Part 6
Il massimo de' misfatti è bagnare le mani nel sangue civile; e l'Italia (eterno suo dolore e rimordimento!) ha per secoli molti lacerato col proprio ferro le proprie membra. Però, chiunque non reputa le cose mortali essere governate dal cieco caso, dee nel contemplar le ruine e il disfacimento della patria comune, ridire a sè stesso: — Tremenda ma giusta è la tua ragione, o Signore! — Per giudizio dell'alto, il popolo stato per vigor d'armi e sapienza di leggi arbitro e reggitore di tutto il mondo agli antichi conosciuto, passò sotto il giogo di cento nazioni, le quali per insino a jeri se l'hanno diviso, mercatato e venduto, come torma di vili giumenti. Per giudizio dell'alto, la schiatta più gloriosa fra tutte le umane fu abbeverata a lentissimi sorsi di umiliazione e di scherno: e noi miseri che trascinammo per lunghi anni la vita in esilio, e vedemmo dappresso la boria dello straniero e gli occulti suoi pensamenti, noi vi testifichiamo, o fratelli, che il nome d'Italiano era sinonimo di codardo, e apponevasi a modo d'antonomasia al giullare ed al barattiere.
Ma infine, le luttuose partite della colpa e della espiazione sono pareggiate, e la pagina nuova che nel gran volume dei nostri destini sta ora aperta e spiegata, porta le solenni parole di riscatto e risurrezione. E perchè in nessun popolo viene ad effetto un profondo e durevole rinnovamento, salvo che per virtù propria e interiore, e gli Italiani scaduti e inviliti affatto innanzi al proprio cospetto aveano dolorosamente smarrito ogni fede e ogni coraggio in sè stessi, Dio, con consiglio amoroso e misericordievole, mandò loro un segno ed una caparra evidente e infallibile del patto rinnovato e del perdono largito. Allora scorgemmo in vetta al Campidoglio e a vista di tutte le genti cristiane apparire un Angelo col nome di Pio, apparire un Labaro sacro e vivente, in cui dall'Alpi al Lilibeo le serve e languenti popolazioni girarono attonite il ciglio, e lesservi giubbilando _In hoc signo vinces_. Nè questo solo prodigio ha mostrato il Cielo ad accertare i Popoli nostri della salvezza insperata.
Di voi, o Romani (lasciatemi parlare il vero), di voi fieramente si sentenziava e diceva: — Gli altri stanno distesi ed infermi, ma questi son morti e putono di cadavere; quadriduani ei sono, perchè da ormai quattro secoli, e propriamente dallo sfortunato Porcari che esalò l'anima sul patibolo, più non dettero voce nè crollo. — Ma Pio IX che penetrava gli occulti del vostro spirito, così non parlò, ed accostatosi a voi come Cristo Signore alla figliuola della vedova, esclamò pieno di fede: _Non est mortua, sed dormit_. E voi vi svegliaste, e nel tratto di soli pochi mesi faceste l'Italia meravigliare delle vostre civili virtù. Nel vero, parecchie di queste, a guardarle nell'abito solo esteriore, possono sembrare altresì accomunate a gente o guasta o incivile: l'amore di libertà è naturato coll'uomo, e non rade volte s'accende tra cittadinanze rozze e feroci; l'unione dei voleri può sorgere spesso da ferrea necessità, o dalla fiamma non durevole dell'entusiasmo; sprezzar la morte e i pericoli è dote eziandio dei selvaggi; ed alcune fiate negli ultimi eccessi della barbarie ribolle negli animi umani un valor disperato. Ma ciò che rimane peculiare e qualitativo dei popoli veramente civili, e forniti di alto senno e di sentire magnanimo, si è la politica temperanza; si è il reggere, come voi fate, l'impeto stesso degli affetti più generosi, e il voler che procedano d'ugual passo la moderazione e la forza, la prudenza e lo zelo, la ragione e l'istinto: ondechè in voi, si può dire, sono principiati in un dì medesimo e il possesso di parecchi diritti, e la difficile saggezza di saperli assai convenientemente usare. Ma v'è più oltre di bene. Imperocchè, o Romani, noi vi accusammo di angusti pensieri e di gretto egoismo, e che non iscorgevate nè mondo nè umanità di là da Ponte Molle e da Porta Carmentale: e voi, in quel cambio, chiamati appena a un cominciamento di vita politica, avete pensato sopra ogni cosa all'Italia, e ogni vostro atto e consiglio va sottomesso e coordinato pur sempre alla salute, al risorgimento, allo scampo di qualunque individuo della comune famiglia Italiana. Vi accusammo di basse superstizioni; e molti chiamavanvi per istrazio una congrega di pusilli e di bacchettoni: e voi, a riscontro, mostraste di avere in cima dell'intelletto e accogliere e serbare entro l'animo la essenza più pura e fruttifera del Cristianesimo; significaste coi fatti di professare la sua generosa e razionale moralità, scaldarvi degli spiriti suoi più progressivi e sociali, ed ardere al fuoco di libertà che tutto quanto lo investe e il vivifica; in somma, mostraste di aver in cuore segnata e scolpita la Religione Civile, maestra ed inculcatrice di tutte quelle virtù, quegli uffici, quelle annegazioni in che versa la carità cittadina, e le quali assommano la grandezza e la perfezione del saldo e verace Italiano. Per tante e inaspettate prove d'un sentire liberale ed altissimo, avete, o Romani, insegnato al mondo, che, contro a mille apparenze e mille sintòmi, le brutture e la corrutela rimanevansi esteriori e parziali, e, come a dire, solamente appastate all'intorno del vostro animo, e che mai la sostanza e il midollo non intaccarono e offesero: onde esso fu simile a quelle stupende sculture giacenti tra le vostre ruine o in alcun canto de' vostri trivj, calpestate dal passeggiere, coperte di lezzo e di mota; ma le quali rimesse appena in sustante, e lavate e deterse d'ogni immondizia, subito rivelano agli occhi maravigliati di ognuno la loro antica e non alterata bellezza.
A me le sorti non concederono il privilegio e l'onore di nascere dall'augusta vostra sementa, ma però scorremi dentro le vene il puro sangue latino; e voi, voi pure, o Romani, siete un latino rampollo, e di gente latina crebbe e si allargò questa Città eterna e fatale. A gloria poi ed a singolare compiacimento mi reco l'essere stato in mezzo di voi e alle medesime vostre scuole allevato; e il Calandrelli, il Conti, il Gasperini, il Folchi, ed alcuni altri ingegni debitamente cari ed illustri, furono i primi balj e nutricatori della mia povera mente. Da ciò pensate se mi tornò in somma dolcezza il rivedere queste mura, lo spirar di nuovo queste aure, fissare gli occhi negli occhi vostri, e, più che tutto, con voi conversare d'Italia e di libertà. Da ciò pensate se mi s'imprime forte nell'animo una perpetua riconoscenza dei larghi favori, dell'ospitale affabilità e della fratellevole tenerezza con che vi piace di accogliermi; nè valgo a significarvi a parole, quanto l'affetto abbondi e moltiplichi nel cuor mio considerando tra me le splendide dimostrazioni e le segnalate e invidiabili testimonianze d'onore con cui volete esaltarmi quest'oggi. Il qual onore voi intendete per certo di conferire non alla mia persona oscurissima, non ai meriti di buon cittadino in me troppo scarsi, ma sì bene ai principj e alle massime generose e civili sempre e invariabilmente da me professate, e all'amore e al desiderio di questa nostra gran madre Italia, che m'hanno continuo infiammato, e da cui, in sedici anni di amarissimo bando, mai non ho divertito l'animo un sol dì e un solo istante. E ciò tutto voi fate perchè sia indizio e pegno certissimo ed universale del come intendete premiare e onorare coloro che non di sole parole e consigli (mio vano e sterile pregio), ma sì bene avranno con tutto l'animo e con tutto il sangue ajutata e affrettata la italiana rigenerazione; la quale (giova ripeterlo) voi, Popolo Romano, avete iniziata, per voi s'avanza, da voi si sostiene, e senza l'opera vostra mai non potrà riuscire nè santa, nè feconda, nè duratura.
SULLA TOSCANA.
(Dall'_Italico_, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)
Da lettere di Firenze raccogliesi, che la nuova legge colà pubblicata circa all'ordinamento della Guardia Civica, non tragge seco l'adesione e il suffragio di tutti, ed anzi qualche porzione di popolo ha fatto perciò dimostrazioni sconvenevoli e tumultuose. Noi desideriamo che quelle lettere sian cadute in amplificazioni: ad ogni modo, teniamo per fermo che qualora si apponessero in tutto al vero, la stampa periodica della Toscana, anzi dell'Italia intera, non mancherà al debito suo, e rivocherà gli avventati e gli sconsigliati dalla via funesta dei tumulti e delle sommosse.
Certo, noi non daremo per questo cominciamento di male in escandescenza e in furore, e non ingiurieremo nessuno col titolo di fazioso, di ribaldo, di demagogo. La storia e il raziocinio c'insegnan del pari quanto sia facile entrare in possesso d'alcuni diritti, e quanto difficile saperli saviamente serbare ed usare. Compatiamo in generale all'inesperienza de' giovani e all'ardore impaziente delle moltitudini, e ci sentiamo dispostissimi a ravvisare ne' lor moti disordinati più presto un eccesso di zelo, che un effetto di male intenzioni, e ne' lor capi e guidatori un subito accendimento di fantasia e una baldanzosa presunzione di sè, di quello che mire personali e ambiziose, e voglia vera e deliberata di perturbare e sconvolgere.
Con tali considerazioni, noi pigliamo speranza che la voce dei buoni e degli assennati levandosi viva e concorde per biasimare codesti eccessi, vedremo di corto i giovani ravvedersi e le moltitudini rinsavire. A gente così ingegnosa, avvisata e penetrativa come i Toscani sono, gli è impossibile che non apparisca chiarissimo il danno grande ed inestimabile, che recherebbe alla causa italiana questo rompere in clamori e in violenze ad ogni atto ministrativo che non gradisca (poniamo pur con ragione) a molti ed eziandio all'universale. Per gran ventura, àvvi oggi in Toscana rimedj regolari e pacifici ai cattivi provvedimenti. Tanto manca che il buon Principe voglia o possa al presente imporre a popoli suoi triste leggi ed improvvide, che ha messo a tutela della giustizia e dei diritti, e a lume e scorta sicura e comune del progresso civile, la libera e quotidiana esaminazione e discussione della cosa pubblica. Or vuole essa la plebe, vogliono essi i giovani inconsiderati preoccupare e sforzare il giudicio della stampa periodica, rompere l'equo e difficile sindacato degli atti ministrativi, la lenta e laboriosa maturazione delle riforme e dei nuovi istituti? Per tutto dov'è conceduto il venir componendo una mente ed un senso pubblico, e dov'è lecito all'opinione migliore e più generale il manifestarsi ed il prevalere non subito nè senza fatica, ma pure in modo efficace e perfettamente legale; il ricorrere a' mezzi violenti e il far mostra d'ammutinarsi, e dirò anche il solo turbar di frequente la quiete comune con atti sconci e rumori e grida minaccevoli ed ingiurose, fa pensare al mondo che il popolo il quale opera di tal guisa, mentre offende la propria sua dignità, disconosce la forza suprema della ragione e del vero; rinnega altresì coloro che tuttogiorno nelle stampe fannosi organo delle giuste querele e dei comuni desiderj; abusa da selvaggio e da barbaro de' naturali diritti; e merita di ricadere nell'ignobile stato di servitù e di codardia ove la smoderatezza e i vizj e le colpe de' padri suoi il cacciarono. E se questo in generale è vero, torna verissimo per noi Italiani, a cui tanta maggior prudenza e moderazione abbisogna, quanto le condizioni nostre sono state le più infelici del mondo, e permangono tuttora le più pericolose e difficili. A voi Toscani è bellissima gloria l'essere entrati primi o quasichè primi nell'aringo dell'italiana rigenerazione: ma di quindi, a voi procede un obbligo vie maggiore di porgere agli altri fratelli esempio salutare d'un'ordinata, prudente e incolpabile risurrezione. Non udite voi l'Italia, la nostra madre comune, la gran _Donna di provincie_, ancor tutta bagnata di lacrime e coi solchi delle catene nelle braccia e ne' piedi; non l'udite voi, ripeto, raccomandarvi affettuosamente la vita sua, la sua salvezza, lo scampo estremo di tutti i suoi figli? Fra questi, Ella dice, v'ha chi infinitamente più di voi tollerava e soffriva, chi ha dato prove molto maggiori e malagevoli ad imitare di carità cittadina, costanza magnanima, vigore indomabile, amore santo e animoso di libertà. Eppure, vedete ch'ei sanno temperare i lor desiderj, e tenersi stretti e quieti nelle vie della legge e dell'ordine. Perchè, dunque, sarete voi più insofferenti ed immoderati? Deh, a che riuscirebbe, o figliuoli, la vostra sconsigliatezza, salvo che a sbarbicare del tutto le riforme bene iniziate, e la speranza che acquistan del meglio i fratelli vostri subalpini, dal cui coraggio e dalla cui disciplina io aspetto, quando che sia, d'essere fatta signora di me medesima? E non son del mio sangue, e non sono viscere mie quegl'infelici, che pur mentre io parlo, cadono laggiù trafitti dal piombo e dal ferro su ciascuna riva dello Stretto? I vostri savj e ammisurati portamenti, la vostra ragionevole discrezione e longanimità, il lieto spettacolo del vostro riposato e concorde vivere civile, può far cessare quelle morti e quel sangue, chiudere quelle larghe ferite, cambiar la mente e il consiglio di chi tiene in mano le sorti della Sicilia e del Regno. Il contrario (ahi misera!) procederà del sicuro dal disordine, dai tumulti e dalle violenze. In qualunque atto, o figliuoli, e in qualunque deliberazione, pensate ai profondi sospiri, pensate alle lagrime occulte e amarissime di tanti vostri fratelli men di voi fortunati, non però meno cari e men diletti al cuor mio.
(Dal medesimo-Roma, 7 ottobre 1847.)
Ci giungono di Toscana notizie certe ed esatte, dalle quali siam confermati nella speranza che avemmo, che le molte lettere mandate di là in cui parlavasi di fatti tumultuosi avvenuti per la pubblicazione del Regolamento intorno alla Guardia Civica, eran cadute in amplificazioni, ed entrate in paura non ragionevole di scompiglio e sommosse. La saviezza della plebe (ci scrivono di colà) e la discrezione e arrendevolezza de' giovani non è minore in Etruria che nello Stato Romano, e l'antichissima urbanità e la universale e pressochè ingenita educazione delle moltitudini toscane non lascian temere ch'elle trascorrano di leggieri in atti violenti, e in riprovevoli e licenziose dimostrazioni dei proprj desiderj.
A noi vengono carissime queste notizie, e con piacere ci affrettiamo di farle assapere al pubblico. L'ufficio di ammonir con modestia, e correggere con amore le moltitudini, è forse il più ingrato di quanti competono al giornalista; il qual conosce assai bene non essere quello il modo di andare a versi nè del popolo nè de' giovani, cui piace naturalmente il sentirsi sempre lodati ed accarezzati. Ma la stampa politica, a riguardarla nell'alto suo ministero, e sceverandola da ogni basso fine di lucro e di ambizione personale e smodata, tien luogo oggidì in gran parte di quella solenne censura che fu il magistrato più austero e imparziale dell'antichità, e che mai non si sgomentava di dispiacere ai sommi ed agl'infimi, ai governati ed ai governanti.
La rigenerazione nostra vive una vita ancor tenerella e infantile, e può ammalare così di languore come di febbre. Noi, secondo le nostre forze, combatteremo sempre ambedue quelle infermità, quante volte non pure discoprirannosi apertamente, ma daranno indizio e sospetto di sè. Sui fatti possiamo ingannarci; le intenzioni sentiamo di avere diritte e generose.
(Dal medesimo-Roma, 14 ottobre 1847.)
(Precede una lettera sottoscritta da molti Toscani di eletto nome, nella quale si fa alcuna rimostranza sul penultimo Articolo.)
Appena da nuove lettere di Toscana fu dissipata la grave apprensione in che molti vivevano intorno alla quiete ed all'ordine di quella provincia, io mi affrettai con vivissima compiacenza di ciò pubblicare in questo giornale medesimo. con data dei 7 di ottobre. Il foglio che giungemi di Firenze e leggesi qui stampato, riconfermando la buona novella, riconferma me nella gioja e consolazione ricevutane. V'ha molti casi nei quali la parola eccitata dalle notizie correnti, perde opportunità ed efficacia qualora s'aspetti che il tempo o cancelli appieno o raddrizzi ed emendi il racconto dei fatti. In cotali casi, chi non vuol mancare al debito di scrittore e di cittadino, e d'altra parte non vuol censurare senza buon fondamento, parla e ragiona per via di supposti, dichiarando di avere ferma speranza che le cose narrate o non s'appongano al vero o di molto l'amplifichino; e ciò appunto faceva io nell'articolo del 23 di settembre: l'impeto dell'affetto e la vivezza dei tropi debbesi unicamente recare all'indole dello scrittore e all'importanza suprema della materia. Come si propalasse la voce di disordini gravi accaduti e il sospetto di cose molto peggiori, io non so; ma che ciò si scrivesse in più luoghi e da persone assennate e di credito, è certo e noto ad ognuno. Nè il raziocinio valeva a mostrare e provare quegli avvenimenti come impossibili; conciossiachè, mancando a noi Italiani da troppo gran tempo la vita politica, ci vien meno similmente il criterio e l'abilità di presumere con molta certezza quello che siamo per operare. Ed anzi, considerandosi bene la inesperienza comune, l'ardore delle fantasie, i tempi difficilissimi, è più forse da maravigliare della universale prudenza e saviezza, che del loro contrario. Ma d'altra parte, io confesserò volentieri che nessun prodigio di senno civile è insperabile dai Toscani, privilegiati fra tutti i popoli italici per altezza d'ingegno, e gentilezza d'animo e di costumi. Del che mi sembra fare testimonianza molto notabile questo foglio medesimo che tanti egregi Toscani sonosi degnati mandarmi. Perchè non poteasi con parole più mansuete e cortesi, e con più squisita urbanità dimostrarmi l'errore in cui venni indotto, e il quale son quasi tentato di amare e di carezzare, dappoichè mi ha procacciata una manifestazione di benevolenza e di stima superiore oltre modo e, a meglio dire, senza proporzione veruna coi pregi della povera mia persona. Voglia ciascuno di que' degnissimi soscriventi riconoscere in queste mie parole un atto sincero di scusa, di ringraziamento e di ossequio a lui particolarmente indiretto, e il quale io adempio con la solennità che posso maggiore, per segno durevole di osservanza e di gratitudine.[6]
PAROLE DETTE IN PERUGIA NELLE STANZE DE' FILEDONI
li 18 di ottobre del 1847.
Fratelli e Compatrioti.
Quante solenni memorie, quanti affetti gagliardi, che immagini varie di grandezze e ruine, di trionfi e cadute mi si adunavano intorno al cuore, mentre io saliva (or son pochi giorni) questi famosi Apennini, e scorgeva torreggiar di lontano la città vostra, antica e quasi naturale regina dell'Umbria!
E per vero, io discerneva quivi da ciascun lato i vestigi ed i testimonj d'infinite umane generazioni, e di più forme e procedimenti di civiltà; e di quindi io raccoglieva come a dire un compendio e un ritratto della storia intera d'Italia, in quel modo appunto che ne' più profondi scoscendimenti o dell'Alpi o de' Pirenei avvisa e riconosce il geologo la storia tutta quanta del globo terraqueo e de' paurosi suoi cataclismi. Certo è che voi, Perugini, col solo indicare gli avanzi che qui tuttora grandeggiano dell'opere ciclopee, e con l'aprire que' sepolcreti non da molto scoperti e tornati alla memoria degli uomini, ove intorno alle ceneri de' Lucumoni dormono gli antichissimi vostri padri, voi potete, insieme con l'altre metropoli etrusche, darvi titolo e gloria di progenitori veri dell'occidentale incivilimento; imperocchè appo voi le arti, la religione, le leggi, le leghe, i commerci già si attuavano e si spandevano, quando la Grecia medesima rozza rimaneva e selvatica. E però, in fra le nazioni tutte moderne, a voi si compete una specie di nobiltà naturale e di legittimo patriziato, conciossiachè va ormai pel terzo migliajo d'anni da che siete usciti di stato barbaro e entrati a iniziare l'umano perfezionamento.
Ma le vostre valli e colline situate come si veggono fra il Trasimeno ed il Tevere, son tutte piene altresì di romane memorie; onde gli antichi libri raccontano che fino a quando stette e durò la Repubblica, stette e durò prosperevole il vostro Comune; e il ferro e il fuoco che per le mani scelleratissime dei Triumviri l'ardeva e lo smantellava, annunziò al mondo il prossimo disfacimento del maggiore degl'imperi. Ma l'Italia è sacra e non può perire, e di voi similmente fu decretato che alle ruine etrusche ed alle romane sorvivereste; e quando per lo crescente splendore del pontificato il nome d'Italia ridivenne temuto e onorando, e i vecchi municipj latini sentirono di aver riacquistata la balía di sè stessi, la città vostra, o Perugini, fu in quella nuova e maravigliosa costellazione di repubbliche un astro sereno e cospicuo: il perchè leggesi lungamente in tutte le storie patrie quanto la bravura di Fortebraccio, le armi e le astuzie de' Baglioni, l'autorità e la prepotenza di sommi gerarchi, faticassero e travagliassero ad assoggettarvi e a sbarbare dal vostro suolo la pianta divina della libertà. Ed essendo che la generosa vostra natura dovea farvi partecipi d'ogni ragione di gloria italiana, allato al valore di Niccolò Piccinini e d'altri gagliardissimi condottieri usciti del vostro sangue, nacque per gentil contrapposto quel miracolo d'arte Pietro Vannucci, la cui fama, avvegnachè grande e perpetua, sarebbe massima e sola, dov'egli non avesse nudrito del proprio senno e allevato nelle proprie sue scuole colui al quale voleranno secondi tutti i contemplatori del bello e gl'imitatori della natura.
Nell'età più bassa, voi pure, o Perugini, con tutta insieme la nazione italiana siete caduti, e il comune peccato espiaste delle guerre fratricide. I Genovesi nel sangue pisano e veneto, i Veneziani nel genovese e lombardo, voi tingeste le infelici armi vostre nel sangue fulignate e aretino: di quindi le miserie e le umiliazioni, di quindi la cresciuta ignoranza, e le pessime leggi, e la tirannia straniera e domestica.
Ma l'Italia (giova ridirlo) è terra sacra, e dai destini privilegiata; conciossiachè si racchiudono nel grembo suo infinite semenze di civiltà sempre nuova e ripullulante; e sembra che a ciò a punto il consiglio supremo di Dio lascila di tempo in tempo incolta ed inoperosa, perchè ristorata di forze quanto bisogna e purgata delle male erbe, faccia altra volta maravigliare il mondo universo de' peregrini frutti di sociale sapienza, che in modo affatto insperato produce e matura, e de' quali nudrisce di poi molto volentieri le menti di tutti i popoli. E che noi siamo al presente in questo ricominciare il glorioso cammino, e che la benignità dei cieli conceda a nostri occhi di rimirare i primordj fortunatissimi d'una quinta epoca d'italiano incivilimento, il dicono assai manifesto la letizia de' vostri aspetti, la concordia e meschianza di tutti gli ordini di cittadini, la significazione di queste scritte e di questi emblemi, le parole calde e leali che a voi ed a me or si fa lecito di pronunziare e di udire, il vedermi io stesso in mezzo di voi e da voi festeggiato dopo la lunghezza e l'acerbità d'un esilio più che trilustre. Ma forse meglio di qualunque altro indizio, e con chiarezza ed efficacia maggiore di tutti i segni da me notati, ciò che afferma, persuade e assicura qualunque intelletto del certo nostro risorgimento, si è lo scorgere qui presenti gli stemmi e l'effigie dell'Augusto e Ottimo Pio; il quale voi, o Perugini, con sublime antonomasia e con un senso profondo di verità, chiamar solete il liberatore, e ch'io credo altresì, senza pericolo niuno d'adulazione, poter domandare il Divino ed il Taumaturgo; perciocchè la subita trasformazione ch'egli ha operata nell'essere delle cose e nel cuore degli uomini, à, più che d'altro, natura e qualità di prodigio.