Selvaggia de' Vergiolesi

Part 13

Chapter 133,918 wordsPublic domain

--Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio di Carlo, illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli capitani! Il nostro e vostro signore e pontefice Clemente V ci manda a voi, messer lo duca, condottiero supremo di questo esercito, perche cessiate di tribolare con l'assedio la citta di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli Comuni. A tale effetto ordina e vuole che dentro tre di ritiriate da essa le vostre milizie: perche, nol facendo, incontrerete nella scomunica maggiore voi e i rettori delle vostre citta, e le citta stesse rimarranno interdette. La volonta del santo padre la troverete espressa in queste lettere, messer lo duca, che noi legati pontificii abbiamo il debito e l'onore di consegnarvi.

E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replico:

--Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volonta del santo padre e stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente e servitore fedele. Che pero riferiscano pure i pontifici legati se esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della citta di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie milizie.

Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:

--Bene sta, e cosi confidiamo!

E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.

I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero pero! Fermi egualmente nel rigettare i comandi, e tanto piu le minacce di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire: "abbiam vinto!" si limitarono a rispondere al duca che tutto al piu avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor citta per averne un consiglio. E il messo incontanente parti. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da credere, il messo torno diviato con la risposta--si seguitasse l'assedio!

In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E cio perche troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per piu allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi, consiglio incontanente che, tutti da ogni lato, cioe a un tiro di balestra, si avvicinassero alle mura per far piu stretto l'assedio.

E si che a que' loro armigeri la vita del campo era gia parsa grave e quasi insopportabile: tanto piu che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perche spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca non sgomentarono; e benche scarsi a denari, trovarono un sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, si di citta che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti di: trascorsi i quali si costringesse a pagare una grossa taglia.

Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di citta da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benche di notte, e numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino a pie delle mura! Ne a que' miseri era piu dato sperare d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perche fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli cola, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino si affacciasse piu alle mura, per timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non si pero che alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le membra, contraffatti e gridanti pieta, o un amico, o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il debito di cosi fare finche potesser resistere!

A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era puo dirsi la piu insigne donna della citta. I guerrieri compassionavano nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perloche i funerali di lei, sia per la nobilta della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva gia la casata, si compierono i piu solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti a sanguigno; che allora non il nero, ma questo colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di trombe per piu riprese. Non manco alcuno dei capitani; e fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro, perche tali onoranze si fecero a mezzo del di, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I piu cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.

Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era gia per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che l'Uberti capitan generale, li presso al feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per cio che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi si gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.

Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in appositi paramenti cola l'attendeva. Questi allora posatala sopra un cuscino, intono solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe restituita, quei la ripose al suo fianco. Non si tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare torno in mezzo ai guerrieri, che, accompagnato da due capitani, ando a porsi, piegando un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentogli la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose--ad onore e tutela della religione e della patria.--Dopo cio alcuni cavalieri gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In tal modo _addobbato_, come dicevano, torno a prostrarsi con un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli batte la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.

Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi piu in alto per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levo dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada, ad alta voce esclamo:

--Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli estremi!

Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:--"giuriamo!"

Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito riempi il cuore di tutti.

CAPITOLO XIII.

LA RESA.

"Serrato e lo mio cor di dolor tanto, Ch'io non posso parlar ne tragger guai, Rimembrando di quella che mirai Dolente sotto un vel tinto di pianto."

---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _da un Cod. Strozz._

"Lasso! pensando alla distrutta valle Spesse fiate del mio natio sole, Cotanto me n'accendo e me ne duole, Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!"

---- _M. Cino_ nel _Canzoniere_.

Il potesta degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza d'ufficio piu di per tempo, perche v'attendeva il rettore della citta, Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni di piu peggioravano.

Era gia nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di li a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della citta.

Licenziati allora i segretari:

--Sedete qui appresso al fuoco--dissegli il degli Uberti.

--Oh! gli e un bisogno, che il freddo e eccessivo!--soggiunse l'altro.--Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni di piu si conosce!

--Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son piu di noi!

--E che per questo?

--Gli e per dire che cio da un lato ci puo tornare a vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani si de' Lucchesi che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto le tende; e piu poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la citta che ne porge un riparo.

E a lui il Guglielmini:

--Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai de' cittadini son vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!) rimane di vettovaglie in que' del Comune!

--Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?

--Oh, guai! messer potesta!... guai e sopra guai a chi fortuna l'abbandono! Gli amici se ne vanno con essa! Primieramente a voi e gia noto che su i Bolognesi non solo da qualche tempo non e piu da fare assegnamento, ma anzi e da temerli come avversari. E sappiate anche che gli ultimi de' nostri amici, M.r Bornio Samaritano e M.r Romeo de' Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi e posti in carcere. Di Siena che conto e da fare quando ogni di tergiversa? Arezzo, si, c'e rimasta alleata; ma vedete in un subito da' nemici come si lascia comprare, e con che! Con un cappello cardinalizio, mi vien riferito! Uguccion della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini, ha un figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel figliuolo dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di Guelfi in Ghibellini accaniti!

E l'altro:

--Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non promisero pure al Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate da molti armigeri?

--Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera che dal Comune di Pisa ricevetti ieri sera--e in cosi dire glie la mostrava.--Qui da questi messeri, (mentre l'altro leggevala) intendete? piu non si tratta di vettovaglie, ne d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!

--Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de' piu crudeli! Oh noi sventurati! quale scherno! anche l'oro di Mida! Non vi scorgete anche in cio le solite e perfide suggestioni, i consueti artifici de' Fiorentini?

E l'altro--Eh! pur troppo e da crederlo!

Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze per conquistar tai vicini era questa; "Pisa con l'arti, Pistoia con le parti." Non si sa poi veramente se fu di qui che originasse il dettato: "gli e come il soccorso di Pisa," a denotare un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi ridotti a quel punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando mancavan del necessario per vivere, ne per moneta potevano procacciarsene? Il degli Uberti pero e il Guglielmini adontati anche di tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron di nuovo di custodire gelosamente il segreto dei viveri; deliberati che quando avesser finito di consumare ogni cosa, l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato a prender le armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via allo scampo, o per morir combattendo.

La citta, non ostante le morti per le fatiche e li stenti, aveva sempre un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento cavalli. Oltre i cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo, gli esuli Bianchi di tutta Toscana. Si provvide che fra costoro in particolare non sorgesse pel vitto il piu piccol lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore fosse puntualmente distribuito. Il male era adesso per qualche fanciullo, e per le povere donne del popolo: molte delle quali venute di fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e or gia risanate, non potevano, pur volendo, far ritorno alle proprie capanne. Fatto consiglio, per estremo rimedio fu deliberato che quelle meschine con altre di citta, piuttosto che vedersele morir di fame sulle pubbliche vie (e di qualcuna gia avveniva) come bocche inutili si dovessero allontanare, proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con una sortita de' piu valorosi. Ma molte di esse chi lasciava in citta il padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicche come seppero quel comando, tentarono di nascondersi; deliberate, piuttosto che abbandonare i parenti ed esporsi a nuove sevizie, morir di stento presso di loro. Non tutte pero furono in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio eroismo. E gia i birri del Potesta l'avevano eseguito sopra qualcune, arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle meschine poterono giungere in tempo per trattenerle e per farne ricorso.

Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e guerrieri, ammutinatisi qua e la minacciosi e a capannelli e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potesta. Questi nel sospetto che la citta si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa: e intanto li sul getto con altri capi del governo discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que' valorosi la suprema necessita di salvar la patria ad ogni costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir li tutte insieme co' capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto basto perche tutti i parenti, presi da sensi d'umanita e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con loro!

--No, no, non dubitate!--essi alle donne andavan dicendo--siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affe di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!

E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:

--La nostra vita gli e molti mesi che degli stenti ne soffre; e perche e per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti si, ma tranquilli, perche insieme con queste nostre povere donne, che degli strazi anche piu di noi n'han patiti! E adesso chi e che ha core di separarci da loro? Rettori della citta, noi vi diciamo che per camparle.... noi... si, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro ce lo leverem dalla bocca: ma che pero intendiamo di restare uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Si, con queste nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!--esclamarono i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:--e giuriamo sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sara salva, o tutti insieme morremo per lei!--

Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una protesta si energica basto a togliere affatto dall'animo dei rettori quel si barbaro divisamento.

Ma l'ora d'un'ultima prova era gia stabilita. Un ultimo tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno manco! Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani pochi alle tende, perche molti riparati nelle case vicine, l'aggressione si crede piu sicura. Fu preso il partito di attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E gia le saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi, perche ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben resistenti basto gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti piomba gia sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e gia pongono in iscompiglio la cinta piu prossima de' fantaccini che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra cinta, e la piu formidabile, quella della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto impeto, quanto era meno da aspettare; sicche dopo una zuffa accanita, non senza perdite gravi, bisogno retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin la di combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza de' cavalieri nemici, cui piu difficile sarebbe stato di disporsi si tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento: che cioe nel trambusto avvenuto per cagion delle donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.

Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente li confermo, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!

Intanto nella citta lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il piu vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual e adesso. Sicche nelle sue piccole stanze con un ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran gia pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, li sul torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se gia alcuni altri gli avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai limitate. Ma la cristiana carita negli estremi bisogni non vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa piu studiosa d'aita quanto piu gravi appariscono i sacrifizi.

Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro gia detto, quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamo a se i suoi segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e cosi disse loro:

--Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescera pur troppo il numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacera, vi potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non e un comando questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesu Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite da tanto, seguitemi.