Selvaggia de' Vergiolesi

Part 2

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Ne poco ostacolo gli facevano a cio i principii ereditati da' suoi maggiori. Non che di magnatizia prosapia, si diceva uscito dalla famiglia romana Vergilia, dalla quale, emigrata con molte altre in Etruria, vuolsi che il villaggio che la accoglieva prendesse nome Vergiole. Contava poi fra' suoi antenati fino dal 1156, da Guido che fu primo signor di Vergiole, lunga serie di avi che occuparono in patria e fuori i piu nobili uffici. Noverava un Tancredi console dei militi; un messer Orlandetto gonfaloniere di giustizia; ed il celebre Guidaloste gia vescovo di Pistoia, ed eletto anche capitan generale delle milizie, perche di grand'animo e pratico molto delle cose di pace e di guerra. Ebbevi in fine messer Soffredi capitano e rettor di Bologna; e tutti costoro costantemente della parte de' Ghibellini. Di questi tempi poi il cavalier Bertino, e messer Luca fratelli del capitano Filippo; Fredi e Orlandetto, figli di questo, non avevano smentito in parole ed in fatti l'attaccamento alla parte della casata, irremovibili in quella lega dei Ghibellini e dei Bianchi.

Ora nissuno piu del capitano avvisava che se le molte milizie, come dicevasi, insiem collegate, venissero a quest'assedio, male da soli avrebber potuto resistere. Vedeva che molti dei cittadini piu valorosi erano stati cacciati, e cosi la sua parte, per adesso dominatrice, a breve andare correva rischio d'essere umiliata e disfatta. Non per questo era uomo da trarne sgomento. In faccia anzi al pericolo gli cresceva l'ardire. Benche presso al duodecimo lustro, si sentiva animo giovanile e capace di grandi cose. Se queste poi in pro della patria, nol trattenevan dubbiezze od ostacoli. Ma sebbene i piu savi in politica sien d'avviso non esservi principii certi e norme invariabili per giovarle, se non quelle dell'onesta, e doversi anzi mutar consiglio ne' modi, ove l'esigano gravi cause e il pubblico bene, per lui non era si agevole il rimoversi dalle proprie opinioni, e la sua parte una volta abbracciata, doveva esser quella. Un carattere si tenace del suo proposito, e l'autorita di probo cittadino, ed esperto nell'armi, aveva influito a condurre alle sue parti, non che quelli di sua parentela, moltissimi di citta e del contado. Si tenevano infatti nella casa dei Vergiolesi in Pistoia i piu importanti consigli. Di qui si deliberava sulle pubbliche aziende; le opinioni piu generose si rafforzavano, e prendevan voce per ogni lato.

Messer Fredi, di lui figliuolo, non meno del padre era fervido e risoluto: congiungeva pero alla fierezza dell'uomo d'armi tale urbanita, tali attrattive nell'aspetto e nel favellare, che, come in lui eran doti spontanee e naturali, gli acquistavano fra' suoi compagni stima ed affezione particolare, e una deferenza a' principii del padre suo, ch'ei pur professava. E lo notavano come il modello del proprio zio messer Bertino, quattr'anni innanzi ucciso a tradimento da quelli di parte Nera, e che passava pel piu nobil cavaliere della citta. Messer Orlandetto, il minore de' figli, non differiva nell'animo dal fratel suo; sicche ambedue per indole nobile e generosa formavano il vanto della famiglia, e la speranza del lor partito.

I deplorabili ultimi avvenimenti, e le discordie piu accalorite della citta, avevano da qualche tempo fatto men tollerante, aspro anzi e risentito l'animo del capitano; il quale solo talvolta placavasi, e rimetteva del consueto disdegno al cospetto di sua figlia Selvaggia.

Costei con un parlar dolce, e sempre giusto e persuasivo, esercitava sopra di lui tale arcana potenza, che egli, pel grande affetto che le nutriva, senza esitare piegavasi al piacer suo. Che anzi ogni piu lieve alterazione di salute o di spirito della diletta figliuola, bastava a recare in quel forte animo il piu grave sgomento.

Conferiva non poco quest'amore per essa a moderarlo con la consorte. La quale quanto piu implorava dal cielo a' suoi cari piu miti gli spiriti, e il viver cittadino piu riposato e tranquillo, ad ogni nuovo rumore per la citta, piu si poneva in angustie, e stava in sospetto pel marito e pei figli. Per lo che messer Lippo, se ella alcun giorno gli fosse apparsa timorosa ed afflitta, usciva subito in rabbuffi e in rampogne; o per lo meno soleva ammonirla che l'occhio bagnato di lacrime non e atto a vedere. E allora, ponevale innanzi la fredda ragione, l'onor di famiglia e i diritti di cittadino, che ad ogni modo con le parole e con l'armi chiedevan difesa e vendetta. Tali erano e cosi insite in tutti quelli animi queste gelose passioni, che l'offesa piu lieve, o quale si fosse divergenza di parti bastava loro a por mano sul brando.

Ma di tal fiamma distruggitrice chi primo porto qui la favilla? Come e per quali cagioni fu secondato un incendio, che or celato ora aperto e in varie forme ebbe fomento per tanti anni?

La gran lotta fra l'Impero e la Chiesa, suscitatasi in Germania pe' diritti a conceder titoli e investiture, ne diede l'origine. Il grido de' Guelfi e de' Ghibellini, partito dalla battaglia di Wisenberg, si diffuse prima per Lamagna, poi su i campi d'Italia. Qui dunque come cola si parteggio sulle prime pe' medesimi pretendenti: o per Cesare e i fautori appellaronsi Ghibellini, o per Pietro e si dissero Guelfi. Come coloro che avevano ereditato le fiere lotte di Gregorio VII e di Arrigo IV, cercavano le parti di far trionfare ciascuna la propria supremazia: la quale mirava, per l'una a fondare un nuovo regno o meglio federazione in Italia, che distruggendo ogni traccia delle conquiste longobarda, greca e araba, dipendesse da Roma; per l'altra invece da Aquisgrana. Ma imperatori e papi, che dovevan comporre a concordia la specie umana, la turbarono trasmodando ne' loro poteri non ben definiti.

Ildebrando immagino di levar la Chiesa a prima potenza della terra; e per toglierla affatto dalla sudditanza degl'imperatori, che per vero con le investiture dei benefizi ecclesiastici si erano arrogati un diritto che ad essa spettava, egli solo voleva esser detto re dei re, signore de' dominanti. Ma gl'imperatori, presumendo di avere ereditato la potesta antica dell'Impero Romano, sdegnarono di sottostare a cotesta dipendenza. La Chiesa, o meglio la Curia romana frattanto, col suscitar pur essa a pro suo l'elemento dell'antico Impero Latino, e con la sua rappresentanza che era in Roma nel Senato, studiavasi d'amicarsi i Comuni italiani favorendo le tendenze d'emancipazione dei popoli, cui gia pesava la straniera supremazia. E per questo lato in que' primi tempi l'alta protezione pontificale pote essere all'Italia di molto vantaggio. Ma in questo mezzo i Comuni, traendo profitto dalle discordie che non cessavano fra la Chiesa e l'Impero, non vollero piu sottostare ne all'uno ne all'altra. Fu da quel tempo che ciascuno non penso piu che a provvedere a se stesso. Gia da ogni parte s'era svegliato uno spirito nuovo. Cominciarono i popoli a scuotere il giogo feudale mantenuto dalle due potesta; poi a volere un governo d'ampia forma repubblicana, civili e propri Statuti. Gli Italiani liberati dai barbari, fatti ricchi e potenti pe' grandi commerci, avevan sentito la propria forza, la virtu e la dignita d'un gran popolo. Sorgeva infatti fin da quel tempo pei municipi la prima aurora di liberta: la quale, per quanto osteggiata dai loro dominatori, nei due secoli appresso ando sempre diradando le invide nubi, finche con la crescente luce di civilta il genio italico ravvivato, apparve alla fine nel suo pieno splendore.

Perduravan le funeste contese fra la Chiesa e l'Impero, allorche, dopo la morte del secondo Federigo, il Comune di Pistoia coi piu della Toscana si volse al partito dei Guelfi. Sperarono sorti migliori dalla protezione non piu di un principe straniero, ma italiano e pontefice. Tardi pero s'accorgevano che questi, debole per se come principe, non con armi proprie ne prendeva la tutela, ma si con quelle di altri stranieri.

Nondimeno in Italia a quel tempo ogni Comune, novello polipo, viveva gia d'una vita propria, e fra loro era sorta una nobile emulazione.

Negli ultimi trent'anni con che compivasi il tredicesimo secolo, Pistoia col suo distretto fioriva gia di commerci, d'industrie, di banche: aveavi culto di lettere e di scienze, e grande amore di arti belle. In prova di sua cultura bastera ricordare per le prime un Meo Abbracciavacca, un Lemmo Orlandi, e lo stesso sciagurato Vanni Fucci, assai pregiati fra i trovatori; poi quel Soffredi del Grazia, uno de' piu antichi prosatori italiani, le cui scritture sono innanzi al 1278. L'amor per le scienze si facea manifesto per quel famoso frate Leonardo pistoiese che primo scrisse un trattato sul computo lunare (1280) e per la cattedra di Leggi che dal celebre Dino da Mugello si teneva in Pistoia. Di messer Cino de' Sinibuldi non e a dire, quando tutti ancora l'ammirano e gli fanno onore.

Del culto poi delle arti belle (esse pure sicuro argomento di civilta) fanno fede pur sempre, il celebre altar di S. Jacopo di bassi rilievi d'argento, che, con _la Sagrestia de' belli arredi_, segnano dugent'anni del buon tempo dell'orificeria, de' ceselli, de' nielli e di smaltature. Il quale altare dall'orafo cittadino Ognabene, e da altri si comincio ad arricchire di pregiati lavori fino dal 1287. Aveva dipinto in cattedrale il pistoiese Manfredino d'Alberto, che adorno San Michele di Genova nel 1292, e l'altro pittore e mosaicista Vincino che lavoro nel Camposanto di Pisa. Quindi son ricordevoli, il palazzo del Comune ed alcuni bei templi: le sculture poi dei pergami, d'un Guido da Como; le mirabili d'un Guglielmo; e le quasi uniche d'un Giovanni, l'uno e l'altro pisani. E se si pensi che queste opere sorsero le piu sul finire del secolo XIII, e appresso, in una piccola citta, fra le lotte della civilta e del dispotismo, fra i corrucci piu fieri de' cittadini divisi, sono anche oggetto di maggior meraviglia. A queste prove di civil governo aggiungi gli Statuti pistoiesi, che furono de' primi in Italia (circa il 1117) a distruggere i privilegi feudali, a recare fra i cittadini una piu equa ripartizione di diritti: infine i belli ornamenti della propria milizia.

Le quali istituzioni, degne invero di forte e libera gente, avrebbero assicurato a Pistoia le piu prospere sorti, se _il mal seme_, sparso prima in Firenze pel crudo fatto de' Buondelmonti, non avesse prodotto entro di essa e nelle terre vicine l'amaro frutto della discordia.

In Pistoia di questi tempi primi a insorgere e parteggiare con nuovi nomi furono i Cancellieri; sopra gli emuli Panciatichi potenti gia per dovizie acquistate con la mercatura, per uomini d'arme, che ne contavano lino a cento, e diciotto cavalieri a spron d'oro, per grandigia e per ambizione di dominio. Rifugge l'animo a ricordare le feroci rappresaglie, prima fra le dette casate le maggiorenti in citta, insorte poi fra una medesima parentela, intendiamo fra quella de' Cancellieri. L'aspra vendetta del taglio d'una mano presasi da uno di loro sopra un giovinetto parente, dal quale innanzi per rissa un figliuolo dell'altro era stato non gravemente ferito: vendetta tanto piu cruda quanto che il feritore era venuto a chieder perdono agli offesi; fu cagione che la detta casata col nome di Bianchi e di Neri (cosi detta o dai nomi delle madri stesse, o dai colori che portavano in guerra, o da qualsiasi altra cagione) si dichiaro avversa e divisa in cotal modo, che trassero seco i cittadini d'ogni ordine o da una parte o dall'altra, e fieramente s'inimicarono.

Tutti ora a Pistoia come a Firenze si dissero Guelfi, ma nel fatto con diverse intenzioni, quelle, cioe, di far risorgere piu violenti gli sdegni fra nobili e popolo. Di qui la suddivisione dei Guelfi di Pistoia in Bianchi e in Neri, e questi con propri capi ed insegne. Ma feroci e temibili tanto, che i capisetta bisogno incontanente bandirli a Firenze. I Bianchi, poiche furon vinti, cercarono aiuto cola presso dei Ghibellini, e vi trovaron parteggiatori nella famiglia dei Cerchi: i Neri unitisi a' Guelfi, in quella de' Donati.

Pero questa fazione de' Bianchi e de' Neri non e a credere, come da alcuni fu asserito, essere stata la favilla che suscito la fiamma delle discordie di Firenze. Bisognerebbe avere obbliato le vecchie ire personali di quei cittadini fin da quelle de' Bondelmonti e degli Amidei; la superbia dell'antica nobilta gia alle prese con la gente nuova: l'una capitanata da Corso Donati, l'altra da Giano della Bella; e di qui sino a quest'anno le rappresaglie, le uccisioni, gl'incendi; e per fine la spedizione violenta degli usciti contro la citta loro; spedizione che, sebbene fallita, pose il colmo alle divisioni. Esse eran gia all'estremo fra quelle mura, quando i fatti di Pistoia vi s'immischiarono. I quali, secondo che rilevasi da Dino Compagni e dal suo moderno illustre biografo e commentatore, Carlo Hillebrand, altro non furono che una suddivisione de' Guelfi, e un episodio di quella feroce epopea di sciagure italiane, che dopo dieci anni non si udi piu ricordare, perduto nei primitivi nomi di Ghibellini e di Guelfi. Terribile lezione pur sempre pei popoli bramosi di liberta, perche serbino concordia; se pongano mente che mali indicibili procacciassero allora le divisioni d'una sola famiglia!

Alla fazione de' Neri s'accostarono tutti i Guelfi aristocratici: a quella dei Bianchi i Guelfi popolari: quelli sostenitori delle pretese feudali; questi bramosi di conservare la loro liberta democratica. Parteggiavano co' Bianchi in Firenze gli uomini piu notevoli per nobilta di natali, per indole buona, per ingegno e sapienza. Un Guido Cavalcanti, gentile poeta; l'intemerato storico Dino Compagni; oltreche l'astrologo Cecco d'Ascoli, i verseggiatori Guittone d'Arezzo e Jacopone da Todi: lo storico Giachetto Malespini, il giureconsulto Donato Alberti, il legista Petracco; e in fine, a porre in fama la schiera, Dante Alighieri.

Stavano all'incontro pe' Neri molti de' popolani con a capo Corso Donati; i Frescobaldi, i Pazzi, i della Tosa. Questo rinnovarsi dell'antica lotta, benche per breve, ma piu violenta, non pero fece si che le sette, invocando i simboli di parte del papa o dell'imperatore, parteggiassero con loro e per loro. I nuovi nomi non furono che una parola d'ordine, cui rispondevano per ravvisarsi le famiglie nemiche. Si accostavano di preferenza a quella fazione d'onde speravano maggior beneficio, o temevano minor danno. Infine, per avervi man forte a schiacciar l'avverso partito escludendolo dagli onori e dai beni della repubblica per ottenerli essi stessi. E infatti, per l'assenza dall'Italia e per l'abbandono dell'imperatore, i Guelfi, non piu come un tempo popolari tutti, ma parte ora aristocratici, riuscirono in ultimo a prevalere. E cio perche aiutati da papa Bonifacio che da Roma potentemente li favoriva, tanto da mandare un venturiero di Francia a capitanarli, e a far quel gran male che poi diremo. E soprastarono anche per altra ragione. Perche gli Spini di Firenze che eran banchieri del papa e altri aderenti Neri, allora siccome sempre, nel temporale governo lo circuivano, e volentieri per loro utile lo secondavano. Si ebbe un bel chiedere a Bonifazio s'interponesse a concordia: quella sua indole violenta all'uffizio di paciere non s'affaceva gran fatto. Nondimeno invio a tal uopo a Firenze il cardinal d'Acquasparta. Inutilmente pero. I Bianchi avevan gia occupato il governo: e temendo che la corte di Roma abusasse de' poteri che dimandava per abbassarli, rifiutarono al cardinale di ridarsi in balia. Ed ei si parti e la citta interdisse.

Allora la signoria di Firenze opino di poter conciliare senza esterno intervento col porre a confine i caporali d'ambe le parti. Ma i Neri di subito con Corso Donati andarono al papa, e lo incitarono contro a' Bianchi, e, come gli chiamavano, contro a' _cani del popolo_ per abbassarli, e favorire la nobilta. Or come a Bonifazio premeva molto di abbassare Federigo usurpator di Sicilia, e di ripor questo regno in mano degli Angioini di Napoli da lui deferenti, invito a tal impresa Carlo di Valois, fratello di re Filippo di Francia, e con questa spedizione colse il destro ad un tempo di favorire i disegni de' Neri, inviando il francese, come gia l'altro Carlo d'Angio, in qualita di vicario in Toscana con cinquecento cavalli, e col titolo di paciere di Firenze. Sperava il papa con cio di recarsi in potere assoluto, e alle sue parti tutti quanti i Comuni. "Cosi (osserva uno storico illustre) nell'anno medesimo in cui a Roma si dava col giubileo general perdono a tutti i peccati degli uomini, si preparava ivi stesso una grande iniquita, che a Firenze e altrove fu cagione di lunghe sciagure."[1]

[1] _Vannucci_, _I primi tempi della liberta fiorentina_.

Mentre queste cose da siffatti protettori si macchinavano, e il _consiglio de' Posati_ a Pistoia aveva gia consegnata per amor di concordia la signoria per tre anni al Comune di Firenze, la fazione de' Bianchi fiorentini abusando della fiducia, non appena giunta in Pistoia, per afforzarvisi di prepotenza caccio la Nera, e ne disfece le case e le torri. In questo modo riformata la parte Bianca, poco stette che non fosse poi fatta segno alle tremende vendette de' Neri che tenevano il governo di Firenze e di Lucca, e secondavano le male arti de' fuorusciti. Che volesser costoro gia l'abbiam detto. Chiamar lo straniero a Firenze per lor private vendette, era massima iniquita. E lo straniero avido di potere e di danaro, venne e vi si fece tiranno. Scellerato paciere, che a nome del papa dava forza ai ribaldi di riempire di sangue e di desolazione tanto bella citta! Sotto il suo usurpato governo ogni sorta di nefandita fu commessa. Al principio dell'anno 1302, Carlo di Valois macchiato omai di molti delitti, se ne parti e ando a Roma per aver consiglio dal papa, e gli chiese danari. Bonifazio (come narra pure Dino Compagni) gli replico che mandatolo a Firenze, _lo aveva messo nella fonte dell'oro_. Risposta che bene spiegava la qualita delle sue intenzioni.

Dai fatti che seguitarono, apparisce secondo i cronisti e lo storico prelodato, che fin d'allora fu stabilito l'esilio dei Bianchi. Infatti il Valois torno a Firenze, e sapendo che ivi era _la fonte dell'oro_, sazio a quella le bramose sue voglie. Fece altre rapine; die sentenze di morte; pubblico i beni, e arse le case ad alcuni, che falsamente e con empio artificio furono accusati di aver cospirato per ucciderlo. Imprecato da tutti, delibero di partirsi; ma prima "nuovi tormenti e nuovi tormentati!" Per mezzo del suo vil potesta, procede alle condanne del bando, ed esilio oltre a seicento cittadini, i principali de' Bianchi, che sparsi per Toscana e fuori, fecero causa comune coi Ghibellini. Tra questi esuli fu anche il grande Alighieri. Citato a comparire per essere stato dei Bianchi, e per aver contrastato alla venuta dello straniero, non si presento, ed ebbe arse le case, confiscati i beni, e condanna di morte! Ma egli aveva il modo a vendicarsi solennemente delle scellerate condanne; e fra le miserie dell'esilio, senti crescersi la forza dell'animo per consacrare all'infamia i furibondi settari, e i suoi giudici iniqui.

CAPITOLO III.

FIORI E ARMI.

"Quando va fuori adorna, par che 'l mondo Sia tutto pien di spiriti d'Amore, Si che ogni gentil cor divien giocondo".

---- _Sonetto di_ Messer _Cino_.

"Ridendo, par che s'allegri ogni loco; Per via passando, angelico diporto, Nobil negli atti, ed umil ne' sembianti".

---- _Altro Sonetto di_ Messer _Cino_.

Da antico tempo costumava a Pistoia, come a Firenze, di festeggiarsi dal popolo nel primo giorno di maggio il ritorno di primavera. Cio si faceva sulle pubbliche vie e nelle case, con trionfi di fiori, con giuochi, con balli, e con sollazzi di varie guise. Dopo gli ultimi eccidi per le civili discordie, e dopo gli esili di tante famiglie, i tempi a dir vero in Pistoia per pubbliche feste non pareano opportuni. Nondimeno da circa tre anni che vi fu creato il consiglio de' Posati, e per la tutela che ebbe di quel governo il Comune di Firenze, vedendo i rettori restituita alquanto di quiete alla citta e al distretto, essi medesimi vollero in questo giorno ripristinare in modo straordinario pubblici rallegramenti, e far cosi obliare per qualche istante le passate sciagure. E il popolo, che agli spettacoli per propria indole si sente allettato; quello poi di si forti tempre, e vivace ad un tempo, che facilmente passava dalle danze agli assalti, ignaro al tutto della nuova sventura che al di fuori gli si apprestava, n'ebbe caro l'invito, e concorse desioso a prendervi parte.

Ed ecco che fino dall'alba i sacri bronzi suonavano a festa. Da quell'ora, del piu bel mattino d'un primo di maggio, la cattedrale riboccava di popolo, perche era solito che anche co' sacri riti si festeggiasse questo bel giorno. Li in quella piazza maggiore avresti veduto giungere ogni momento giovani donne, per lo piu dal contado, farsi largo fra 'l popolo con volti belli e giulivi, e con a braccio ed in capo gran canestri di rose, avvicinarsi alla chiesa, e alla porta di essa presentarle a un sacerdote che le benediva. Antico costume che in Pistoia, e in questo mese, tuttora si mantiene, e che forse si volle sostituire alle pagane feste floreali. Que' fiori si vendevano poi per le vie, a mazzi e a ghirlande come un li volesse. Le rose in tal giorno avevan pel popolo un che di mistico, di lieto augurio, di benedizione, tanto che non v'era alcuno che ricusasse di farne acquisto. Al cessare del suono a doppio di cattedrale, la campana della torre grande di sul palazzo del capitano continuava a gran tocchi: e al tempo stesso le trombe marziali, rispondendo per ciascuno de' quattro quartieri della citta, appellavano gli uomini d'arme alle insegne.

--Che e questo?--si dimandavano, imbattendosi per la via di S. Prospero, due vecchi cittadini.

--Calen di maggio, messeri: forse Dio! nol sapete?--replicava loro un altro sopravveniente.--Oh! alla fine mi s'apre il cuore: un po' di festa, un po' d'allegria!...

E un di quelli:

--Ma dove va' tu col capo? Oggi che han che fare i fiori con l'armi?

E porgendo l'orecchio:

--Sta'! sta'! non senti? Qui, non ti pare? si fa appello agli armigeri; il campanone suona a rintocchi.

Usciva allora dal suo palazzo li presso, tutto chiuso nell'armatura, messer Fredi de' Vergiolesi, che avendo udito quel dialogo:--Buoni popolani!--avvicinandosi disse loro--col buon di buona ventura gli e questa che vuo' contarvi. Sappiate che agli anziani del Comune giungeva da pochi giorni un messaggio del cardinal da Prato molto amico nostro, pel quale si pregava il Consiglio di non voler porre indugio a confermar nelle cariche di potesta e di capitano generale delle nostre genti il valoroso messer Tolosato degli Uberti. E questo atto solenne, in armi tutte le compagnie, si compira questa mane.

--Ah! ecco! cosi va bene! benissimo!--esclamarono i tre vecchi con la massima gioia.--Viva il nostro gran capitano!

Queste esclamazioni facevan soffermare intorno ad essi alcuni giovanetti loro parenti, che per caso passavano con altri amici! e:--Come, come--dissero incuriositi--rieletto proprio il dell'Uberti?

A' quali il piu vecchio poggiato ad un bastoncello, fendendo l'aria con una mano, con gravita rispondeva:

--Si, si. Eh figliuoli! Se non era lui! Prima col suo valore: e badate, ci vuole! poi con la nomea che si e conservato d'un'illustre famiglia: che, vedete, non ha mai mutato parte: ghibellino sempre! Lui, e lui proprio qui fra noi ci voleva, che non del paese: perche.... uhm! Dio ne guardi! Ma egli nobile, egli imparziale, mettesse ordine e pace; e temuto da' nostri vicini, ci desse anche con loro quel po' di riposo che da un anno e' si puo dir che godiamo.