Part 15
1o Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;
2o Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi a' loro paesi;
3o Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;
4o Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i loro bandi, possan tornar sicuri;
5o Che il potesta di Pistoia con lire tremila, e il capitano con lire duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando primo potesta messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e capitano ser Lippo Carratella da Lucca; e' cosi dai detti Comuni si tragga la guardia da tenersi in Pistoia e suo dominio da oggi a tre anni;
6o Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti di parte Nera e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potesta e dal capitano: serbando pero agli anziani e al gonfaloniere tutto quel governo che avevano sulla citta e sulle compagnie del popolo;
7o Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino di presente tremila fiorini;
8o E perche circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia investi i parenti suoi di molti feudi spettanti alla mensa vescovile, fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca, fu deliberato che, "ai Bianchi e Ghibellini si lasci il castello di Piteccio e quello della Sambuca, che, come di lor pertinenza, uscendo subitamente dalla citta se ne possano prevalere."
Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse, finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini le porte della citta di Pistoia, intorno alla quale erano stati a campo e in assedio dieci mesi e diciannove giorni! Vi entrarono trionfanti il capitano de' Fiorentini e quel de' Lucchesi con molte di lor milizie e con buona quantita di vettovaglie. Per lo che, narran le storie, che di que' miseri cittadini vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre il dovere, mori! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato milizie straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire che i pochi resisterono a tante migliaia e per tanto tempo! Quanto amore della terra natale dovette infiammare quei petti, che impavidi e quasi fuor di speranza sfidaron la morte!
Per cotal modo ebbe fine si crudel guerra fra gente d'una stessa lingua, e d'una patria comune! In questo sciagurato battagliarsi d'un gran popolo fra di se, come gia a Campaldino e poco appresso a Montecatini, e a dir breve, nel medio evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque, quante inutili stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non profittato, e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a Sicilia ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune da' suoi maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse speso per cacciar lo straniero, forse da qualche secolo l'Italia sarebbe stata una, libera e indipendente!
CAPITOLO XIV.
L'ESILIO.
"Tu lascerai ogni cosa diletta Piu caramente; e questo e quello strale Che l'arco dell'esilio pria saetta."
---- _Dante_, _Paradiso_, Canto XVII.
"Quanto bella e utile citta e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di cosi ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perche tal citta fu quasi morta." Cosi Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la trista sorte di Pistoia. Ma ne qui si doveva arrestare il compianto.
Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della citta. Erano i banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e piu altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non si trattava gia di soldati di ventura, ne di gente d'altro paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i piu cittadini d'una medesima terra, della quale per cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro se in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile! Dopo un assedio si ostinato, quando chi per ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno de' loro aiuti!
Se n'uscivano pero gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli; tutti, mesti si, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri. Perche Dolcetto presa dimora in Verona, dove il suo ricco censo gli consenti di comprarvi un palazzo, disposo cola la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.
Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' piu aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso la sua Selvaggia.
A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel piu grave cordoglio. La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perche per ordine quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla citta, ma a vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!
Cio commoveva anche piu i cittadini che rimanevano. E nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco piu oltre del limite stato permesso, quello cioe della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltraccio dovevan rimanere in balia degli avversari! Per quel tratto poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa piu caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco la fatti segno alle offese di nemici implacati!
Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza utile evento, e di paci non durature! A noi pero, che qui e avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.
La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potra mai cancellare! Chi e omai che non sappia che essa racchiude le tombe delle due piu grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra questo Appennino!!
All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, la Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!
Ma indarno di questo antico castello cercheresti piu le sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte piu popolare, che vi sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta di scorger piu dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo nome avrebbe un eco in quest'eta si lontana e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava ad avere un'umile pubblicita.
Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che corrono d'imprese artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare ne' suoi dintorni i viadotti maravigliosi di questa strada, i quali con romano ardimento s'innalzan giganti, sovrapposti archi sovr'archi, e abbracciano e collegano diverse sue valli. Questa via appennina che, da Bologna a Pistoia, in uno spazio di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le montagne, e congiunge si brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla pianura del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo; tale, che le antiche eta avrebbero creduto opra d'incanti. Vo' dire allorche sulla via ferrata le macchine a vapore (questi strumenti di fusione e di diffusione; di guerra e di pace; di piu pronta coesione materiale e morale della nazione, fra se e fra le altre vicine; in una parola, questi forieri di civilta) nello avanzarsi e seco traendo treni di tante carrozze per entro a que' fori; nello insieme t'appariscono da lungi non altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato dalle viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville, serpeggi intorno a' suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri ed esca di nuovo; finche non giunga a distendersi tutto quanto sull'agevole pianura. E d'altro lato il viaggiatore che da Bologna ne ha percorsa la linea, la piu parte fra strette valli e boschive, e da settentrione a mezzodi ha penetrato nel gran foro di S. Momme, riman preso poco oltre da gran maraviglia a mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come in gran panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese e del Fiorentino con le sue tre citta e coi vaghissimi colli che la incoronano: forse pel mite aere la piu ubertosa d'ogni sorta alberi fruttiferi e messi; e pel tesoro costante della lingua e delle arti belle la piu civile d'Italia. Cosicche da quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo, sulle labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi bellissimi dell'Ariosto:
Non vide ne il piu bel ne il piu giocondo In tutta l'aria ove le penne stese; Ne se tutto girato avesse il mondo Vedria di questo il piu gentil paese. Ove dopo aggirarsi d'un gran tondo Con Rugger seco il grand'augel discese, Colte pianure, e delicati colli, Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:
Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che in un baleno sulla pendice a ponente gli si offre gia innanzi il colle di Piteccio.
I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto d'una collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone, o, come fu detto in antico, dell'Ombroncello, lungo l'antica strada Francesca; che, varcando l'Appennino sopra lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna. Cotal fortilizio era stato costruito in uno spazio di terreno assai limitato: se non si vogliano valutare le casipole del castello che gli sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica chiesa a destra del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto a forma di cono, che va a riunirsi solo a maestro con gli altri poggi. Gli scorre pur sempre alle falde da un lato il detto fiume, dall'altro la forra detta del _prataccio_, e verso settentrione il torrentello detto di _ciriceia_. Fra le piante di bei castagni onde e coperto, e di che e tanto ricca questa montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole piagge le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto alcuni resti di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.
E fu in questo misero luogo, e in povere capanne li intorno, che dove riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra gente, e della classe piu agiata dei cittadini! E fu qui che Selvaggia, non ostante la sua debol salute, volle seguire il padre e il fratello. Ma gia noi l'abbiam vista questa gentile farsi ognora maggior di se stessa. Educata con austeri costumi e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato congiunta in se la femminil tenerezza al piu virile coraggio. Ora pero la sua mente si era forte turbata per un fatto di recente avvenuto, da dover pagare in parte il suo debito ai pregiudizi del tempo.
E da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della resa della citta, il padre e il fratel suo dovettero assistere a quell'atto solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto, grave all'aspetto (come glie l'annunziava la sua Margherita con la quale era rimasta), chiedendo in grazia di poterle parlare di cosa di gran momento. In tante vicende di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi rifiutare, e consenti di riceverlo.
Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favello:
--Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a voi, secondo che piu vi piaccia o di lieta sorte, o di grande sciagura!
--Chi siete voi, messere, che cosi mi parlate?
--Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli uomini i loro destini. Ma quando di cio poco anche vi prema, sappiate ch'io sono un Guelfo e uno dei Neri. Contrario, come sentite, alla vostra parte: ma pure adesso... oh! adesso, per pieta del vostro infelice paese, e perche vi rinasca la bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia da voi abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di essa che molto vi ama.
--E a chi mai la mia mano?
--A Nello de' Fortebracci.
--Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate dunque, o messere, che quella destra che mi chiedete che io stringa, e macchiata del sangue di un mio fratello?
--E sia! Ma molte citta italiane, voi vel sapete, dopo le guerre piu fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio due giovani di famiglie le piu avverse fra loro.
--In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?--piena di sdegno soggiunse.--E che? Quali vincoli passarono fra 'l suo e 'l mio cuore? E se anche ve ne fossero stati (che no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non che altro, potrei io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo oggimai, ad un vil rinnegato?
--Ma voi non sapete, quando cio non faceste, il triste oroscopo che debbo io rivelarvi?
--Sia che vuolsi! Per me la mia vita...
--Non e la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; e quella di messer Cino... intendete! ed e quella del padre vostro!
--Oh, no, no! Dio disperdera la fatal predizione!
--Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici! e che...
--Lo so! E mi uccidano pure!--con sicura alterezza esclamo.
--Non sopra a voi, lo ripeto, piombera la vendetta, ma sopr'a loro, e spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...
--Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate orrore, ne sostengo piu d'ascoltarvi!
E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta, e rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.
Non si che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno e da pensare alle credenze sull'astrologia e sugli oroscopi, allora accettate come realta di dottrina anco dagli uomini piu sapienti: fra i quali, fino a un certo limite da messer Cino, intimissimo del famoso astrologo Cecco d'Ascoli; quando quegli in un sonetto lo interroga perche per virtu dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se, dovendo partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto a Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser bastevole a far provare a Selvaggia un senso d'inquietezza continua: oltre che bisogna riflettere allo stato di dolore e di turbamento nel quale in quell'istante si trovavano tutti gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo del vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e cosi comprendere a fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto colloquio. Ne stentera il lettore a riconoscere in quell'incognito il vilissimo Nuto, infintosi astrologo anche una volta; stato sempre a' servigi del Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere piu nefande.
Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito de' Neri, di cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non era riuscito non solo a procacciarsi stima neppur da loro, ma dopo il fatto della porta di Ripalta, lo riguardavano anzi con odio e disprezzo. Ora e da credere che inviasse quel tristo a Selvaggia, non gia per attendersi una favorevol risposta: un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava cio che sogliono i depravati e i prepotenti. La difficolta stessa e gli ostacoli per vincere l'animo di una donna, allora si che maggiormente li provoca e li rende audaci! In ultimo poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono almeno aver la satanica sodisfazione di minacciare un delicato e debole spirito, e spaventarlo.
Messer Lippo non e a dire in quale apprensione ritrovasse Selvaggia dopo questo fatto! Dalla Cattedrale era gia rientrato in sua casa in compagnia di messer Cino. Preoccupato e pien di disdegno pel contratto di resa, poco badando alla figlia, si era gittato sopra una sedia esclamando:--Ecco, amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria e consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti!
--Padre, padre mio!--proruppe allora Selvaggia gittandosi fra le sue braccia.--Ed io ne son gia una vittima!
Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi sopraffatto crede che un'ugual cagione l'avesse si conturbata. Essa pero non esito un momento, con accento convulso, a svelargli la minaccia insidiosa che aveva ricevuta.
Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamo:
--Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'e, dov'e questo infame?...
E gia furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne vendetta.
Ma Selvaggia a un tal atto die un grido:--No, no, questo mai!--E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e prego le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli pure lo scongiuro e gli disse:--Vorreste voi in questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue d'un vile, venuto gia in dispregio d'ogni partito? Tanto piu poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui prezzolato?
Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamo:--Ei puo vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio mori della morte dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morra di quella dei traditori!
Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da tutti fu accagionato, non trovo piu favore dagli stessi suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe gia diviso co' Neri alcun ufficio nella citta; e questo perche conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! cosi di gia era incominciato per lui il piu aspro gastigo! Sicche simulando necessita d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era rimesso in Pistoia, ando invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla citta.
Di gia le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano la in quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto di, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la citta d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se pote dirsi che Pistoia fu tribolata, fara stupore a narrare che non mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!
La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla citta piu d'un miglio d'intorno. Vedemmo gia ne' capitoli della resa essere stati eletti, potesta messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre autorita, fu pero stragrande la imposta, cui ciascun cittadino dove soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro, fecer disfare le mura della citta, che eran bellissime, e riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbo fino a oggi il nome di _Corso allo spianato_. Oltre che per piu irrisione e piu strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono piu di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a chi torno loro piu in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e si crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano piu a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva esser condannato, era assoluto per moneta; e cosi per lo contrario, se la parte era avversa.