Scritti politici

Part 7

Chapter 73,651 wordsPublic domain

Sfavilli, adunque, d'amore e di gratitudine l'anima nostra verso un tanto Pontefice, al quale ha piaciuto con l'ultimo atto di sua saggezza di sollevare questi popoli alla giusta partecipazione della politica potestà; e incominciando in tal guisa fra noi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e ponendo a principale custodia e difesa di esso non l'armi forestiere e le mercenarie, ma le proprie e libere de' cittadini, ha restituito a noi tutti il senso dell'umana dignità, l'uso dei naturali diritti, l'alterezza del nome italiano. Però, il modo più acconcio e migliore di mostrarsegli grati e nobilmente rimeritarlo, si è per lo certo di proseguire, con ispirito animoso insieme e prudente, la impresa grande e magnanima da lui cominciata, e volere e operare l'universal bene com'egli l'opera e il vuole; cioè a dire con cuor mondo e labbro verace, e con interissima annotazione e rinunciamento de' nostri privati profitti. Affratelliamoci tutti con franco e devoto animo, tollerando le differenze delle opinioni e le ombre e le nebbie de' pregiudizj, spegnendo (se fia possibile) per sino il nome di fazioni e di sètte, e accettando non che per vera ed eterna, ma per benefica e salutare altresì quella massima la quale afferma starsene effettivamente gli uomini spartiti e schierati in due vasti campi; ma che nell'uno già non sono adunati i conservatori e i retrogradi, e nell'altro i liberali ed i progressisti; nel primo i solleciti e gl'impazienti, e nel secondo i moderati e i prudenti; in questo il clero ed i nobili, in quello i laici e la plebe: ma sì veramente nell'un campo stanno attendati gli onesti, e i disonesti nell'altro; imperocchè la virtù e il vizio soltanto hanno facoltà di spartire il genere umano, e inconciliabili sono fra loro pur solamente la bontà e la tristizia, la leanza e l'ipocrisia. Ogni onesto pertanto e ogni buono, qual veste o nome o condizione o pensieri ch'egli abbia, venga lietamente da noi ricevuto, ed anzi ricerco e sollecitato. Ma chiudansi perpetuamente le nostre porte agl'ipocriti ed ai malvagi, poco badando che per avventura liberali sien detti e liberali opinioni professino. Cademmo per le discordie e la corruttela, e per li soli contrarj loro potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune: ed io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l'Italia, e tutta la salveremo e per sempre.

Quanto è poi alla mia persona e alle cagioni ed al fine di questa lieta vostra adunanza, io pensando alle lodi veramente superlative che di me ho ascoltate, e guardando a queste singolari dimostrazioni di osservanza e di affetto, onde a voi, Perugini, gradisce di onorarmi e fregiarmi oltremodo; io debbo, siccome fo, ringraziarvene con tutto l'animo, e conoscente rimanervene fin di là dal sepolcro; e sempre dinanzi agli occhi della mia mente dimoreranno le vostre sembianze e la dolce e cara memoria di questo giorno: ma io non posso in guisa alcuna ritrarne, come vorrei, una gioja sincera e un profondo compiacimento, conciossiachè io mi riconosca di tali onori e di tali fregi immeritevole affatto, nè piglio speranza per l'avvenire di crescere tanto nella bontà e negli altri pregi, da molto scemare la sproporzione coi vostri encomj e con la vostra ospitale cortesia e larghezza. E per fermo, io m'avvedo di non aver operato a rispetto d'Italia altra cosa degna e lodevole, fuorchè l'alimentare nel chiuso petto una infruttifera intenzione e un desiderio inerte ed inefficace di sua salvezza, e l'aver sostenuto con dignità conveniente la comune sventura: nel che è piuttosto da lodare la rimozione del male che l'adoperazione del bene, la quale appresso i popoli civili e magnanimi non dee consistere mai nel nudo e semplice adempimento di ciò che è debito universale d'ogni cittadino non reo e non vile. Perlochè, giovandomi pure della calda affezione che mi portate, e del non poco di autorità che ripor volete nel mio ragionare, sostenete che io vi consigli e vi preghi ad essere di tali mostre e testimonianze d'onore più parchi dispensatori, e serbarle tutte per quei generosi che in tempi ancor più difficili, tra prove molto più ardue e laboriose, tra cimenti di grave ed anzi d'estremo pericolo, sapranno, con forti spiriti e con la spontaneità e religione del sacrificio, fermar le sorti ancor vacillanti d'Italia, e pareggiar gli avi nostri nella grandezza loro più malagevole ad imitarsi; io vo' dire, lo spregio magnanimo d'ogni rischio e d'ogni infortunio, e il far getto sì degli averi e sì della vita perchè della patria carissima sia la vita eterna e gloriosa.

DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO

CHE I PESARESI OFFERIVANO ALL'AUTORE CONCITTADINO il dì 31 di ottobre del 1847.

Fratelli e concittadini.

Sempre è dolcissima cosa rivedere la patria; e per poco ch'ella sia stata lungi dagli occhi nostri, un attraimento soave ed irresistibile a lei ci rimena. Ma rivederla dopo compiuti sedici anni, che sono sì gran porzione di nostra vita; rivederla dopo l'esilio, e per cessazione di quel divieto crudele che il desiderio di lei raccendeva nell'animo e rinnovava senza conforto ogni giorno; rivederla, infine, e ricuperarla quando la speranza n'era affatto venuta meno, quando parea cosa certissima dovere il povero rifuggito lasciare in terra straniera le sue ossa non lacrimate da alcuno, ciò reca tale e tanta squisita dolcezza e abbondanza di gaudio, che le parole non vi arrivano, e l'arte del dire smarrisce ogni sua facoltà. Ora, questa per appunto è la condizione e la insufficienza in che trovasi di presente la mia lingua e il cuor mio. Nè con tutto ciò, io v'ho ancora ricordato e dinumerato l'altre cagioni vive e gagliarde di mia profondissima commozione, e della piena impossibilità di significarvela. Conciossiachè io pensava che a' miei sospiri e al mio dolore trilustre fosse unico testimonio Iddio, e solo qualche amico d'infanzia dentro nel chiuso animo se ne compiangesse; laddove voi mi dimostrate, o fratelli, con mille prove, che tuttaquanta la mia città e provincia natale partecipava al mio lutto e dolore. Vollero i nemici del bene, e più specialmente nemici d'ogni libertà e grandezza d'Italia, non che sbandeggiarmi per sempre e togliermi ogni cosa cara e diletta quaggiù; ma eziandio alla pena aggiunger lo sfregio, darmi appellazioni piene d'ingiuria, svegliarmi contro non l'amore e la compassione de' popoli, ma bensì l'odio e lo sprezzo. E voi in quel cambio, o miei Pesaresi, voi m'accogliete con quegli onori che non alla umile mia persona, ma sì starebbero bene a un uomo illustre e magnanimo; voi vi compiacete di me come s'io fossi augumento di vostra gloria, e passar mi fate, per così dire, dall'oscurità alla fama, dall'esilio al trionfo.

Tutto questo, o concittadini, versa sulle piaghe che m'aprì la fortuna un balsamo soavissimo, ed anzi elle sono già tutte chiuse e rimarginate. Se non che, per la necessità ineluttabile in cui vivesi l'uomo di sentire nelle cose più liete e felici la fralezza di sua natura, una qualche stilla d'amaro si sparge eziandio nel pieno di tal contentezza. Imperocchè io mi partiva di questa terra carissima vigoroso e fiorente di età e di salute, ed ora mi vi riconduco assai cagionevole e prossimo alla vecchiezza. Il sedere e conversare tra voi e con voi m'è somma gioja e compiacimento; ma quando io giro lo sguardo ne' vostri aspetti, troppe sono le sembianze amatissime e nel mio cuore scolpite che io cerco ed, ahi! non ritrovo. Irreparabile caducità delle umane sorti! Nello spazio di sedici anni, oh che dolorose trasmutazioni si compiono, quante memorie soavi s'estinguono, quanti sepolcri si schiudono, quanta parte della coetanea generazione vi scende!

Non però di meno, perchè lasciomi io rapire a sì triste meditazioni in ore sì belle e sì fortunate? E che può mai importare la mia soprastante vecchiezza e le mie infermità, quando io rimiro che la patria nostra ringiovanisce, e che lo spirito di libertà cominciando a scorrere nelle sue vene, tutta maravigliosamente la risana e rintegra? Parecchi dei miei prediletti amici ànno chiuso gli occhi nel sonno mortale: ma più non riposano in terra di schiavitù, ma il piede dello straniero non potrà oggimai calpestare le tombe loro, e la viva riconoscenza del popolo inverso ciò che vollero ed operarono a bene di lui, a bene d'Italia, più non fuggirà paurosa li sguardi de' vilissimi spiatori; ed anzi, mentre esso popolo verserà su quelle tombe dolce e ricordevole pianto, le mani de' sacerdoti leverannosi a benedirle, e le lor sante bocche pregheranno la pace de' giusti alle anime infiammate di carità cittadina: imperocchè il maggiore de' prodigi e il più profittevole al mondo che la sapiente bontà di PIO IX conduce in atto, si è del sicuro quel caldo e fratellevole abbracciamento che vediam farsi in modi così impensati e sublimi tra la virtù privata e la pubblica, tra la libertà e la religione, tra l'incivilimento e la Chiesa. Io vi dichiaro, o fratelli, con gran fermezza, che quando anche i miei disagi e le mie afflizioni state fossero intrise di molto maggiore assenzio, quando incontrato avessi non pure un esilio quale ho sofferto, ma dieci altrettali ed ancor più acerbi, queste nuove sorti d'Italia porgerebbermi una mercede e un compenso oltre misura superiori; e la letizia che me ne procede, esser dee riposta tra le cose veracemente ineffabili, e tra quelle divine pregustazioni delle delizie celesti, che alcuna ben rada volta sono agli uomini concedute affin di aprire il loro intelletto e crescere il lor desiderio inverso le bellezze sovramondane ed eterne.

Per rispetto poi all'intenzione amorevole che tutti manifestate di onorare in me non le opinioni solamente le quali ò sempre mai confessate, e la santissima causa a cui son devoto, ma eziandio la mia persona e quello che di lodevole a voi par di trovare nell'animo e nell'ingegno mio, sinceramente vi affermo, che delle vostre onoranze ed encomj io sento di meritare appena una minima parte, e che pur questa io debbo da voi riconoscere. Imperocchè voi, come se tutti mi foste padri e fratelli, m'avete con amorosi consigli e con blandimenti e lodi ed esortazioni continue e infinite avviato al bene, e, mediante una specie di cortesissima e affettuosa violenza, m'avete fin dalla puerizia sospinto a desiderare la celebrità delle lettere. Così da voi s'è mostrato, con bello e utile esempio, che non riesce dannoso, come pensano molti, al primo svegliamento dell'intelletto e dell'altre nobili facoltà il nascer discosto dalle grandi e rumorose città capitali; perchè pure alle aquile, innanzi di avere spiriti e gagliardezza per volare in cima dell'alpi e affrontar le bufere, fa d'uopo di crescere quietamente nel piccolo nido, e con tenue cibo venir nudrite. E similmente da voi s'è mostrato, come quello che suol domandarsi oggidì _spirito municipale_, quando sia ben temperato e commisurato all'amore e servigio che tutti dobbiamo alla patria comune, divenga sorgente perpetua di profitto e virtù, massime in questa nostra Italia, in cui la potenza individua di ciascun uomo tiene spesso del prodigio; quando che altrove le grandi cose si operano solo per virtù collettiva, come sforzo e peso di masse, il quale in ciascun atomo componente non apparisce e non ha valore assegnabile.

Ma perchè lo spirito municipale non nuoca ed anzi giovi e fruttifichi, egli è grandemente mestieri non solo di connettere e subordinare ciascun atto della vita del proprio Comune all'universal vita della nazione, ma di stringere quanti più legami si possono di socialità e di fratellanza con le città finitime e prossime, affinchè un flusso perenne di scienza e di civiltà corra e ricorra per esse tutte, come sangue per ogni vena di corpo animato. In cotal guisa, o Signori, poco avremo ad invidiare a quelle nazioni in cui li sparsi raggi d'ogni bene comune e d'ogni specie di scibile radunansi tutti in un punto solo sfolgorantissimo: conciossiachè i lumi del viver nostro civile, non ostante la picciolezza e tenuità di ciascuno, congiungendosi spesso e rischiarandosi mutuamente e a simiglianza di specchi l'uno nell'altro riverberando, cresceranno da ultimo sì fattamente e di numero e d'intensione, da soverchiare ogni forma e grandezza di umano splendore. Dalla qual cosa procederà fra gli altri beni questo prezioso e singolarissimo, di convertire l'astio profondo e le misere nimistà antiche in emulazione ardente e operosa. Nè a voi, Pesaresi, dee fare apprensione e paura l'entrare in simile competenza con mille altre città; dappoichè la natura v'à di raro ingegno e di non comune gentilezza privilegiati, sicchè picciolo popolo siete, ma glorioso e caro alla nostra gran madre Italia. Deh vogliate, o giovani, serbare a questa città natale il titolo suo invidiato di culta e di gentile, e non vi piaccia di confondere mai l'austerità e la valentía con la salvatichezza e con la ferocia, e di scompagnare dall'uso dell'armi gli studi gravi e gli ameni. Ben conoscete che l'armi indòtte sono barbare, e in guerra non durano e non prevalgono; come, per lo contrario, la scienza imbelle e indifesa appiccolisce sè stessa e muor nel servaggio. E a cui non è noto il simbolo esatto ed elegantissimo per via del quale rappresentavano i Greci l'alleanza perpetua e necessaria dell'armi e delle lettere? chi non sa che Minerva, figliuola della mente di Giove, usciva dal capo del Dio brandendo l'asta e imbracciando lo scudo? Ma perchè m'andrò io ravvolgendo tra le favole greche, mentre la storia vera d'Italia offre a noi Metaurensi, e ai popoli tutti compaesani, uno specchiatissimo esempio del sapere alle armi contemperare gli studi, e fare scorta e governatrice d'ambedue la sapienza civile? E che altro erano le città famose di Metaponto, di Crotone, di Taranto, di Locri, di Reggio, se non collegi e famiglie di filosofi e di guerrieri? Quale altra parte del mondo à saputo a un tempo medesimo e con l'ufficio degli uomini stessi trovar le scienze e fondar le repubbliche; eccellere nell'arte della poesia e della musica, come nell'arte del difendersi e del battagliare? A chi non entrerà in cuore una giusta e durevole ammirazione, considerando quell'alternare continuo delle ginnastiche e delle meditazioni, quel passare di frequente dalle accademie al campo, dalla investigazione profonda delle fisiche e delle matematiche all'apprendimento disagiato e severo della milizia, e dalla quiete e solitudine contemplativa al maneggio e all'uso delle faccende politiche? Sono d'ogni cosa i padri nostri stati trovatori e maestri, nè mai ci bisogna di trarre altronde gli esempj e gl'insegnamenti. Nè dicasi che tutto ciò è antichissimo, e troppo remoto e diverso dalle condizioni moderne. Conciossiachè, a rispetto della natura, noi siamo sempre i medesimi, e nulla à cangiato sostanzialmente in Italia, salvo che la tempra degli animi; a ricomporre la quale ci basterà oggimai il fermo e saldo volere. Nulla nell'ordine delle cose mondane è più resistente e meno mutabile che i germi primitivi e le forme ingenite delle specie; e da voi non s'ignora per che serie innumerabile d'anni, tra quali forze nemiche e pertubatrici, si serbano integre e incorrotte le minute semenze di mille gracili pianticelle: or quanto più forti riescono, quanto più perdurevoli i germi primitivi ed originali delle umane famiglie! Noi siamo, ripeto, e ciò ne serva d'orgoglio insieme e di vergognoso rimprovero, noi siamo li stessi che i padri nostri; e la invasione de' barbari altro non à pur fatto, che insinuare piccioli rivi d'estrania vena nel regal fiume delle razze latine; e que' rivi o sono già dileguati, o, come insegnano i fisici, servito ànno a ravvivare la virtù e l'efficacia delle antichissime stirpi. Nè a chiunque s'ostini di ciò, negare dobbiamo rispondere altra parola, se non invitarlo a girare gli occhi verso le sacre sponde del Tevere. Là veggia, là contempli la forza e generosità indomabile delle vecchie progenie. Essendochè quella misera plebe, giaciuta in sonno, in gelo e in torpore di servitù e d'ignoranza pel voltare di qualche secolo, e dopo aver tollerato lo sprezzo oltraggioso non che degli strani ma de' medesimi compatrioti, ecco si vien riscuotendo alla voce soave del suo Pontefice, e fa l'Italia e l'Europa maravigliare de' pensamenti e delle opere sue. Ella così stramazzata nel fango e l'ultima giudicata fra le plebi italiane, già sorge e procede animosa, già entra innanzi a noi tutti, e pianta in Campidoglio un Labaro nuovo promettitore di certa vittoria e in cui, dallato al nome augustissimo dell'autore e principiatore di nostra risurrezione, potrà, senza paura di scandalo e con approvazione e contentamento del mondo intero civile, riscrivere le famose e tremende parole _Senatus Populusque Romanus_.

Il seguente scritto usciva dai torchi verso il finire dell'anno 47, e in quel mentre appunto che in Roma si congregavano i deputati ad una Consulta in cui ponevano le città dell'Italia media speranze più che grandi. Desiderò l'Autore che il Municipio del suo paese natale porgesse l'esempio di addirizzare al proprio deputato parole utili e pubblicamente espresse, affine che da pertutto l'opinion generale dei popoli avesse comodità di farsi sentire e valere. Al Municipio gradì molto il pensiere, e l'Autore concittadino ebbe carico di porlo in atto. Ogni cosa è qui assestata alle circostanze, e parecchi concetti nuovi si meschiano ad altri comuni ed elementari di scienza politica.

IL MUNICIPIO DI PESARO

AL SUO DEPUTATO APPRESSO IL PONTEFICE.

ALLOCUZIONE.

I.

Noi crediamo debito nostro e utilità e profitto di questi popoli Metaurensi l'aprire a Voi pubblicamente, o illustre signore, i nostri pensieri circa que' negozj gravissimi, a trattare i quali siete chiamato in Roma dal glorioso Pontefice. E del manifestarvi la mente che abbiamo e i desiderj e le speranze che vi accompagnano, ci sembra tanto maggiore la opportunità e la convenienza, quanto che noi non siamo per via diretta e per suffragio proprio e immediato i committenti vostri; tuttochè a noi sia gran cagione di stimarvi altamente e di confidarci nel vostro zelo e sapere la scelta che à fatto di voi il sovrano. Questi, nell'ultimo suo Motuproprio delli 15 ottobre, col quale à recato gioja sì viva nell'animo de' suoi popoli e in cui definisce gl'incarichi e le pertinenze dei deputati, rassegna fra esse l'ufficio _di determinare le regole che la Consulta di Stato debbe tenere in trattare, deliberare e sindacare gli affari_. Noi, dunque, v'invitiamo per prima cosa a compiere quell'ufficio in maniera, che la manifestazione della mente dei deputati e qualunque altro esercizio di lor facoltà e prerogative sia franco e spontaneo quanto bisogna, ed abbia per testimonio e per giudice quotidiano e debitamente istruito la pubblica opinione.

E voi potete ciò facendo chiarire altresì ed estendere alcune disposizioni di esso Motuproprio, le quali noi desidereremmo e più larghe e meglio determinate, affinchè le pubbliche guarentigie che vi si attengono, riescano da nessun lato apparenti e vacillanti, ma reali, ferme ed irrevocabili in ogni parte.

II.

Il Santo Padre, nella circolare delli 19 aprile mandata dal cardinal Gizzi a tutti i governi delle provincie, raccomandava più specialmente alle cure e meditazioni dei fedeli deputati l'ordinamento nuovo de' Municipj. E di vero, con gran senno il principe nella riformazione dello Stato prende le mosse da quella che ragguarda i Comuni; imperocchè, come puossi dare assetto, figura e vita all'intero corpo, qualora non sieno per innanzi ben composte e figurate le membra? Noi vi preghiamo, pertanto, se pure di ciò è mestieri pregarvi, che vi occupiate con tutto l'animo nella costituzione nuova dei Municipj; e intendiamo che ciò si faccia da voi con mente affatto imparziale e con estesi e generali concetti, badando sempre alle condizioni ed all'esigenze comuni, e non alle minute particolarità e pretensioni di tal luogo o di tale altro: imperocchè noi non vogliamo che il bene della città e provincia nostra sia per privilegio e per eccezione, e meno vogliamo che torni a scapito di qualunque altra parte dell'intero corpo della patria; ma sì domandiamo che ogni riforma ed innovazione nostra particolare avvenga per effetto di leggi comuni, e si accordi perfettamente con l'universale prosperità. Verso tre punti principali debbe addirizzarsi la perspicacia vostra nella materia dei Municipj.

Il primo si è, che a rispetto dello Stato risiede nel Municipio una libertà naturale di azione circa il formare e usare di tutti i suoi beni, appunto come nell'individuo a rispetto della città. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle; e però, in generale, la legge non dee (come sotto i governi dispotici) venire numerando le speciali e singolari facoltà del Comune, e prescrivergli quello che può, ma quello che non può e non dee.

Da cotal massima procede il secondo punto, che la legge cioè sappia e voglia costituire il Comune con quanta maggior larghezza si può; e intendiamo dire, che la spontanea vita di esso si svolga e cresca e si eserciti sciolta dalle restrizioni e pragmatiche che or sotto nome di tutela, or sotto quello di sopraveggenza e di buon governo, impacciano dannosamente e oltre ad ogni necessità il corso naturale dei pensamenti e delle azioni commutative. E qui ci piace di ricordarvi, che la prima e fondamental cagione della prosperità sociale, durevole e non artefatta, si è la spontaneità, siccome quella che s'ingenera immediatamente dalla nobile natura umana, la essenza di cui è libera e _incoercibile_: di tal guisa, l'avviamento dell'uomo al vero ed al bene non dee venir procurato dalle prescrizioni della legge troppo speciali e forzose, ma dall'impulso generale dei metodi educativi, dall'incremento e diffusion del sapere, e da tutte quelle cagioni che per semplice virtù ed efficienza morale persuadono e ottengono i miglioramenti e perfezionamenti civili.

Per la ragione medesima, noi non vi raccomandiamo di estendere e moltiplicare le pertinenze dei magistrati municipali; stantechè ogni cosa per natural diritto è di pertinenza loro, quante volte essi operino a nome e per facoltà del popolo committente, e non invadano alcun ufficio che le leggi decretarono dover competere allo Stato e a' suoi reggitori. Molte volte accade, per lo contrario, che al governo generale dello Stato divenga profittevole sopramodo il chiamare i Comuni a partecipare ad alcune funzioni politiche; come, per via d'esempio, al ministero della polizia, ovvero a quello della giustizia con la istituzione dei pacieri e dei giudicj conciliativi, e ad altri incarichi d'ugual peso.