Scritti politici

Part 48

Chapter 483,739 wordsPublic domain

Può la civiltà senza religione essere altra cosa che apparenza ed orgoglio, ludificazione e rimpianto? e può la fede e la religione divisa dagli abiti della presente vita comune, non riuscire un eccesso di mente solitario e infruttifero, e _sembiante al tamarisco che sorge nell'aridità del deserto e in terra abbruciata ed inabitabile?_[59] Eziandio è grande necessità, che cotesto verbo evangelico il quale ora udiamo _acclamare tra i popoli i loro diritti_,[60] e con alte e distinte voci parlare di carità cittadina, di pubbliche e maschie virtudi, e d'universale affrancamento e giustizia; e il quale, come tutte le cose divine, è novissimo e antichissimo a un tempo; echeggi non solo e riverberi negli orecchi della Santità vostra, ma sempre le risuoni vicino; e non possano i motti de' cortigiani e lo strepito delle cancellerie romane sopraffarlo ed estinguerlo, nè altrui cavare della memoria, che _servir si debbe in novità di spirito, non in vecchiezza di lettera_,[61] e che _lo spirito solo vivifica e la lettera uccide_.[62] Ei fa bisogno oggimai, che gli eletti e rappresentanti del clero cattolico, e i veri testimonj ed annunziatori del comune ed universale pensiero cristiano, siedano accosto all'eccelsa cattedra vostra, sì che la parola uscente da quella, torni, siccome fu per antico, augusta ed autorevole a tutte le umane prosapie; e sia cessato lo scandalo triste e lamentabile senza fine di vederla accolta assai spesse fiate con muto dolore dai buoni, con non curanza dalle plebi, e con beffevole riso dagli avversarj. Più non è concedibile oggi, che tutto un preclaro e venerando collegio il quale debbe ad una con la Santità vostra reggere e cardinare la Chiesa, esca dall'arbitrante suffragio d'un solo ed unico uomo, sia pure principalissimo e il più degno e onorando di tutti i credenti; perchè all'individua esperienza e all'individuo consiglio di nessun uomo è dato mai di conoscere gl'innumerevoli particolari de' luoghi e delle persone, meglio o altrettanto di quello che li sa e conosce ciascuna Chiesa a rispetto del proprio gregge e nei confini del proprio ovile: però si legge nell'Esodo, _Peso è cotesto non dagli omeri tuoi, nè potrai durarlo tu solo_.[63] Oltrechè, nei sacri negozj i quali il divino afflato non comanda nè modera egli medesimo, ma sono alla prudenza dell'ordine sacerdotale affidati, non par dubioso che si convenga di governarli oggidì conformemente al genio dei tempi universale e imperioso, ed a cui non apparisce ben validato e sancito verun officio ed atto, quando da libera e larga elezione non pigli origine e forza. E da qual dubio, Padre beatissimo, può rimanere su ciò avviluppata la mente nostra, ricordandoci che nella Chiesa fu massima inviolata e perenne della esemplarissima antichità, dovere ogni qualunque sacro ministro essere conosciuto, amato, desiderato da tutti coloro a cui gli appartiene di comandare? e che altro modo più proprio e più conducente a cotal fine ci avverrà di trovare, se non l'elezione operata da quelli in cui s'adempie il comando? Per fermo, egli è scritto _il pastore va davanti al suo gregge, e questo lo seguita perchè conosce la voce sua,[64] e perchè è pasciuto da lui con la spontaneità, e non con la forza_.[65] E ciò tutto se per ogni luogo è vero, quanto divien più vero e più certo in risguardo di Roma, dove al presente ogni cosa si va meschiando di cupe passioni e disorbitanti, e quasi si è fatto impossibile serbare giudizio imparziale e mente non preoccupata e libera? Noi scorgiamo con gran dolore, che intorno al seggio pontificale accalcasi una sempre medesima specie e natura di uomini, mossi non rado da private mire e ambizioni, inesperti del rimanente mondo, nati o allevati in iscuole e in dottrine sterili e pedantesche, vuote di vera scienza, traboccanti d'orgoglio, ove la lettera uccide lo spirito e usurpa il luogo della virtù e della sapienza; ondechè ei son fatti _un rame risonante e un cembalo che tintinna,[66] e i loro umani comandamenti saranno diradicati come piantagione che non fu opera del padre celeste_.[67]

Angoscioso ufficio adempiamo di nudare e trattare le piaghe della sposa di Cristo; _ma il cuor nostro si rassicura nel cospetto della verità_,[68] e ci bisogna spegnere qualunque temenza di pronunciarla, _perchè timore e carità non s'accorda_.[69] E come ardiremmo noi di chiudere e sigillare le nostre bocche, vedendo tutto giorno lo studio diligente e infelice che pongono costà i cortigiani e gli scribi, perchè il sommo reggitore dell'orbe cattolico sia sempre una verga pullulata di lor semenzajo, e perchè egli, a vicenda, delle propaggini loro faccia rinfronzire i più eletti luoghi dell'orto di Cristo? Vogliano i cieli misericordiosi disperdere cotale malizia, e confondere il serpe, il quale mordendo la propria coda e sè in se stesso rigirando continuamente, chiude dentro al suo viluppo l'altare e il tempio di Dio. Certo è, beatissimo Padre, che fra quegli uomini e l'altre genti diffuse per le terre cattoliche, sembrano alzate lunghe muraglie e attraversati non valicabili fiumi.

Ma, per ragionare di ciò che il giudicio umano può, circa al proposito nostro, avvisare e provvedere, egli è grandemente mestieri che intorno di voi, supremo gerarca, radunisi, eletto innanzi nel seno d'ogni nazione, un santo concistoro di cherici e vescovi, fiore di tutta cristianità, sale della terra, munito, per così dire, e precinto dello spontaneo voto e mandato delle chiese e dei popoli. Esente egli dalle grette passioni, dalle subite paure, dalle soppiatte carnalità, dalle temporali sollecitudini che in cotesta Roma dànno perpetua battaglia; esente dalle prelatizie vanezze e piacenteríe, ignaro dei sofismi curiali e delle mene e ambagi segretariesche, recherà ai piedi della Santità vostra gli affetti e i consigli sinceri e patenti delle singole comunanze cattoliche; e quivi dinanzi a Voi, con semplicità di cuore e altezza d'intendimento, sponendo ciascuno il proprio concetto; da ultimo, lo spirito inerrante di Dio trarrà da tutti i lor pensieri, siccome da corde di celeste salterio, la mente armonizzata ed unificata della gran Chiesa universale. _Ecco, io li adunerò da tutte quante le terre...., e darò loro un sol cuore e una sola via._[70]

Antico adiutorio è questo che noi invochiamo, e alle apostoliche tradizioni affatto conforme: però un consiglio interiore ci ammonisce di sperare in esso altamente. E per solo esso, al conflitto acerbissimo e lacrimabile insorto fra lo Stato ed il Sacerdozio, fra l'Italia e il Papato, fra il governo clericale e le sempre ammutinate e calcitranti provincie, può rinvenirsi buona composizione e durevole accordo; perchè ai degni eletti delle diverse e remote provincie e nazioni poco importando gl'imperj secolareschi e le ricche ed oziose prebende, verrà presto veduto alcun modo di perfetta conciliazione fra la libertà dei popoli, la franchezza d'Italia; e la indipendenza e libertà della Santa Sede, a cui bisogna ugualmente di non obbedire nè alle plebi nè ai principi; i quali con finissima dissimulazione vogliono alla Santità vostra concedere quante più sembianze e mostre e apparati si trovano d'arbitrio e di signoria, e quanta minore sostanza è possibile: però si legge, _e lo vestirono di porpora, e gli posero nella destra una canna, e beffandolo s'inginocchiarono_. Allora la rinnovata sapienza di Roma, sposandosi ad ogni popolare e civile spirito dell'età nostra, e cessando di riprovare i sentimenti generosi e le aspirazioni magnanime di tanta e si nobil parte dell'umana progenie, un filiale amore, un'osservanza ossequiosa e una dolce e perdurabile maraviglia entrerà in cuore di tutti verso l'apostolico ministero della Santità vostra, e le fornirà schermo e difesa infinitamente migliore che non le armi straniere e il temporale principato. E per fermo, chi più di voi, Maestà spiritale e sovramondana, dee vivere in sospetto e paura di quella sentenza, _maledetto l'uomo che confida nell'uomo e s'appoggia a braccio di carne?_[71] Nè dee cadere dalla vostra memoria, che la pupilla del profeta vide i re inchinarsi alla donna sedente su molte acque, e con lei fornicare e bevere alla coppa sua; ma scamparla da mezzo ai rischj ed alle ruine già non li vide.

Non può la indipendenza vera e perpetua del sacerdozio d'altronde uscire che dal diritto e incrollabile animo dei pontefici per un lato, e dalla comune coscienza per l'altro delle nazioni civili, la quale professi altamente e insegni e promulghi in tutte le leggi ed insinui in tutti i costumi, essere iniquo e barbarico sturbare e comprimere una potestà immateriale ed inerme, che chiede ai cuori e agl'ingegni suggezione razionale e spontanea, e niun mezzo terreno adopera, salvo la parola e l'esempio. Che se dalle Chiese adunate innanzi alla Paternità vostra uscirà sapiente e libera quella parola, non è sui monti di Dio così bene eretta e fondata, nè così d'armi e palvesi celesti guernita la torre di Dávide, come sarà la seggia vostra immortale e l'impero del Vaticano.

Noi confessiamo riverenti, che in Voi, santissimo Padre, è il colmo d'ogni dignità e la plenitudine d'ogni giurisdizione; e sappiamo che lassù prega Cristo Signore perchè la vostra fede detrimento non soffra. Ma si consideri benignamente da Voi la umiltà degli Apostoli, pieni d'infallibile verbo, i quali ciò non pertanto convocata la moltitudine dei credenti, dicevano loro: _Avvisate di elegger fra voi sette uomini...... acciocchè noi li costituiamo nel ministerio del diaconato._[72]

Piacciavi, dunque, non che di permettere, ma sibbene di comandare e sollecitare la pronta convocazione dei nazionali concilj, dovunque non gl'interdica la legge secolare e scandalo non ne segua. E ad ogni modo, prescriva la Beatitudine vostra da per tutto ove ancora è bisogno, e con istudio e cura solerte e diligentissima instighi e affretti la esecuzione piena e fedele del canone tridentino, il qual vuole s'adunino per ogni luogo ed ogni anno le Sinodi diocesane (_quotannis_); le provinciali de' Vescovi una volta almeno (_saltem_) in ciascun triennio! Sia prescritto parimente e raccomandato dall'oracolo vostro, ch'elle si pongano quanto più possono, e per ogni onesta e spedita maniera, in commercio di mente e d'affetto fra loro; talchè i pensieri, le proposte, le controversie, gli scrutinj, le deliberazioni e le opere s'accostino fra tutte esse alla maggiore unità di concetto, di proponimento e di metodo. Essendo, certissimamente, che loro spetta di avverare la sentenza di Paolo: che siccome non v'à nei cieli più che un Signore Iddio, così nella Chiesa v'à un solo corpo ed un solo spirito;[73] e Similmente, elle debbono procacciare che sia la preghiera di Cristo esaudita, _di rendere tutti i discepoli suoi una cosa sola_.[74]

Fatto ciò, noi supplichiamo l'alto datore e dispensatore dei lumi, perchè a Voi persuada fermissimamente e con giudicio immutabile, di comandare a ciascuna di quelle pie radunanze d'eleggere fra' suoi più illustri e specchiati per virtù e sapienza, uno o parecchi, i quali sieno nunzj e rappresentatori di lei appo la vostra eccelsa persona. Quindi, convenuti a grave consulta innanzi di Voi, con Voi riposatamente e con apostolica libertà e zelo ragionino della salute universa del cattolico gregge. Ma, principalmente, e per ufficio e mandato espresso e particolare, discutano del modo più degno e più pronto e meglio operabile di comporre in futuro appresso la cattedra santa di Pietro, un Concistoro elettivo, da tutte le Chiese costituito, interprete verace ed eloquente di tutte, e il quale partecipi ciascun giorno al vostro magno ministero, e regga in Laterano le vostre braccia, non per isconfiggere e vincere alcuno, ma per benedire e letificare ogni umana generazione. Così liberamente appresso di Voi _radunato il popolo d'Israel_, acceso di fiamma profetica e tristo a morte delle accumulate ruine di Gerosolima, _porrà mano tutto lieto e concorde a riedificare sulla pianta loro stessa l'altare e il tempio di Dio_.[75] —

XII.

Vere e franche parole, direte voi, ma chi vorrà proferirle? Rispondo: proferiránnole prima pubblicamente le lingue dei savj, e nel secreto de' lor pensieri i chierici ricreduti e buoni; che oggimai sommano gran moltitudine, e da per tutto ve n'à uno scelto drappello. A quelle lingue (se trombe del vero) converrà pure che schiudan l'orecchie dell'animo i prelati più modesti e sinceri di tutta cristianità, e a cui le riforme non pesano e non mettono sbigottimento: nè coloro che arieggiano tanto o quanto all'arcivescovo di Parigi, sono sì scarsi al dì d'oggi; e il novero non può scemare, anzi è fatale che cresca. Perocchè, dove non resistono gl'interessi, entra e invade la generale opinione; e questa oggi è ricevuta dal clero, non fatta; e chi la fa, desidera quel medesimo che voi ed io desideriamo.

Ora, ponete che i Sinodi diocesani ed i provinciali moltiplichino; le discussioni sdrúcciolino quivi bel bello in tale argomento, e il discorso popolare se ne occupi e se ne infiammi; ponete che l'esigenze dei tempi s'aggravino; le strettezze di Roma s'addoppino, le sue sorti precipitino, la sua smoderanza e gli errori spesseggino, come suole avvenire ad ogni istituto scassinato e cadente. Fate che i Sinodi, come par naturale, assicurino ai meno arrischiati e più circospetti libertà onesta di parlare e di consigliare; e che l'oscitanza e l'ignavia di gran porzione del clero sia vinta e sforzata, e la sua muta e timida sottomissione abbia termine; ed ei si risenta alcun poco, e parli e supplichi con voce riverente bensì, ma concorde e robusta, e non mai discontinua: tutte cose, chi ben le stima, che il secolo nostro apparecchia e trae seco quasi per mano. Fate che da alcuni reggimenti più popolari (e già gli Svizzeri ne ragionano) venga restituito alle parocchie il diritto di eleggere o di proporre per lo manco i proprj rettori: esempio ne' nostri giorni impossibile a tenere occulto, e senza efficacia d'imitazione. Fate, da ultimo, che a ciascun uomo, ed ai governi e ai principi, non meno che alle popolazioni compaja verissimo, siccome pur troppo è, nulla concessione, riforma ed innovazione, potersi più oltre aspettare da Roma, quasi per paura e viltà impietrita; e questa sola ed unica via che noi indichiamo, rimanere sgombra e non intercisa, e dare varco e passaggio ad ogni ammenda, ad ogni salute, ad ogni conseguibile grado di perfezione nella Chiesa e nel mondo; e la cosa, da speculativa e ipotetica, piglierà certamente aspetto compiuto di certa e non transitoria realità.

Io stringo, mio riverito Signore, ogni concetto in uno, e concludo: o nessun partito e nessuna prudenza è buona e bastevole in tale materia, perchè l'agita e la governa lo sdegno di Dio: ovvero è bisogno che la presente prelatura romana si rimpasti e rinsanguini tutta, e muti gran parte degli ordini suoi; e però faccia luogo a un santo e dotto sinedrio, scelto e inviato alla città eterna da tutte le Chiese cattoliche, per essere squille di verità, e nell'universo intero dispanderla e celebrarla.

Crispo Salustio, interrogato da Cesare sul riformare lo Stato e il governo di Roma, provavagli con gran saldezza, doversi cominciare, anzi tutto, dal condurre in quella nuove schiatte di cittadini. Ora, io dico ed affermo: chi vuol correggere e riformare la Roma moderna pontificale, dia nuovi abitatori a Monte Cavallo.

Di Genova, li 10 di novembre del 1850.

APPENDICE.

Il vivere appartato ed oscuro non bastò sempre all'Autore di queste prose per sottrarsi alla indiscrezione di certi libri e gazzette, che alcuna volta il maltrattarono e con menzogne l'assalirono. Ned egli se ne risentì; perchè le ingiurie sconcie ed immeritate si spuntano; le accuse zoppe cascan per via. Ma quando parlano scrittori probi, diligenti ed assai reputati, il silenzio non è scudo buono, e può parere confessione del torto.

Ora, l'Italia annovera con gran ragione tra que' probi, diligenti ed assai reputati, il chiarissimo dettatore degli _Ultimi Rivolgimenti italiani_, nel primo volume de' quali raccontasi, in fra l'altre cose, la Convenzione fatta in Ancona il 26 marzo del 1831, tra il cardinale Benvenuti e il Governo Provvisorio delle provincie unite italiane, e vi si leggono le infrascritte parole: «Questo atto però fu causa di recriminazioni anche fra i liberali. Terenzio non lo aveva voluto firmare, credendo le cose tuttavia non disperate. Gli eventi non giustificarono le sue speranze; ed egli con questo rifiuto, che chiarivalo uomo più immaginoso che pratico, trovossi tra i meno temperanti collocato: ciò era certamente più per eccesso d'immaginazione, o piuttosto per voglia di primeggiare, che non per radicali principj che nudrisse in cuore. Il fatto però dee notarsi.»

Che il Mamiani nel 1831 si chiarisse uomo più immaginoso che pratico, non fa maraviglia; perchè, oltre all'essere egli il più giovine di tutti que' suoi colleghi, ignorava interamente i maneggi politici, e i maggiori negozj ministrativi, dai quali erano i sudditi laici del papa gelosamente tenuti discosto. Se non che, sotto tal rispetto, non sembra che fossegli da contrapporre l'ingegno e l'arte de' suoi colleghi; imperocchè ad essi pure _gli eventi non giustificarono le speranze_, e poca pratica dimostrarono, presumendo, contro la storia e contro ogni buon giudicio, che alla convenzione da loro fatta in quel caso e in que' termini avrebbe Roma tenuto fede. Ad ogni modo, l'abbondare di fantasia per sè non è male, e la coscienza non se ne grava, potendosi riversare la colpa sulla natura. Ma perchè promovere il dubbio che il Mamiani dissentisse da' suoi colleghi per voglia di primeggiare? non si conveniva egli o tacere l'accusa o fornirla di qualche prova? Se pigliamo arbitrio di parlare poco lodevolmente delle intenzioni altrui senza obbligo di citarne i segni e gl'indizj manifesti, nessuno andrà esente d'errore; e si scriverà, per esempio (ed anzi fu scritto), che i colleghi del Mamiani si unirono in quell'accordo non per prudenza ma per paura. Del resto, il Mamiani (come vedesi dal Documento A stampato qui appresso) ricusò di soscrivere la convenzione solo perchè ne avea biasimato il concetto quando se ne tenne particolare consiglio e deliberazione. Nel qual parere egli venne per due ragioni. La prima, che reputava il patto insufficientissimo, e da non essere mai serbato e osservato. La seconda, che gli sembrava poco onorevole il dar quell'esempio agl'Italiani di chiedere venia ad un cardinale che, mandato a sollevare le plebi delle Marche e delle Romagne, avea costretto il Governo a trarselo dietro prigione da Bologna ad Ancona; e falso è che venisse prosciolto prima del trattare la convenzione. Aggiungeva a tutto ciò il Mamiani, doversi ad ogni modo aspettare l'arrivo dello Zucchi, nè risolvere tanto affare senza che s'intendesse la mente del capo delle milizie. Vero è peraltro, che la grande umiltà di quell'atto rimase come velata agli occhi del popolo; ma non per industria del Governo, bensì per quella del cardinale, che, divenuto a un tratto, di prigione che era, padrone ed arbitro d'ogni cosa, mostrò maravigliosa modestia e mansuetudine, e degna al tutto d'un santo vescovo.

Pel rimanente, il Mamiani ringrazia il signor Gualterio del non avergli attribuito opinioni eccessive, e del lodare che fa le nomine allora avvenute dei prefetti e vice-prefetti, le quali procederono tutte da esso Mamiani, che reggeva il ministero degli affari interiori, e che nella scelta almeno delle persone mostrò di tenere in briglia la fantasia.

Quanto poi al giudicio che leggesi nel primo volume dei _Rivolgimenti_ circa la sollevazione del 1831, non riuscirà forse inutile di paragonarlo all'altro conciso, ma schietto, che ne dava il Mamiani or sono parecchi anni, e il quale riferiamo sotto la lettera _B_, togliendolo dal secondo volume delle _Memorie_ del generai Pepe, ove primamente venne inserito.

A (_Tolto dal volume_ 24mo _della_ REVUE BRITANNIQUE, pag. 404.)

RECTIFICATION.

_A monsieur Amédée Pichot, directeur de la_ Revue Britannique.[76]

Monsieur,

J'ai lu, dans le dernier numéro de votre Revue, un article signé par Mazzini, où cet écrivain raconte et juge à sa manière les événemens de la révolution de l'Italie centrale en 1831.

M. Mazzini, en rendant compte de la capitulation d'Ancône conclue entre le Gouvernement provisoire des Provinces-Unies et le cardinal _Benvenuti_, dit: «Le 26 (mars), tous les ministres apposèrent leur signature, à l'exception de _Pepoli_ seul, qui était absent. Je dis _Pepoli_ seul, quoique je sache bien que le nom de _M. Mamiani_ ne figure pas parmi les autres; mais j'ai à ma disposition le procès-verbal de la séance du 25, où est décrétée la capitulation, dont le traité du 26 n'est que la ratification et où son nom se trouve joint.»

Il y a dans ces lignes une erreur de fait qui me regarde, et que je tiens à rectifier.

Lors de la capitulation d'Ancône, M. Pepoli n'était pas membre du Gouvernement, et il résidait à Pesaro en qualité de préfet.

Le seul ministre qui n'a voulu ni adhérer à la capitulation, ni la signer, c'est moi, ainsi que cela est bien reconnu par toutes les personnes qui ont été témoins du fait.

Si j'ai apposé ma signature au procès-verbal de la séance, d'après l'usage qu'on avait établi pour chaque réunion, tout le monde sait qu'un tel acte n'a d'autre valeur que de constater la vérité des faits qui y sont rapportés.

Ce même procès-verbal, dont parle M. Mazzini, dit que la résolution d'entamer un traité de capitulation avec le cardinal Benvenuti _fut prise à la majorité des voix_, et c'est précisément sur ces paroles que M. Mazzini devait porter son attention, s'il est vrai que la pièce authentique soit demeurée dans ses mains.

Mais il est plus facile de croire qu'il a été induit en erreur par une brochure du général Armandi, publiée quelques mois après les événemens de 1831, où il est dit que la capitulation du 26 mars fut décidée à l'unanimité. Dans ce cas, M. Mazzini ignore que cette erreur de M. Armandi a été avouée et rectifiée par lui-même, ainsi qu'on le voit par le document dont vous trouverez la copie ci-dessous.

Votre politesse, Monsieur, et votre loyauté bien connue me font espérer que vous voudrez bien porter à la connaissance de vos abonnés cette rectification qui a pour moi beaucoup d'importance.

Agréez, Monsieur le Directeur, l'assurance de ma considération distinguée et de ma profonde estime.

De Paris, le 16 novembre 1839.

Votre très-devoué

TERENZIO MAMIANI.

_«A M. le général Armandi, ancien ministre de la guerre du Gouvernement provisoire de Bologne._

»Monsieur le Général,

»Après avoir lu l'opuscule que vous venez de publier sous le titre: _Ma part dans les événemens de l'Italie centrale_, je me vois dans la nécessité de révéler une erreur qui vous a échappé. Vous dites, à l'occasion de la capitulation d'Ancône, que la résolution d'entrer en négociations avec le cardinal Benvenuti fut prise à l'unanimité par les membres du Gouvernement. Je dois vous rappeler, Monsieur, que cette unanimité ne fut pas complète, puisque sur neuf membres délibérans, il y en eut un qui fut d'un avis absolument opposé; et vous savez que ce fut précisément moi: c'est pour cela que le procès-verbal de ladite résolution annonce qu'elle fut prise _à la majorité des votes_, et non à l'unanimité; et c'est encore pour cela que je refusai de signer la convention lorsqu'elle fut conclue.

»J'ai toute raison de croire, Monsieur le Général, que, par amour pour la vérité, vous trouverez juste que je donne toute la publicité possible à cette lettre.

»Je suis, etc.

»T. MAMIANI »Ancien ministre de l'Intérieur du Gouvernement de Bologne.

_»A M. le comte Mamiani._

»Monsieur le Comte,