Scritti politici

Part 5

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13º La somma degli insegnamenti morali, intendiamo di quelli più proprj e meglio adattati al popolo, consiste nell'insinuare entro l'animo suo una fede profonda nella giustizia eterna e riparatrice di Dio; e con questa, un coraggio assiduo contro i mali della vita, e una carità viva e operosa, segnatamente inverso i proprj consorti. Consiste quella somma nel coltivare abilmente il germe degli istinti più generosi, e movere la fantasia verso le imagini del bene; consiste nel far sentire la dignità e santità del lavoro, e pregiare per quel che sono le ricchezze e gli agi e l'apparente beatitudine dei doviziosi; infine, consiste nell'avvezzare la plebe, in difetto dei materiali conforti, a gustare con abbondanza i beni e i ricreamenti dell'animo, come la pace e gli affetti della famiglia, i piaceri dell'amicizia, il dirozzamento dell'intelletto, il perfezionamento dell'arte propria, la stima dei confratelli, l'amore nella patria, le glorie di lei, gli ornamenti, la prosperità.

5.

Queste sono le speranze a cui da ogni buon Italiano debbe venire alzata la mente e il cuore delle moltitudini; queste le riforme e i perfezionamenti cui darassi mano quando che sia, perchè tutte sono operabili; questa la vera e sola e legittima _Carta del popolo_.[2] Conciossiachè, a volerla mettere in atto, non è mestieri (come si vede) di rovesciare e sconvolgere neppure un solo degli ordini sociali odierni, nè di fabbricare alcuna forma politica ignota o troppo discosta dagli usi nostri. Quello che vi si ricerca sostanzialmente, si è il buon volere e lo zelo delle classi superiori; e, a chiamar le cose col nome loro, si è la tarda giustizia dei facoltosi e potenti inverso i poveri ed impotenti; si è il principio attivo e sincero dell'uguaglianza e della fraternità che il Vangelo di Cristo à predicata e promessa a tutti gli uomini.

Infrattanto non debbono i buoni Italiani, aspettando giorni migliori, desistere mai dal cercare tutti i modi, tentare tutti gli espedienti, rinvenire tutti gli ingegni per condurre ad effetto alcune parti almeno di cotesto nobile disegno. E di che non viene a capo, di che non trionfa la travagliosa operosità, la perseveranza e l'unione?

_Non chi comincia soltanto, ma chi persevera coraggioso entrerà nel regno dei Cieli._

CAPITOLO IV.

DI ALTRI PRECETTI PARTICOLARI.

Veduto quello che importa di più nell'educazione del popolo, procederemo a discorrere d'alcuni precetti che toccano materie di gran momento per la rigenerazione italiana.

1. — _Cose conducenti all'unità morale degli Italiani._

1º Procacciamo che i parentadi si facciano i più frammisti che si può, cioè tra famiglie di città, provincie e Stati diversi d'Italia.

2º Tuttociò che rende lo straniero maggiormente odioso e abborrevole; tutto ciò che mostra più aperto i mali da lui cagionati e ne rinnova il senso profondo e lo moltiplica e lo perpetua, torna di necessità favorevole e vantaggioso alla patria; e per via di contrapposto, ajuta a far radicare ed invigorire il sentimento nazionale.

3º Questo è fomentato eziandio da tutte le opere letterarie e scientifiche il cui subbietto à riferimento speciale con l'intera Penisola: come, per via d'esempio, una enciclopedia italiana, storia d'arti italiane, gallerie d'Italia descritte, miniere d'Italia visitate, e altrettali.

4º Sforziamoci di accrescere e moltiplicare il carteggio e ogni altra sorta di relazioni e di contraccambi sì fra tutte le accademie della Penisola, e sì fra tutti i compilatori delle sue stampe periodiche.

5º Agevoliamo e moltiplichiamo fra li suoi Stati il cambio de' libri e d'altre merci attinenti alle lettere.

6º Similmente, procacciamo che i giornali d'una provincia si occupino più che non fanno dei negozj letterarj e civili delle altre; e gran pro farebbe un giornale costituito con questo intento di discorrere e paragonare insieme le cose letterarie e civili d'ogni parte d'Italia, e quelle degli altri Stati ancora più che del proprio.

7º Eccitiamo tutti, massime i giovani, a visitare città per città e borgo per borgo la nostra Penisola, contraendo e coltivando in qualunque luogo amichevoli affezioni e corrispondenze. Così fanno, rispetto alla patria loro, i Tedeschi, molti de' quali stretti da povertà sostengono di viaggiare a piedi con zaino dietro alle spalle.

8º Una grande sapienza civile ammirasi dai politici in quell'antico precetto mosaico del dovere ogni anno tutti gli Ebrei concorrere nel loco medesimo a celebrare insieme la pasqua. Deh! che non faremmo noi per convertire in obbligo sacro questa peregrinazione degl'Italiani per ogni parte del _Bel Paese_. Ma se tanto nè da noi nè da qualunque altro si può, introducasi almeno appo i buoni la ferma opinione, che di quindi innanzi quel giovine, il quale in età di trent'anni non abbia peranche fornito il viaggio della Penisola tuttaquanta, è indegno di venir reputato buono e caldo Italiano. Simile riprovazione sia fatta cadere sopra coloro che alla medesima età ignorassero ancora l'antica storia e la moderna d'Italia.

9º Tentisi di aprire una fiera annuale di libri, imitando quella famosa di Lipsia, che è sede e capo del commercio librario di tutta l'Allemagna. Luogo a ciò accomodato sembra essere Pisa.

10º Tentisi di istituire ragunanze generali di dotti Italiani, al modo di quelle incominciate in Germania, che ogni anno mutano residenza.[3]

11º Tentisi di rimettere in fiore l'Istituto Italiano dal Lorgna fondato, e di farlo centro e capo de' nostri studj scientifici.

12º Tentisi di celebrare con pompa solenne i giorni secolari, o come altri li chiamano, i parentali de' nostri scrittori ed artisti massimi, con partecipazione di ciascuna provincia, e operando in guisa che ogni università e accademia invii deputati alla festa. La Germania à dato testè un esempio insigne e imitabile di tale usanza con la celebrazione del dì natalizio di Federico Schiller.

13º In fine, tentisi qualche accordo fra i nostri governi circa agli ordini _doganali_, in guisa che i commerci interiori acquistino maggiore franchigia, e tutta l'Italia sia loro comune emporio.

Nel che dobbiamo porre innanzi l'esempio del governo prussiano, il quale, per aver forma di monarchia assoluta, dee parere modello non punto rischioso a copiare: ciò si ripeta eziandio in risguardo di molte altre innovazioni e provvedimenti che quel governo è per porre ad effetto; come l'unità e conformità dei pesi, delle misure e delle monete fra più Stati contigui.

14º Si offrano premj frequenti ad opere letterarie e scientifiche, facendo invito a tutti gli ingegni italiani; i têmi proposti versino sopra materie attinenti alle condizioni ed agl'interessi della Patria comune. Per gli edifizj e lavori d'arte di gran momento, conserviamo l'antica usanza italiana dei pubblici concorsi, aperti all'intera nazione.

15º Scriviamo compendj di Storia italiana in modo piano e popolare, ristringendoci, se non si può meglio, all'esposizione nuda dei fatti, e ingegnandoci di ridurli a qualche forma di unità, e di tornarli spesso in pensiero sotto diverse fogge ed aspetti, come di tavole sinottiche, di catechismi, di biografie, di racconti, ec.

Una specie di scrittura assai popolare e istruttiva è quella degli almanacchi ordinati per modo, che a ciascun giorno dell'anno cada il ricordo d'un fatto notevole cercato nelle istorie d'Italia e nelle biografie de' suoi grandi uomini.

16º Asteniamci dal parlare i dialetti, e curiamo che si faccia il simile nelle scuole primarie, nelle sale di asilo e in altrettali istituti di educazione popolare.

17º Studiamo e pregiamo assai la nostra lingua comune, purgandola dalle forme straniere; imperocchè in essa è un legame fortissimo di nazione, il solo non ancora spezzato; e in essa è pure la sola ricchezza campata al naufragio del nostro civile imperio.

18º E gran bene procurerebbe colui che tentasse di trasformare l'Accademia della Crusca in vero italiano istituto, componendolo di socj chiamati in Firenze da ogni banda d'Italia, e intesi a imprimere nella lingua l'universal carattere nazionale, e propagarne lo studio e l'uso.

19º Ravviviamo e rinvigoriamo in tutte cose il sentimento italiano, studiando l'indole e le tendenze che abbiamo sortite in proprio, e adattando a quelle i pensieri e le opere. Sudiamo a comporre una agricoltura e una industria italiana, ed abbia la letteratura altresì sembianza veramente nostrale, e non semifrancese o semitedesca qual'è la presente: il simile adoperiamo per la filosofia, per la medicina, per la legislazione, per l'economia. Vorrei che fossimo Italiani perfino nelle mode e negli usi più minuti del vivere e del conversare.

20º Buono è ripetere e moltiplicare quanto si può le effigie de' nostri grand'uomini; vogliate per decoro ed intitolazione di accademie, di teatri, di biblioteche e d'altri istituti; vogliate (e ciò più spesso e più agevolmente assai) sotto forma di statuette, di medaglie e di cammei; vogliate infine per fregio di pendoli, di sigilli, di spilletti ec.

Comecchè da qualche tempo la Storia italiana porga materia frequente alle invenzioni degli artisti e alle composizioni dei drammaturghi, utile è di accrescere e propagare cotesta nobile usanza; e piacerebbemi molto vedere più spesso in iscena taluni de' nostri sommi poeti, artisti, capitani, navigatori e politici.

21º Similmente, piacerebbemi che i gran casi e le glorie de' nostri tempi migliori fossero da chi cerca qualche subbietto da tragedia anteposti e preferiti alle cupe e atroci scelleratezze delle famiglie principesche. Tuttociò, poi, che riconduce la immagine di quei tempi sotto gli occhi del popolo, sia che si faccia per via di stampe e d'intagli, ovvero in pitture, in ispettacoli e in monumenti; e, se meglio non si può, in mode, in balli, in maschere, in fogge di vestimenti e di addobbi e in qualunque altra fattibil maniera; riesce proficuo sopramodo a far radicare negli animi il sentimento nazionale. E perchè i retori italiani non cesseranno nelle scuole di proporre per têmi d'esercitazioni i soli eroi della Grecia e di Roma? perchè allato, almeno, di Epaminonda non parlare di Andrea Doria e di Francesco Ferrucci? perchè favoleggiar sempre dell'assedio di Troja, e non dir verbo di quelli sostenuti da Firenze e da Siena? perchè tanto rumore della lega Acaica, e tanto silenzio della Lombarda? La cacciata dei Tedeschi da Genova non vale forse quella di Brenno da Roma?

Perchè non ci acconciamo a scrivere un gazzettino di mode italiane con figurino italiano, traendo il bene puranche dalle umane frivolezze? Perchè non s'innovano appresso di noi quanti usi e costumi italiani antichi possono tuttora tornare graziosi e pregevoli? Perchè alle stoffe, ai panni, ai fornimenti nostrali si preferiscono sempre gli oltramontani, qualora non la cedano quelli a questi se non di poco sì per la bontà e sì pel costo?

S'inviti l'Accademia dei Georgofili, od altra avuta in riputazione, ad istituire una mostra triennale d'ogni industria italiana per tutti gli Stati della Penisola, decretando medaglie e simili segni d'onore ai più meritevoli. Altrettanto si faccia a rispetto dell'arti belle; e dove nè alcun ricco privato nè alcun Governo nè alcun istituto vogliasi in ciò adoperare, rimane che si colleghino con tale proposito i migliori cittadini d'ogni parte d'Italia, seguitando l'esempio dato (poco è) dai cittadini di Colonia.

22º Avvezziamo le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell'eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d'Italia. Spegneremo con ciò molte gare.

23º Cooperiamo alla moltiplicazione dei battelli a vapore, delle strade ferrate, dei canali, dei ponti e d'ogni altro mezzo efficace ad accostare gli uomini ed accorciar le distanze.

Fra le imprese industriali, promoviamo quelle singolarmente che sono di qualità da espandersi ed abbracciare l'intera Penisola o molte parti di essa; come grandi consorteríe di assicurazione, corse di battelli a vapore, strade che traversino più Stati italiani, e simiglianti.

24º Combattiamo per tutte le guise le preoccupazioni e i rancori municipali, le sciocche animosità e invidie fra Stato e Stato, fra città e città.

25º Travagliamoci segnatamente a conciliare le opinioni de' buoni, e a tollerar quelle che non combattano di fronte il fine a cui debbe tendersi unanimemente, la rigenerazione italiana.

Tra noi le opinioni riusciranno varie e diverse in qualunque tempo, perchè troppa per natura è in ciascuno la singolarità e l'indipendenza dell'ingegno. Ma se il cuor nostro verrà compreso e infiammato da magnanimi affetti, e se la devozione sincera alla causa comune italiana rattempererà l'invidia degl'inferiori e l'orgoglio e l'ambizione smodata dei capi, la discrepanza dei pareri non impedirà mai certa unità di operare nelle cose di maggior momento; perchè un affetto generoso e comune e prevalente sugl'interessi privati e individuali termina sempre col rinvenire alcuno spediente onorato e alcun modo pratico di conciliazione e d'accordo. Rimedio, adunque, al conflitto acerbo delle opinioni, al soverchiare dell'orgoglio e all'insorgere abituale contro l'autorità e la disciplina, è l'amore immenso e puro nella Patria comune, e il sentimento profondo e radicatissimo del dovere.

26º Addottriniamoci delle condizioni topografiche, morali, intellettuali, economiche, ec. di ciascuna parte d'Italia, affine che cessi la vergogna perniciosissima di aver più notizia di alcuni Stati forestieri che della nostra Patria medesima; e affine si sappiano per appunto così i nostri mali, come i nostri beni, e i dati tutti richiesti alla soluzione del problema nostro sociale e politico.

27º Poichè un secondo legame di fratellanza e un avviamento all'essere di nazione sta riposto per noi Italiani eziandio nella unità delle religiose credenze, e nel dimorare in Italia il capo e moderatore augusto di quelle, curiamo d'imprimere in tale unità un carattere peculiare che ci distingua dagli altri popoli, e faccia la Chiesa italiana esemplare a tutte le altre. Spieghisi, pertanto, l'antica bandiera cattolica di Arnaldo da Brescia, di Dante, del Savonarola, del Marsilio, del Sarpi. La scritta della bandiera sia tale: — Ai dogmi e all'ortodossía rispetto e osservanza profonda: l'autorità e forza della Chiesa e l'opera de' suoi pontefici è meramente spirituale: quindi l'opinione sola e non i governi ànno ingerimento legittimo in essa: le discipline debbono essere riformate e rivocate alle origini: debbe tutto il corpo de' chierici partecipare, come in antico, alla scelta de' suoi gerarchi. — La legge morale evangelica è strettamente incorporata con la vita civile e con le virtù cittadine.

NOTA.

Tutti i precetti e suggerimenti fino qui registrati sono insufficientissimi a compire la trattazione delle materie a cui guardano. Il poco che scrivemmo vuole unicamente delineare un esempio della maniera d'investigare e proporre simile sorta di pratiche.

ALLA CONTESSA OTTAVIA MASINO

DI MOMBELLO.[4]

Pregiatissima signora ed amica.

Alla sua gratissima rispondo molto più tardi del debito e del conveniente; ma io desiderava pure poterle dir cose ferme e ben risolute circa il mio tornare in Italia. E prima, io voglio renderle grazie il più caldamente che posso della memoria sempre amichevole che mi conserva e della grande amorevolezza di tutte le sue parole: anzi le dico, che fra le innumerevoli dimostrazioni ch'ella m'à dato di affetto e bontà in varj tempi e in mille maniere, questa ultima è delle più care e non riesce inferiore ad alcuna; sicchè io ne custodirò viva e perpetua nell'animo la ricordanza. Ora vengo al proposito, e primieramente io mi rallegro con lei, con me, con la nostra patria e con tutti i buoni, dell'atto d'amnistia promulgata da Sua Santità, pel quale sonosi alfine vuotate le carceri e le secrete che da lunghissimi anni mai non cessavano di riempirsi, rinnovando e martoriando gli squallidi abitatori. L'accoglienza poi benigna e graziosa che Pio IX à fatto a parecchi scarcerati, la scelta dello Gizzi a segretario di Stato, e altri segni e dimostrazioni provano chiarissimo la vera e profonda bontà del pontefice, e il suo desiderio sincero di riformare lo Stato, contentare i popoli, e così porre termine a una condizione di cose che veramente scandolezzava il mondo civile, e recava funestissimi danni alla religione.

Dubito forte che riesca al pontefice di attuare la metà sola del bene che disegna di fare; ma non per questo non sarà degno personalmente di affetto e di riverenza grande; perchè in un secolo quale si è il nostro, e in mezzo ad una nazione oppressa e degenerata, chi può pretendere in cotesto sant'uomo la eroica ostinazione di Sisto V, il coraggio di Giulio II, la mente e la sapienza d'Innocenzo III e di Pio II?

Ma per ridurre il discorso alla mia persona, io le debbo far noto, che contro l'animo, io credo, del papa, la nunziatura di qui richiede due atti preliminari da ciascheduno che vuol giovarsi dell'amnistia. L'uno è di far di ciò domanda speciale e in termini di petizione in grazia, la qual domanda inviasi a Roma, e occorre di aspettare quello che ne verrà risoluto colà. Secondamente, giunta che sia la risposta e tenutala (poniam caso) per favorevole, debbesi apporre il proprio nome ad un foglio, in cui fra l'altre cose vien dichiarato dal soscrivente di voler godere _della grazia del perdono generoso e spontaneo concessogli ec_. Ora, io non chiedo perdono di colpe di cui non mi sento reo; e quando tale mi sentissi, non avrei, certo, aspettato l'indulto del papa, ma da buon tempo avrei confessato l'errore a Dio e agli uomini: perchè chi fa, falla; ma il galantuomo si ricrede e confessa il peccato suo. Chiedano innanzi perdono essi (e qui non c'entra il papa novello) del sangue che ànno sparso con processi e giudicj che tutti riconoscono oggi essere stati veri assassinj. Qualora il papa avesse ricerco agli amnistiati una promessa formale di vivere quieti e obbedienti alle leggi del suo governo, e di non mescolarsi in cospirazioni e in qual sia tentamento e sforzo di rovesciare e abolire l'autorità sua, io tanto più volentieri l'avrei promesso, quanto insino dal 39 (ed ella forse ne à memoria) mandava fuori un'opericciuola in cui per tutte guise raccomandava alla gioventù italiana di desistere dalle sètte e dalle macchinazioni, e di entrar nella via che ora sembra finalmente voler esser calcata e seguita con buon proposito. Io non posso adunque, purtroppo, senza fare ingiuria alla mia coscienza, approfittare dell'amnistia. Il ciel mi guardi dal censurare chi la intende altrimenti: queste cose, com'ella sa, le delibera e le risolve ciascuno nel suo proprio sè, pigliando consiglio non da altro che dall'intimo senso morale. Io non tornerò in patria, salvo che per la porta dell'onore, diceva un grandissimo; ed io benchè picciolo assai ed oscuro, non posso non ripetere quel degno concetto; poichè la coscienza e l'onore ànno ugual pregio e misura uguale per tutti . . .

. . . . . . .

Di Parigi, li 31 di agosto del 1846.

TERENZIO MAMIANI.

LETTERA IN FORMA DI CIRCOLARE.

Signore.

In questo anno, come v'è noto, compiesi il centenario della cacciata degli Austriaci dalla città e riviera di Genova. E il primo atto della gloriosa sollevazione accadde il 5 del vicino dicembre. Tal gesto, il più bello forse della storia moderna italiana, e che diviene caparra e simbolo di altri non molto remoti da noi, merita di essere celebrato con ogni possibile dimostrazione.

Pare a me ed ai miei amici che uno dei segni di gioja pubblica da praticarsi in quel giorno, esser dovrebbe di ardere fuochi sulle colline più prossime a ciascuna città nelle prime ore della notte. Noi ne abbiamo scritto a parecchi in Romagna, in Liguria e in Piemonte. Se vi garba l'idea, parlatene ai vostri amici e invitateli a porla in effetto, facendo loro avvertire ch'ella è cosa la qual non incontra nè spesa nè rischio; e d'altra parte, è vistosa e significativa oltremodo. Nè altro per questa.

Di Parigi, li 20 novembre 1846.

TERENZIO MAMIANI.

LETTERA AL CARDINALE FERRETTI

SEGRETARIO DI STATO.

(Dall'_Italico_, semestre II, n. 11. — Roma, 16 settembre 1847.)

Eminenza Reverendissima.

L'Eminenza Vostra, senza neppure venir pregata e sollecitata da me, ma solo per vive raccomandazioni de' miei parenti ed amici, ha voluto, per gran bontà naturale, favorirmi e beneficarmi. E non essendo riuscita nel primo atto d'intercessione presso il glorioso Pontefice, si è pur degnata di replicare le istanze; e jeri mi giunse avviso che Sua Santità condiscende, a contemplazione della domanda fattane dall'E. V., a darmi licenza di rivedere la mia provincia natale, e per lo spazio di tre mesi poter quivi riconfortarmi con la mia famiglia e con gli amici de' miei primi anni. Quanto poi alla condizione posta da Sua Santità, ch'io prometta innanzi (trascrivo le parole medesime di V. Eminenza nella lettera sua al Perfetti) di _non volere in alcun modo cooperare nè direttamente nè indirettamente a turbare l'ordine delle cose politiche negli Stati Pontificj_, io pensava che non le fosse nascosto avere io compiuta assai largamente quella siffatta dichiarazione, scrivendo nel marzo del corrente anno all'Eminentissimo Gizzi e chiedendogli di venir posto a parte del benefizio dell'Amnistia; «la qual promessa (aggiungeva io in quel foglio, e replico nel presente) io fo molto più volentieri, e intendo di adempiere con tanto maggiore lealtà, quanto è già lunga pezza che scrivo, e persuado i cittadini miei di calcare le vie in cui sembrano alla per fine voler entrar tutti concordemente, e le quali sole posson condurre alla vera e stabile rigenerazione della Patria nostra.» Ciò io significava e scriveva or fanno parecchi mesi; ed in questo mezzo tempo il succedere delle cose è riuscito così favorevole alle speranze dei buoni, che quella promessa di rispettare le leggi quali sussistono, e fuggire ogni modo occulto e violento di mutazione, è divenuta un obbligo naturale, necessario e comune, da poi che, mediante la saggezza miracolosa di Pio IX, incomincia in cotesti nostri paesi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e per via di cui si à facoltà di procedere pacificamente e di grado in grado all'acquisto d'ogni perfezionamento civile.[5]

Che io non possa poi ringraziarla condegnamente, e come io desidero, della bontà e parzialità singolare in me adoperata, scorgesi bene da ciò, che se il rivedere la patria ed i suoi dopo sedici anni d'esilio e dopo estinta la speranza di più abbracciarli, è da computarsi fra le maggiori consolazioni del mondo, a me dee mancare qualunque fiducia di esprimere all'Eminenza Vostra, non pur coi fatti ma con le parole, la gratitudine che me le stringe e annoda in perpetuo. Solo vorrei pregarla a considerare che questi sentimenti li dice un uomo lontanissimo da ogni maniera d'adulazione, e a cui sono ignoti affatto le corti ed i grandi, ignoto il conversare e il carteggiare con esso loro; e a cui infine reca una vera e novissima meraviglia e soddisfazione il potere e dovere far ciò la prima volta in sua vita con l'Eminenza Vostra, nella quale si avvera e l'antico adagio che la bontà soggioga ogni cosa, e l'antica massima dei giuristi filosofi, che negli ottimi è un diritto naturale e non prescrittibile di dominio e d'impero.

Di Genova, li 15 agosto 1847.

Dell'Eminenza Vostra

Devotissimo ed Obbligatissimo Servo TERENZIO MAMIANI.

DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO

CHE IL CIRCOLO ROMANO OFFRIVA E DEDICAVA ALL'AUTORE il dì 23 di settembre del 1847.

Fratelli e Compatrioti.