Selvaggia de' Vergiolesi

Part 18

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Certo e che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa sua etimologia significa _macchina guerresca_) poteva dire di aver la chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali. Perocche fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta, l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo era il sentiero piu frequentato per passar dalla Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovo il diritto per se e pel suo Comune, e ne investi un suo parente col titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato cosi questo castello con altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non e meraviglia se il capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava, oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue sale, in quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte inferiore una iscrizione latina che diceva cosi: "Guidaloste Vergiolesi nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi ando Legato pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi mori nel 1283 lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura." A quella vista il fiero vegliardo provo un'interna compiacenza, che per tante cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del castello, si senti rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo ripetere da costui il libero possesso di uno de' piu validi castelli della Toscana. Che ad essi pero spettava il debito di ben munirlo e di guardarlo da qualunque aggressione.

Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di gia lo narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi piu mite diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualita di giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquita, e che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la legge, risolse d'abbandonare l'infelice citta. Ma frattanto ne era dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come giudice delle cause civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse prender cammino: a Dante, e si condoleva "d'esser dalla patria per grave esiglio fatto pellegrino": infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli che al solo pensare come la sua valle natia fosse distrutta, si sentiva il pianto sul ciglio: ma pero di partire non poteva piu a meno, e con questi versi glie ne dicea la cagione:

Lasciai la patria e gli onorati scanni, Ed io m'ho preso volontario esiglio, Da che qui la virtu par si condanni.

Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendoche non potesse venire a patti ne col proprio ufficio, ne per egual modo co' suoi oppressori. Non v'era piu allettato da legami di parentela, dopoche alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe piu poi potuto ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e cosi con Selvaggia.

Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto piu caro dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora, rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti piu sacri, era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza, era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohime! era stato trapiantato fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso, cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, cosi si scusava:

Duolmi che verso il Po spingemi un vento, E non la dove siete.

Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e primamente a Milano, a quella nobile e potente citta italiana dov'era l'accolta de' Ghibellini, per mandare ad effetto il generoso divisamento, che gia l'Alighieri gli aveva esternato. Intanto pero avrebbe sodisfatto al suo cuore; perche, presa da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a visitare alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodi gli scrivevano, e gli si mostravano bramosi di rivederlo.

Era gia scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva preso dimora. Il padre e il fratello, concordi col capitan de Reali che molto stimavano, eran sempre all'aperto su pe' monti a cavallo: qua a fortificar qualche sbocco, e a visitare i prossimi confini col Bolognese, per tenere in rispetto le genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: la a dar ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate da bande di fieri assassini. Secondati a dovere dai militi subalterni, questa vita era proprio per loro. Ma la povera Selvaggia qual conforto potea ritrovarvi? Le sue cugine che l'avevano accompagnata fino a Piteccio, dopo breve dimora si eran ritirate col padre in una loro campagna. Lauretta, divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi s'era trattenuta per qualche tempo: non quanto pero avrebbe voluto, per una grave malattia sopraggiunta a suo padre, che la richiamo a Vergiole. E il solo riflettere che quella gentile aveva dovuto passar sola nel romito Castel di Sambuca tutto un inverno!....

Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava dinanzi, e non altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne, strette in tal modo, che alle falde non davano adito che al passaggio di un fiume, e solo a settentrione aperte un po' piu, era questo tutto il suo orizzonte! Quando poi accadeva che la neve ghiacciasse, allora si che dovunque era solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore! Interrotto allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in altre stagioni, si sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via lassu, il certo pericolo di scivolare e cader giu nel burrone, ed esser sepolti fra le volute di neve che si staccasser dall'alto, meno estremi casi, da Pavana o da altri paesetti d'in basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno nemmeno v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era arrestato dal gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il cantar degli uccelli, il suono di qualche zampogna, o la prolungata cantilena de' rispetti che si alternavano da un poggio all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le giungeva alle orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de' militi, o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi per le maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi erano spariti da que' dintorni, perche quando e tempo di neve volano al basso per cercar d'alimento. Aggiungi un castello, per quanto ampio, tutto pero per milizie, e non punto provvisto d'alcuno degli agi della citta, tanto meno di quanto occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al bisogno la sua debol salute; e da cio s'argomenti che nuove annegazioni materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili dello spirito!

Pensiamo ora qual sollievo pote sentire quel cuore, e di qual gioia inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era gia piu oltre del mezzo di primavera; ma per Selvaggia fu proprio quello il suo primo e il suo piu bel giorno! Quella valle tanto gelida e scura, da quell'istante le si fece un incanto. Quel cielo non le parve mai si sereno: i prati nel loro bel verde le sembraron fioriti come giardini!

L'e rivenuto il fior di primavera, L'e ritornata la verdura al prato. L'e ritornato chi prima non c'era, E ritornato lo mio innamorato! L'e ritornata la pianta col frutto; Quando c'e 'l vostro cuore, il mio c'e tutto. L'e ritornato il frutto con la rosa; Quando c'e il vostro core, il mio riposa.

Questo canto che aveva gia incominciato a sentir risuonar per le selve da una povera pastorella cui era tornato di maremma il suo damo, pareva proprio intonato per lei. Era l'inno d'amore, l'inno del cor suo.

E Cino?.... A riveder finalmente la sua "giovine bella, luce del suo cuore," non ebbe contento che a questo potesse agguagliare! I Vergiolesi per fine, tutti lieti di sua venuta, l'accolsero come uno dei piu intimi amici, come un di lor parte, e si onorarono d'averlo fra loro.

CAPITOLO XVII.

L'AMBASCERIA.

A che, Roma superba, tante leggi Di senator, di plebe, e degli scritti Di prudenti, di placiti e di editti, Se 'l mondo come pria piu non correggi?

Leggi, miser' a te! misera, leggi Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti, Che ti fer gia mill'Affriche ed Egitti Reggere; ed or sei retta e nulla reggi!

---- Messer _Cino_, _Sonetto_.

Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodi minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito; del piu forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocche e' comandasse che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato altre volte, trattandosi di possesso gia feudo dell'episcopio, per viepiu impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come senti che il mandato non v'era, comando che lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Invio subitamente al castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.

Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi poco piu che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due parti tutta Bologna. Questa citta appellata per antonomasia la _dotta_; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Universita, la piu illustre d'Italia, non pote sottrarsi alle feroci ire delle fazioni.

Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e preso poi da smodata ambizione, lascio a tempo la propria parte e s'acconcio coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal del medesimo, in qualita di ambasciatore di Santa Chiesa. E gia costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua missione.

Quello spazio di cammino che v'e da Bologna ai dintorni della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in poco piu di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella una via che, per quanto la piu frequentata per passar l'Appennino e venire in Toscana, traversata pero da fiumane senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; diviso l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo di fino al paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna, alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di Porretta, rinomata anche allora, e gia da cento anni, per le sue acque termali. Spero poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.

Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per la quale ando si famoso. Perche e da sapere che fu cola dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visito il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo quell'isola piu non esiste. Cosi potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che vi furono ordite!

Era circa il mezzo del di che l'ambasciatore con la sua gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio s'ingegno di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presento messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna, subito si riconobbero: e benche adesso di contrario partito, si assisero insieme: e com'e costume fra civil gente, con animo il piu pacato (lo che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era piu difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea presa.

--E voi dunque--prese a dire messer Cino--venite qual ambasciatore di parte guelfa?

--Si, messer Cino; e la parte cui pel meglio della mia Bologna credei d'accostarmi.

--Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.

--Voi dunque sperate nell'imperatore?

--Spero--soggiunse Cino--in un braccio potente, che ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!

E l'altro allora:

--Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civilta; e che fino _ab antiquo_ si pose sempre come scudo fra noi italiani e i barbari?

--Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone, come ora saremmo astretti: quando e omai noto che papa Clemente d'Italia non e, e neppur vuol saperne, stabilitosi gia in Avignone. Del rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adopro a salvare il popolo e la civilta latina dall'oppressione straniera e dalla barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoiche la Chiesa si obbligo di per se, e quasi direi s'infeudo all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per isventura essendo stata l'Italia, ne resto scissa in piccoli Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.

Cui l'ambasciatore:

--E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della civilta e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano[3] che presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolo e d'un Alessandro, inizio le riforme, e afforzo il sacerdozio, prossimo a lottar con l'impero?

[3] Di Sovana nella maremma senese.

--Dimenticarlo! no certo.

--Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato ecclesiastico....

--Sia pure, benche tardi, e fosse opera che non poi rispondesse alle sue intenzioni.

--L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.

--E ben fece.

--L'indipendenza assoluta dell'autorita ecclesiastica....

--Ch'io pur vorrei.

--Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture, e dal volerla quasi feudo imperiale.

--Oh si! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma badate, che di pretese anche dall'altra parte non fu penuria!

--L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare e giudicare l'imperatore?

--E qui sta il male!

--Ma, e non fu un dare un piu stabile fondamento alla Chiesa quest'autorita su i regnanti, al pari del poter temporale offertole da Costantino, e accresciuto dalle donazioni di Pipino, di Carlomagno, e della contessa Matilde?

--Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe' suoi effetti, de' mali fu il pessimo[4] !

[4] La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora fu avuta per certa generalmente, e la crede lo stesso Alighieri:

"Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, Non la tua conversion, ma quella dote Che da te prese il primo ricco patre!"

---- _Dante_, _Inferno_, C. XIX.

--Terrete dunque per niente--soggiunse l'ambasciatore--l'aver preparato la grand'epoca delle Crociate; il potere imperiale abbattuto in Italia; e alla perfine l'aver dato origine alla formazione dei Comuni?

--Chi sa? Altri forse e in altro modo.....

--No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi sapete come la potenza del male fra la chieresia e il laicato aveva preso baldanza, e diro cosi, riparavasi dagli anatemi con la porpora imperiale di Arrigo. Bisognava confondere i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla Chiesa, e punirlo.

--Ma e allora la potesta laicale?

--Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi impossibil missione era questa, gli e vero, o almeno piu che umana; e, crediatelo, da non potersi compire che per opera del sacerdozio cristiano di cui era capo il successore di Pietro, quel potente Gregorio! Ed ei la compi, e la civil societa fu salva, e pacificata la Chiesa.

--Non saro io--rispose messer Cino--che disconosca il genio di quel grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose opero a pro della Chiesa, regina allora delle coscienze, e tutrice di liberta e de' principi morali dei popoli. So che una dittatura papale nelle eta barbare, non solo fu scusabile, ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e salvare i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era appunto su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione d'Arrigo, per quanto molto colpevole, e l'eccessivo rigore nel perdonarlo; fu un dar sospetto che quei mezzi, sebbene in lui pel fine primario di fare indipendente la Chiesa, non fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno. E quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno, quello di avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedelta; se in Gregorio no veramente, pe' suoi successori divennero esempi pericolosi, e ampia sorgente di scandali e di turbamenti fra le nazioni[5] .

[5] _Denina_, _Rivoluzione d'Italia_.

E a lui l'ambasciatore:

--Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi come la potenza imperiale in Italia papa Gregorio fosse riuscito a prostrarla talmente, che non mai piu ad assoluta com'allora si rialzo.

E l'altro:

--Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio. Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a cio che il pontefice avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalche pero mi si conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non mai s'immischio di cose temporali: perche le proprieta possedute dalla Chiesa a suo tempo, non e a dire che gli costituissero un principato. E' gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenzio per Ezzechiello, se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: "Ei non avranno eredita: loro eredita sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele, perche la loro porzione sono io."

--Ma credete voi, messer Cino--soggiunse l'altro--che a papa Clemente, benche francese, non stia a cuore l'Italia?

--Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la ragione gli e in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti dell'umanita tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco d'amore per l'Italia abbandonata agli strazi dei barbari! Non oppresso dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi figliuoli. E perche non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse cio per farvelo attendere piu spedito e sicuro, e la sua libera voce pote essere piu ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene al civile stato e alla Chiesa!