Part 19
Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni piu alte e piu generali: vo' dire, non gia per opera d'individui, ma sibbene de' popoli. Che, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de' propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e cavalleresco, gli e vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di estendere fin nell'Oriente i loro commerci.
--E chi animo--soggiunse l'ambasciatore--chi protesse se non i papi, da Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?
--Si, si, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovo eco in animi gia disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando, ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello stesso concetto che a noi pure sembra oggi il piu accettabile. Nondimeno, dopo la morte di lui, si formo in Napoli un partito per porre l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale ne teocratico. Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono? Rammenterete che fu un Carlo di Angio chiamato dal papa, che mosse guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il cadavere di Manfredi su i confini del regno, e pasto alle fiere! Sul compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza inaudita? Quello stesso Carlo d'Angio, imbaldanzito per la corona di Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cerco fermamente di distornarvelo?
--Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolo terzo!
--Gli unici, si, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana, tenute da Carlo in vicaria dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli Orsini. Ma morto appena Niccolo, e succedutogli il francese Martino quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!
Or dite un poco, dopo tutto cio perche mai papa Bonifazio con un re francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re francese e da' suoi e fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh si! Venero anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benche noi giureconsulti civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici paterini) venero anch'io la suprema dignita della Chiesa, che vorrei santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio era pure italiano, e carita di patria e della Chiesa doveva consigliarlo altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la morte in breve ce lo rapi: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....
--Oh questo speriamo che non sara!--lo interruppe l'ambasciatore.
E Cino:
--Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e' si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro nella civil potesta, si rifugia presso di tale che gia gli scava la fossa! Dopo tutto cio, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia? A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa gran Roma! Essa e agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un lato la brama di liberta; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e sapra vendicarsi di Roma divenuta provincia!
--Ma che forse Clemente--soggiunse l'altro--anche di Francia non spediva legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perche si togliesse l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque fosser discordie?
--Troppo tardi, e pero indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo! Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co' nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il suo stato, se le sue citta dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E di piu, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste, messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato gli erranti, levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e chiesto alle citta partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a concordia: se essi, primi ad esempio, la potesta ecclesiastica avesser ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la civile; allora, oh! allora la parola e l'autorita loro sarebbe stata per ogni dove tanto piu efficace e potente, e Italia di gia avrebbe goduto una piu florida vita.
--E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo venir, si, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera pero: vo' dire, a lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le imposte, col terrore e le stragi!
Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle proprie ambizioni e agli odi di parte! E ormai tempo che i veri amatori della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra' suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa, troppa individualita e fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi predomina! Meglio sara raccogliere i freni di popoli si sbrigliati nella man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto non puo aversi) purche virtuoso, autorevole, e di braccio potente.
--E sperate con questo?....
--Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di partito....
--Oh si!--interruppe l'altro.--Voi dite di far parte da voi medesimi, ma intanto siete coi Ghibellini!
--Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento piu Bianco che Nero. Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi Ghibellini e un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la nazione; e il principio dell'autorita imperiale contro la curiale a utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii si civili che religiosi. Pero, forti del nostro proposito, con questo modo avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, e di raccogliere le membra sparte della nazione. Con cio s'intende che, mantenuta intatta la sede e l'autorita del pontefice, la potesta spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari all'altezza e alla difficolta dell'impresa, scenda in Italia e vada a Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di cola solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorita delle leggi e la potenza dell'armi, potra riconquistare alla patria l'antica gloria e l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia con sapienza, amore e virtu; e che ciascun municipio, convenendo in quel solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero reggimento[6] .
[6] Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perche ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.
Se l'imperatore, ne Guelfo ne Ghibellino, fatto tacere intorno a se ogni spirito di fazione, stara solo per la giustizia, in breve ne vedremo mirabili effetti. Un imperatore e re de' Romani che viene con lealta salvatore e riordinatore d'Italia, non l'avremo per certo come straniero. Se poi i popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno questa salute, e il nostro concetto sara disperso; se di gente libera e di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci in discordia e in servitu, forte ce ne dorra, ma non sara nostra colpa.
Forse in un tempo assai lontano da questo, dopoche l'Italia per guerre fratricide sara fatta deserta, e i suoi popoli, chi prima chi poi, cadranno in preda di piu fieri tiranni: dopoche nuovamente saran dilaniati per guerre di conquiste principesche, o per altre terribili di religione: quando perfino le piu libere idee a prezzo di molto sangue avranno sconvolto i troni piu antichi, e su quelle rovine risorto che sia il sole di liberta, e rinnovatosi il giure europeo, i piu degli Stati, con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civilta; allora forse questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in secolo e propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che per incredibili eventi non si veda compiuto; e Italia, solo allora risorta e con un suo proprio principe, ritorni unita, forte e gloriosa!
Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole poneva fine al suo dire, annunziavasi nella sala il ritorno del capitano. Allora il Sinibuldi si congedo: e l'ambasciatore trovatosi in presenza del Vergiolesi, liberamente gli espose la sua missione.
--Io non so--freddamente e con sarcasmo risposegli il capitano--con qual vero nome appellare questo benigno atto pontificio, e questa nobile ambasceria che il vostro legato vi commetteva! Impormi di rendere questa rocca al vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e perche questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella ai decreti d'un papa, che, pregato mediatore per la giustizia, autorizza invece una minacciata conquista: ne tanto meno si cedono alle folli pretese d'un cardinale, quando Filippo Vergiolesi ne fu solennemente investito, e n'e legittimo possessore!
Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale Arnaldo di Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per violenza il vorra, venga con le sue genti, ch'io con le mie, dalle mie torri e da' miei balzi l'attendo!
Cio detto, comando che l'ambasciatore e sue genti fossero serviti di vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie fossero accomiatati.
CAPITOLO XVIII.
L'ADDIO.
"Onde ne vieni, Amor, cosi soave Con il tuo spirto dolce, che conforta L'anima mia, ched'e quasi che morta, Tanto l'e stata la partenza grave?"
---- Messer _Cino_, _Sonetto_.
Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli Stati d'Italia piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio evo che l'effetto di un assoluto municipalismo che, insieme al concetto cosmopolita, tuttor dominante, dell'impero romano, non faceva lor concepire neppur l'idea di nazione fosse pur federata, non che quella della sua unita. Forse questa partizione e varieta di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle arti, delle industrie e dei commerci, era un preparamento necessario, una condizione indispensabile perche l'Italia, solo dopo tante prove di gloria e di sventura, apprendesse il suo meglio nella concordia, e riuscisse sicura a proclamarsi di nuovo la piu nobile delle nazioni. Ma frattanto si vede che pochissimi spiriti de' piu eletti formarono allora si generoso pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riusci impotente o non intesa sopra popoli non disposti.
E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza che passa fra la liberta che in Italia alla perfine godiamo, e quella del medio evo. Gli uomini d'allora non conobbero che l'idea dell'umanita, come gli antichi quella sol dello Stato. Credettero all'unita del genere umano, all'unita religiosa, a quella del linguaggio, non mai pero all'unita di nazione. Tant'e vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse, retto a Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno dall'altro; e al piu al piu, secondo la parte presa, starsi in protezione o del papa o dell'imperatore, o sotto il mal governo d'un tirannello dipendente da un di loro. L'idea di nazione neppur la lega lombarda si puo dir che l'avesse incarnata. A chi ben guardi non e che movesse guerra per l'indipendenza d'Italia, ma per sola difesa delle liberta municipali. Liberta, non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura d'una sola citta, o ai confini del proprio Comune. Il popolo non bramava che quella che favoriva l'industrie, che frenava le angherie de' magnati, e pel commercio con l'estero ne accresceva la floridezza. Vi volevano uomini di gran genio e che non parvero di que' tempi, per vedere che importava cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico per raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non pero tale per la condizione de' tempi da potersi temperare, siccome adesso, per una libera costituzione. Ma come conseguir questo fine con elementi di tal natura? Non erano esse le due grandi potenze invocate, egualmente dispotiche e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E come con l'idea della universal monarchia si sarebbe potuto restaurare a Roma, gia da secoli sede del papa, il vecchio trono de' Cesari, e l'impero latino, non divenuto omai che un vanto e una tradizione? Come distruggere in Italia a un tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le leggi di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di principato la governavano?
Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser gran fede, e si dessero a promovere la difficile impresa! La quale se da prospero esito non fu coronata, ad essi pero l'onore e la gloria di avere ad ogni modo iniziato il generoso concetto dell'unita nazionale. E soprattutti al divino Alighieri! Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra l'impero e la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra gl'italiani, elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il principio del patrio risorgimento e della civilta universale. Ammaestrato dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di citta in citta, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l triste spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le due autorita, politica e religiosa, in aperta lotta fra loro: nella sua alta mente immagino e comprese che l'Italia, partita in tanti piccoli Stati, con reggimenti incerti e poteri effimeri, fra tante agitazioni e discordie, non avrebbe potuto trovar posa che nell'attuazione della unita di reggimento, non che di una riforma politica, e della disciplina ecclesiastica. L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del nome di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti della _Divina Commedia_, il trattato della _Monarchia_, e le sue esortazioni ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli amici piu intimi che volle a parte della grand'opra, fra i quali vediamo de' primi messer Cino de' Sinibuldi.
Che se, com'e detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri non corrisposero, ne poterono, anche di per se, esser valevoli ad attuare almeno il pensiero magnanimo della nazionale unita: esso pero da quel tempo nella mente d'alcun grande italiano pur talvolta risurse. E noi il travedemmo ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del Machiavello. Dappoi con le straniere dominazioni una notte di secoli si distese sul bel cielo d'Italia, ne un solo astro benigno, pur quello della speranza ultimo a estinguersi, piu vi brillo! Ma le dure catene che l'avvinsero d'ogni parte, pur quando modernamente ogni Stato d'Europa costituivasi a liberta, stancarono i popoli, e li riscossero. E giurarono in cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero reggimento che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di dover meritare. Il voto dell'Alighieri con piu attuabili modi raccolto in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso, comincio ad esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le patrie rivoluzioni e battaglie del secolo decimonono ne affrettarono gli eventi: e per tal guisa quel voto rimase e fu tramandato come unico principio e divinazione del mirabile nostro rinnovamento.
E ben fu che a si gran cittadino Firenze sua festeggiasse nel secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel memore giorno in cui l'Alighieri comincio la sua vita, sacra all'arte e alla patria, al dolore e alla verita, gli erigesse una statua sulla piazza del tempio dell'itale glorie! E cola in quel giorno fu bello a vedere, compresi di gratitudine al divinatore delle italiche sorti, come a solennita nazionale, e ad inaugurare in suo nome la nuova civilta, raccogliersi tutti i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo sciogliere il voto alla tanto sospirata unita e liberta della patria; che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza dello straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato di conseguire!
Abbiamo gia detto come l'unita dell'Italia fosse intesa e bramata da pochi, e sol tra' piu nobili Ghibellini d'allora; e come la dimora di messer Cino alla Sambuca non dovesse essere che una stazione per condurlo fra loro nelle terre lombarde a discutere il modo piu atto, con l'arrivo dell'imperatore, a compir la grand'opra. Se a quel castello messer Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna del suo cuore! Colei, che da lungo tempo non avea riveduto e che sapeva si scaduta ed afflitta! E a veder come, dal momento del giunger suo la salute di quella gentile ogni di piu rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i propositi e gl'impegni che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse una dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu tanto aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento, dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben puo argomentarsi da che contrari affetti fosse combattuto quel cuore! Chi infatti non avrebbe voluto restarsi a convivere fra amica gente non solo, ma insieme all'amata donna; quando essa a lui ogni di porgeva certezza, che quella sua salute si debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste forze vitali si sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?
Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore e l'addio, ma bisognava pur proferirla!
Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!--Il cavallo di gia sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra un piccol ripiano dinanzi al castello, condottovi a mano dal suo fido valletto, insieme ad un altro del Vergiolesi che doveva servirgli di scorta. In basso poi avrebbe trovato altri uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero accompagnato a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era gia inteso con gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi nel suo pensiero politico: solo dolente di doverli lasciare in lotta coi Bolognesi pel posseduto castello. Frattanto non gli dava il cuore di doversi distaccare dalla sua Selvaggia. E quante ragioni non ve l'avrebber trattenuto! Ma un sacro dovere, l'amor della patria, era in lui si potente, che gli faceva, in parte, sacrificare un affetto si caro.
--Voi sapete--mestamente ei le disse--dove l'onore mi chiama! I miei amici, e massime Dante mio, con calde parole mi vi scongiura e mi esorta. Non per questo vi potra esser mai un istante ch'io dimentichi la mia dolce Selvaggia! Verra con me impressa nel cuore la vostra immagine sempre! Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un suo ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai che da lunge di tanto bene in qualche modo non ne fossero privi. Le vostre lettere poi mi solleveranno da tanto dolore. Voi riceverete le mie. E quando la mia missione sara compiuta, dalla quale mi auguro fra gli altri beni il vostro ritorno in citta, affrettero il momento di ricondurmi agli amici, ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor mio e del mio pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore vorrei pregarvi. E qui (e le porgeva un involto di carte scritte di sua mano) egli e qui che ho raccolto tutti que' versi che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete che restino in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno a pieta, e forse da voi di qualche stilla di pianto saranno bagnate!
--Oh! si! messer Cino, si--rispondeva ella con passione accettando quelle carte, e stringendole al seno.--Ecco tutto quello che mi restera di voi!
E gia calde lacrime le cadevano per le guance.--Ma io sapro farmi forza. Voi partite per una nobil missione. Al vostro ingegno si schiude il cammin della gloria; e io...! Oh! io non faro che voti i piu ardenti perche vi sia dato di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che solitudine, in che sconforto io mi resti quassu! Oh! perche il padre e il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo? Non era egli un dovere che si spettava a ciascuno di nostra parte? E allora cola nelle terre lombarde, non disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato compenso non avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo povero cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa di redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze e i timori: ed io delle prime avere il vanto di giubilare ad ogni ostacolo che mi svelaste d'aver superato! E la, se anco i giorni del viver mio avesser dovuto abbreviarsi.....
--Selvaggia!--ei la interruppe--ve ne scongiuro, non piu! Non vogliate con questi detti crescere a dismisura l'acerba pena che provo per si necessaria partenza! Di nuovo io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi ora.... pur troppo!.... ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce memoria mi fara piu lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da superare: e presto, si, presto n'ho fede, la buona fortuna consolera voi generosa, e degna di miglior sorte!
--I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che omai per me infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo il peso delle sciagure s'e aggravato sopra il mio capo! Ma questa.... oh! questa vi pone il colmo! E gia un fatale presentimento che.... forse mai piu....