Part 46
Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo, e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa; abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze, venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca, e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare, e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno. Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose, implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia all'incanto.
Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge, o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or sono; cioè a dire che _il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e non li governa_. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè che _li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da lui_. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima; onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io) può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del vivere privato e publico.
Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci, fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe (come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie, mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della sua corte?
VI.
Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole, è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile; perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del vivere sociale.
Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni, non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare. Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori, per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile, e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano. Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i contagi, armava i popoli contra i barbari, il furor di questi placava, ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse, che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.
Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà, sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e, poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia, ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto: per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune: per quella, in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.
Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj; nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione, nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.
VII.
Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale, voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul mondo? Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè, per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese raccontava cinque secoli fa.
Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a' dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui? Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo, rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino, quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei, e nemmanco far menzione de' suoi diritti.
È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche, ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e soprafà ed ingiuria il culto latino.
Scorrete in altra materia; ponete l'occhio alle missioni che Roma al presente prepara ed invia dal grembo suo, e subito vi verrà veduto la estrema inferiorità e tepidezza loro, a comparazione dei tempi andati; e i veramente grandi e portentosi concetti e disegni di Propaganda scorgerete cadere in incredibile parvità; e quella sua stamperia poliglota (per toccare un solo particolare), che fu prima ed unica al mondo, non à quest'oggi caratteri da pubblicare una pagina di sanscritto. Nè già potrebbero i papi scusarsi e piangere come l'antico Alessandro, che manchi oggimai lo spazio alle sante conquiste loro. Di dieci centinaja e più di milioni di uomini che nudrisce la terra, un quarto solo sono cristiani. Ma l'ambizione di Roma sembra oggi rivolta a ben altro proposito, che di recare ai barbari ed agli idolatri la luce dei Vangeli, e l'umanità di nostre arti e costumi.
In mezzo ai traviamenti del secolo che trascorriamo, assentirete, o Signore, che questa lode gli rimane interissima, di avere con la scienza e le istituzioni moltiplicato ed illuminato le publiche beneficenze, preso cura speciale dell'educare le moltitudini, cercato alla povertà loro ogni possibile compenso, trovato con fina industria copiosi conforti agli stenti e tribolazioni delle infime plebi. Avvi cosa al mondo più degna e illibata, sollecitudine più cristiana, fatica e studio al supremo sacerdozio meglio dicevole? Ma in questa sì bella ed intemerata pagina della storia moderna incontri tu mai il nome del papa? Delle nuove e tanto ingegnose e caritatevoli forme di comune e privata beneficenza, àvvene una soltanto scoperta e iniziata in Roma, o presto almeno e vivamente caldeggiata ed esercitata? Le sale d'asilo, le sale d'allattamento, le prigioni e i metodi penitenziali, le casse dei risparmj, le società di temperanza, quelle di mutuo soccorso, le infinite miglioranze recate ad ogni maniera di ricoveri ed ospedali? Un secolo e mezzo addietro, cadde in pensiero a Clemente XI di chiudere in luogo abilmente ordinato al lavoro e alla correzione i giovinetti discoli e abbandonati, e così camparli dai delitti e dall'ultima corruttela. Pietoso e civile concetto insieme; il quale se fu poi per altri l'occasione e il germe dei metodi nuovi penitenziali, non so; ma questo io so bene, che quel germe fruttificava in pressochè tutta l'Europa e l'America, eccetto che in Roma.
Infine, la scienza, che è tanta porzione di civiltà, ed anzi è scorta e lume continuo suo; la scienza, già patrimonio del chiericato sì particolare e proprio, che laico venne a significare inculto ed illetterato; la scienza, dico, rinverdita primamente e riordinata sì nelle scuole dei teologi e sì nelle università degli studj, rette e corrette in ogni parte del mondo da bolle e prammatiche di pontefici,[49] a che termini sta ora nelle lor mani, e come risponde ai progressi e alle ampliazioni degli ultimi secoli? Qui la decadenza corre agli occhi d'ognuno, ed è tale e sì deplorabile da non ottener fede il discorso, salvo che da coloro i quali furono e sono testimonj del danno e della vergogna. Penso che basterà il dire che Roma, non ostante gli stranieri visitatori, l'intelligenza svegliatissima de' suoi cittadini, e quel popolo d'artisti che vi dimora a studio de' monumenti, è ormai divenuta la metropoli più ignorante d'Europa, e la men fornita di ciò che occorre agli svariati incrementi del moderno sapere. Nell'università sua, poco degna davvero del borioso titolo di Sapienza che porta, si desidera per lo meno la metà delle cattedre che ne' più culti paesi e nelle scuole meglio ordinate stimansi oggi non che opportune ma necessarie a compiere lo ammaestramento delle morali, delle fisiche, del diritto, della medicina e della storia; senza voler qui sindacare i metodi falsi e le viete dottrine insegnatevi, e il modo incredibilmente strano ed illiberale con che tutta insieme quella istituzione vien moderata e disciplinata. Da voi non s'ignora che sebbene il trovato (io doveva dire il miracolo) della stampa accadesse di là dall'Alpi, Roma entrò innanzi a tutti in lodarlo e in dargli ricetto, e volle giovarsene largamente e sollecitamente. Oh gran mutazione di tempi e di uomini! Oggi quel che si imprime di libri e di giornali in Roma, ragguagliato alle più dotte città straniere, sta, senza timore alcuno d'amplificazione, siccome uno a cento; e nelle pubbliche biblioteche trovi appena uno su mille de' buoni volumi moderni, e agli antichi assai poca gente pon mano. Nè in altra guisa può andar la bisogna colà dove ogni scritto e libro è cacciato tra le filiere di tre censure, l'episcopale, la politica e la fratesca del Sant'Officio; dove nell'encicliche più solenni chiamasi _detestanda_ la libertà di stampare; dove fu proibito per lunghissimi anni il vaccino, e tuttora è proscritto l'insegnamento della publica economia; dove l'Inquisizione (or fa poco tempo) non dubitò di riprovare e dannare con espresso decreto le sale d'asilo; e non volevasi testè udir parola di strade ferrate; e chiunque osato avesse di condursi a que' congressi scientifici, che Ferdinando stesso di Napoli avea tollerato nella sua città e fatto vista di carezzare, veniva rimosso o dalla cattedra o dall'impiego, se l'uno o l'altro tenea dal governo.
Durassero quivi almeno fiorenti e profondi gli studj sacri, quanto furono altra volta, e quanto sembra domandare non che il decoro e la dignità, ma il debito e l'interesse medesimo di quella gran sede del mondo cattolico! Nè io dirò che in veduta elli sieno scarsi e leggieri, o sia picciolo il numero degl'insegnanti, o poca la frequenza ed assiduità de' discepoli. Ma dagli effetti cotidiani può ben giudicare ogni uomo sensato, che in quegli studj non è più forza alcuna inventiva, non robustezza e amplitudine di concetti, non luce e svolgimento di feconde dottrine, non copia alfine e peregrinità di filologia e d'erudiziene.
Ma forse voi vi maravigliate della mia maraviglia. Dove non ásola un minimo fiato di libertà, può l'albero della scienza durar verde e fruttifero? Per vero, di tutte quelle opere dottrinali ed apologetiche o sotto altro rispetto fautrici e lodatrici di Roma, le quali anno in questa prima metà del secolo meritato e conseguito celebrità universale, neppure una ebbe principio e nascimento nelle scuole romane, e neppure una pagina e un rigo di esse uscì dalla penna di quelle insigni congregazioni, da cui si maneggiano colà tuttavia i più serj negozj e i più gelosi interessi della intera cattolicità. Frayssinous, Bonald, De Maistre, Haller, Göerees, Schlegel, Stolberg, Hurter, Lamennais, Lacordaire, Balmes, Chateaubriand, Döllinger, per tacer d'altri, mai non furono in Roma a dare scienza o riceverla. Due sommi Italiani arbitrerei di potersi aggiungere a quel bel novero assai giustamente, e sono il Gioberti e il Rosmini; ma la vita loro intellettuale sortì l'inizio e il proseguimento, e rendè fiori e frutti ammirabili in altro terreno ed in altre scuole. Da Roma venne ad essi, per ciò che sappiamo, una cosa soltanto; la riprovazione e condanna d'alcun loro scritto.