuggire.

Levatosi Musone dal suo giaciglio non appena fu fatta luce:

--Alla fine ci rivediamo, messer Fortebracci!--come in aria di trionfo esclamo.--Nobile cavaliere, voleste proprio qui in casa mia venire a rendermi visita! Oh! ben faceste, vedete; perche se v'occorre, Musone qui vale ancora un po' piu di quel che non valesse a Pistoia.

--Mi e noto,--replico il Fortebracci:--egli e per questo ch'io di nuovo ricorro a te.

--Si tratterebbe--ripigliava Nuto.... Ma vedendosi intorno coloro che ve li avevan condotti; preso al braccio Musone, e movendo pochi passi per entro ad un altro sbocco, gli espose a bassa voce e in succinto quel che loro occorreva.

Dopo di che ritornati:

--Ritiratevi!--ordino Musone agli scherani.

E rimasti soli, voltosi al Fortebracci con quel fare birbesco, e da padrone della situazione, dinanzi ad uno che aveva bisogno di lui:

--Ho capito--soggiunse. E scotendo la testa, e fendendo l'aria con la mano:--Eh! messere! Bisognava aver fatto un po' piu a modo mio, laggiu! Un albero che t'auggia, si taglia. Per un rivale non ci vuol meno. E ora ei l'ha scampata!

--Egli, dicesti? Ma che?.... dunque tu stesso?....

--Io, si; con brava scorta di gente d'armi, lo vidi io da questi miei pertugi passar di qui, gli e gia qualche tempo sul mezzo del giorno; e gente del capitan Vergiolesi, mi parve, oh! anzi era, quella che andava con lui!

--Sta bene, comprendo!--rispose l'altro aggrottando le ciglia.

--Per questo, messere, una andata male, che importa? Vuol esser raddoppiar d'astuzia e d'ardire. Vedete io? Sfido ed affronto ogni giorno il destino. E se non fosse un maladetto conte che mi perseguita.... (Era costui il conte Tordino da Panico, capitano delle milizie bolognesi per quelle montagne, cui fu commesso dal Governo di vigilare per render sicure quelle vie montane e que' confini da cotal gente). Ma i vili son quelli che cadono. E or vedo voi, o mi pare, in un certo abbandono.... Eh via! su, su, ardimento, messere, e qui a me la faccenda! Che volete dunque? Questa dolce donzella farla vostra, s'intende! E intanto vederla a ogni costo! Affe che gli e alta e ben cinta di ferro la gabbia di questa vostra colomba, e prima che il nibbio v'arrivi e ve la faccia snidare!.... Ma senza metafore, ponderiamo insieme un poco gli ostacoli. Vedete! il luogo tanto guardato e inaccessibile; quel di non scender mai giu in basso del castello.... perche allora!.... Poi il padre.... e metto anche l'amore del Sinibuldi.... Il nibbio pero, si intende, non va tanto a scrutinare: quand'ha buoni artigli, piomba giu sulla preda, l'aggranfia, ne si cura del resto.

--Ma dimmi--chiedevagli il Fortebracci--e il capitan Vergiolesi non va mai solo verso i confini?

--Qualche volta vi fu veduto; e anche.... (voleva ricordare un assalto ch'ei gli dette, ma non troppo felice, e si tacque). Poi in aria di sicurezza soggiunse:--Se mai.... oh! oh! questo a me.

E l'altro:

--Il Sinibuldi vedrai le dovra scriver lettere, e allora il suo fido valletto.... per questa via....

--Siate certo ch'io de' valletti e de' corrieri ne riconosco; e anche a' miei per queste parti n'ho gia fatti riconoscere! Non diro altro! A voi lo star per ora nascosto dove a Nuto ho gia detto; e a me a pormi all'opra. Difficile molto, messere! Qui non si tratta di passar mercanzie. Un buon contrabbando gli e sempre un grosso affare per noi: ma in questo caso la ricompensa....

E l'altro:

--Non dubitare! sara grande quanto l'avrai meritata.

Detto cio, Nello e Nuto tornaron sicuri all'aperto, e, favoriti dalle tenebre, al proprio asilo.

CAPITOLO XX.

IL ROMEO.

"Romeo persona umile e peregrina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Indi partissi povero e vetusto; E se 'l mondo sapesse 'l cuor ch'egli ebbe. Mendicando sua vita a frusto a frusto, Assai lo loda e piu lo loderebbe."

---- _Dante_, _Paradiso_, C. VI.

Poco lungi dalla rocca della Sambuca, dal lato di mezzodi, in una piaggetta che aveva nome di _colle fiorito_, dove poi fu eretto un asilo di povere donne consacratesi alla istruzione delle fanciulle de' vicini villaggi, scaturiva di sotto a un tabernacolo della Vergine appellata _del giglio_, una fonte di purissima acqua. Sul tramonto del sole era questo il convegno delle donne si del castello che dei dintorni, le quali fin dal basso del fiume vi giungevano co' loro brocchetti.

Or avvenne che esse un tal giorno e in quell'ora vider salire a quella volta un pellegrino. Lo indicava per tale il suo abito soprattutto. Largo il cappello, vesta nera succinta fino al ginocchio; le gambe con usatti o corsaletti di pelle giu sino ai sandali; sugli omeri poi un mantelletto o bavero nero, dove erano appese qua e la piccole conchiglie, e sul petto una lucida croce. Non portava con se che un'ampia scarsella, una barletta e un mandolino, pendenti dalla corda che cingevagli i fianchi. Come uomo che toccava gia la vecchiezza se ne veniva su su lentamente appoggiandosi al suo lungo bordone. Lo andavano accompagnando due pastorelli, scalzi e mal vestiti, ma bianchi e rossi come rose; che allettati dalle sue parole cortesi, e incuriositi di lui per l'abito non comune, avevan lasciato altri loro compagni, e volentieri s'eran prestati a scortarlo sulla via del castello. Anco dall'aspetto, chi l'avesse bene osservato; una lunga barba grigia ma con due occhi vividi; un volto per quanto scarno, di bianchissima carnagione, e con una fisonomia di grazia e affabilita non comune; l'avrebbe subito giudicato per di nobil famiglia. Ne e da stupire in que' tempi, nei quali uomini d'ogni classe _per rimedio dell'anime loro_, ad espiazione di grandi delitti, o per senso di profonda umilta, o per voto, s'imponevano sacri pellegrinaggi.

Giunto lassu a quella fontana, benche alquanto affannato per la salita, la prima cosa, voltosi a quelle donne, disse loro:

--Date da bere al povero pellegrino, datelo di grazia, a un vecchio Romeo!

Di che esse, non appena richieste, fecero a gara per compiacerlo. Ma una fra le altre, Maria, la fantesca di Selvaggia, piu aggraziata e piu franca, gli si fece dinanzi, e sollevatogli con bel garbo sul suo braccio il brocchetto gia pieno, glielo piego, tanto ch'ei vi bevesse. Cosi al vecchio Eliezzero la nella Mesopotamia volle esser cortese la buona figliuola di Batuele.

Ma intanto che egli s'era posto a sedere sopra un masso vicino, le donne avevano scorto che portava con se un musicale strumento. Sicche vaghe com'erano d'udire qualche armonia; rara sorte in que' poggi, se non fosse stato talora il suono del liuto di madonna Selvaggia, da qualche tempo pero tanto meno frequente; fu un muoversi tutte e far pressa e preghiera al buon Romeo di toccarne le corde. Di che ei per la cortesia ricevuta volle subito compiacerle, aggiungendo che avrebbe anche tentato di far loro udire una certa canzone. Allora esse gli si misero in cerchio, e posarono al piede i brocchetti. Trepidanti poi, le piu giovani in specie, per l'atteso piacere, ma pur raffrenando la naturale allegria, s'imposer silenzio, e non intesero che ad ascoltarlo. Sicche ei levatosi in pie, e toltosi dal fianco il liuto, e trattone un breve preludio, su flebile arpeggio, in questa guisa comincio a cantare:

Son Romeo che mari e monti Notte e di finor varcai. Strani casi ed ho racconti Che palesi non fur mai: Vera e mesta istoria e questa Che narrar da voi s'udra.

Fuvvi in Siena una donzella Disposata a rio signore; Egli infida alma rubella, Ella giglio di candore. Ma il crudele omai l'aborre, Ch'altra donna in cor gli sta.

In maremma abbandonata Ei la chiuse in suo castello. Attendea la fiduciata Per piu lune il crudo Nello: Fu delusa in sua fidanza! Ei mai piu non tornera!

Ei mai piu? Cosi potria Obliar cotanto affetto? E l'affanno della Pia Anco il cielo avra reietto? E quell'aere maligno Il suo spiro estinguera?

Fra gli orror di muti avelli S'aggiro la sconsolata: Cerco pace almen fra quelli Onde viva era dannata. Ma qual vista! Un'urna, e appresso Vedovella al suol si sta.

Poveretta! al tuo lamento Ch'io congiunga il pianto mio! Deh m'abbraccia! adesso io sento Che pietoso e meco Iddio: Ah! che il pianto insiem versato E del cielo una pieta.

Deh! ti prego; a lui, se mai Correra questa maremma, "Die morendo, oh si, dirai, A me pura la sua gemma! Ti ricordi della Pia, Che innocente, estinta e la!"

E si giacque! E di pallore Tinte avea le belle gote: Le man tremule sul core. Le pupille al cielo immote.

Stanca alfin, siccome fiore, Il bel capo rechino, E del suo crudele amore Il dolor la consumo!

La mesta canzone riempi di tristezza e di compassione il cuore di quelle donne. La buona Maria volle guidare il Romeo al castello, sicura che la sua signora l'avrebbe molto gradito. Ed egli che sentiva il bisogno di riposarsi, non essendosi fermato che allo Spedaletto circa sei miglia distante, non esito a seguirla. Le giovani allora quasi tutte gli tenner dietro, nella speranza di sentirgli ripetere quella canzone. In questo Selvaggia sorpresa d'udire in tanta solitudine melodie, benche di lunge non ben distinte, ma d'un andamento si melanconico, aveva spedito a sapere d'onde venissero e da chi mai. E come da Maria le fu narrata ogni cosa, a lei pure prese vaghezza d'udir quella storia.

Il Romeo con le donne era rimasto sul piazzaletto che e dinanzi alla porta. Selvaggia si reco subito nella sala, e consenti che le donne stesse vi venisser con lui. Le quali com'ebber riveduta la buona loro signora, meravigliarono che in si breve tempo quel suo volto fosse divenuto si pallido, e quel suo sguardo vivace e lieto, apparisse languido e mesto.

Ma intanto come natura era in lei esser sempre con tutti affettuosa e gentile:

--Venite, venite--diss'ella a coloro che si avanzavano peritose.--E voi, buon pellegrino--facendosegli incontro--siate fra noi il ben arrivato! Profittate a vostro agio della nostra ospitalita, che, per quanto assente mio padre, per noi, non sara che di piacere e di grazia.

--Gran merce, madonna,--soggiunse il Romeo.--La fama del vostro bell'animo che suona si degnamente, mi faceva sicuro di vostra buona accoglienza.

--Frattanto--soggiunse ella--qui presso a me assidetevi, e prendete posa dal viaggio, mentre che vi faremo apprestare un qualche ristoro. E se vi piace, ditemi in grazia d'onde venite, e come per questi monti; e quale mai storia racchiude la vostra canzone.

Cui egli rispose:

--Abbiatevi da sapere, o nobil signora, che corrono gia nove anni da che mi partii da Milano, la terra de' padri miei, deliberato di recarmi a visitar la tomba del principe degli apostoli. E cio avvenne quando al principio di questo secolo (ne cio potra esservi ignoto) papa Bonifazio ottavo intimo il giubileo, e pose a Roma general perdono di colpa e di pena a quanti visitassero, de' Romani per un mese, degli estranei per quindici di, le basiliche di S. Pietro e S. Paolo.

--E il concorso com'ando voce, veramente fu grande?

--Quanto mai possa dirsi!--rispose egli.--Perche Bonifazio ad agevolarvi l'andata, nella pienezza di sua potenza fulmino l'interdetto a chiunque (fosse stato il piu grande dei re!) per Roma e per questo fine avesse impedito il viaggio. Tantoche potete pensare che genti d'ogni grado e d'ogni nazione che vi si recarono!

Non vi diro di molti principi che v'intervennero. Ricordo fra' piu illustri Amedeo quinto, principe di Savoia, del quale tutti esaltavano non che il valore guerresco, l'animo gentile, e la protezione alle arti belle. E infatti a Roma aveva condotto con se dal suo Stato, com'io pur vidi, valenti artisti d'ogni maniera ad ammirarne le grandi opere, e a quelle ispirarsi per commetter loro grandi lavori. Noi italiani, quei molti in particolare che eravamo in vesta di pellegrini (e a me piace, vedete, con questo abito di ritornare alla patria) uomini e donne solevamo raccoglierci a cento a cento fuor delle mura. Di la si moveva e si faceva l'ingresso nella santa citta, cantando i cantici della chiesa fino alla basilica di S. Pietro. Oh allora il pietoso spettacolo, se l'aveste veduto! Era un continuo scontrarsi con altre schiere di penitenti che ripartivano: e tutti come uguali nella fiducia, un medesimo animo ci guidava, una stessa gioia ci commoveva!

Per amor della perdonanza, lo credereste? molti pellegrini a condursi i figliuoletti per mano; e i vecchi genitori talora per la stanchezza impotenti a piu moversi, fino a portarseli sulle spalle! Eppure a que' giorni dopo i disagi di lungo cammino anco i piu gagliardi a mala pena si reggevano, in piedi! Ma tant'e! l'amore e la fede vincon sempre ogni ostacolo! E la piu parte, vedete, erano scalzi, trafelati dalla fatica, e smunti poi dai patimenti per la scarsezza del vitto essendo venuti a brigate, e a intere famiglie limosinando: di que' de' nostri quassu, fin di Piemonte, e chi financo dall'estrema Sicilia. Tanta poi era la folla, di e notte, per la citta, che l'antico ponte Elio sul Tevere, detto or di Sant'Angelo; perche la gente astretta a passarlo per la visita delle basiliche non vi s'accalcasse per modo, che intoppatasi facesse subbuglio e avesse a cadere nel fiume; e' fu diviso per lo lungo con uno stabile spartimento. Sicche quelli che andavano a S. Pietro volgevan la faccia a castel Sant'Angelo; a quella gran mole che fu gia sepolcro dell'imperatore Adriano; e quelli che venivano per ire a S. Paolo, eran volti verso il monte Giordano. E pensate voi quanto danaro in tutto quel tempo fu raccolto per ogni chiesa! Giorno e notte presso l'altare (io gli ho veduti) due cherici stavan li a riceverlo. Generalmente fu asserito che in tutto quell'anno aveavi sempre in Roma, ogni giorno, oltre ai romani, dugentomila pellegrini; e che oltre a due milioni fossero stati i devoti visitatori.

--E ditemi, nobil Romeo;--lo richiese Selvaggia--vi dimoraste per molti giorni?