Selvaggia de' Vergiolesi

Part 17

Chapter 173,983 wordsPublic domain

--Questo gia m'era noto. Ma!--sopr'a pensiero soggiunse--pure a quest'ora doveva giungere un messo.--E ancora si fecero poche altre parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei dischiusele in fretta e percorsele appena....--Oh! ecco; udiamo, udiamo! E il potesta che mi scrive. E si!... mi parla del cardinale: quel ch'io voleva!--leggiamo.--

"Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove disfecero molte fortezze degli Ubertini. Al piano non discesero perche i passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era si forte di gente da sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E si che i Ghibellini tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece inaspettatamente li congedo! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La porpora cardinalizia non gli basto, questa volta, a cacciargli da dosso il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono. Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in Francia! Voi vedete con cio una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore."

E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:

--E io per questo confido in voi, ser capitano! O avro subito uomini e armi, o protestando lascero l'impresa, e a voi di riferirne il perche!

--A me?--maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.--Ma io faro ogni possibile!.... e da me certo non dipendera se la Signoria non vedra presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto, vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.--E l'altro:

--Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!

Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino, allora potesta di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di Pistoia: perche il suo territorio a ponente con la montagna era toccato ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un si lungo assedio come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco occupato, egli e certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini audacissimi, e volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino alla citta, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor s'opponessero.

La rappresaglia ogni giorno si facea piu feroce. Compromesso ora il Carratella anche per la lettera del potesta di Firenze, spedi in breve con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender pero un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono, come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicche era un molestarli continuo, e un impedire che salisser piu sopra. Non dissimulavan pero che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Piu rischioso e difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo pero rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che avrebbero avuto l'altro grandioso e piu valido della Sambuca: che lassu importava di ripararsi, e lassu senza tema avrebber potuto sfidare il piu terribil nemico. Confermato ogni di piu in questa idea, ne tenne proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva a tal fine che scegliere il tempo opportuno.

Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le storie. Una fitta pioggia del di antecedente aveva prodotto alla montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una nebbia foltissima, che gia si estendeva su pe' fianchi delle prossime valli. Convenner tutti che la notte veniente sarebbe stata la piu opportuna per lasciare il castello.

Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mando agli steccati nel sen della valle, laggiu ai posti avanzati dov'eran le guardie degli assedianti, un drappello de' piu animosi, ingiungendo loro si assicurassero delle scolte nemiche perche non avessero a inoltrarsi e a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi, distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora gia avvinazzati, profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.

L'uscir dal castello era il primo passo, e com'e solito, il piu difficile e il piu periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non c'era da scegliere. Poco piu sopra passava una via mulattiera che portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' piu pratici di percorrerla senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti che si perdevano in profondi burroni. Era stretta piu anche delle ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva, dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il quale, le richiudevano.

I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisogno che fra quelle tenebre e quel nebbione andasser quasi con le mani e co' piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva; finche aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero. Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine, se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire. Cosi, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il piu piccol rumore, gli ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato finalmente il giogo della Castellina e giunti ai cosi detti Lagoni dove sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di difficile faticoso viaggio, eran gia pervenuti sul primo crinale dell'Appennino.

Dal lato di mezzodi non v'era piu omai da temere; pero, prima di scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.

Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli, non gia per se e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il piu animoso lo gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi nemici gli baleno per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a se con un esercito di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con altri intenti) ma piu disperati e agguerriti. Gli sembro di vederli nuovamente lassu, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma, come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e soverchiato dal numero piu che dal valore, gli parve proprio di vederlo lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e combattendo perire! Cosi al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo, tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di disdegno invidio la fine di quel gran partigiano, del quale con pari coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con nemici piu degni di lui.

Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che gia innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a pie della valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo spirito si ravvivo. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comando d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar la discesa.

Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito e salito fra selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di giunger sopra un'altura. Par che lassu, a quell'aria fina, e per lo piu ventilata, il respiro si faccia piu libero. Con gli occhi poi, se e giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta si, ma grave ed immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una voce vivente, ne campani o belati di greggi. Quella gran caravana gia sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza piu sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodi, prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri della loro citta, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie anco quando e tranquillo. Il cielo era plumbeo, ne dava pur pure speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un chiarore si fosco come quando e foriero d'un temporale. Nondimeno nissun vento il piu lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra tante vicende qualche poco li conforto. Sicche, gia fatto giorno e per vie migliori, o piuttosto piu rischiarate, di piu buon animo cominciarono la discesa.

A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommita d'un'alta torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti che qua e la si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui, fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, dono alcuni beni. E colassu abitarono in prima i Benedettini; poi, sino al fine del secolo _XIV_, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicche a questo Spedaletto, appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal 1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che sempre si chiama lo Spedaletto.

Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran fuochi nelle prossime case, e nei prati li presso al fiume; chi a riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo quante cure si diedero i suoi perche potesse riaversi dal rigore della stagione e dalla stanchezza, perche non e a dire se avesse sofferto! Il suo estremo pallore gia abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi, gravi a un guerriero, tanto piu poi a una donna qual ella era di complessione si delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare. Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, si premuroso per lei, che ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino. Tutti i militi indistintamente avevan gia con premura chiesto nuove della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicche per quelli animi fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo poi pel padre suo! Rassicurato cosi il Vergiolesi della cosa che or piu gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore, ordino si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno giorno.

La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia, tocca Porretta, ed e quasi piana fino a Bologna; prima lungo la Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giu in basso per riprendere una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al ponte a Taviano, risalire infine e giu di nuovo calare fino a Pavana e fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!

Oltre a questa strada si faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che comincio a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisogno affrettare il passo, per arrivare piu presto a quello stabile asilo di che andavano in traccia: il quale benche in luogo si alpestre, era da tutti bramato come un gran benefizio. E gia eran giunti in un largo della valle da dove, benche l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva, poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo. Questo era il _brucello_. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome di _calaverna_ e di _vetriore_ che spesso in inverno si rinnova su questi monti a danno degli alberi e in specialita dei castagni. Se avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba, cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante. Il perche se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio, (e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente spettacolo) allora le piante rese piu fragili dal nuovo peso, ma piu poi perche l'acqua avendo penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta pero di volume: ne avviene che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicche i rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un troncarsi e cader di rami de' castagni, da' piu minuti a' piu grossi: e talora e un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giu per le chine delle vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!

Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle, rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e quegli alberi come di vetro, e si puo dire questa selva incantata! Misericordia! gridavano i piu; e torcevano il guardo, facendosi per paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelo che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.

Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisogno sgombrare frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo, dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte la traversavano. Non si pero che i piedi ai cavalli non scivolassero; tantoche sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolo giu per un balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di qualche rischio. Gli arcieri piu destri condotti da una guida eran gia arrivati alla prima torretta, posta sulla porta del piu basso muraglione del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de' Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin sull'alto della rocca. Di lassu, come a segno del preso possesso, ordino che si desse fiato alle trombe.

All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi reco sorpresa, non e a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de' militi che ancor salivano! Fu di lassu che con questo mezzo il capitano pote dir loro:--Il possesso e gia preso!--E fu di lassu che a un cielo gia chiaro ei pote anche osservare quante difficolta dovesser vincere quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in luogo si ampio e si forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri, dimentichi gia de' trascorsi disagi.

Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che alle falde e bagnata dal fiumicello Limentra, e quasi che nuda, aspra, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli di monte. Solo qua e la fra que' massi di sotto al castello si vede spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che venendo da mezzodi, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman sorpreso a mirarlo si alto; sicche con quell'aggregato di case che par tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si puo dire la traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del monte cui s'appoggia il castello, la cosi detta _torraccia_; e un'altra al di la della valle a levante, sul monte detto _alla tosa_; nome ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina, s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva capo giu a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.