Part 10
--Pur troppo!--un artigiano--tutto il male e d'in alto! Panciatichi e Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il piu forte, vo' dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto, vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'e parso invece che gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!
E Nuto:--Dice bene! verissimo!
--Adagio un po'--un altro operaio.--Intanto nel primo assalto ci riusci a respingerli, que' prepotenti.
E Nuto:--Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma ditemi un po': perche adesso che l'onor dell'armi si puo dir sodisfatto, non si cede di buon accordo!
--Eh!--alcuni scotendo il capo--la non sarebbe cattiva proposta!
Ma a questo punto si levo su un ubriacone sbracciando, e vuotando intanto un boccale.--No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per resistere, e per dare a piu non posso. E tu Lapo, e tu Cione?--Ed essi pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la tavola:--Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro barone!--E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si alzavano per ritornar sul lavoro.
Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accosto a Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli disse:
--Siete dunque del parer mio?
E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir "con chi parlo?" dopo un attimo gli replico risoluto:
--Sicuramente!
Nuto allora:
--Ho bisogno di vederti.
E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esito, e soggiunse:
--Quando?
--Stasera a un'ora di notte.
--Il luogo?
--Ed egli con gran mistero e all'orecchio:--In casa dei Fortebracci.
E l'altro con sorpresa:--Ma da chi tien quel messere, da' Bianchi o da' Neri?
--Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci saro io ad aprirti.
Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro, e con una mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan dicendo:
--Ci siamo intesi!
CAPITOLO IX.
IL CASTEL DI DAMIATA.
"Molto erano li Pistolesi e dagli amici e da' nemici perseguitati, tanto che non poteano sofferire."
---- _Istorie pistolesi._
E comune dettato che quando vuol far tempesta, gli uccelli di malaugurio non mancano. Sinistro infatti era il ritorno di quel Nuto in Pistoia sul cominciar dell'assedio. Non senza un perche da astrologo che v'appariva, si era infinto di nuovo della persona, senza barba, col saio e il cappuccio del popolano. Abboccatosi notte tempo col Fortebracci, lo aveva trovato disposto non solo a cio che l'altra volta gli proponeva, ma di parte Nera decisa, e bramoso non d'altro che di vendette. Per quanto costui si fosse mostrato piuttosto tepido e anche indifferente all'opinion generale, contrariando, prima per poco affetto di patria, poi per quello spirito d'opposizione propria di quei tempi e di que' cittadini, e che suol mostrarsi piu ostinata quanto piu ingiusta; nessuno pero fin allora avrebbe supposto in esso tanta perfidia: sicche impunemente se n'era tornato in citta; e facendo anzi le finte di esser sempre co' Bianchi, piu facilmente tramava a corrompere. Per togliere ogni sospetto, nel primo assalto si chiuse in casa e si die' per malato. Decorso qualche giorno, fattosi veder per le vie, si doleva con tutti che per questa cagione fosse stato impedito di prender parte alla comune difesa. Tant'e vero che anche i piu tristi qualche scusa la pongono sempre innanzi, non foss'altro pel timore che la propria reita si discopra.
Questa giustificazione la evitava soltanto con messer Fredi; il quale, ancorche il Fortebracci gli passasse davanti, non lo guardava neppur per ombra. Talvolta chi sente la propria dignita par che tema lo sguardo del suo nemico, ma per vero e tutt'altro. Gli e perche si vergogna per lui, e vorrebbe pur risparmiargli nuovi atti d'una vile impudenza. Tale era il nobile animo di messer Fredi. Oltreche il Fortebracci non solo ora voleva parere indifferente, ma faceva ogni sforzo per sembrare operoso in pro della patria. A tale oggetto si era fatto eleggere capo delle scolte notturne che perlustravan le vie, per potere, l'iniquo, col favor della notte compir piu sicuro i suoi disegni nefandi. Ma v'era bisogno di complici, ne gli bastava il solo Nuto, col quale gia aveva ordita una certa trama. Vi voleva anche un altro che al par di costui fosse destro, audace e bravaccio: e Nuto andatone in cerca fra'l popolo, gliel'aveva procacciato in quel Musone della Moscacchia.
Le volpi intanto cotesta sera nella casa del Fortebracci eran venute a consiglio. Un toccamano di buoni fiorini d'oro aveva fatto promettere a Musone qualunque impresa la piu arrischiata. Uso ai contrabbandi sul confine del Bolognese presso Sambuca, dove rimane il villaggio della Moscacchia e d'ond'era uscito, egli era uomo da questo e altro. Venendo adesso a Pistoia, aveva avuto per pretesto il lavoro, ma il fine era quello di pescare nel torbido fra un'agglomerazione di gente come doveva esserci, e cosi tentar la fortuna con grossi guadagni e non men vergognosi. Pero all'invito di Nuto gli cadde proprio la palla al balzo. Ne egli a lui era per far miglior giuoco. Perche Nuto attesolo prima da solo, come gli ebbe svelato l'impresa da compiersi in quella sera; dal suo consenso e da certi ripieghi ch'ei gli propose, s'accorse subito che razza di birbo era quello, e che un piu destro scherano non gli potea capitare. Allora ei lo condusse nelle stanze del Fortebracci; glie lo presento e gli disse:--Messere, questi e l'uomo in cui possiamo fidare! Egli promette di esser testimone e di tenere il segreto quanto al capitano; e in tutto e per tutto di secondarci!
E il Fortebracci a Musone con piglio imperioso:--Bada bene!--gli disse,--parlando giocheresti di tutti!
Cui l'altro:--Oh! fidatevi pure, che di queste partite non ne ho mai perse.
--Dunque andiamo.
E toltosi Nuto una lanterna cieca, e tutti e tre uno stile; il Fortebracci dalla porta maggiore, gli altri due dalla stessa segreta per la quale v'entrarono, eran gia sulla via.
La notte era buia. Non ancora una lampada ai tabernacoli, non una stella nel cielo. Certi nuvoloni neri s'addensavano anzi per l'aria e pareva che proprio si caricassero sulla citta. Non v'asolava un alito di vento. Benche sui primi di giugno, faceva un'afa insolita ed affannosa. Tratto tratto quell'aria nera si vedeva rosseggiare per subiti lampi, e tutto dava presagio d'un gran temporale.
In breve Nuto e Musone eran giunti presso il castel di Damiata.
Dov'era egli questo castello? A chi apparteneva? Perche vi venivano?
In quella parte della citta fra mezzodi e levante, presso al primo cerchio di mura e segnatamente in tutto quel ceppo di case che si vedono ancora e finiscono al canto detto gia di S. Luca, volgente per alla chiesa di S. Pietro (e dove presso era una postierla di questo nome) sorse gia un tempo il castel di Damiata. Vuolsi che come baluardo della citta lo fabbricasse il Comune, e che cosi lo appellasse a perpetuare la memoria del valore de' Pistoiesi quando insieme ai Fiorentini, cavalieri pietosi e magnanimi, si recarono al soccorso di Terra Santa. Massime poi pel conquisto che l'anno 1188, e secondo altri 1192, fecero in Egitto della citta di Damiata; sicche reduci in patria, appesero uno stendardo vermiglio tolto cola, nel tempio di S. Giovanni a Firenze. Egli e certo che nel 1221 quando gia era sorto il secondo cerchio, l'acquisto Amadore de' Cancellieri, insieme alle sue tre torri fra la chiesa di S. Luca e la Badia di S. Stefano, l'antico ospizio de' Vallombrosani di Taona; e che quattr'anni innanzi di questo tempo era sempre un valido fortilizio dentro citta, e spettava alla casata de' Cancellieri, e pero al signore del Castel del Pantano. Ne e da confondere col palazzo magnifico che sorse gia e si estendeva su tutto quel bastione rimpetto e fino alla piazzetta di S. Leone, esso pure dei Cancellieri. Ma la sorte del fortilizio di Damiata, che era dei Neri, tocco' poi molto dopo a questo dei Bianchi, egualmente incendiato e demolito: lo che fu nel 1592, per opra della fazione Panciatica che parteggiava pe' Medici. Quel di Damiata fu diroccato per ferro e per fuoco nel 1302 quando per la violenta riforma la parte Nera ne fu cacciata; tanto che ricorre quel di Dante:
"Pistoia in pria di Neri si dimagra"
e delle sue torri e del gran fabbricato non resto allora che un ammasso di macerie. Messer Simone, confinato omai al Pantano, vi lascio solo una guardia per le poche stanze che nell'interno v'eran rimaste. Si scendeva da quelle in ampi sotterranei dove la luce diurna non era mai penetrata.
In una piccola citta come questa, e ora poi fra l'andirivieni di tanta gente, non poteavi essere un luogo piu adatto e sicuro per una congiura. A tal'uopo infatti cotesta sera era stato prescelto. Quell'ampio spazio dove molte pietre stavano ammonticchiate, dopo la rovina del castello era stato circondato da un muro a secco che finiva con un cancello fra due torri semidirute dal lato di mezzodi.
A questo cancello eran gia arrivati Nuto e Musone. La guardia che li attendeva, prevenuta dal suo signore (da cui bisogna dire che si partivan le fila di questa trama), com'appena dagli avuti segnali li riconobbe, aperse loro, richiuse, e precedendoli silenzioso, l'introdusse nel sotterraneo. Laggiu appena discesi, la guardia batte la pietra focaia, e v'accese un'ampia lanterna che pendeva dalla volta. Dalla quale riverberando la luce sopra una tavola che era in mezzo, vi scorsero da un lato alcune anfore di terra cotta e boccali, dall'altro un fascio di spade e di stili.
--Ma non dovrebbero esser qui altri due?--dimando loro la guardia, che secondo gli ordini aveva tutto disposto, e sapeva quanti eran coloro che dovevan venire.
E Nuto a lui:
--Oh! si, verranno, e fra poco.
--Messeri, qui son pancali; potete sedere; io vado ad attenderli.
Non passaron che brevi istanti quando si vider comparire nel sotterraneo, imbacuccati ne' loro cappucci e mantelli, il Fortebracci, e il capitano messer Tingo Di-Fede. Importava loro, ciascuno per proprio conto, di non esser riconosciuti per via. Solo allora scopertisi, apparvero cinti di maglia e armati di tutto punto.
Il Di-Fede era uomo di mezza eta; grasso, bassotto; fisonomia non punto di battagliero; che invece molto dato ai piaceri, e pero amico del Fortebracci, e anzi stretto parente; e dal lato di donna, anche de' Vergiolesi. Nominato di poco a capitano di guardia delle porte della citta, la mattina veniente doveva entrar per un mese di servizio al torrione di sulla porta di Ripalta. Egli ancor no, ma il Fortebracci l'aveva gia potuto penetrare. Non ignorava poi anche come costui, benche fosse tenuto per animoso e per un gran spadaccino, tutto si restringesse a parole, e in fondo avesse animo di coniglio. Per certi loro ritrovi lo sapeva pur dedito al giuoco, alle crapule e al vino: tantoche non dubitava, con quest'ultimo argomento in ispecie, di condurlo dirittamente a' suoi fini. E infatti quasi impossibile che d'un crapulone se ne possa far conto per utile pubblico: tanto piu che, con le sue eccezioni, ma secondo un proverbio greco: "Grasso ventre non fa sottile intelletto."
Ma l'arte satanica del Fortebracci fu in questo; d'invitarlo cosi d'improvviso a quel conciliabolo: ne gia mica per tradir la patria, come dicevagli; tutt'altro! (mentre era cio che di fatto si macchinava!) sibbene per convenire in un'azione finale da porre alle strette i cittadini, e impedire ai nemici la totale e inevitabil rovina della citta. Lo che dopo avergli dimostrato per tanti argomenti; all'obbiettar che facevagli il capitano (in cui un fondo d'onesta era sempre, e pero non troppo disposto ne persuaso del modo) cio che alla perfine lo fece risolvere fu una lettera del Cancellieri al Fortebracci, che questi gli pose sott'occhio. Dove accertava che tutte le milizie insieme raccolte avrebbero fatto impeto a giorni contro appunto di quella porta che messer Tingo doveva guardare: la citta pel numero prevalente sarebbe presa di sicuro: e se taluno si fosse ostinato a resistere, sarebbe passato a fil di spada. A risparmiar pero tanto danno, quando per la disparita delle forze la resa era omai inevitabile, si consigliasse l'agevole ingresso al nemico, salve le persone e gli averi. Una tal proposta che si facesse ai rettori, ostinati com'erano, l'avrebber respinta. Uomini pero non dovevan mancare che posto mente al sacrifizio di tante vite e al supremo ben della patria, si risolvessero a un'azione si saggia e si vantaggiosa. Gli esuli tutti allora rientrati, e al governo, promettevano a chi ne fosse stato l'autore, coi debiti onori una splendida ricompensa.
Il capitano guardo e riguardo piu volte la lettera: e la firma, non v'ha dubbio, la conosceva, era quella del Cancellieri:--Sicuramente!--diceva fra se--egli e un cert'uomo che le cose le dovrebbe sapere! O non e lui il caporale de' Neri? E ci dice nientemeno che a fil di spada? Pur troppo! Ed e uomo da mantenerla questa minaccia! Ma gli e vero che non mancano le promesse, e di che sorta!--Or perche il piu spesso suole avvenire che gli uomini sieno fatti fare piu dalla lusinga di ricompense, che dal timor d'una pena; quelle promesse il Di-Fede l'avevan gia allucinato, e gia cominciava con certi eh!... con certi ma!... Sicche dopo un breve riflesso, in questo modo si diede a rispondere al Fortebracci nel restituirgli la lettera.--Sicuro! non dico!... ma che vuoi? non saprei!... quando uomini di tal fatta...
E l'altro subito, fiso a lui e con aria di mistero:
--Uomini che sono al segreto delle cose, m'intendi? ne si lasciano illudere, come qui il degli Uberti, perche vi trova il suo tornaconto! E tu, parmi che lo conosca il degli Uberti!
--Se lo conosco! Vedi, io posso dirti che alcune sue parole d'insulto per non aver io sfidato quel certo mio avversario....
--Nobil coraggio quel suo!--incalzava l'altro--porre a rischio sicuro l'onore e la salvezza d'una intera citta! Perche... perche alla fine non e la sua!
--Si, si, capitano, conchiuse Nuto, ficcandogli un par d'occhi addosso e con voce vibrata:--se intendete l'onore come si deve, non se n'esce, bisogna che ci secondiate! Beviamo intanto alla salute vostra, e a quella che renderete alla patria.
E porgeva a lui ed agli altri il boccale ricolmo di prezioso liquore.
Musone allora, subito incalzando, soggiunse:--Un altro ancora al bel vanto di colui che senza spargere una stilla di sangue ci avra liberati. Che vi par poco? Capitano, l'augurio e per voi; beviamo!--E con queste e altre parole badavano intanto a ricolmargli il boccale.
Cui egli, gia quasi inebriato:--Per mia fe! Si potrebbe sperare di bever mai piu di questo buon vino dei nostri vigneti, se per un lungo assedio si dovesser vedere atterrati? Viva il rosso del vino, e maledetto quello del sangue!--E se ne trangugiava una buona misura.
--Viva, viva! ripetevano gli altri.
E su questo argomento lasciandolo alla lunga ciarlare, mettevan legna sul fuoco, come suol dirsi, e lo riscaldavan sempre piu. E gia Nuto aveva impugnata una spada, e i compagni con lui, e levatala in alto, enfaticamente esclamo:--Giuriamo su queste spade di far salva la citta senza colpo ferire, o che esse si rivolgano contro di noi! Giurate dunque, ser capitano, che a un cenno dato consegnerete la porta di Ripalta, all'unico fine, s'intende! di sottrarre i vostri concittadini alla morte!
E il Di-Fede, quasi balbettando, e stordito:
--Oh! si, si! per sottrarre i miei alla morte, lo giuro!--E in questo incrociaron le spade con la sua, come per accoglierne il giuramento.
--Beviamo dunque anco una volta--ripete il Fortebracci di gia pago in cor suo:--Alla salute del mio degno parente!--E bevuto, e strettogli la mano:--Messeri, soggiunse, ora e tempo d'uscire: io primo.
--Andiam pure--gli disse Nuto all'orecchio--l'arco e teso, e l'uomo e preso!--E voi dietro a me: uno pero alla volta, e cauti e silenziosi.
E cosi fu fatto.
Il Di-Fede aveva percorso rapidamente la via senza intoppo veruno, e gia era per entrare nella propria casa, allorche sul limitare vi trovo uno scudiere del capitan Vergiolesi, che recavagli ordine dovesse subito presentarsi a lui.
A quest'avviso, e appunto allora, rimase turbato oltremodo. Ma poi cercando di nascondersi, come suol fare chi teme che lo colgano in fallo, e chi sente il bisogno di simulare un coraggio che non ha mai avuto; con affettata vivacita:--Verro subito, oh! verro, verro!--rispose. E unitosi allo scudiere, in breve era alla casa, e in presenza del capitano.
Il quale con modo austero, come soleva, gli disse:
--Dimattina all'alba dovro consegnarvi la custodia della porta di Ripalta. Molti piu militi che altrove lungo le mura vi staranno schierati, e sotto strenui connestabili e centurioni; pronti a irrompere, a' vostri cenni su dal torrione, se occorra. Pero lo vedete! grave obbligo vi corre qui.
E mentre guardavalo con attenzione:--Che avete mai, capitano, che mi fate occhi si stralunati?
--Oh! niente, niente--quasi tremando rispose.--Parmi che il continuo lampeggiare nel venir qua m'abbia un poco abbarbagliata la vista.
Oh! sta, che un milite s'abbia a impaurir d'un baleno! E si che a forti prove sarete serbato con la guardia di questa porta! Non ho bisogno di dirvi che il maggior numero de' nemici s'e raccolto da questo lato: che vi stringe debito severissimo di vigilare su tutti i militi di servizio e sulle scolte sia in basso che in alto; che io voglio ad ogni ora rapporti sicuri de' movimenti del campo: e cosi della fede vostra della quale spero non dovro mai dubitare!
E il Di-Fede rispostogli che per lui fosse certo, il proprio debito l'avrebbe adempiuto, il Vergiolesi lo congedo.
Tutto pareva che secondasse l'iniqua trama. Ma il cielo vegliava sull'onore delle armi pistoiesi!
Appena il Di-Fede era giunto nella sala vicina, che il guizzare d'un lampo, e a un tempo il fragore dello scoppio d'un fulmine lo fe' barcollare si fattamente, che sarebbe caduto senza l'appoggio d'una sedia a braccioli, sulla quale spaventato s'ando a gittare. Intanto un'acqua dirotta si scaricava sulla citta con tal furia, che sarebbe stato impossibile a chiunque di uscir per la via, o che colui che vi si fosse trovato non avesse corso un grave pericolo. Sicche per questa e l'altre ragioni il Di-Fede rimase li immobile per qualche poco. Quando a un tratto senti un gran colpo di vento che spalanco la finestra, e spense la face che illuminava la sala. Benche male in gambe, e pien di spavento, si mosse e tento di richiudere, e vedere in tanto se il temporale calmava. Ma uno sprazzo d'acqua subitaneo l'aveva ricoperto; e pare anzi che quel rovescio, fra il continuo balenio e il rombo de' tuoni, riprendesse piu violento. In quella stanza era solo. Lo scudiere era gia uscito per altri ordini. Allora egli fra quelle tenebre brancolando lungo la parete, ricerco quella sedia; e trovatala, come fosse la sua tavola di naufragio, a corpo morto vi si sdraiava. Ne stette molto che pe' crescenti fumi del vino, gli prese tal cascaggine di sonno, che quasi in un attimo si addormento.
A quella sala facevan capo quattro porte. Da una di esse poco stette che se n'usciva Selvaggia, e la traversava per andare a riposo nella sua camera. Era stata fin allora in quella della sua povera madre, la cui malattia di sfinimento s'aggravava ogni giorno. Margherita la vecchia fantesca la precedeva con una face. Costei era gia entrata per l'altra porta, allorche Selvaggia giunta appena sul limitare, a un cotal mugolio nella sala medesima e un balbettar prolungato, si soffermo: poi, sporto il capo, si pose in orecchio. Quand'ecco al chiarore d'un lampo pote scorgervi un uomo, e l'udi a piu riprese pronunziare queste parole:
--Giuro... si, giuro... di consegnar la porta di Ripalta per introdurvi i Fiorentini... si, si... il diavol che vi porti! Ma... ma il cenno?... quando?... da chi?... S'intende per lo scampo di tutti! Ma io? Onori... e oro! e poi messer Nello... oh! lo dicesti, mi fido! Giuro! (e alzando la voce con gran violenza) non hai udito? Non dubitare, ho giurato, ho giurato!
--Santi del cielo! che ascolto!--proruppe Selvaggia.
E presa una face, e appressatasi per veder chi si fosse, poco manco non desse in un grido, e la face di mano non le cadesse! Ma raffrenatasi, a bassa voce:
--Egli!--esclamo--messer Tingo!... il nostro parente! egli, egli, destinato pur troppo a guardia di quella porta!!
A tal vista e a tal pensiero s'arretro spaventata; si percosse la fronte, rabbrividi di terrore, e a stento pote ritraversare la sala, e giungere a chiudersi nella sua stanza. Indarno tento di rispondere alle dimande di Margherita, che avesse avuto! che fosse stato! Pote appena profferire un accento per dirle:
--Ho creduto!... m'e parso!... ma nulla... poi nulla! col tremito pero sulle labbra e di tutta la persona. Terribile situazione!
Avrebbe voluto persuadersi che quel suo fosse stato non altro che un sogno: ma pur troppo per lei e per quello sciagurato quelle parole non erano che un'orribile confessione! L'indole omai nota dell'uomo, e i suoi legami da qualche giorno notati anche piu intimi col Fortebracci; il quale pel suo mal animo, e (quel che piu l'affliggeva!) forse anche per vendetta di lei stessa, de' suoi e della sua parte poteva avervelo indotto; quella gentile ogni peggior cosa si dava a credere e a temere!
--Ma frattanto--diceva ella--che fare? a che partito appigliarmi? Chiamare il padre... il fratello e rivelare... si potrebbe, non dico; ma!.. no, no! costui non uscirebbe salvo di qui! Poi riflettendo seguitava.--Forse io stessa a destarlo... Ma allora io?... Se egli alzasse la voce! Se gente sopravvenisse!... Poi no... non ho forza;... il terrore e lo sgomento mi opprime! A dimane un consiglio. Miseri noi! Vergine santa, salvateci!
E si adagio sulle coltri, e cerco ma indarno tutta la notte, alla mente spaventata e sconvolta, e alle membra stanche un riposo!
La mattina seguente nell'animo di Selvaggia non si agito che un pensiero, quello di sventare un tradimento si reo. Intanto pero l'affanno, il timore, e la gran commozione che n'aveva ricevuta, glie l'avevan letto nel volto tanto la madre che messer Lippo; e ambedue la scongiuravano di dir loro la cagione quale si fosse. Tutto fu vano! Ella omai su di cio per le ragioni gia dette, si delicate e degne di tanto cuore, se n'era imposto con tutti un assoluto silenzio. Ma il tempo stringeva! Lo sciagurato era gia di guardia alla porta! Sicche volendo tentare quel miglior modo che il suo animo le suggeriva, mando nel momento pel fratello messer Fredi, a quell'ora capitano di guardia alla porta Gaialdatica, pregandolo a volerle permettere quella mattina, come altra volta, di seguirlo quando sul mezzo del di dovea perlustrare nell'interno le fortificazioni delle mura. Non appena n'ebbe avuto l'assenso, che fattasi apprestare il suo bianco palafreno, col fratello e un suo scudiere percorsero lungo i bastioni tutta quanta la cerchia. S'arrestarono qua e la, e via via andavano chiedendo di quell'opere di bastite, erette in breve quasi che per incanto, e ne lodavano e confortavano gli operai ed i militi.