Part 1
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SELVAGGIA DE' VERGIOLESI.
RACCONTO STORICO DI GIUSEPPE TIGRI.
EDIZIONE RIVEDUTA E CONSENTITA DALL'AUTORE.
LEIPZIG: F. A. BROCKHAUS. 1876.
"Cosi or quinci or quindi rimirando, Vidi in una fiorita e verde piaggia Gente che d'amor givan ragionando. Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia; Ecco Cin da Pistoia; . . . . . . . . . . ."
---- _Petrarca_ _nel Trionfo d'Amore_.
_Proprieta letteraria_
AL COMMENDATORE
UBALDINO PERUZZI
CHE NEL REGGIMENTO MUNICIPALE DELLA SUA FIRENZE COME NE' CONSIGLI DELLA CORONA DEGNISSIMO APPARVE DEL NOME AVITO E DEGLI STUPENDI EVENTI D'ITALIA REDENTA DA SECOLARE SERVAGGIO QUESTO RACCONTO DELLE PATRIE ISTORIE GIUSEPPE TIGRI CON ANIMO FIDUCIOSO INTITOLA.
PROEMIO.
Nella sua raccolta di romanzi contemporanei italiani, l'editore Brockhaus accoglie, per la seconda volta, l'opera d'un pistoiese. La scelta non e fatta a caso. Come la Montagna Pistoiese e forse, con la Montagna sanese, il luogo d'Italia ove si parla piu schietta, piu viva, piu poetica la nostra favella, cosi e lecito supporre che i piu efficaci scrittori di questa favella abbiano a ritrovarsi fra pistoiesi e sanesi. Giuseppe Tigri e nato in Pistoia nel 1806; ne solo nacque in Pistoia, ma vi si educo giovinetto, v'insegno lettere, finch'ei venne dal governo italiano nominato ispettore delle scuole elementari per la sua provincia nativa. E alla sua citta e provincia egli dedico pure le migliori opere del proprio ingegno gentile, quali sono le _Selve_, elegante poemetto didascalico fornito di molte note, per le quali conseguiva lode di molta diligenza presso i due immortali fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, quand'essi, venuti insieme a visitar la Toscana, ricercarono a Pistoia del Tigri; la pregevole e ricca raccolta dei _Canti popolari toscani_, della quale l'editore G. Barbera in Firenze intraprese gia tre fortunate edizioni; una erudita Memoria storica _Intorno al palazzo pretorio o del potesta di Pistoia_ (Pistoia 1848); un buon libro su _Pistoia e il suo Territorio_ (Pistoia 1854); una piccola ed eccellente _Guida della Montagna Pistoiese_, che fu ristampata in quest'anno, con una carta, sotto gli auspicii del Club Alpino italiano; e, infine, questo medesimo romanzo, ove si intrecciano ingegnosamente gli amori del celebre poeta Cino da Pistoia, amico di Dante, con la Selvaggia, col racconto dell'Assedio che i fiorentini ed i lucchesi posero alla citta di Pistoia sul principio del secolo decimoquarto.
E non e a credere che, per aver dimostrato tanta costanza e vivezza d'affetti alla sua terra natale, Giuseppe Tigri siasi poi raccolto in queste sole tenerezze cittadine. Nessun pistoiese ha, senza dubbio, reso con le lettere omaggio piu continuo alla propria citta; nessun pistoiese si mostro guida piu dotta e cortese del Tigri al forestiero che visitava la sua terra cosi piena di memorie; ma il Tigri, in tempi ne' quali pareva delitto anche il solo voto per la liberazione della gran patria italiana, esprimeva nelle sue scritture nobili sensi patriottici; e, quantunque ascritto agli ordini ecclesiastici, imparava per tempo a distinguere il rispetto che si deve alla religione da quello che non sempre si sono meritati i papi; e con Dante e con Cino da Pistoia si augurava egli pure che la potesta imperiale regia fosse bene distinta dalla potesta pontificia. Di questi sentimenti del Tigri parecchi indizii trovera in questo stesso romanzo il lettore tedesco, onde potra argomentare quali pensieri si volgano nella mente di una parte eletta del clero liberale italiano.
Quanto al valore intrinseco della _Selvaggia_, come opera d'arte, io non ho diritto di formare alcun giudizio. Ogni lettore che abbia senso di gentilezza, pregiera da se stesso i sentimenti delicati che vi si muovono; e, sebbene vi si scorga piu tosto una lingua letteraria che quella viva del popolo, molte grazie naturali la fanno ancora seducente; alcune delle descrizioni sono vivaci e pittoresche: la poesia della vita italiana fra le lotte del secolo decimoquarto, in parecchie pagine, lampeggia. Io credo passato il tempo de' romanzi storici, anzi, per dire il vero, credo che essi siano sempre stati un genere assai falso di letteratura. Vi e piu vera poesia nella storia semplice che non vi possa essere in un ricamo romantico sopra la storia. I _Promessi Sposi_ rimangono ancora opera unica nella nostra letteratura; e stolida ogni presunzione d'emularla e di superarla; e chi volesse fare un cattivo complimento al Tigri dovrebbe canzonarlo cosi: "sapete quel ch'io penso del libro vostro? esso lascia dietro di se i _Promessi Sposi_". Fra i duecento romanzi storici che conta la nostra letteratura, la _Selvaggia_ merita, senza dubbio, un posto d'onore; ma non dopo i _Promessi Sposi_, si bene dopo i romanzi storici dell'Azeglio e del Grossi, che sono gia essi stessi a una distanza notevole dal capolavoro manzoniano: il _Cecco d'Ascoli_ del Fanfani, la _Selvaggia_ del Tigri, i romanzi storici di Luigi Capranica e di Carlo Belgioioso sono, fra le opere de' romanzieri italiani viventi, degni di ricordo, a condizione, tuttavia, che non ne venga esagerata la importanza. La _Selvaggia_ del Tigri, oltre il vantaggio d'essere scritta in buona lingua, offre poi ancora quello d'educare nell'animo del lettore sentimenti di squisita gentilezza. Non e questo lo scopo suo preciso, ma poiche lo scrittore ha l'animo ornato di ogni cortesia, egli doveva pure necessariamente improntarne l'opera del suo ingegno eletto.
Io sono pertanto lietissimo di vedere accolta nella Biblioteca italiana del tanto benemerito signor Brockhaus questo leggiadro ed onesto racconto di uno de' nostri piu gentili scrittori viventi; e, per rallegrarmene, fui contento di potergli mandare innanzi queste mie poche e disadorne, ma, spero, veridiche parole.
_Firenze_, 31 Marzo 1876.
ANGELO DE GUBERNATIS.
INDICE
- Proemio - I - Il castel di Vergiole - II - I Bianchi e i Neri - III - Fiori e armi - IV - Amore e danze - V - Consiglio e difesa - VI - L'assedio - VII - La repulsa e i fuorusciti - VIII - Un primo scontro - IX - Il Castel di Damiata - X - Valore infelice - XI - Fermezza a resistere - XII - I funerali - XIII - La resa - XIV - L'esilio - XV - Il ritorno dello scudiero alla casa paterna - XVI - I castelli di Piteccio e della Sambuca - XVII - L'ambasceria - XVIII - L'addio - XIX - Le insidie - XX - Il Romeo - XXI - I contrabbandieri - XXII - Il tradimento - XXIII - I tristi presagi - XXIV - Le rivelazioni - XXV - La morte - XXVI - Doloroso passaggio dell'Appennino - Conclusione
CAPITOLO I.
IL CASTEL DI VERGIOLE.
"E rimembrando delle nuove talle Ch'ivi son delle piante di Vergiole, Piu meco l'alma dimorar non vuole, Se la speranza del tornar gli falle."
---- Messer _Cino da Pistoia_, _Sonetto_.
Erano gli anni 1305 allorche un cavaliere cinto di tutt'arme, e portante sull'elmo un bruno pennoncello, al cadere dell'ultimo giorno d'aprile uscivasi di Pistoia per la porta di Ripalta, volgendo a maestro il suo focoso destriero. Le messi verdeggianti per ogn'intorno, l'aere tepido anche oltre l'usato, e una pienezza di vita che alla nuova stagione par che in ogni essere si trasfonda, sembrava rallegrassero il cavallo e il cavaliere. Non appena ebbe corso un breve tratto di strada, ch'egli accennando ad un paesetto sul primo colle a maestro, e dimandato a certuni che tenevano la stessa via, se fosse quello Vergiole;
--Messer si--rispondevagli un montanaro--lassu entro alla valle e il castello del capitano.
E il cavaliere inchinata la testa verso di lui come a modo di gratitudine, pago di non essersi ingannato, si rimetteva a galoppo sul suo cammino. Finche sopra un ponte assai stretto varcato l'Ombrone, cresciuto allora per lo sciogliersi delle nevi appennine, e che, senza sponde, per largo tratto si dilagava; poco stante si faceva a salire piu lentamente per un viottolo tortuoso e assiepato tanto di stipe del vicin bosco, e d'altri arbusti, che ad ogni svolta gli paresse impedito il sentiero. Pero quelle stipe rosso e bianco fiorite, miste ai bianchi-spini stellati, e agli abbraccia-bosco a fior giallo mandavano gia intorno un grato odore aromatico; e stavano a compensare dell'orrido delle piante piu alte, come di querci e castagni, che bruche bruche vi sorgevan per mezzo, non avendo che allora incominciato a spuntare le prime foglie. Se non che a misura ch'ei s'elevava, spingendo la vista piu sopra fra i novelli divelti, e certe regolari piaggette, scorgeva agevolmente la via che restavagli a fare, divisa dai campicelli, per basse siepi di pruneti e virgulti: mentre la per quei campi si vedea qualche vigna; qualche frutto primaticcio gia in fiore, come il mandorlo, il pesco e il susino; e frammisti a filari i pallidi olivi: che agitati in quell'ora da un venticello piu mosso, con quelle piccole e spesse foglie bianche e verdastre, ne mostravano l'ampia chioma vagamente variabile di colore.
Quivi sorpreso al grandioso spettacolo del sole al tramonto, arrestava per poco il cavallo: e rivoltosi indietro, rimirava nel piano la citta di Pistoia allor piccoletta, ma ben murata e turrita, cui le fertili e pittoriche valli dell'Ombrone e di Brana fanno magnifico anfiteatro. Poi si faceva a percorrere ansiosamente col guardo le sue pomifere coste allora fiorenti, e le vaghe circostanti colline, che, a colui che si avanzi per le nordiche terre appaiono presso che dell'ultime a offrire il prodotto delle vigne e degli oliveti: e dove nondimeno lussureggiano di tal guisa, che sembra faccian qui ogni sfoggio di lor piena vegetazione. Ammirava infine con compiacenza quell'orizzonte si lucido, che le segna d'intorno la bella cinta de' monti a settentrione, tutti coperti di castagneti e di querci, e nell'alture appennine, di faggi e d'abeti. I quali monti da un lato, movendo dal Sasso di Cireglio, si distendono in ampia cerchia a declive verso ponente sino al Castello di Serravalle: da dove poi prolungandosi a mezzodi da Montalbano a Pietramarina, lasciano pero tanto spazio da far si che si scorga in fondo in fondo come in panorama, e spesso quasi in un gran velo diafano tutt'avvolta Firenze. Sul lato opposto dal punto piu culminante dei monti del Teso, altri monti, altri poggi che volgono in semicerchio. E dove gli altri, intorno al bacino che la pianura pistoiese racchiude, nelle medie stagioni, investiti dai raggi del sole al tramonto, si colorano in cupo azzurro; quelli invece a greco-levante prendono una tinta si vivace e rossastra, che quasi li diresti di granito orientale. Tutti poi per altri gioghi ricongiuntisi ai colli di Fiesole e fino a quelli dell'Apparita, stanno ora come fiorente e trionfale corona di tre citta.
E un altro vago fenomeno, rimirando giu in basso, l'aveva sorpreso. In ogni pianura che la ricingano i monti, il cadere del sole offre sempre un aspetto di meraviglia: ma qui e in questa stagione, direi soprammodo incantevole per certa speciale configurazione dei luoghi. Infatti la catena dei poggi che si dilunga da settentrione a mezzodi, divide a ponente questa valle d'Ombrone da quella di Nievole: ed il sole col calarvisi dietro, manda refratti i suoi raggi quasi che paralleli attraverso alle depressioni della giogaia, e all'alte torri del castello di Serravalle; e stampa per cotal guisa sulla verde pianura, in direzione di levante, brillantissime strisce dorate, che tratto tratto mutando di luogo, producono effetti sempre nuovi e bellissimi. Per lo che ei vedeva per esse Pistoia investita come da un torrente di luce, e tinte in bel porporino le sue mura e le torri; mentre, altri lucidi solchi si distendevano su i circostanti terreni, in quel tempo la piu parte palustri: e tanto splendore seguitando con l'occhio, quelle vivide strisce le scorgea prolungate sino a Firenze. E se elevandosi un poco per le dette colline, cotal fenomeno era bello in quel tempo, non e a dire quanto apparisca piu incantevole adesso; potendovisi scorgere a occhio nudo, quando l'aria sia pura, irragiata la gran torre del palazzo della Signoria, e la cupola di S. Maria del Fiore: monumenti secolari i piu maestosi e per arte stupendi. S'aggiungano a questi cento e cento altri de' piu moderni che stan cogli antichi in cosi vaga armonia; e Firenze dovremo pur convenire che l'e unica forse delle citta italiane che, senza tener conto dei pregi piu eletti di civilta, anche dal lato solo materiale ed artistico alletti cotanto per essere degnamente ammirata.
A tal vista non e a dire qual commozione si suscitasse nell'animo del cavaliere! Quando omai vedutasi venir meno la luce diurna, immerso in quella mestizia che anco al cuor d'un guerriero suole infonder quell'ora, non penso piu che a riprender via per quella piaggia, e arrivare alla meta proposta.
Sovr'un poggio dirupato e per la piu parte di macigno, che oggi a grandi filoni vedresti coperto di musco, d'edera e di gramigna e intersecato d'una folta querceta, sedeva un tempo il castello del Vergiolesi. Un duplice filare di cipressi gli apriva l'adito dal fianco di ponente: una forte e prolungata muraglia lo assicurava da mezzodi posando a scaglioni fin giu nel burrone. Il rio della Tazzera che sotto gli si biforca, e ne bagna il poggio tutt'ora, lo presenta da ogni parte scosceso, e come a guisa di piccolo promontorio, sol dal lato di settentrione-ponente ricongiungendosi al monte. Non rimangono adesso che poche vestigia del fabbricato. Nondimeno da quelle puo argomentarsi ove fosse situata la torre che sporgeva di lassu da una cinta merlata a vedetta della pianura. E ancor vi si scorgono i sotterranei del castello assai spaziosi: e fra la bassa querceta e fra i cerri, i mucchi delle pietre di quelle mura che circoscrissero l'estensione del fortilizio: e le cui bozze quadrate di grigia arenaria hanno servito, non sono molti anni, a inalzare il campanile della prossima chiesuola d'Arcigliano.
Era presso al castello un tempietto di pietra, che dal suo campanile a foggia di torre con gli archi aperti a semicerchio, appariva di quelli tanti che restano ancora su queste colline, fondati sino dal tempo della Contessa Matilde. Poco piu in basso dal lato di levante sorgeva un palazzotto d'un solo piano; i cui pertugi sbarrati di ferro; la campana che in mezzo a un arco a sesto acuto stava sopra di esso, e lo stemma della repubblica pistoiese sopra la porta, avrebbe dato facilmente a conoscere che quella era una potesteria. Ivi infatti risedeva il potesta dei due prossimi paesetti, di Vergiole e di Gello. Vi s'accedeva per questa medesima via; l'antica mulattiera dell'alta montagna che seguitava fino a Prunetta: quindi per S. Marcello fino al varco di Boscolungo per Modena. Un piano inclinato, e lastricato a frequenti risalti e cordonati dava l'accesso, alquanto ripido, alla parte anteriore del castel di Vergiole. La sua torretta si vedeva spiccare in mezzo a belle selve di castagni. Aveva dinanzi un piazzale, d'onde s'entrava, varcato il ponte levatoio, nel centro della fabbrica, che era un cortiletto, capace d'accogliervi pochi fanti e cavalli.
Non appena il cavaliere giungeva sulla crina del poggio, che la scolta della torre l'aveva annunziato al fido scudiero del Castellano. Guidotto, tale era il suo nome, stava occupato a forbire le armi del nobil Signore, cui per doppio titolo dipendeva, essendo figlio del castaldo di Vergiole. Affacciatosi agli spaldi, col suo occhio di lince anche a molta distanza aveva gia subito riconosciuto il cavalier De Reali, e prevenivane il capitano. Intanto il cavaliere giunto al pie del castello, trovava sulla scalinata lo scudiero che venivagli incontro; e aderendo al desiderio di lui che era sceso di sella, lo invitava a salire: mentre un palafreniere gia pronto, presogli a mano il cavallo, girando a tergo gliel conduceva alle stalle.
Non erano pero sfuggite all'occhio di lui che saliva due gentili donne: una delle quali provetta d'eta, l'altra giovanissima e bella, che dal sinistro lato del monte dirette a quella volta, pareva che forse per l'ora assai tarda affrettassero il passo piu dell'usato. Come appena il cavaliere le ravvisava, e fatte omai piu vicine, ben s'accorse che con qualche sorpresa si erano soffermate e gli volgevano il guardo, cortesemente le saluto. Varcato poi il ponte levatoio, la porta del castello si chiuse dietro di lui.
Era giunta la sera. Lo scroscio del sottoposto torrente si confondeva con l'alitar fra le fronde d'un vento sommosso piu dell'usato e piu fresco. Le incognite intanto a prender posa dalla salita si eran soffermate su quel breve ripiano del quale il castello si circondava. A poco a poco disparivano al guardo loro che spaziavasi intorno, non che la citta, i villaggi, i verdi campi e le grosse fiumane; financo il prossimo bosco di pini, d'albatri, e de' rigogliosi felceti, dove soleano recarsi a diporto, e ne venivan pur dianzi. Non mai il sole era caduto si splendido fra le prossime torri di Serravalle. In quel campo del cielo ancora infiammato dal raggio estremo del gran pianeta, era tornata a brillare di sua luce soave la stella d'amore. L'affisso con desio la donzella, e traendo un lieve sospiro, si volse alla madre, le porse dolcemente il suo braccio, e a brevi passi se n'entravano nel castello.
Ma mentre ogni cosa nel silenzio della notte taceva, mentre placido era l'aspetto della natura, vegliavano, e come onde in tempesta agitavansi i pensieri per entro alla mente del Signor di Vergiole, e del novello arrivato.
Era questi il valoroso cavaliere messer Simone di Filippo Reali di Pistoia. Non appena l'uno l'altro si erano avvicendati il saluto, che il De Reali, al capitano venutogli incontro nella sala del castello di gia illuminata, presentava una lettera ch'ei diceva di grande importanza.
--Da dove, o cavaliere?
--Dal comando generale delle armi.
--Che mai?--Ed apertala, e rapidamente percorsa:
--E questo financo dovevano aspettarci? Oh! voi pure, voi pure il sappiate.
E portagli la carta, il cavaliere la svolse e ad alta voce leggeva:
"Capitano Vergiolesi,
I miei fidi di Fiorenza e di Lucca mi mandano celato avviso che fra qualche giorno le milizie di queste repubbliche si raccorranno in un campo presso Fiorenza, e che ivi attendono il Duca di Calabria per venire con grosso esercito ad assediare Pistoia. Staro ancora aspettando piu certe novelle: ma frattanto la citta vostra e in pericolo! Venitevi senza indugio. Attende da voi anch'adesso e consiglio e soccorso
---- _Il vostro_ _Capitan degli Uberti_".
--E il mio braccio e quello dei miei figliuoli lo avra!--Cosi di subito il Vergiolesi; che ad un tempo afferrata la spada distesa sul tavolino, forte sdegnato ripercotevala su di esso. Quindi al cavaliere risolutamente accennando con mano d'assidersi presso di lui, in questi termini gli favellava.
--E omai lungo tempo, e voi pure il sapete, che i Fiorentini e i Lucchesi si collegano ai nostri danni. Ma con qual dritto e con qual giustizia chi e mai che nol vegga?
--Io mi spavento, o capitano,--soggiungeva il Reali--a pensare di qual novella vi sono stato latore. Perche ove noi, che pochi pur siamo in faccia ad un'oste cosi poderosa, da altre genti potessimo almeno aspettare un sostegno, con piu coraggio potremmo tentar la difesa. Abbiamo, e vero, i Pisani; abbiamo i Senesi, e gli Aretini amici di nostre parti; ed essi, si dichiararono che ci avrebber soccorso: ma piu credo io di danari che d'uomini, stretti che sono di guardare i propri confini. Ora, siamo noi ben sicuri di que' di quassu? (e accennava all'Appennino) da' quali forse il piu valido aiuto d'armigeri....
--Vero pur troppo!--interruppelo il capitano.--I Bolognesi erano nostri antichi alleati. E adesso, chi l'avrebbe pensato?.... Oh! messer Cino, l'amico nostro, gia di costoro....
E il Reali--Nol sapete? Fino di ieri ei tornava fra noi.
--Tornato! cosi fuor di tempo? Gravi dunque oltre modo debbono esser gli eventi: perche pochi giorni decorsi sapete voi quel che di la mi scrivesse?
E fattosegli piu d'appresso e premendogli un braccio, con piu bassa voce e lenta e repressa, diceva:
--Che da qualche tempo era un continuo apparire a Bologna di Fiorentini e Lucchesi: e rimanevan celati e segreti conciliaboli vi tenevano. Che le calunnie contro a' Bianchi avean gia quasi sovvertito il pretore; e piu che le parole, la gran quantita di fiorini d'oro corrompeva la moltitudine e si comprava un partito. Che gia i Neri prendevan baldanza: e d'altra parte fra i Bianchi l'irritazione era giunta a tal punto, che erano per irromper le ire, non volendo piu sopportare i lor dispregi e gl'insulti.
--Dio!--esclamo il Reali--che speranze abbiam dunque a nutrire dopo siffatto abbandono? In che mai dobbiam noi confidare?
--Nelle nostre armi e nel nostro coraggio!--proruppe il Vergiolesi.
E in cosi dire, levatosi risoluto, afferrava con la destra nuovamente la spada, e la sinistra orizzontalmente distesa, alquanto immobile si rimaneva. Sicche, alto com'era della persona, fiero nel volto, e con occhi nerissimi scintillanti, ti sarebbe sembrato non altrimenti che un supremo capitano di guerra, che innanzi a' suoi prodi ha intimato la pugna.
Appresso commetteva al Reali riferisse all'Uberti, che la mattina veniente avrebbe assistito alla solenne conferma de' suoi uffici, e conferito con lui; e senza piu si eran divisi.
CAPITOLO II.
I BIANCHI E I NERI.
"Vedess'io questa gente d'un cor piano Ma ella e bianca o negra."
---- _Messer Cino_, _Canzone_.
"Pistoia pria di Neri si dimagra, Poi Firenze rinnova genti e modi."
---- _Dante_, _Inferno_, canto XXIV.
Quale straordinaria impressione avesse prodotto nell'animo del capitan Vergiolesi l'annunzio di guerra recatogli dal De Reali puo solo immaginarlo colui che, posto mente alle turbinose vicende dell'italiane repubbliche, e fra queste alla pistoiese, dovra convenire che mai piu prepotenti non dominarono come allora gli odi e gli sdegni; le ambizioni piu violente degl'individui fra di loro, fra le diverse fazioni, fra l'una e l'altra citta. Per lo che all'intelligenza di queste pagine reputiamo utile d'accennare di cio che riguarda il signor di Vergiole e il cavalier De Reali; non che del civile stato di Pistoia, e de' politici avvenimenti che si compierono prima di questo tempo.
Dicemmo gia che M. Simone De Reali fu valoroso capitano di parte Bianca. Ma pero non di quelli cui il proprio partito suol soverchiar la ragione, ne altro attendono che a non far cio che imprese a fare la parte avversa, ancorche faccia bene. Antico errore degli uomini di parte, che per sistematica opposizione toccando spesso gli estremi, trasser la patria in man de' settari e in rovina. Riflessivo e prudente era invece l'animo del De Reali. Infatti quattro anni innanzi, quando i suoi concittadini per le intestine discordie de' Cancellieri videro ridotta in pessimo termine la citta, si adopro egli prima a far riunire il general Consiglio del popolo, perche a una nuova magistratura che si chiamo _de' Posati_ fosse data autorita e balia di far leggi e statuti per la pace della repubblica. E fu pure dei primi a proporre al Consiglio che per conseguir questa pace era d'uopo che almen per tre anni si desse ai Fiorentini, gia loro alleati, la protezione e tutela della citta. All'interne discordie forse un terzo che si fosse intromesso, piu poi un'estranea autorita come quella, crede che piu facilmente avrebbe conciliato le parti. Infine la sua mite indole e generosa non d'altro studiavasi che di rendere alla terra natale la perduta tranquillita e la sua floridezza.
Non cosi moderato era l'animo del Vergiolesi. Troppe condizioni poneva innanzi per ottener questa pace. E si che egli pur la bramava: non pero mai col piegarsi a siffatta tutela. Per lui era questo un troppo umiliar la citta.