Part 43
Di quest'arte eccelsa e terribile di provvidenza vedemmo essere gran testimonio alle viventi generazioni il giusto che qui piangiamo: Egli a tanto dolore e jattura si rassegnò con pio e modesto silenzio. E ciò non pertanto, diviso com'era da ogni speranza, e sprovveduto d'ogni potere e d'ogni ricchezza, volle pur di lontano e insino agli estremi spiriti proseguir sempre a giovare l'Italia in qualunque suo pensiero ed atto; siccome colui che aveva deliberato di lasciar dietro sè ogni cosa, salvo la perfetta bontà e grandezza dell'animo esulanti insieme con lui, e per efficacia delle quali, eziandio nell'umiltà e solitudine del suo romitaggio, ei porgeva esempj e proferiva parole da registrarle la storia e ripeterle con meraviglia i nostri nepoti. A lui nessuna nuova sciagura della patria era rimasta celata. Sapeva le stragi di Brescia e la caduta dei Siciliani; quella dei Veneti presentiva. Sapea Toscana invasa, Roma collegarsi con Vienna in intimo patto d'amicizia e d'ajuto; la Russia schiacciar l'Ungheria; Francia e Inghilterra rimanersene spettatrici; in Alemagna quel desiderio spasimante di libertà e d'unione confederativa venirsi agghiacciando; sì gran tempesta di animi, sì gran turbinio di casi somigliare un esercito d'api azzuffato, il quale da pochi grani di sabbia lanciativi dentro s'acqueta e discioglie. Cresceva amarezza e cordoglio acutissimo all'abbandonato Re ognuna di esse sventure o prevista o saputa: ma con tutto questo (giova pur replicarlo), la fede di lui nel trionfo del buon diritto e nella libertà e indipendenza degl'Italiani, quella robusta fede che sempre e ad ogni opera sua porse i fondamenti e i principj, uguale a sè stessa e indeclinabile si rimaneva; e quale fu in trono, tale durava in esiglio; quale sotto le prime percosse, tale si mostrava sotto le ultime e irreparabili dell'infortunio. Conciossiachè ella ardeva nel petto di lui nudricata e difesa dalla virtù, come fiaccola di santuario perennemente custodita ed alimentata, e che i venti e le procelle di fuori nè crollano nè oscurano: con ciò insegnando a noi tutti e all'età incredula e fiacca che il buon cittadino può d'ogni cosa vivere in dubbio e in paura; non delle speranze, però, fondate nella giustizia e nel dritto; non della sapienza altissima che creò da principio le leggi e gli ordini eterni del mondo civile, e giurò nel profondo consiglio suo la salute delle nazioni. Cotale trovarono CARLO ALBERTO i messaggi del Parlamento, e sì fatti sensi, e non altri giammai, racchiudevano le sue risposte e i suoi caldi e ingenui colloqui, nessun dei quali menava egli a fine senza molto rammaricarsi e compiangere le nuove conculcazioni e gli strazj della dolce patria perduta. Quanto a sè e alle avversità proprie, al grande scopo fallitogli, al deposto diadema, all'acerbità dell'esiglio, ai sostenuti travagli, alle immedicabili infermità, al poco avanzo di vita, nessun lamento giammai e nessuna stanchezza, come fossero sacrificj appena uguali al suo debito, od accidenti di nulla importanza verso la causa comune e perpetua d'Italia. Degli sconoscenti e calunniatori, di tanti che lo schernirono, e ne abusarono l'amicizia e la fede, si risentiva sì poco, che pareva neppur saperli e neppur ricordarli. Ma, rispetto al trasmodare dei partiti, ai lor soppiatti maneggi, alle fomentate dissensioni, agli eccessi, ai vilipendj, alle slealtà, se reputava dannoso il tacere, sempre mansuetamente parlavane, compiangendo piuttosto che infierendo e increpando: accusava i tempi, scusava gli uomini, e solo pregava da Dio che l'esperienza luttuosa giovasse, e a tutti apparisse manifestissima la necessità di maggiore prudenza, concordia ed annegazione; perchè appena imparato ad esser virtuosi ed uniti, nessuna forza umana, diceva, c'impedirebbe di diventare nazione, e pareggiar di nuovo con l'opere la inestimabile grandezza delle memorie e del nome. Però, quest'unico desiderio raccomandava, morendo, alla carità de' figliuoli, all'amore, alla fede de' popoli suoi; questo consiglio legava come un tesoro ai presenti Italiani ed agli avvenire.
XVIII.
E noi giuriamo d'esser virtuosi ed uniti, e sul tuo feretro lo giuriamo, che poco o nulla disgrada dalla santità d'un altare. Vero è bene, che secondo l'universal rito, la Chiesa (benigna madre) procaccia con molte preci e olocausti di suffragare l'anima tua, e propiziarti il giudicio di Dio, il quale ad ognuno volge tremendo ed occulto. Ma, in cospetto di sì sfolgorante virtù e nel mondo sì inaspettata; per quel paterno e incomparabile amore da te dimostrato ne' tuoi soggetti; per le libertà e ottime leggi largite loro, e con fede antica e gelosissima conservate; per l'esempio e la norma che agli uomini tutti ài segnata dell'alta pietà religiosa e della civile carità, convenientissime ai tempi; per quel testimonio che ài fatto solenne e dolorosissimo della verità e della giustizia, onde del nome di Martire ti coroni; lecito è a noi di pensare, che già trionfi nel sommo dei cieli, purissimo d'ogni tabe, e che meglio ti si addirebbero gli osanna e i turiboli, che le piangevoli requie e le funebri lustrazioni. Ciò noi crediamo saldissimamente; e quindi dal tuo sepolcro come da veneranda reliquia, piglieremo gli augurj e aspetteremo l'aura di redenzione; e te accompagnato e seguito lassù dagli spiriti benedetti che per l'Italia gettaron le vite o crudelmente patirono, te invocheremo celeste riconciliatore tra Dio e la patria infelice. Tu per amore di lei soffristi di non più rivederla e ogni cosa diletta lasciare; ma la tua gloria sopramondana a Lei ti raccosta e congiunge con perpetuo bacio ed abbracciamento, e a noi tutti nella tua forma migliore ti fa presente; nè mai ci paresti più vivo e spirante, nè mai sì vicino, nè meglio sentito e veduto. Noi sentiamo nei cuori la possente tua voce; vediamo l'anima tua volante sulle nostre bandiere; e il contatto divino e diuturno di lei con tutte l'anime nostre ci riempie e scalda non ben sappiamo di quali affetti soavi, e di qual pungente desiderio d'opere grandi e intemerate e degne d'Italia. Prosiegui, etereo intelletto, con quella efficacia stupenda ed ineluttabile che ora puoi colassù da Dio medesimo derivare, prosiegui a correggere i petti traviati e superbi de' tuoi cittadini. Mostra loro, che non accade senza terribile necessità l'accumularsi degli infortunj, l'infierire dei destini, l'empie battiture dei Barbari; conciossiachè unicamente nelle calamità e nel dolore ripurgansi al pari degli individui eziandio le nazioni, e come oro nel fuoco lasciano alfine le scorie de' vizj, e rimondansi d'ogni macchia e bruttura. E il buon antico metallo degli Italiani, scorgesi apertamente che dal secolare servaggio, dalle astiose passioni e dalla ruggine dell'invidia e dell'albagia, troppo è ancora offuscato e corroso. Mostra deh! loro, che in tanta dissoluzione dei vecchi principj e delle vecchie credenze per ogni parte d'Europa, e in tanto universale rigoglio di basse cupidità e ambizioni, non da alcuna autorità di fede e di legge infrenate, a quella nazione è promesso non che l'essere e l'arbitrio di sè, ma sì veramente il morale e intellettuale imperio del mondo, la quale saprà innanzi e meglio dell'altre infiammarsi della virtù, riedificare i principj, fuggir le sètte e le sedizioni; e praticando ogni più duro e travaglioso dovere di cittadino, procedere nobilmente al possesso comune ed inconsumabile del diritto e della libertà. Imperocchè una voce arcana mormora dentro il cuore dei popoli, e va lor dicendo: — apparecchiate le vie, addirizzate i sentieri alla nuova forma di civiltà. Il mondo à sete di giustizia e credenza; à sete di libertà germogliata dal dovere, di scienza irradiata dalla religione, di popolari reggimenti corretti e magnificati dall'educazione e bontà delle plebi. Sorgete, apparecchiate le vie; e quel primo in fra voi che ritempreràssi nella fede, e arderà del fuoco della Religione Civile, e farà gl'infimi e i sommi con più amorevole atto insieme abbracciarsi, quello spezzerà del sicuro, come Sansone, le porte del carcere suo; quello grandeggierà fra voi tutti, e le sue piaghe saranno sanate, e tornerà a risplendere sulla montagna come signacolo delle genti.
Anima di CARLO ALBERTO, regnatrice vera e perpetua d'Italia, sento, io medesimo sento che del tuo soffio immortale mi scaldo, e già della virtù m'innamoro, della fratellevole unione ò desiderio infinito; e parmi, nè stimo di errare, che simiglievoli effetti vai tu qui producendo negli astanti numerosissimi. Concordia, o Liguri, o Piemontesi, o Siciliani, o Napoletani, o Lombardi; amore e concordia, per Dio. Dopo tante allucinazioni ed esorbitanze, dopo tanti odj e sospetti, dopo le vane congiure, i temerarj conati, le gare fratricide e spietate; giovi e talenti a noi pure di scrivere nella memoria, o meglio nel sacrario del cuore, quella dantesca rubrica: _Incipit vita nova._ Così i raumiliati e rifatti dalla sventura, così legati e stretti d'un nodo, e potenti di fratellanza e di carità, faremo vero quel tuo detto sovrano e profetico, o Re santo e inspirato; quel detto a cui solamente il civile nostro dissidio à dato sembiante di amara menzogna: L'ITALIA FARÀ DA SÈ.
_Due mesi dopo la recitazione dell'Elogio, veniva l'Autore scelto deputato al Parlamento Piemontese dalle città di Genova e di Pinerolo. Ma stategli dal Governo negate le lettere di naturalità, Egli pubblicava nelle gazzette le parole che seguono:_
AGLI ELETTORI DI PINEROLO E DEL SESTO COLLEGIO DI GENOVA.
Fallitami una condizione richiesta ad esercitare l'ufficio di Deputato, a me fallisce, Elettori, eziandio l'onore e la dignità di sedere vostro rappresentante nel Parlamento. Ciò, per altro, non mi scema il dovere di ringraziarvi pubblicamente, siccome fo, del mandato da voi proffertomi; il quale, secondo mio costume, nè avea chiesto, nè in alcuna guisa brigato e sollecitato. Io vi ringrazio, pertanto, con caldo animo di aver voluto, scegliendomi, rendere buona testimonianza all'intera mia vita, e dimostrare altresì ai popoli subalpini, che voi tenete per concittadini vostri tutti i figliuoli d'Italia, e credete ottimo consiglio di non rimovere dalla patria ogni soccorso d'ingegno e d'opera che venir le possa da quelli. Intanto, col vostro suffragio succeduto alle stampe del Comitato Elettorale della Liguria da me sottoscritte, voi dato avete conferma e sanzione ai principii in esse manifestati; e di ciò pure vi riferisco grazie speciali, e trággone assicuranza e compiacimento: perchè non è mancato chi à voluto appuntarle, e far chiose e commenti strani intorno ad alcuni nomi; quasi che una lista prolissa di candidati non sia materia sottoposta a molti accidenti, e ad alcuni peculiari e individuali rispetti e motivi; e la volontà e l'opinione dei proponenti non uscisse chiara e sincera dal tutto insieme della nota. E neppure è mancato in altre provincie d'Italia chi quelle mie proteste d'imparzialità e di spirito temperato e conciliativo à stimato insufficienti, e non abbastanza al presente ministero inchinevoli e amiche: come se un ministero leale e fidante nel proprio operato voglia e possa adombrarsi d'uomini moderati, imparziali e conciliativi; atteso che questi certissimamente piegheranno alla parte sua non pure quando la visibile bontà degli atti di lui e il suo antico e assennato amore delle libere istituzioni ad essi lo raccomandi, ma ben anche allora che, salvo l'onore e i principii, la necessità dell'utile pubblico ciò senz'altro rispetto e ragione lor comandasse. E in ambo i casi tanto più peserebbe e fruttificherebbe il lor voto, quanto non cadrebbero appo veruno in sospetto di servilità e di cieca adesione; e in quanto (giova serbarlo in memoria) le passate miserie e paure non concedono ancora alla moltitudine di spogliarsi di ogni sinistra preoccupazione inverso chi regge la cosa pubblica, o loro s'accosta senza riserbo. D'altro lato, io non so intendere come in paese da passioni tuttora commosso, e dalle quali non sembrava abbastanza immune neppure chi amministra e provvede, e quando era discrepanza non lieve di giudicii e di massime, chi volea ragionar di concordia e persuadere ogni mente ad accorrere a dare i suffragi, dovesse tutto gittarsi dall'una delle bande, e farsi tromba di un sol partito.
Il proposito di tutti voi, Elettori, fu di sottrarre da ogni rischio non solo la legge fondamentale, ma eziandio ciascuna di quelle che sono domandate organiche, e mallevano l'uso e l'autorità dei vostri supremi diritti. Nell'una e nell'altre torna funesta al presente ogni notabile mutazione; imperocchè al popolo fa ora bisogno, sopra ogni cosa, il sentimento comune e profondo della sicurezza, della fiducia e della stabilità e perduranza; e il potere egli, senza alcuna apprensione e sospetto, restringersi tutto col Governo, e francamente e vigorosamente ajutarlo. Ma sia lode al vero; da chi temiamo oggi che possa procedere maggiore pericolo di mutazione e maggior contrasto alle nuove franchigie? dai nemici della libertà, ovvero dai troppo amici? Contro questi è la condizione grave dei tempi, sono l'uso e l'esperienza cresciuti, è il buon senso italiano che disnebbiato dal fumo delle astiose passioni, torna a poco a poco a risplendere di sua tranquilla e nitida luce. Per contra, ai nemici palesi od occulti della libertà, e a coloro che se non ucciderla affatto, vorrebbono almeno a tisichezza condurla, ogni cosa sembra in Europa dare ansa e recar favore; e poco meno che la intera Diplomazia, massime intorno di noi, dà loro di spalla, e tutto dì li rinfocola e sprona e consiglia. Ciò posto, chi non vede la convenienza, o, meglio, la necessità di mandare al Parlamento uomini tanto caldi e fermi e fondati nell'amore di libertà, quanto assegnati e riguardosi; e così indipendenti, imparziali e scevri d'ogni affetto di parte, come leali e conciliativi? Conciossiachè siffatti uomini solamente, senza spiacere agli incerti e incuranti, che sono i più, nè troppo offendere quelli cui il passato facea prode, valgono a spirare fidanza piena e durabile alla parte viva e illuminata del popolo, nella quale sola può da ultimo il nostro liberale Governo trovare difesa sincera, e sostegno naturale e gagliardo. Solo uomini indipendenti e conciliativi insieme ànno vera facoltà di porgere ajuto efficace e valido al ministero presente, talchè resista, dove occorra, con avveduta saldezza e prudenza alle aperte e alle soppiatte esigenze ed insidie esterne; e perchè respinga facilmente sì le innovazioni importune e immature, e le smoderanze degli impazienti e fanatici; e sì quello che al dì d'oggi è più temibile assai, le voglie cioè risorte e i disegni ripigliati di reazione, e qualunque infelice proposta di legge, con fine d'intaccare e restringere le libertà delle quali tutti per lo Statuto godiamo.
Queste considerazioni moveano voi, Elettori, nella vostra scelta; moveano me, con pochi altri buoni italiani, a sottoscrivere le circolari del Comitato Elettorale della Liguria. Io mi do pace assai facilmente che se ne facciano ora poco benevole interpretazioni, e ingiuriose alla fama mia. Più d'una volta i fatti ànnomi vendicato e assoluto degli altrui torti giudicj;[44] ed io so troppo bene, che pesa continuo sopra di me la sventura ostinata, ma non però ingloriosa, di aver dispiaciuto a gente che mai non si placa e mai non perdona.
Genova, li 27 dicembre del 1849.
SUL PAPATO,
LETTERA ORTODOSSA A DOMENICO BERTI.
_An non eligendi ex toto orbe orbem judicaturì?_ SAN BERNARDO, Consid. IV, 4.
Fu la presente lettera scritta per venire inserita nella _Rivista Italiana_, Giornale di scienze morali e politiche che stampavasi non à molti mesi in Torino; e però accenna in principio a un articolo dettato dal chiarissimo professore Berti, intorno alla dominazione temporale dei papi, e pubblicato in essa _Rivista_ il 15 di agosto del 1850.
(_Nota premessa alle due edizioni genovesi del 1854._)
I.
Io non ò dubio, Signor mio, che allo scritto vostro intorno alle cose di Roma, publicato or fa tre mesi in questa effemeride, non tenga dietro l'assentimento e la lode degli uomini savj. Contro all'uso corrente de' giornalisti che si compiacciono di asserir molto e poco provare, e frondeggiano in concetti e in sentenze che, a stringerle bene, dànno scarsa e leggiera sostanza, voi con un ragionare stringato e calzante, e non iscordando mai (quello che in materie tali à gran forza) il testimonio delle storie e il riscontro dei fatti, conducete il lettore a certe e lucidissime conclusioni. Libere parole e forse anche ardite adoperaste in geloso argomento, nel trattare il quale gli assennati fanno ormai troppe reticenze, e troppe iperboli i passionati. E d'altra parte, il buon senno italiano vi mosse a distinguere sempre e con diligenza l'oro purgato ed incorruttibile da sua scoria e mondiglia, separando la sostanza eterna di nostra fede dalle forme caduche e mutabili. Certo, tale moderanza e giustizia che esser dovrebbe usuale, massime in subbietti severi e di gran momento, diviene oggi rarissima; e di là dall'Alpi, molto di più. Vedete la Francia maneggiar di continuo, inverso il papato, o l'adulazione o la contumelia. L'una fazione e l'altra avventa i sofismi come saette in battaglia, e quindi accresce a dismisura la confusione e alterazione degli animi. A noi Italiani, benchè dolorosi di danni e percosse tanto maggiori che avemmo a tollerare da Roma, a noi in questa poca di terra dove possiamo senza pericolo significare la mente nostra, non vien meno la imparzialità del giudicio, e studiamo di recare ordine e luce in quel generale scombujamento. Così non fossero mai gli stranieri sopravvenuti a sturbare l'opera riformatrice de' padri nostri, i quali più volte e con sapienza e coraggio altissimo impresero di raddrizzare e correggere i traviamenti e le pravità della Curia Romana, senza mettere in compromesso alcuno la sostanza della fede cattolica, e fuggendo le controversie d'intorno al domma; una delle peggiori e più mortifere pesti che affligger possano (diceva il Sarpi) l'umana republica.
Io sono stato in forse di movere novamente la penna sui casi di Roma, veggendomi colà fatto segno a incredibile odio e a basse e sfrontate calunnie, ed essendomi state sottratte da mano più inquisitrice che ladra moltissime carte che io preparava di mettere in luce su quel subbietto.
Ma dalle parole vostre, o Signore, usciva uno spirito il quale mi à fatto (io non so come) sentir dentro l'animo che il silenzio a questi tempi, e in tale proposito, parrebbe o incuria o timidità o insipienza; cagioni tutte tre biasimevoli. E se riscrivere tutto un volume sarebbe fatica e tedio sproporzionato all'utilità, non per questo voglio astenermi dal significare brevemente, e senza apparato di stile e d'erudizione, alcuno di que' pensieri che io giudicava dover tornare più profittevoli alla religione e alla patria. Nè già le menzogne calunniose, e l'odio ostinato e cieco degli avversarj non manco miei che d'Italia e dell'universal bene, mi condurranno a parlare stizzito, e fuor dei termini del convenevole. Non può d'assenzio e di fiele avere tinta la bocca colui il quale procaccia continuo di approssimarla alle fonti sincere d'un'alta e libera filosofia. Oltre che, la ragione è cosa serena ed imperturbabile: e non ostante che in Roma abbiano le gazzette spacciato ch'io sono uscito del senno _ed ò perduto il ben dell'intelletto_, desidero mostrar loro che ò l'intendimento sanissimo, e neppure riescono di provocarlo all'impazienza e allo sdegno. Anzi, voglio entrare con Roma in una gara onesta ed insolita, non tacendo nessuna di sue miserie, e sfidandola tuttavolta alla prova di appuntare d'eterodossia un solo de' miei concetti.
II.
Consento e lodo assaissimo quel pronunziare che fate, che le cose romane non possono convenientemente trattarsi con l'osservazione sola de' casi politici, e con l'indagar le cagioni più materiali e più prossime. E veramente, chi durerà nel dubio e nell'incertezza intorno di ciò, pensando che il supremo pontificato, di qualunque forza mondana e di qualunque regio splendore si attornii, sempre rimane una potestà essenzialmente spirituale, e la cui viva scaturigine è dal lato dell'uomo riposta tutta quanta nelle comuni credenze? Di quindi proviene la necessità (lasciate l'altre ricerche) di esaminare parte per parte cotale ultimo sostentamento della Roma papale, e di scoprire e indicare preciso quali alterazioni profonde ed intrinseche vi sieno accadute, e come cessarle durevolmente.
V'à taluni publicisti in Francia, a cui pare oggi il Pontificato sanissimo ed interissimo in ogni sua condizione, e pur tanto buono e perfetto, che sono tinti di resía tutti coloro a cui entra in capo di dubitarne; e riottosi e pessimi sono que' tre milioni d'uomini cui non garbeggia gran fatto la paterna e mite censura del Sant'Uffizio, e il dover rimanere esclusi soli essi e in perpetuo dalle private e politiche libertà, di che godono o son per godere tra breve tutte quante le nazioni civili d'Europa. Ma costoro volendo troppo glorificare il papato, a me sembra che lo bestemmino, e travaglinsi a scavargli sotto a' piedi la fossa, troppo meglio de' suoi nemici.
V'à poi la schiera de' Diplomatici (io volea quasi dire turba), la quale o non vede o nega il pregio e l'importanza di tutto ciò che trapassa le arti loro e pon fondamento nelle coscienze, ed al cui buon esito nè i ripieghi de' protocolli tornano sufficienti, nè quelle simulazioni e malizie da cortigiani, condite di urbanità e di eleganza. Nel Giulio Cesare di Shakespeare, certo ciabattino romano, per nobilitare l'arte propria, chiama sè stesso, con lepida antonomasia, un chirurgo di scarpe. A me, dico il vero, dove senta discorrere di Diplomazia, torna mio malgrado a mente quel ciabattino del gran poeta, perchè là pure sotto magnifico nome veggo nascosta un'arte infelice di rattoppare cose vecchie e logore, che di lì a poco torneranno a sconciarsi.
Ma, come ciò sia, il pronunziato vostro rimane verissimo, che discutere fondatamente del dominio temporale dei papi mai non si può, senza discutere insieme, non che delle sorti comuni d'Italia, ma dell'essere altresì sostanziale ed universale della cattolicità, e senza porsi a scrutare le disposizioni odierne de' popoli intorno alla fede, e quello che sia per ricondurre nei cuori una religione sincera e viva, e perciò razionabile e non cavillosa, e conformissima punto per punto alla scienza e alla civiltà.