Part 47
Se non che, Roma fu inverso l'uno dei due quasi costretta ad essere ingrata: imperocchè, qual più spiacevole contrapposto e qual ritratto men somigliante poteva métterlesi innanzi agli occhi, di quello che le offerse il Gioberti, quando con sì nobil disegno e tinte sì vive e smaglianti le figurava l'archetipo del primato civile dei papi, e l'astringeva, mirandolo, a fieramente vergognare di sè medesima? Del resto, non solo la maggioranza civile dei papi è venuta al niente, ma la morale autorità eziandio si perde e consuma ogni di, non ostante che sulla cattedra di San Pietro seggano, da poi la riforma germanica, uomini per ordinario di santa vita, e d'incolpabili costumi, e di specchiatissima religione. Ma il chiudersi intorno ad essi e l'immiserirsi vie più sempre degl'intelletti e dei cuori, e l'avere il Vaticano aderito imprudentemente allo spirito gretto e muliebre di pietà e di devozione, che alcuni mistici e i Gesuiti segnatamente affettano e inculcano, à menato di passo in passo la cosa a questo infelice risultamento, che il mondo stima esservi ora due moralità e due devozioni; l'una accettabile ad ogni maniera di oneste, gentili e istruite persone, propria e comune a tutta cristianità, conforme ai principj eterni della ragione, e all'ordine vero ed universale del bene; l'altra involta nelle sottilità dei casisti, sopraffatta da pratiche puerili, intinta non poco di superstizione, consigliera di virtù monacali e alla repubblica inutili, servile ne' sentimenti e negli atti, buona per genterelle idiote e da poco; ed è per appunto quella lodata e caldeggiata perpetuamente da Roma e da' suoi dottori. Ciò à fatto, come ognuno sel può vedere, che pure in mezzo ai cattolici si vada oggimai pensando, la virtù essere meglio imparata ne' libri degli antichi e dalla nuda lettera dei vangeli, che non dai moralisti e predicatori di Roma. E rispetto al culto e alle devozioni, è marcia forza confessare, che in molta porzione di loro forme e di lor cerimonie la significazione scema e si oscura ogni giorno, e gli animi ne ricevono una impressione fredda, materiale, e non immune spesse volte da invincibile tedio ed increscimento.
Non è la moralità cosa angusta e servile; e chi spaura d'ogni libertà e d'ogni grandezza non può effettivamente e sostanzialmente professare e insegnar la virtù: conciossiachè, sentenzia un gran moralista,[50] ogni virtù nostra procede dalla grandezza dell'animo: _ex animi magnitudine_. Senza dire che le condizioni del principato assoluto, e gli altri conseguenti del falso sistema che séguita la Curia Romana, facendola indocile e riluttante al vero e germano spirito dei documenti evangelici, l'ànno recata bel bello a insegnare e inculcare con assai minor zelo l'intrinseco della bontà che l'estrinseco, e meglio stimare la buccia e le fronde, che il succoso midollo e i frutti fragranti e soavi della pietà operosa e magnanima.
Tornate, o pontefici, alla purezza e semplicità de' costumi antichi (gridava dal pergamo fiorentino un fraticello di San Marco), e più nel cuor delle genti non vacillerà la fede e la riverenza inverso di voi. Certo, all'attuazione di quel consiglio, l'effetto saria seguito copioso ed universale; e i popoli dimenticavano in poco d'ora le battiture dello scisma, le turpitudini di Avignone e le umiliazioni inflitte al papato dai concilj di Costanza e di Basilea.
Per immensa sventura, e segnatamente d'Italia, parve al sesto Alessandro, a Giulio II, a Paolo IV e ad altri papi di quella età, partito migliore e più valido la stretta amicizia dei re, il potere temporale accresciuto, le frateríe moltiplicate, la Inquisizione ed i Gesuiti. Da quei tristi giorni, il declinare di Roma divenne precipitoso ed irreparabile; perchè la mente e l'anima vera e vitale della pietà e dell'incivilimento cristiano non restò con lei, salvo che in apparenza, e ciascuno di que' mezzi le si voltò in danno e in vergogna; i re la illusero e la imbrigliarono; il poter temporale le diè forza per quarant'anni, e tólsele credito per tutti i tempi; le fraterie finirono incurate o derise, il Sant'Offizio abbominato, e i Gesuiti non molto manco.
Or finiamo, e al crescere e sovrabbondare dell'argomento si ponga quella misura che ricercano i termini naturali di questo scritto, e l'ascoltazione vostra ch'io non debbo nè voglio abusare. E già per molti sarà riuscita come una scorsa fuor di subietto questo paragone di tempi antichi e moderni, e questa breve delineazione del tanto grandeggiare e calare della sedia pontificale. Pure, io non andrò accusato da tutti coloro (e voi, spero, sarete del novero) i quali comprendono che ciò che importava di recare a saldissima prova, si è che l'abbassamento e l'oscurazione continua del papato non è parziale nè accidentale, non vizia e inferma soltanto l'estrinseche sue condizioni e le men rilevanti e nobili, ma invade tutto l'essere, ne storpia gli intendimenti e gli uffici, porta detrimento grave a tutta la sua dignità, penetra alla viva sostanza, non lascia porzione sana, non fibra integra e poderosa.
Un molto celebrato scrittor francese, ritraendo al vivo e con maestrevole stile la bellezza e maestà dei riti pontificali, massime nei giorni santi e ne' vespri solenni della Cappella Sistina, ove con sì meste armonie e con sì acconcio apparato esprimesi il lutto di Santa Chiesa, e lo squallore del tempio per la passione e morte del Redentore, va eziandio narrando come in cuor suo quell'ultima e diradata nebbia d'incensi, quei cantori che a poco a poco s'ammutoliscono, quell'estinguersi di mano in mano dei ceri, quell'ombra vespertina che cresce ed occupa tutto il luogo, rendevagli immagine altresì del venir meno e dileguarsi la gloria e l'oltrapossente grandezza papale. Certo, se il pontificato è gran parte della Chiesa, e l'intristire o il declinare di quello arrécale sventura e declinazione, io non so ben quando le sia nato cagione più giusta e vera di significare il cordoglio suo, e da tutti gli altari, in tutte le sedi della cristianità levar preghiere e supplicazioni al divino autore della fede. Imperocchè, non di fuori le son venuti i flagelli, ma da' suoi figliuoli e custodi; non per guerre e persecuzioni, ma in seno della pace e della comune obbedienza: _ecce in pace amaritudo mea amarissima_.
VIII.
Non, dunque, l'amore ordinario del bene e del meglio, non quelle purgazioni ed emendazioni che a tempo a tempo fa mestieri di compiere in tutte le cose umane, ma sì veramente la fiera ed irrepugnabile necessità costringe e sforza a portar mutazione in qualche ordine costitutivo del sommo pontificato. Ogni altro partito, qual che si fosse, non ne fermerebbe il gran rovinío; nè cesserebbe Roma d'esser cagione, o trista occasione almeno, di scandalo e setta nella famiglia cattolica, e mai non ricondurrebbesi a tale bontà da saper ritrarre, com'è ufficio suo peculiare, dalle viscere del cristianesimo virtù spiratrice e riparatrice del mondo moderno. A ciò non poter bastare, vi dissi, le riforme ed emendazioni del temporale; dovendo elle piuttosto succedere come effetto, che antecedere come causa; o, per lo men male, avvenire contemporanee con le spirituali ammende e riforme. Essere presenti i giorni fortunosi e difficilissimi di Nicolò II e Gregorio VII, in quanto che al risanare e reintegrare il papato occorrono prammatiche nove, spedienti animosi, saldo e virile consiglio.
Nè anzi mi tratterrò di affermare, che i tempi odierni ànno a riscontro di quegli antichi tale disposizione peggiore, e certo di gran momento; che, cioè, nel secolo undecimo gli occhi soli della Chiesa erano aperti a vedere ed a piangere i guasti e le sozzure del proprio suo tempio; laddove oggi ogni cosa avviene sotto l'indagatrice pupilla dell'altre Chiese cristiane, le quali non si astengono di predicare e trombettare su dai pinnacoli, che appresso i popoli loro è la fede molto meno rattiepidita, la moralità più sana e profonda, maggiore senza verun paragone la dottrina e modestia del clero, e che quivi la religione è congiunta e amicata ai concetti generosi, e a tutti i rivolgimenti e progressi civili di nostra età: dalle quali asserzioni ci porgono poi per riprova, da una parte, lo stato fiorente e glorioso di essi popoli, come a dir l'Inghilterra, la Prussia, l'Olanda, gli Stati-Uniti; e dall'altra, la depressione e lo scadimento di quelli, come Polacchi, Spagnuoli, Italiani, Messicani, dove trionfò potentissimo e signoreggia tuttora non contrastato il culto cattolico.
Voi m'avete parecchie volte udito affermare, che il clericato romano, sebben muta i corpi, non muta il genio nè il vezzo, e che le menti e gli animi vi sono tutti impastojati a una foggia, nutriti d'un latte medesimo, fatti e formati a un medesimo stampo; laonde in ciascuno di loro è ferma e tenacissima la volontà di serbare integro e sempiternare (quando il potessero) quel tal misto d'ambizione, d'interesse e di santimonia da lor fabbricato, e il quale non si péritano di chiamare buono e perfetto governo della Chiesa e dello Stato. Quindi è fuor del possibile ch'entri loro in cuore alcuna voglia viva e sincera di correggere sè stessi, e innovare in parte veruna le lor condizioni, e che ritrovino (quando pure il desiderio sorgesse) abilità e forza proporzionate all'alto proposito.
Ora, i fatti più sopra allegati vi porgono di tale pertinacia e impotenza una molto chiara dimostrazione. Conciossiachè, insegnano tutte le storie, che nessun istituto civile, già roso nel suo midollo e pervenuto a decrepitezza, abbia voglia ed abilità di rialzare sè da sè stesso; e torna contraddittorio che là proprio dove la vita si estingue, si rinvengano forze da ristorarla: invece, quelle cagioni medesime che d'un abbassamento in altro maggiore trascinano con legge dura e ineluttabile di destino, vietano il riaversi e il risorgere; e si lo vietarono con l'azione loro incessante e mortifera alla Roma d'Augustolo, alla Bisanzio dei Paleologhi, e alla Venezia dei Manini e dei Renieri. Similmente, essendosi da ogni parte di quegli istituti ritirato lo spirito, e rimanendo delle cose la nuda corteccia, mutare per loro suona come annullarsi: quindi con severità farisaica vi sono riformati i più fradici usi, serbate le più vane apparenze, cresciuto di mille doppj il servaggio; i vecchiumi soli vi ànno lode, e l'irragionevole ostinazione vi usurpa nome di virtù e di sapienza.
Nè da tale pervertimento e caducità degli umani fatti troviamo arbitrio nessuno di credere esente il pontificato in ciò appunto che à d'umano, e nelle sue esteriori e disciplinari disposizioni. Ed anzi aggiungiamo, che in queste è maggiore necessità o di emendarsi, o di perire. Avvegnachè, com'elle sono forme finite e determinate, e abito accidentale e sensibile d'una divina sostanza, loro non è conceduto di contenerla, e significarla, salvo che parzialmente e imperfettamente; e alla inesauribile sua facoltà di ampliazione e d'organamento, niuno dee pensare che riuscir possano in ogni tempo ed in ogni caso adatte, sufficienti e commisurate. Laonde, chi si ostina a volerle serbare intangibili ed immutabili, fa sembiante di negare la virtù infinita del cristianesimo; la quale per ciò che opera sulla terra e nel tempo, dee necessariamente assumere successione e limitazione; nè altrimenti può dilatare la sua eccellenza nè le sue maraviglie mostrare, che seguitando la legge imposta alla perfezione di tutti i finiti, cioè a dire l'indefinito ed interminabile spiegamento dell'essere proprio.
Le quali tutte considerazioni tenendo io vive innanzi alla mente, procederò con più stretto discorso alle ultime parti del mio subbietto.
IX.
Le mutazioni debbono esser cercate nè inferiori al bisogno nè superiori. Debbono alla sostanza delle discipline antiche ecclesiastiche non solo non contrastare, ma conformarsi intrinsecamente, e rinnovarne lo spirito quanto l'indole dell'età nostra il comporta. Debbono eleggersi le più semplici e pronte, eleggersi tali che si vedano consentire sapientemente ai pensieri nuovi del secolo; infine, eleggersi le più agevoli, od, a favellare esatto, le men malagevoli, poichè la cosa di sua natura è tra le difficili e travagliose. Gli anteriori discorsi provarono, credo, con abbondanza, ch'elle non possono primamente e direttamente proceder da Roma, e dovere oggi, com'altra volta, nel corpo cattolico il vital calore ed il sangue dalle membra estreme salire e rifluire nel capo. Conciossiachè per le membra scorre tuttora occulta e sottile un'aura di salute e di vigoria più penetrativa e meglio efficace che nol giudica il volgo. Dov'io m'inganni e m'illuda su cotal punto, e nemmeno nel clero inferiore, il qual vince l'altro di sensatezza e di numero, non sia buona disposizione a ricevere e seguitare le verità che la general discussione va dimostrando e dilucidando, tutto il restante di questa lettera confesso che cade e s'annulla.
D'altro lato, non è forse la Chiesa, per propria essenza, la vita spirituale e comune di tutti i fedeli? Ella è in ogni luogo, e non è intera in veruna parte; e ciò tutto che piglia sostanza ed autorità perdurabile in lei, ottenne per innanzi l'universale consentimento, vogliatelo espresso o tacito, posteriore ai decreti di Roma o anteriore. Che il pontefice sia _caput Ecclesiæ_, ovvero _caput in Ecclesiâ_, come sottilmente si questionò, poco importa di definire. Conciossiachè nell'una e nell'altra sentenza rimane vero pur questo, che da sè e per sè il papa non è la Chiesa, nè alla Chiesa può prevalere.
Ma io vo dubitando non forse questo mio lungo proemiare e questo discorrere alquanto sospeso sieno per accendere in voi una troppa viva curiosità, la quale io non ò modo alcuno di soddisfare. E per fermo, egli trattasi unicamente di ricondurre in onoranza e in costume (benchè solo in qualche porzione e in maniera assai temperata) ciò che la cristianità intera praticò abitualmente per molti secoli e in tutte cose; intendo la elezione dei capi e dei reggitori fatta a suffragio comune del clero, e accettante e plaudente il popolo. Dico di rinnovarsene l'uso in qualche porzione, e in riguardosa maniera. Seguite, vi prego, le mie parole, e giudicherete, illustre Signore, s'io sono quell'avventato e guasto cervello che dicono. Io propongo, adunque, per lo men male, che in niuna provincia italiana o straniera si sveglino per al presente le gelosie di Stato; e però prosiegua il pontefice, prosiegano i principi a scêrre, come per addietro, i pastori spirituali de' popoli. Taccio similmente di Sinodo universale infino a tanto che popoli e principi con ardore e concordia non lo richiedano: il che sarà molto tardi. Ma voglio che dai suffragi del clero appostatamente adunato in ciascuna provincia, escano tutti coloro a cui spetta il nome e l'ufficio assai profanato, ma solenne pur nondimeno e magnifico di cardinale di Santa Chiesa; e voglio, quindi, che il capo e giudice di tutta la cristiana repubblica venga da tutta essa eletto mediante que' suoi deputati nel novello Concistoro raccolti.
Il principio elettivo fu anima della Chiesa, e sua legge sovrana ed universale. I tempi declinando al peggiore, e sempre più temperandosi ella agli usi e alle fogge regie e feudali, recarono presso che al nulla quel suo spirito di franchigia e di fratellanza. Ora, il mondo che in ogni culta contrada esce di pupillo e ricompónesi a libertà, e in tutte le funzioni civili e politiche e in ogni maniera di magistrati rimena e dilata la virtù elettiva e forme più popolari di reggimento, chiede con giusta impazienza di scorgere altresì il principio elettivo restituito nella repubblica dell'anime e delle coscienze, che è la Chiesa. Certo, comparirebbe strano ed intollerabile, che il diritto dell'eleggere fosse durato appo lei ne' giorni ch'era sbandito dalla città e dal consorzio politico, e non risorgesse al presente che è da per tutto ricuperato, e in ogni principale esercizio del viver comune è intromesso ed usato assai largamente.
Queste cose non prima si annunziano, che il buon giudicio universale le assente, e brillano a tutti gli occhi di verità e di evidenza; perchè le necessità e il carattere dell'età nostra, la maturezza delle opinioni, l'indole singolare e propria de' nuovi costumi e de' nuovi istituti, la mente, a così dire, di tutto il secolo le pensa e le persuade. Ponete in disparte coloro al cui intelletto fa velo la cupidità e l'orgoglio, e coloro alla cui pietà e religione fa misero inganno la tirannia dell'uso, e la pochezza e viltà dell'ingegno e dell'animo; e voi sopra ogni bocca cristiana udirete oggi suonar di nuovo la sentenza antichissima di San Leone pontefice, che nelle sacre elezioni _sia colui preferito il quale dal clero e dal popolo consenzienti è richiesto_. Del pari, voi scorgerete esser nel voto d'ognuno, che la Casta del Quirinale si sperda; e udrete quindi ripetere comunemente quella troppo legittima e naturale interrogazione di San Bernardo, ch'io poneva in fronte della mia lettera: _an non eligendi ex toto orbe orbem judicaturi?_ Ben è vero che molte e significative assai sono state le domande di quel non timido cenobita, alle quali nè papa Eugenio nè gli eredi suoi nella tiara trovato ànno, infino al dì d'oggi, buona e adequata risposta.
X.
Ma vediamo in iscorcio i modi più pratici, e insiememente legali, ordinati e pacifici, per conseguire sì grande effetto. Voi col veloce ingegno supplite alla parsimonia di mie parole.
Roma per troppa vecchiezza ormai non à lingua nè moto, e soltanto la paura le rompe alcuna fiata quel sonno a cui torna sì volentieri, e che già piglia sembianza di letargía. Mestieri è, pertanto, che le Chiese sì provinciali e sì nazionali, risveglinsi e parlino, e quanta vena d'acque pure e vitali va disseccandosi in Vaticano, altrettanta ne sgorghi e zampilli per ogni dove del bel giardino cattolico. Concedo, o Signore, che congregare nel lor concilio nazionale i vescovi delle Gallie, o quelli delle Spagne nel loro, e così d'altri popoli, riesca oggi difficilissimo; e forse ai governi rispettivi non gradirebbe il disegno, ed alcuni de' più sospettosi ne impedirebbero l'attuazione. Ciò non ostante, la cosa è da reputarsi per buona e fattibile in sè; e gli esempj nelle storie ne abondano, e la necessità persuade azioni incomparabilmente più malagevoli. Nè mi sgomento a pensare che i concilj nazionali (a condurli con ogni piena e scrupolosa legalità) ricercano l'assenso di Roma. Perchè mal potrebbe esso lungamente e ostinatamente venir negato a un numero grande e concorde di vescovi, ciascuno de' quali è al papa uguale e compagno nell'ordine, e venerabile nella dignità. Ma io stimo e son fermo di credere, che radunanze molto più anguste e men rumorose sieno bastevoli all'uopo. E veramente, per li sinodi diocesani e annuali de' preti, e per li provinciali e triennali de' vescovi (i quali ultimi cominciano appena a farsi vedere oltr'Alpe e oltre Reno), il convocarli ed aprirli non solo va esente dalle concessioni di Roma; ma l'astenersi dal porli in effetto e dar loro favore e incremento, contradice ad una delle più salutevoli disposizioni della Sinodo Tridentina,[51] la quale toccò in questo i termini non del rigore ma dell'indulgenza; conciossiachè dal concilio santissimo di Nicea venivano i vescovi comandati di abboccarsi nella provincia loro due volte per ciascun anno. In tali adunanze, adunque, prescritte non che lecite, da nessuno impedite, agevoli e pronte ad effettuarsi, io scorgo il punto dove consistere, e il germe fecondo vi riconosco d'infinita fruttificazione. Io non sarò presentuoso e inconsiderato da voler qui definire per filo e per segno quello che in seno di essi concilj dee venirsi deliberando. Una sola cosa desidero e spero, e non potendo agli uomini, la chiedo a Dio immortale; e ciò è, che i preti ed i vescovi congregati guardino alla urgenza estrema dei tempi, la misurino tutta quanta è, e di quindi piglino ardire e consiglio.
Che se alcuni di quei congressi (nè parmi speranza eccessiva) l'indole vera de' nostri tempi conosceranno, e nel chiuso dei petti umani s'industrieranno di leggere, e massimamente del clero inferiore, queste parole o le simili a queste addirizzeranno al Pontefice:
XI.
— Un nuovo caldo di evangelico zelo ricerca, Padre Santo, le viscere della Chiesa, e scoppiano qua e là faville di luce nuova. Imperocchè l'anime pie, forte sgomentate delle vaste e crescenti ruine, e trafitte in cuore dell'accidia abituale e immedicabile dei ministri di Dio, pregarono con singhiottoso pianto al Signore, e sclamarono: _Vieni da quattro venti, o spirito, e soffia su cotesti morti, e vivano._[52] Però il mondo cristiano non à indietreggiato in sui sentieri di perfezione, e posto à lunga fatica _a riempier di beni i famelici, e nell'esaltazione degli umili_ si è compiaciuto.[53] Se non che (facciasi luogo al vero), quegli ubertosi principj di umanità, di scienza e di sempre crescente prosperità e gloria di nostra stirpe, che il Vangelo va maturando, e quegli eterni ed inessicabili semi di libertà, di fratellanza e d'universale amicizia fra i popoli che la legge d'amore produce, ànno germinato assai meglio ed in maggior copia nell'altrui campo e sotto le mani de' laici, che nelle terre de' Chierici all'ombra stessa del santuario. Posciachè questi, mal ravvisando il lento portato della cristiana carità, sembrano ributtare indietro e combattere fieramente il vivere moderno civile, e l'infinita potenza di bene che vi si cela. Quindi negano che nel suo grembo prosiegua sotto altre sembianze l'effettuazione di quell'annunzio apostolico: _Voi a libertà siete chiamati, o fratelli_;[54] quindi ricusano di conoscere il decreto sommo e providissimo, il quale dispone che al colmo d'ogni libertà si giunga per la pienezza d'ogni scienza e per la progressiva sublimazione degl'intelletti e dei cuori; essendochè fu promesso _che il vero ci farà liberi_,[55] e fu comandato all'umano consorzio di ascendere di grado in grado nell'infinito d'ogni eccellenza, _tanto che siamo perfetti, siccome il padre celeste è perfetto_;[56] e similmente s'infingono di non sapere _che il regno di Dio debba avvenire altresì sulla terra_;[57] e _la città santa debba discendere dall'eccelso acconcia siccome sposa che al suo marito s'adorna; mentre una voce uscente dal trono divino sarà udita sclamare: Ecco il tabernacolo di Dio per mezzo agli uomini, ed egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo_.[58] A tale funesto dissidio è necessità metter fine. Necessità grande si è che i pastori dell'anime, entrando con esse per le inusate e magnifiche vie del secolo, procaccino di divertirle dai precipizj dove, abbandonate da noi e di noi fastidite, rischiano di dirupare.