Part 45
Imperciò, presupponendosi eziandio che mutare qualcosa della Roma spirituale riesca difficile e travaglioso quanto l'indurre larghi e intrinseci cambiamenti nel temporale, porta la ragione che si voglia piuttosto lo sforzo maggiore rivolgere a conseguire il primo. Perchè, vinte quivi le resistenze ed appianate le vie, qualunque natura di bene civile e politico se ne ingenera quasi di per sè stesso: il che non si prova con altrettanta certezza dall'altro lato; stantechè (teniamolo saldo in memoria) negli istituti che reggono e signoreggiano per l'efficacia e il valore di antiche opinioni e consuetudini, le mutazioni materiali ed estrinseche, discompagnate dalle morali e interiori, violentano ma non correggono, e più sono atte a perturbare che a rassettare. Chi mal consente a questo vero, ricordisi almeno di ciò che vide egli stesso, o dal padre gli fu narrato. Bonaparte condusse prigione Pio VII a Fontanableò, e il vi tenne chiuso qualche anno, e dettavagli da ultimo un concordato a sua voglia. Era uso di forza e d'audacia fortunatissima, ma sproveduta di sapienza riformatrice; e non recò frutto. Cessato appena quell'impeto soldatesco, Roma ripigliò le sue antiche sembianze, nulla avendo imparato e men che nulla dimenticato. D'altra parte, non sembra mai troppo difficile e faticoso all'uomo ciò che è necessario ed inevitabile, e si fa scala insieme a grandissima utilità, e quando gli vien dimostrato che tutt'altro tentamento sarebbe indarno.
Ben so che l'ordine di ragione troppo rado si accorda con quello de' politici accadimenti, e la fortuna e l'armi e le passioni non iscelgono la loro via; ma dove l'impeto li rivolge, colà si precipitano. Io so bene altresì, che quando per effetto di qual sia caso la forza e la volontà popolare venissero in Italia al di sopra, elle inesorabilmente proseguirebbero la lor vittoria, stimandosi padrone affatto ed onnipotenti. Ciò per altro non vieta che quella forza e volontà, scompagnate dalle mutazioni morali e spirituali, non rimanessero incerte del fine e nella vittoria stessa impacciate; e quindi, per la ostinazione indomabile altrui, trascinate ad atti eccessivi, sino a che sorgesse una dolorosa necessità di piegare ed indietreggiare, perdendo i maggiori frutti e i migliori del buon successo. Del resto, gli è assai naturale che le sollevazioni, le guerre ed altri violenti e scomposti fatti entrino inconsultamente in quel primo sentiere che lor si schiude davanti: ma colui che indaga il valore universale ed intrinseco delle cagioni e l'ordine di operare che ne proviene, non può nè correre nè fermarsi dove lo sdegno e il volgare giudicio e corre e si ferma; invece, egli procede tanto oltre, quanto gli fa d'uopo a trovare il punto da cui dipende la mole intera dei casi, e l'ultima lor ragione. A cotesto punto, e non altrove, intende guardare la lettera mia.
III.
V'à parecchi onesti e timorati, ai quali ogni pensiero d'innovazione, tuttochè ristretta alle condizioni esteriori e non sostanziali del Papato, sembra arditezza e profanità incomportabile, e uno sdrucciolo all'eterodossia e alla miscredenza. Ma perchè non può accadere a' dì nostri ciò stesso che più d'una volta à la Chiesa veduto e approvato senza scandalo e nocumento, e rimanendosi intatta nell'essere proprio e ne' suoi principj di scienza e di pratica? Ei si conviene o tener chiuse tutte le storie, o lette dimenticarle, perchè risolutamente si neghi le forme del Papato e la costituzione della gerarchia suprema cattolica, non avere sostenuto mai mutazione profonda. Ma il vero è pur questo, che tra le forme e disposizioni del Papato quale esercitavasi da Gregorio Magno, e l'altre che incominciarono ad attuarsi e valere per opera segnatamente di Niccolò II e Gregorio VII, interviene assai più differenza di quella che, al mio sentire, ricercherebbesi oggi a ricondurre in concordia piena, e d'infiniti beni ubertosa, la civiltà e la religione. Parlo di notizie ovvie e non peregrine; pure è necessità ricordarle a chi non le ignora, ma le dissimula. Gregorio Magno poteva ogni cosa; e i maggiori negozj e le più dure discettazioni d'Italia e dell'Occidente venivano trattate da lui, e con autorità e sapienza composte. Ma tutto ciò, non per diritto di principato, non perchè sudditi avesse nè esercito nè navile nè publico erario, ma sì mediante un sommo arbitrato che i popoli nelle differenze loro gli concedevano, per caldo di religione, e per la gran sicurezza ch'entrava negli animi del senno civile di lui, non uguale solamente ma superiore al secolo tralignato e ruinante a barbarie. Ildebrando, in quella vece, aggiungeva al pastorale lo scettro; e non contento delle provincie le quali già tenevano i papi da Carlo Magno, rifermava i Normanni sul trono di Napoli con titolo di suoi tributarj, e pretendeva diritti regj altresì sull'Ungheria, Danimarca, Croazia e Dalmazia; e a Guglielmo il conquistatore ingiunse di riconoscere da lui solo il reame d'Inghilterra, e di fargliene omaggio. Parvi egli, illustre Signore, poca e leggiera trasmutazione, passare nel temporale dallo stato di soggetto a quel di monarca, e la mansueta autorità dei Vangeli armare di mondana potenza, fornirla di soldati, di balzelli e di giustizieri? Ma vi è più oltre di novità. Gregorio Magno non solo piacevasi di riconoscere i Cesari a sè superiori nelle faccende del secolo, ma li comportava tali in molta porzione altresì della polizia esteriore ecclesiastica; e obbedivali eziandio (quello che importa assai di notare) ne' comandi che gli parevano gravosi al clero, e, sotto qualche rispetto, dannosi al far prosperare la religione: come testimonia quella lettera sua, mille volte citata, a Maurizio imperatore.[47]
In quel cambio, Gregorio VII e i suoi prossimi successori stimarono a sè inferiori e soggetti i Cesari e tutti i monarchi del mondo, i quali (uso della comparazione che leggesi nelle bolle), come la luna piglia splendore dal sole, pigliano dal pontefice, sole della cristianità, l'autorevole lume proprio. Quindi ai papi venne pensato di ben potere (dove occorresse estremo castigo) deporre i monarchi dai seggi loro, e dispossessarli d'ogni diritto, e dal debito di sommessione e obbedienza disciogliere i popoli, ed anzi armarli alle volte contro quelli e crocesignarli. Là, pertanto, con San Gregorio, un pontificato affatto spirituale e che nulla del mondano s'arroga; qua, con Ildebrando e coi proseguenti l'opera sua, un pontificato provisto di regale giurisdizione, e divenuto signore ed arbitro delle corone. Là, due potestà divise ed indipendenti ne' proprj ufficii; qua, una sola, suprema e impartibile, che tutte l'altre soggioga, e la quale fabbrica e innalza al colmo la universale teocrazia. Nè perciò tutte le differenze peranco sono avvisate ed annoverate. Gregorio Magno era dai suffragi del popolo, con liberi e appropriati comizj, eletto ed alzato allo splendore e alla santità della tiara. Gregorio VII, invece, veniva scelto e salutato pontefice nello stretto collegio de' cardinali, istituzione singolare e novissima nella Chiesa. D'altre minori varietà e differenze fra i due tempi paragonati, me ne passerò con silenzio; parendomi che alle testè ricordate non se ne possano trovare e neppur pensare delle maggiori.
Al presente, io mantengo essere al Papato sopravvenuta una indeclinabile necessità di cambiare in sè stesso parecchie condizioni e costituzioni; ed, al creder mio, nessuno fa guerra più pericolosa e spietata al bene di quello, quanto chi si ostina a volerlo intatto ed immobile in ogni sua forma attuale.
E che? sembrami già udir gridare i Farisei d'oltremonte, avresti tu animo d'assomigliare la Roma spirituale moderna a quella di Nicolò e d'Alessandro II o del suo magnanimo succeditore? Dove oggidì le fazioni che si accoltellano e uccidono sulle piazze per tirare a sè col sangue civile la elezione d'un papa? Dove oggi il concubinato del clero, le simonie cotidiane, la feudale oltracotanza che invade il tempio santo di Dio, e trasforma i prelati in baroni e le badie in castelli? Dove la generalità dei preti e dei monaci oppressa e tiranneggiata dai Vescovi fatti principi, e sì potenti divenuti di terre e vassalli, che rendevano necessaria in Gregorio VII quella specie di dittatura, e quelle arti medesime di cui più tardi usarono tutti i monarchi per isciogliere e disfare le aristocrazie? Rispondo (se mi si concede lingua), che i corpi morali infermano siccome i fisici di malattie strane e diversissime infra di loro, ma pur simili in ciò che annullano con effetto uguale la sanità; e posto che sieno gravi ed assai radicate, ricercano pronto ed eroico rimedio. Nella età d'Ildebrando e d'altri che il precedettero, il Papato ammalava d'ardente e acutissima febbre; oggi è infermo di languore e di cascante vecchiezza. Roma allora farneticava, oggi decrepita bamboleggia. L'un caso è dall'altro differentissimo; ma in entrambi fanno mestieri farmachi vigorosi e solleciti, sebbene di diversa natura e virtù.
Che manca ora al discorso? Certo, che si dimostri il vero di tanto decadimento. Ma per gli uni è cosa manifestissima; per altri non basterebber volumi a provarlo, perchè il vero che s'odia, quanto più splende, con più sfrontatezza è negato. Fra le due schiere avversarie rimangono molti non preoccupati e però imparziali, ma poveri di notizie e impazienti di far ragguaglio minuto ed esatto fra tempi e cose tanto diverse e lontane; e ad essi un compendio appunto di quelle notizie tornerebbe, io credo, gratissimo e profittevole. Lasciatemi, dunque, o Signore, delinearlo per sommi capi e com'io l'intendo. Userò parole da storico, e forse più magistrali che una lettera non comporta; ma da niuno scrittore e con nessun'arte si può combattere le necessità del suo têma. A comparazione, poi, della vasta materia, sarò brevissimo. Darò dei fatti poc'altro che un giusto elenco, ma tutti veri e palpabili; quindi sufficientissimi a costruire buona dimostrazione.
IV.
Da chiunque conosce fiore delle storie ecclesiastiche verrà confessato, che in tutta quasi la età di mezzo nessuna maniera di potenza e nessuna specie di grandezza civile conobbe il mondo, la quale non rilucesse in massimo grado nel Pontificato romano. E può dirsi anzi, che la civiltà tuttaquanta foggiavasi allora e informavasi unicamente delle fogge e forme che le porgeva la cattolicità, e però i capi supremi di questa. Ai dì nostri, per contrario, è visibile che alcune di quelle potestà e maggioríe sono affatto scomparse, e in tutte le rimanenti è precipitosa declinazione; quando pure non se ne voglia eccettuare quella tendenza perpetua della Roma papale, a ridurre di più in più il reggimento della Chiesa a stretta forma di monarcato. Nel che io concedo Roma non essere declinata; ed anzi, i modi del suo governo tenere assai più del regio e dell'assoluto quest'oggi, che non ai tempi (poniamo) d'Ildebrando e di Bonifacio. Perchè, sebbene ai giorni loro niuno sospettasse dell'autenticazione e veracità delle false Decretali, e tuttochè le sentenze d'un libro che ascrivesi comunalmente a Gregorio VII[48] ricevessero confermazione dalla Sinodo ch'egli convocava appo sè in Laterano nel 1076, e ponessero con ciò il colmo all'autorità dei pontefici, così per la giurisdizione come per gli uffizj nell'Ordine; purnondimeno confuse e mal definite e dubiamente applicate si rimanevano in molta porzione quelle dottrine, e vi ostavano tuttogiorno usanze e possessi antichi, privilegi e prepotenze di principi. E però, all'arbitrio pieno ed incontroverso che le più volte esercitavano que' pontefici nel reggimento della Chiesa, si vuole assegnare per cagione principalissima l'altezza di mente, l'energia propria e fortunata di parecchi di loro; e la ignoranza, lo scompiglio e la dissoluzione estrema dei tempi.
Non vi sia di tedio, o Signore, lasciarmi alquanto discorrere questa materia in cui giova insistere per maggiore dichiarazione del nostro subbietto.
Dico, dunque, che il dominio assoluto dei papi trovò conferma e sanzione solenne più tardi, e particolarmente dalla Sinodo tridentina, la quale nol contradisse, e, fuori assai dell'aspettazione comune, contradisse invece le massime ristrettive dei concilj di Costanza e di Basilea. Vero è che alquante cose ne tagliò e corresse; ma con ciò appunto a tutto il gran rimanente pose suggello, e stimò di rimarginare le piaghe mortali aperte nel Papato dalla servitù avignonese e dallo scisma durato non meno di quarant'anni. Più modernamente non sostenne quel dominio assalti e guerre pericolose; imperocchè le dichiarazioni del clero francese nel 1682 non vennero dall'Europa imitate, e l'opposizione di Porto Reale affogò nella teologia.
A me non compete il giudicio del fatto. Ma sembrami utile assai che il mondo se ne ricordi, e si noti con più diligenza il trapassare che à fatto la comunione cattolica dagl'istituti (come in politica si direbbe) popolari e misti, a quelli di monarchia poco meno che intera e arbitraria.
A coloro cui mette spavento l'udir parlare di mutazione e di novità nella Chiesa, io maraviglio forte come non faccia alcuna apprensione nè svegli alcun dubio questa verissima e sostanzialissima alterazione insinuatasi nell'orbe cattolico. Per fermo, ei non negheranno che l'elezioni de' vescovi a popolo da prima si diradassero, e poi si stringessero all'ordine solo dei preti, più tardi ai soli capitoli delle cattedrali, e da ultimo cadessero tutte o in mano al pontefice, ovvero in mano de' principi, con ciascuno de' quali (rimosso ed escluso affatto il popolo e il clero) patteggia quegli di pieno arbitrio e stipula i concordati: il cui primo esempio infelice quello fu tra Leone e Francesco I, ove molto guadagnò il papa, moltissimo il re, e perdè invece ogni cosa il clero, usato a richiamarsi ai principj e ai diritti della Prammatica sanzione.
Per simil guisa, come in principio ogni vescovo perveniva alla risoluzione de' negozj con l'ajuto e consiglio del presbiterio suo; e i Patriarchi, i Primati e i Metropolitani, con quello dei Vescovi suffraganei e de' Sinodi Provinciali e talvolta de' nazionali; e il Papa, infine, con l'assistenza, autorità e consultazione di tutti essi: in decorso di età, i vescovi pigliarono avviso o dal proprio senno o dai mandamenti di Roma; e i papi, sempre meno solleciti di adunar concilj, e raccolta ogni potestà consultiva nel Collegio de' cardinali, terminarono col non molto inclinare ed attendere a questo medesimo, non ostante i capitoli ristrettivi e severi giurati innanzi da Martino V e da Eugenio IV, poi da Paolo II, e da talun altro lor successore. E dove peraddietro ogni faccenda di momento deliberavasi in Concistoro, e si pubblicavano le risoluzioni come fatte _de consensu Fratrum_, oggi quel consentimento o non è domandato, o vien presupposto, o piglia valore ed uso di cerimonia. Oltre di ciò, il titolo arrogatosi dai pontefici di patriarchi d'Occidente; le riserve senza misura moltiplicate; le cause avocate a Roma da tutte parti del mondo; i legati nelle provincie spediti con facoltà imperiose e superlative; le fraterie dall'obbedire agli ordinarj esentate; le dispense copiose e gli innumerabili privilegi e favori che dal Quirinale tuttogiorno provengono, sottraendo, come può scorgere ognuno, e derogando l'un di più che l'altro alla giurisdizione propria dei vescovi, ànno altrettanto aggrandita ed esagerata quella dei papi. La quale, d'altra banda, di semplice esecutrice e custode di leggi, sembra ascesa e trapassata alla gran potestà di quelle creare e mutare. E veramente, da lunghissimo tempo le decretali e le bolle competono di materia, di maestà e di forza, coi canoni più vetusti e solenni. Il perchè, la legislazione ecclesiastica, guardata e avvisata negli usi suoi cotidiani e nel concetto de' moderni, tende a convertirsi in un Editto papale perpetuo, come di già nel civile l'Editto imperatorio pigliava il luogo dei Senatoconsulti e dei Plebisciti.
Nè già si nega che questo condursi pian piano il Pontificato a più stretti ordini di monarchia, fu condizione e incremento naturale di cose, meglio che arte e ambizione di prelati e curiali. Conciossiachè, lasciando stare l'altre ragioni, ei si fa manifesto per sè medesimo, che in un gran corpo sociale composto di membra diverse, interessi discordi, comunità orgogliose, superiori gareggianti, appena scema e rallentasi quella caritevole unione che le virtù e lo zelo primitivo ed eroico annodarono, bisogna o correr pericolo di scissure e dismembramenti, o che cresca e pigli nerbo una forza interiore, unitrice e moderatrice. E tanto è ciò vero, che al forse smoderato predominio papale, ognuno, dopo lo scisma germanico, cedette luogo, e lo reputò salutevole e necessario, singolarmente in Italia, fatta provincia spagnuola, e dove il Papato serbava ancora alla nostra nazione alcun titolo di preminenza. Io voglio unicamente notare fra voi e me, che per lo stesso naturale procedere delle cose, la potestà monarcale, ed anzi ogni potestà di governo, sia in uno o in pochi o in tutti raccolta e compiuta, rischia di disfarsi e perire tuttavolta che a sè medesima non procura un limite, una competenza ed un sindacato. E si affermi pure, che il pontificato romano non possa disfarsi e perire; può nondimeno infiacchirsi e scadere, e tutti i danni e gli sfregi patire della infermità, della decrepitezza e dello scredito universale. E però, con gran senno parlava quel vescovo di Granata ai Padri di Trento, che s'egli con ardore venia fiancheggiando i diritti e le giurisdizioni dei vescovi, ciò era appunto perchè volea salva e integra in futuro l'obbedienza e l'ossequio de' popoli inverso la Santa Sede. Per fermo, se al presente travagliare della Roma spirituale sono da attribuirsi altre molte cagioni oltre l'imperio di lei eccessivamente assoluto, questo, per lo meno, la reca ad un'accidia e ad un languore funesto ed immedicabile, e rendela insufficiente ad ogni gran gesto, e incapace per niuna guisa di restaurarsi e di rifiorire. Attesochè non ferve la vita e non si mantiene rigogliosa e operante laddove alle facoltà e doti de' valentuomini non è lasciato libero spazio e sicuro; nè dove i premj e gli onori poco dipendono dalla virtù e molto dal patrocinio; e dove, alfine, tutto si compie o col regolo di viete prammatiche o col maneggio de' cortigiani.
V.
Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente, pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de' papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi, d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare, ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica, e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.
E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III (spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.
Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII, che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva, lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in _Cœna Domini_. Essendo principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele, si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e alle intimazioni di Roma il _placet_ e l'_exequatur_; e in quel mentre stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni banda prorompevano.
Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì dello speciale e proprio di ciascun popolo.