Selvaggia de' Vergiolesi

Part 11

Chapter 113,827 wordsPublic domain

Ma a Selvaggia in quel giorno stava a cuore ben altra cosa; cosicche la rivista procuro s'affrettasse piu dell'usato. Giunti pero alla porta di Ripalta, Selvaggia chiese al fratello di salir su sul torrione, e di rimanere alcun poco presso il parente capitano Di-Fede che n'aveva la consegna, per bene osservarvi, diss'ella, il campo nemico. Consenti subito messer Fredi: e consegnati i cavalli allo scudiere, ascesero entrambi per la interna scala alla piattaforma di quel munito fortino, dove nella parte piu alta sopra un esterno ballatoio stava a vedetta notte e giorno una scolta; e v'era poi nell'intorno una piccola stanza pel capitano. Messer Fredi lasciata a lui la sorella, torno in basso per conferire col padre suo, venutovi ad appostare le milizie che volle qui molte a difesa d'un sito il piu minacciato.

Allora Selvaggia, voltasi al capitano, che pieno d'ilarita si compiaceva dell'isperata fortuna di quella visita; raccolte tutte le forze dell'animo, con volto austero cosi prese a dirgli:

--Non attribuite no a curiosita ed al caso il mio giungere a voi. Bramo, si, che tale apparisca pel vostro meglio: ma, troppo grave cagione mi spinge qui a favellarvi in segreto!

E allora vibrando la voce e li sguardi sopra di lui:

--Or ditemi, messer Tingo, non vi rimorde nell'animo nessun delitto, che al cospetto di qualsiasi vostro concittadino dobbiate arrossirne e tremare a comparirgli dinanzi?

--Selvaggia!--riprese subito egli--che parole sono queste? a me che dite mai?--A voi in nome di Dio!--rispose ella con forza e con dignita--A voi messer Di-Fede, io mi rivolgo, e dolorando nell'anima vi dico: capitan della guardia, voi siete un traditor della patria!

--Traditore a me!...

--Si, e guardatevi, voi siete scoperto!

--Nol crediate, ve ne scongiuro!--replico egli, ma gia molto confuso--Menzogna! calunnia!--

--Oh! che vale l'infingere? Menzogna, voi dite, calunnia! E che prometteste voi al perfido Fortebracci? Non forse... negatelo, e spergiurate ancora una volta! non forse di consegnare ai nemici una porta della citta? E il patto iniquo che dovrebbe fruttarvi il piu infame guadagno, non raffermaste voi con giuramento? Questa e dunque la fede di leal capitano, di cittadino onorato? Mentre tutti son presti a dare il sangue per la difesa di queste mura, voi mio parente, voi solo! (inorridisco a pensarlo!) voi vi prestate a si orribile tradimento?

--Ah! questo e troppo, Selvaggia!...

--Troppo! E che direste se io invece di recarmi qui a voi, imbelle donzella, gli e vero, ma pur terribile pel segreto ch'io porto, palesassi a mio padre l'iniqua trama?

Ed egli con le labbra convulse:

--Ma come? chi mai!...

--No, no--lo interruppe--non cercate piu oltre. A me tutto e noto: a me sola per ora! Qui su quest'altura Dio solo ci ascolta! Ma guai, oh! guai a voi se un sol uomo il sapesse! A me sola adunque (e mi bastera, e il segreto morra con me) promettete con giuramento di ritrarvi dall'opera iniqua! A' vostri piedi vedetemi! Ve ne scongiura la figlia di colei che ebbe a sorella la vostra povera madre. Se essa su nel cielo ov'e, sapesse l'opra d'inferno che contro la terra natale macchino il figliuol suo... Oh! che essa anco in cielo, io credo, piangerebbe per voi! Deh! Se non vi muove l'affanno mio, che dall'istante che vi seppi reo e immenso, pieta almeno di voi, cui pende sul capo la spada dell'eterna giustizia, ed una morte obbrobriosa! Risparmiate quest'onta alle nostre famiglie, l'estremo danno e il vitupero alla patria!

--Sorgete, Selvaggia, sorgete!--riprese il Di-Fede estremamente commosso.--Io faro...

Ma, come non osando, riste muto e confuso. Fu solo un breve istante; poi risoluto proruppe:

--Oh si! A voi... tutto! Una forza irresistibile mi spinge a palesarmi reo dinanzi a voi! Se a' preghi d'un angelo presso Dio si puo attender perdono, io l'imploro e l'attendo da voi, donna generosa ed angelica, ispirata a commovermi e a ravvedermi! Lusingato sotto specie di bene, illuso, tradito, oh! si, vel confesso, io mi resi colpevole, fattomi complice d'un iniquo disegno. Ma sapro farne la debita ammenda! Sapro quind'innanzi esser degno di voi e della patria, ve lo giuro!

A queste parole Selvaggia, com'era in bruna vesta, apparsa in volto anche piu pallida e smorta, levate al cielo le pupille e le palme:--Dio! Dio di pieta--esclamo--accogli il giuramento del ravveduto e confortalo della tua grazia, perche il suo braccio divenga fin d'ora il piu forte sostegno contro i nostri nemici!

Bella pur nel dolore, sublime adesso la faceva la preghiera e il perdono!

Poco stante ricomparve il fratello. Bisognava nascondergli quel suo turbamento. Si calo il velo sul volto, e angelo vero di concordia e di pace, rianimata al pensiero d'aver compiuta questa sant'opera, s'affretto a discendere, e torno a vegliare la sua povera madre.

Veramente che il cuore di donna e fatto per amare nel silenzio delle mura domestiche: ma ove carita di patria lo infiammi, nissun uomo la vince nei sacrifizi, e nell'impulso di ogni nobile azione.

"Di questo tempo intanto avveniva (cosi e narrato in un'antica pergamena dell'archivio di Sant'Jacopo del Comune di Pistoia) che un tal messer Ceragia notaio di professione, e d'origine siciliano, ritrovandosi nel campo nemico, e ascoltando che dovesse essere fraudolentemente tradita Pistoia da que' di dentro e data a sacco al nemico; come che fosse divinamente ispirato, entro sconosciuto nella citta a significarlo a' Pistoiesi, e a far noto loro quanto aveva inteso nel campo." Laddove tornato, non dicesi ch'ei ne fosse scoperto.

Niuno pure degli assediati seppe mai il nome del traditore. Basto si la notizia a porre all'erta i capitani per ogni dove.

CAPITOLO X.

VALORE INFELICE.

"....... Infelloniti e crudi Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi."

---- _Tasso_, _Gerusalemme_, C. XII.

Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser sempre foriera di nuove zuffe.

Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane, lucchesi e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di settentrione della citta al villaggio di Candeglia (distante appena un chilometro) si raccoglievano in un gran campo. E in qual parte era egli un si potente nemico?

In quella bella costiera che con agevol declive si distende per circa 300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo, ultimo sprone dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi egual distanza e bagnata ai fianchi dall'acque d'Ombrone e di Brana: cola dove ora s'accoglie un popolato subborgo, e la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie strade per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa la via ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche case coloniche, e una selva di castagni continuata da' poggi vicini, con soli pochi campi piu presso alle mura. Era qui in quest'ampio terreno che si erano accampate le milizie del Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate le piante che loro davano ingombro, vi avevano erette qua e cola le tende pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean guardarla e difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero a schierarsi tutte queste milizie, le quali dicevasi dovevan esser passate in rivista dal duce loro.

Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo bianco coi giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un verde serpente fra' suoi artigli; ed una eguale per mezzo le schiere de' Fiorentini, senza quel serpe, aggiuntovi solo il giglio rosso del Comune e il sesto della citta. I fanti Catalani si distinguevano per una reticella di ferro al capo; per brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per l'accendi-fuoco; un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e alquanti giavellotti. Ma leggere le armi come le vesti; ne' Mori in ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri o rossi i corti giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto la gamba. Erano affidati costoro al comando di don Diego della Ratta Catalano, nominato gia maliscalco, cioe, maresciallo del Duca; uomo d'un orgoglio il piu smisurato, e che mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle vesti di vivi colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la boria e lo sfarzo spagnolo.

La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto piu grave. Andava armata d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di lancia e di grandi scudi. Balestrieri e saettatori ve n'erano a cavallo e a piedi. Ma propriamente i cavalieri si distinguevano per elmi e corazze e schinieri d'acciaio: filettati d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri propri e gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei uccelli. Cavalcavano bei destrieri, difesi con testiera e gualdrappa di cuoio, briglie purpuree e freni dorati. La cavalleria a que' tempi era la forza principale dell'esercito. Dei militi poi volontari, raccolti in gran numero dal contado, e accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che l'elmo, chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio pavese arrugginito; tutti pero qualche arme ad offesa.

Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi ricchi baroni, e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potesta di Firenze, era appariscente e splendido per seriche vesti trapunte in oro; per una salda corazza d'acciaio; e d'ugual metallo l'elmo, che avea per cimiero tutta inorata l'aquila guelfa; e per forbitissime armi. Giovine avvenente, dal vivido sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e raccolto il pelame del mento, era anche riguardevole sul suo arabo cavallo di guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare si destramente, riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa sveltezza. Si grande ammasso di milizie, benche in vastissimo campo; distribuite in varie schiere secondo i Comuni cui appartenevano; comandate poi in diversi modi, e tutt'altro che addestrate come le nostre stanziali; non potevano a meno di non mostrare un disordine nei lor movimenti. Nondimeno cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varieta de' colori si delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella selva di lance e di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e di ferree armature irradiate a quell'ora da un sole il piu vivido; che certo, tranne che pei nemici, sarebbe stato a veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si sarebbe detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.

Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata insegna de' Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla gran torre della prossima porta di Ripalta, agitata dal vento si spiegava loro dinanzi. E i duci (soli al segreto della tesavi insidia) come baldi per sicura vittoria, non si ristavano quell'insegna d'additarla alle schiere con motti di dispregio e di scherno.

--Oh! la bell'aquila!--dicevano.--Ve' come vola! affe come quella del valoroso Manfredi e di Corradino!

E un altro:

--Mi par gia che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali a fuggire anche da quell'altura.

E un altro:

--Dove potrebbe, se l'e spennata?

--Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri levrieri.

--Oh! non si giovano di si vil cibo!

In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli alfieri le insegne loro; e forti del numero, or piu che mai eran fidenti della conquista.

E gia le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente erano state fatte inoltrare fino a tiro di balestra dinanzi alla porta. Il convenuto segnale dal campo loro era gia dato. Attendevano per sicuro, e fra questi il ribaldo Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di esserne corrisposti. Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede, che era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo sol dell'empio pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo sempre dinanzi quell'angelica donzella supplicante a' suoi piedi, tenne fermo nel datole giuramento, e il segnale manco.

I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito si poderoso, a un subito allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti sulle difese. Si comincio dalle mura con macchine di trabocchi e tripanti a scagliare addosso ai nemici grosse e piccole pietre: quali a tiro breve e sicuro, quali altre a lungo ed incerto, cosi pero che de' molti assedianti or l'uno or l'altro n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e prender di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar d'arco veder molti caduti. Cio reco subito fra i capitani nemici una triste sorpresa.

--Com'e questo mai?--si dicevan fra loro.--Il Fortebracci ci avrebbe dunque tradito?

Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi impossibile. Rispondevano, e vero, dal campo e vicini alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:

--Vivano i Guelfi!--E allor dalle mura:

--Vivano i Ghibellini!

Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse: vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie si formidabili: mentre, ancora esitando, inclinavan pero alla ritirata; ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perche invece come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a cavallo de' piu arrischiati: che, fattasi protegger la sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi, piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere gia in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono fino ai lor battifolli.

Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte si pochi ad un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?

Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in citta, da un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo conto; s'abbasso la visiera, non e a dire se piu per timore che per vergogna; e invasato dall'ira sprono di subito il suo cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodi a Bonelle. Cola con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incito a venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra, non v'era momento piu propizio di questo per aggredirla e penetrare in citta. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che percio? V'erano a capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e piu altre delle prime famiglie della citta e del distretto, esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido feroce che l'accerto dell'assenso. Sicche raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il tiro nemico.

Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del pericolo, spedi per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perche il nemico piu fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, li piu ristrette, tentavano gia la scalata. Quando quei delle mura cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.

Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse piu cruda e piu accanita siccome questa, che era qui piu che altrove parricida e fraterna! Cola sul proprio terreno, cittadini d'una stessa citta, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri serrati slanciarono i loro cavalli piu lontani dalle mura e si azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco pero, rotte le schiere e intrigatesi fra di loro, comincio un battagliare tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i piu valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti, con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.

Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che percio subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu piu possibile.

Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo congiurare:

--Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!--gridogli.

E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivo la ferita, e ando alquanto di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo terreno. E gia il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e da uno dei due doveva esser ferito; allorche allo scudiero scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi pero non pensava mai che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non appena pote scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di tenerne le veci.

--Ahi! traditori! ambedue sopra me?--grido allora il Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici li poco discosto:--Maledizione e morte a questa perfida razza!

A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: sicche il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non pero il Tedici; perche la sua spada scivolo al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e sovra un piu alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli meno sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare un crollo giu da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso del Tedici, non aveva piu pensato che a coglier la piu facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo scudiero, benche offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di loro. Ma ahime! In quell'istante dove mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi piu d'appresso con gran cura abbracciatolo pote con altri portarlo semivivo in citta! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a quella vista mando un urlo disperato, e si die a soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!

Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.

Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il piu grave della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Cola nella tenda, fra le tenebre della notte, chi avesse pero conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli pareva (cosi spaventato narro a Nuto sul far del giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e minacciose gli dimandassero:--Quand'e, sciaurato, che t'abbiam chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della citta, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una sconfitta!--Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta di citta come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero minacciosi:--Ecco la il traditor che ci spense!--E v'era pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli venissero le piu crude rampogne. Per piu volte tento di fuggire, ma altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e ripeter sovente:--Miserabile! miserabile!--Questo capaneo della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne si fattamente avvilito?