Scritti politici

Part 44

Chapter 443,684 wordsPublic domain

Io, per me, sento di potervi bene asserire, che in nessun argomento morale e politico ò fermato il pensiere più lungamente e sì spesso, come in questo del principato ecclesiastico; mosso a ciò eziandio dalla necessità, sì per essermi tocca la mala fortuna di nascere a quello soggetto, e sì per avere a cagion d'esso la miglior parte della vita trascorso nelle amaritudini dell'esilio. Così, dopo assai meditare ed esaminare, dopo raffrontate le storie antiche con esse medesime e con le presenti realità, e i fatti con le idee, e le applicazioni coi principj, sono da ultimo venuto io pure nella conclusione, che a rispetto di Roma, la controversia politica in niuna maniera non può separarsi e disciogliersi dalla spirituale, siccome quelle che sono ambedue informate da una sola e stessa ragione e natura; e chi presume di tenerle divise e trattar l'una in disparte dall'altra, incorre ad ogni tratto in palpabili contradizioni, e somiglia quello inabile e sciocco artista che volesse in alcuna pittura emendare e mutare le pieghe d'un velo o d'un panno, senza porre veruno studio a conoscere il corpo e i membri che ne sono vestiti; conciossiachè al principato ecclesiastico dà contorni e pieghe la spirituale persona che il regge. E da ciò procede parimente, che in verun altro subbietto di scienza civile insorge fluttuazione e discrepanza maggiore di pareri e giudicj; in nessuno alla verità dei principj contradice e ripugna da ultimo sì manifestamente il fatto, e in nessuno la guerra intestina e sempre mai rinascente dei contrarj elementi annulla i trovati e le risoluzioni dei gran politici.

Leviámone qualche saggio non men curioso che istruttivo. E prima, voi v'imbattete in molti i quali (come onestissimi e al papato assai riverenti) si sdegnano dell'opinione che si professa oltremonte, che pel Papato non dica bene altra maniera di dominio temporale, eccetto la dispotica; e sì provano con ragioni eccellenti, la libertà non dovere mai riuscire avversa ed inconciliabile col principato ecclesiastico, ed anzi dovergli prestar vigorezza e favore. Ma, per contrario, lo scritto vostro afferma e prova con l'evidenza del fatto, che lo Statuto romano nè fu dalla prelatura accettato lealmente, nè voluto eseguire mai, salvo che per cessare i fieri e instanti pericoli. D'altro lato, tal quale esso è (e parve prodigio), inchiude cento clausole e cento riserbi da rendere vana (ove occorra e il consentano i tempi) qualunque franchigia publica, e tutta la macchina del governo rappresentativo. Il perchè, ogni mente oculata è costretta di credere, che rimanendosi Roma quale oggi si vede, e le discipline della sua Curia e le condizioni del Pontificato quali al presente sussistono, ogni qualunque specie di costituzione liberale o diventerebbe in poco d'ora un nome vanissimo, o saría cagione di guerra dolorosa ed interminabile tra la corte ed il popolo, anzi tra la corte e qualunque altra potestà indipendente da lei.

La repentina e terribile necessità dei casi (io replico) carpì ai cardinali quell'informe Statuto; dileguandosi la necessità, doveva esso o cadere, o fare illusorie le libertà che promette. Dopo la battaglia di Custoza, s'incominciò a Monte Cavallo a indietreggiare più alla scoperta, e in governo costituzionale far luogo a due Ministri insigniti di porpora e immuni però da ogni legale sindacato, sciolti dal pericolo di giudizio e di pena, e sempre innanzi alle Camere taciturni e invisibili. Dopo la rotta di Novara, sarebbersi i prelati prestamente disfatti del Rossi, quando non avesse una scellerata mano prevenuto il disegno.

Del pari, v'à chi dimostra con argomenti robustissimi, attinti alla più pura e profonda filosofia cristiana, che il dominio temporale dei papi accordasi male con lo spirito del Vangelo, e ch'essi potrebbero senza jattura veruna, ed anzi con utilità e rinvigorimento massimo della religione, deporlo affatto, e tornare all'antica modestia apostolica. Ma, d'altra banda, tutti coloro cui manca l'animo di pensare ad alcuna essenziale riforma ed innovazione negli ordini della Curia romana, veggono assai manifesto (quantunque vergognino di confessarlo), che a quella Curia, spogliandola in tutto del principato, rimarrebbero brevi anni, forse anche pochi mesi d'autorità e di vita.

E però, mentre parlano ad ogni tratto della fiamma di fede cattolica che li avvampa, mostrano di dubitare del sostegno saldo e perdurabile promesso alla Chiesa di Dio. Ma veramente li turba e tiene perplessi un intimo sentimento, il quale li avvisa, non consistere punto la Chiesa di Dio in certe giurisdizioni fittizie ed ambigue, e in certe viete e dispotiche consuetudini che la sede pontificale s'incaparbisce a voler serbare, ed a cui nessuna promissione di celestiale soccorso fu fatta. Quindi s'ostinano a dire, che il principato ed i suoi conseguenti sono puntello della Chiesa; e a sottrarglielo, potrebb'ella, se non cadere, scompaginarsi; e che non bisogna tentare Iddio, e stringerlo a forza ad operare miracoli: non badando essi che a molto maggior miracolo il vanno stringendo ogni giorno, di salvare la fede e il papato ad onta delle sconcezze ed enormità che seco mena il poter temporale; ed essere un modo assai più sconvenevole di tentare Iddio, quello di volere che per prodigio cotidiano di grazia efficace i preti, arricchendo, si serbino poveri; imperando a modo dei re, si serbino umili; vivendo in delizie, si mantengano casti; empiendo le carceri e alzando patiboli, si mantengano misericordiosi.

Udiremo dire a moltissimi, che bisognava perdonare i prelati romani di assai difetti. Non potevano a un tratto svecchiarsi, e in un giorno solo svestire gli abiti del comando assoluto, nè con leggier fatica avvezzarsi alla libertà, tenuta, e non senza ragione, in sospetto e in paura per tanto tempo. D'ogni bene erano signori e dispensatori; qual maraviglia se contendevano a pezzo per pezzo l'antichissimo patrimonio? Colpa grave dei liberali fu volere ogni cosa ad un fiato. La libertà sarebbe venuta ad oncia ad oncia, e proporzionando il carico nuovo alle spalle del popolo che mal lo reggeva. Queste parole che sarebbero savie in qualunque luogo, trovano in Roma ragioni opposte d'altrettanta validità. Coi prelati romani non potersi fare a metà: cedono pur troppo a due deità sole e terribili, la necessità e la paura. Altrove possono le libere istituzioni avere piccolo cominciamento, ed aspettare dal tempo e dalla educazione publica di profondare ed allargar le radici; ma in Roma tanti germi ne porresti, tanti ne sbarberebbero, e tutto il passato lo testimonia. Però bisogna che fra le due potestà intervenga una piena separazione.

Per simile, molta gente va predicando che agli uffici pontificali bisogna l'indipendenza, e questa senza principato correr pericolo e vacillare ogni giorno. Guardisi quello che era il papato in Francia alla corte d'Avignone, sotto le ferree mani di Filippo il Bello e de' suoi discendenti.

Questa è la sentenza: ora mirate il fatto, e troveretelo tanto discorde da lei, che assegnerete al vocabolo indipendenza ogni altro significato, salvo il definito dai dizionarj. Certo, stranissima indipendenza è quella che gode Pio IX tra l'armi tedesche e francesi, e stretto e aggirato da' furiosi ristoratori d'ogni clericale tirannide. Nè si dica essere accidente che passa. Perchè nessuno à cervello così baldanzoso da indovinarne la fine; e tutto il lungo e miserevole regno di Gregorio XVI trascorse in altrettanta preoccupazione e servitù di mente e di spirito. I perpetui diritti, le vetuste giurisdizioni e le libertà intangibili della Chiesa tacevano tutte innanzi all'Austria e alla Russia. Quivi tre milioni e più di cattolici trapassavano allo scisma con poco o nessun lamento di Roma; e con poco o nessuno tornavano a quando a quando in Vienna a pigliar vigore le leggi giuseppine: altra maggior cura premeva l'animo del pontefice; sventar le congiure, sopprimere le cospirazioni, comandare nelle Romagne i supplizj. In tale spavento viveva papa Gregorio non pure dei moti politici, ma poco meno che d'ogni progresso di civiltà, che fu udito affermare, infra l'altre cose, ogni strada nuova aperta ai viandanti essere veicolo nuovo di corruzione. E nella enciclica addirizzata da lui in principio del regno suo a tutti i vescovi moderatori del gregge cattolico, non dubitava di registrare tra i flagelli del secolo le politiche libertà: il che prova quanta poca misuratezza e imparzialità di giudicio lasciavagli il principato, e con che massime dure e imprudenti governar voleva la Chiesa.

Così da ogni parte balzano fuori (diceva io) le contradizioni; perchè tra il regno ed il sacerdozio, quali stanno al dì d'oggi e si vogliono mantenere, ogni termine di conciliazione è impossibile, e mai non è per uscire ex _alienigenis membris compacta potestas_.

Tra parecchi partiti indagati e proposti per dare assetto e riposo alla dominazione temporale dei papi, voi, Signore, scorgete assai più vantaggi all'Italia, ed avviamento molto migliore al bene di tutta la cattolicità, nell'avviso di alcuni statisti di stringere quella dominazione alla città sola di Roma, od a poco altro territorio. Ora, io pronunzio da capo, che non mutando l'essere e i privilegi dell'alta ed infima prelatura, tanto è impossibile colorir quel disegno, quanto tutti gli altri esclusi da voi; conciossiachè, dove l'armi straniere non esercitino sempre un violentissimo reprimento, si vorrà dalle genti di Roma fruire almeno delle libertà civili ordinarie e di larghe franchigie comunitative, com'egli accade, per grazia d'esempio, in America ai cittadini di Washington. Ma qual mai libertà civile non verrà intorbidata ai Romani, ed anzi rotta e annullata, dal Sant'Offizio, dagli sbirri del Vicariato, dall'arbitrio continuo ed irrefrenabile de' maggiori prelati, dalle parzialità dei giudici, dalle sciocche e strabocchevoli revisioni, censure ed inibizioni sulle stampe e sui libri, dall'ignoranza e servilità delle publiche scuole, e dal potere il governo inframmettere in ogni cosa l'autorità d'alcun canone o d'alcuna bolla, dimenticata ma non disdetta, e giacente in archivio com'arme vecchia in arsenale, che può a tempo e luogo tornare usabile e acconcia?

Per quello, poi, che s'attiene alle franchigie comunitative, non son dubioso di affermare, ch'elle o promuoveranno fiero e continuo contrastamento col governo clericale, o diverranno ombre vane fuori che nell'aspetto e nel titolo, come da secoli sono state. Imperocchè, questa lode della gente romana è da ricordare, che cioè non ànno valuto la Curia e la prelatura a domare e spiantare qualunque spirito di libertà e di resistenza in quel popolo, per insino a tanto che gli rimase la possessione di qualche diritto municipale. E già Sisto V, appena insediato, e con le prime parole che disse da principe ai Conservatori di Campidoglio, li minacciò di togliere loro quel poco (trascrivo i suoi termini appunto) che, per benignità sola della Santa Sede, rimaneva ad essi di publica amministrazione.[45] Ed eziandio quel poco fu tolto. Onde gli è accaduto, che forse tra tutti i comuni italiani, sempre usi a godere di alcuna franchigia, il comune solo di Roma ne venisse per intero spogliato; e quella toga fulgidissima d'oro e di porpora in che il Senatore e i Consultori di Campidoglio splendevano, altra grandezza ed autorità non significassero, eccetto che crescere copia d'arredi e vaghezza di addobbi ai vespri e alle messe pontificali. Ma lasciando ciò stare, chi, chiedo io, nella pace presente, e senza promovere da ogni banda pericolo instante di guerre e sollevazioni, sottrarrà le Romagne e le Marche alla signoria dei papi? Tentisi e facciasi da chiunque; adóperinsi le maniere, l'arti e gli spedienti più sottili ed accomodati; segua per effetto di qual vogliate accordo e lega di principi poderosi; la curia romana, com'è al dì d'oggi elementata e costituita, lancerà scomuniche ed interdetti furiosi e implacabili, e si ajuterà, nè senza profitto, di sommovere e d'infiammare tutto il mondo cattolico, ed eziandio il greco ed il luterano, con assai più zelo ed impeto, che se una nuova eresia od uno scisma nuovo intendesse a squarciare e spiccare violentemente alcun altro membro dal corpo di santa Chiesa.

Ben voi direte, che se gl'interdetti veementi e iracondi di papa Caraffa non vinsero e non bastarono contro le armi del Duca d'Alva nel bel mezzo del secolo XVI, meno assai basterebbero nell'età nostra. Ma le plebi allora tacevano paurose: oggi quello che pensano e vogliono à peso e pericolo; ed a cagione delle publiche libertà, più ardire mostra al presente la scarsa fede rimasta, che la grandissima per antico. Certo è, che quando gli Ottoni e gli Arrighi si brigarono d'aggiustare le cose romane, nol fecero con le armi soltanto, ma eleggevano al sommo seggio chi lor talentava di più, e l'esterior disciplina della Chiesa a lor senno moderavano. Oltre di che, come userebbero i potentati, senza troppo manifesta contraddizione, l'aperta violenza in quell'autorità e in quell'uomo, per rialzare il quale ànno, poco è, sguainate le spade con non picciolo spreco di danaro e di sangue? Impossibile, poi, tanto accordo fra tanti principi e Stati, massime dove si tratta di ricche spoglie da occupare e spartire.

Rimane inconcussa, dunque, ed irrepugnabile la sentenza, che, non modificandosi in nulla la Roma spirituale, nessuna composizione si trova tra essa e i popoli che tiene soggetti temporalmente; e di pari rimane certo, che le cose d'Italia non si possono rassettare in unione ed in libertà; nè la famiglia cattolica intera avrà buona pace: anzi, l'autorità della religione, parte per isdegno e rabbia, verrà combattuta e negata, parte travolta al male, e adoperata a perpetuare vecchie superstizioni e tirannidi.

Per fermo, la gran bisogna dei prelati al presente è campare il dominio loro secolaresco; e già da gran tempo son usi di accomodare piuttosto le faccende della Chiesa alle necessità ed esigenze del principato, di quello che adattare gli ordini del principato al miglior bene della Chiesa. Nel che non adoperano quasi malignità: primo, perchè aggiustare il principato come la Chiesa antica e lo spirito degli evangelj ricercherebbero, vuol dire poco meno che rinunziarlo: in secondo luogo, tutto quel popolo di chierici e di prelati che sale e scende pel Quirinale e per l'Esquilino, cresce allevato in un sistema molto fine ed artificioso di principj e di massime, venutosi componendo pezzo per pezzo, e nel quale i privilegj dell'Ordine e le dignità cortigiane e secolaresche sono con buona apparenza accordate e innestate con lor dottrine teologiche; sicchè, ajutando quelle, credono queste ajutare, essendo osservazione verissima e molto antica, che l'uomo s'industria ed ostina a voler trovare un qualche utile compromesso tra la coscienza e gli appetiti; e quindi, invece di conformare le azioni ed i sentimenti ai sovrani dettati, piega bel bello e quasi senza avvedersene i dettati all'utilità. La quale opera di storcimento e dissimulazione per far bella mostra di sè e nascondere all'universale (che è volgo) le fragili sue fondamenta, trova il soccorso degl'ingegni battaglieri ed arguti, gran maestri di scrivere, autorevoli di scienza e di vita, ed abilissimi a sciogliere nodi e viluppi di controversie. E tali furono, per appunto, coloro i quali poco dopo la Sinodo Tridentina dettero al sistema surriferito l'ultima forma dialettica, non più mutata sostanzialmente di poi. E se ne può vedere un ritratto vivissimo e coloritissimo nelle storie eleganti che di quel Concilio scriveva il Cardinale Pallavicino.

Ma, come ciò avvenga, certo rimane tuttavia (nè a voi nè a niuno rincresca udirlo ripetere), che insino a tanto che quella mistione singolarissima di dogmatica, di canonica e di politica dura e persiste in Roma, e porge norma quivi all'educazione di tutto il clero, perpetuerannosi le cause delle sedizioni e delle violenze in Italia, nessuna pace di spirito avranno le coscienze cattoliche, e la maestà del gran sacerdozio mai non tornerà ad imperare nel mondo con soave e spontanea suggezione degli animi. Perchè la Cancelleria e la Prelatura romana mai non possono e debbono sostenere che lo Stato della Chiesa contermini con popoli liberi, nè che l'Italia si componga in essere di nazione e viva signora di sè; atteso, principalmente, che ella faría molto presto valere le sue franchigie e la sua volontà e i suoi patti confederativi altresì in Roma. Similmente, non avrà pace d'intelletto e di cuore la cattolicità; perchè oggi ella si viene informando di spiriti nuovi e altamente civili; desidera, se non amicizia, almeno concordia leale con le diverse confessioni cristiane; il culto e le dottrine morali ritira dalla eccessiva misticità, e le immedesima con la ragione e l'ordine sostanziale ed eterno del bene; accetta e s'allegra d'ogni progresso di scienza; vuole la pietà nemica d'ogni esteriore costringimento, e la religione separatissima dai fini mondani e dagl'interessi di Stato. In quella vece, la Curia romana teme ogni sorta d'emancipazione intellettuale e politica, à per sospetta la scienza, per ingiuriose le riforme; s'adombra e s'inquieta delle novità; nessuna concordia equa e leale consente con gli accattolici; e non pure prescrive e propaga usi e modi assai poco nobili e razionali d'esercitare la pietà,[46] ma non abborre (dovunque può) dall'inculcarla a furia di leggi, e ottenerne l'apparenze e le dimostranze con mezzi costrettivi e violenti. Per vero, tenendo altra via, non tanto spaurasi ella per la interezza della fede e la incolumità della Chiesa, quanto per la propria maggioria e pel suo potere temporale assoluto; e perchè, sentendosi fiacca al presente di ogni facoltà, e inetta a reggere a qualunque specie di paragone e di competenza, rifugge da tutto ciò che varrebbe a rompere il cerchio magico entro il quale sta chiusa, e in cui poco numero di chierici e di scribi, tutti e sempre d'una qualità e d'uno stampo, presume di perpetuare in sue mani il governo del mondo cristiano. Nel vero, di coloro che maneggiano in Roma gli alti negozj, la più parte e la più procacciante o nasce colà medesimo e succhia subito il latte delle dottrine curialesche, ovvero è calata giù dai monti della Sabina e d'altre terre suburbane; o, se pur viene di fuori, riceve ne' chiostri e ne' collegi romani una medesima impronta di pensieri e di sentimenti; sicchè troppo bene s'appropria loro il carattere e il nome di Casta. Quegli altri, poi, che nuovi e inesperti convengono a Roma per cercarvi mantellette e prebende, se non sanno l'arte, la imparano; e quelle orme, sempre e da tutti e a un modo stesso ricalcate, studiano e seguono ad una ad una con indicibile diligenza; perchè chi le sgarra o le muta, quando peggio non gli succeda, rimane indietro. E poniamo che parecchi insigni ecclesiastici vengano per l'Europa onorati del cappello, e debitamente onorati. Ciò può recare lustro e dignità maggiore all'Ordine; non profitto al concistoro e al governo, del quale non sono partecipi.

Adunque, di cotal gente quale io la descrivo, esce l'ordine prelatizio, e di questo la principal porzione del collegio de' cardinali; dal cui seno per ultimo esce il Pontefice, il quale dee di necessità rispondere con la natura dell'opere sue alla natura del terreno e alle qualità del seme di cui è rampollo. Ed egli e i suoi porporati e il clero della sua Roma tanto meno aprono il cuore ad alcuna novità, e ardiscono rompere una sola maglia di quella rete di pratiche e d'opinioni in che sónosi da sè medesimi involti, in quanto ogni giorno si riconoscono più straniati e divisi dallo spirito dei tempi, e manca loro qualunque energia, salvo che di negare e resistere. Nell'avvenire, nessun compenso al perduto, nessun rimedio al pericolo delle temporali giurisdizioni, eccetto l'armi straniere e i patiboli. Mille accadimenti e mutazioni reca via via il corso degli anni; ma tutte all'ultimo si discuoprono sfavorevoli e inopportune alla prosperità e alla pace del Quirinale, perchè a lui fa bene soltanto la immobilità, o ricomporre e risuscitare il passato. Ma il flusso delle umane cose, simile all'acque correnti, mai non torna allo insù. Tale a nostri giorni (nè vi esca mai del pensiero) è il papato, e tale la schiera che più dappresso lo circonda, serve e difende. Nè, per dir vero, sembra credibile a mente sana ed illuminata, che le popolazioni cattoliche abbiano proseguito sì lunga pezza a disconoscere il fatto, o conoscendolo, a non curarlo; e che gran porzione del clero continui tuttafiata nella pietosa finzione di giudicare che Roma e Chiesa riducansi ad un medesimo, mediante la viva e fedele rappresentanza che far dee la prima della seconda. Oggi l'orbe cattolico è rappresentato sì bene e sì lealmente in quella metropoli, com'era sotto de' Cesari il mondo politico dai senatori servi e adulanti, o dai Narcisi, dai Ninfidj e dagli Aniceti del Palatino.

D'altra parte, l'età nostra è acconcia e matura perchè que' funesti e perpetui ripiegamenti e ritorcimenti di Roma in sè stessa si rompano, ed ella uscendo con la mente e l'affetto a visitar le nazioni, si ritempri e ringiovanisca nello spirito nuovo ed universale della cristianità. E dacchè è necessario per ciò nella Curia e Prelatura romana mutare o le persone o l'animo, e questo è fatto inemendabile dalla forza dell'abito e dell'interesse; occorre che l'altro partito si tenti. Ma, per condurre e stanziare in Roma nuovo ordine di ecclesiastici, assai diverso nell'opinioni e nell'opere dall'anteriore, manifesto è ch'ei si conviene piegare e adattare a cotale effetto le istituzioni e le discipline; con questo riserbo per altro, che tanto solo si modifichino e si correggano, quanto bisogna perchè il fatto si avveri e perseveri, e sia fecondo di bene.

Non m'è avviso per al presente di condurre il discorso a meglio definire e specificare coteste mutazioni della Roma spirituale: mi basta, egregio Signore, aver fatto rincalzo da molti lati a quella proposizione con cui si apriva la lettera mia, ed in cui si sostiene e s'incardina: che, cioè, in Roma la riforma politica intimamente si connette con l'ecclesiastica; e l'una senza l'altra non può succedere, nè, succedendo, durare e fruttificare.

Nemmeno è da mover dubio, mirandosi unicamente al valor razionale delle cagioni, se le riforme politiche debbono antivenire o no l'ecclesiastiche. Imperocchè noi dimostrammo abbisognare innanzi ogni cosa, che per la virtù peculiare d'alcun ordine nuovo spirituale muti l'ordine delle persone, e con esso gli animi, i pensamenti e i costumi; e così fare asseguibili non soltanto le libertà e trasformazioni opportune nel temporale, ma ogni buona fortuna d'Italia, e il rinfrancamento delle credenze, e una gioventù nuova e robusta di tutto il consorzio cattolico: il quale, la Dio mercè, a simile risorgimento è apparecchiatissimo, e più assai che non vien reputato dai cortigiani in rocchetto ed in cappa magna. Nè faccia gabbo al giudicio vederne apparire sol pochi segni; perchè tuttavia perseverando nella cattolicità una gerarchia stretta, riguardosa e fortemente disciplinata, la infermità e torpidezza del principal membro fa sembrare malsano e debole tutto quanto il corpo; e veramente, spirano dal Vaticano ai dì nostri piuttosto che un soffio ricreante di vita, influssi di letargia e d'agghiadamento.