Scritti politici

Part 42

Chapter 423,460 wordsPublic domain

In dieci dì, la ruota dei casi umani l'à dalla celeste cima travolto nel fondo, e con lui è inabissata la patria italiana. Quante speranze tradite, e che moltitudine tetra d'ingrate memorie gli assedian la mente e gli pesan sul cuore! Mai non lesse egli in alcuna storia un sì alto principio a sì vil fine cascato. L'Europa tutta inarcava le ciglia (or fa pochi mesi) sull'assennato, concorde e virtuoso risorgere degl'Italiani. Ora ogni cosa è corrotta dalle fazioni, e gli animi appena congiunti ed affratellati, si sciolgono e s'inimicano. Dove sono i popoli con esso lui confederati? dove la Dieta nazionale? dove l'Italia cospirante tutta al gran fine, e travagliantesi con tutti i mezzi nella maggiore delle opere? Le scarse truppe toscane che seco menava, soprafatte a Curtatone, si sperdono; le pontificie, vinte a Vicenza e a Treviso, ripassano il Po per non più ritornare; le lombarde vanno in dileguo. Napoli rivoca a mezzo cammino le sue fanterie, volta indietro l'armata, e all'Austria si ravvicina. Roma riprova la guerra in cambio di benedirla, e rappella il Nunzio che aveagli spedito nel campo a conforto e amicizia.[43] Non à guari, egli scorgeva il regno suo dilatarsi dall'Isonzo al Panaro; di presente, Tedeschi e repubblicani minacciangli la corona stessa degli avi. Sapessergli almeno le genti buon grado del novo e inudito ardire, e di tanto affanno e pericolo! ma in quella vece, l'invidiano e l'avversano i principi, lo insidian le sètte, e lo ingiuriano le gazzette loro sino ad incolparlo e tacciarlo di tradimento vile e insensato; e fra le moltitudini stesse à fama non certa e molto dispari alla sua bontà e grandezza. Dopo ciò, pongasi in luogo di CARLO ALBERTO qualunque spirito forte e animoso, ma meno invitto e prestante, e meno retto e santo di lui; e par verisimile assai di sentirlo dire fra sè: — Ò errato a reputare l'Italia capace di migliori destini; perocchè sembra men malagevole accostare l'una all'altra le cime degli Apennini, che i cuori de' suoi figliuoli. In essi la discordia è naturata ed inviscerata, e ogni poco di moto e d'ardore che sopravvenga, ne fa pullulare i semi, all'infinito fecondi. Bello era il tentare; bello scrivere nella storia questa gran prova del mio buon animo. Ora, somiglierebbe a sciocchezza, poichè il naufragio della Nazione vien sicurissimo, il non procacciare salvezza alla mia corona ed al popolo mio. Sentiranno gl'Italiani disconoscenti quello che in me possedevano, quello che in me ànno perduto e loro è impossibile ricuperare. — Ma l'eroica mente di CARLO ALBERTO così non ragiona; imperciocchè, dall'ora ch'ei concepì la virtù civile perfetta, e giurò in cuore la impresa illustre e magnanima, ei fu, come a dire, trasfigurato, e incentivo di privati interessi e ambizioni più nol toccò. Quindi gli strabalzamenti della fortuna, i successi dell'armi ingiuste e spietate, le malignità umane, le scoperte frodi, le dissipate illusioni, possono all'anima sua recare trafiggimento ed angoscia, ma non piegarla nè tramutarla. Scordando sè e immedesimandosi tutto con la sua patria, vive non della propria ma della perpetua vita di quella. Ripiglieràssi la guerra o no? placherannosi le sorti o peggioreranno? Risorgerà egli onorato o sempre starà giacente; raccoglierà biasimo o lode; morrà chiaro o disconosciuto? Queste cose, a petto della salute d'Italia, e a vista delle remote e finali vicissitudini delle nazioni, sono nel giudizio di lui non più che danni e accidenze particolari, e declinazioni transitorie del corso diretto e inerrante della provvidenza. A lui basta discernere, che quello che oggidì non accade, accadrà domani o il dì dopo o non sa ben quando, ma certo accadrà. Fatale è il conseguimento dei fini legittimi ed eminenti dei popoli: ma chi lo vedrà col lume terreno e gli occhi di carne, Dio solo conosce. Forse tutti coloro che travagliansi oggi per ciò con ansiosa pena, giammai non mireranno il bene che tentano e sperano; ma beato chi scende dentro la tomba consolato dalla visione dello immancabile e giocondo avvenire. Per fermo, di tutti i beni mondani la gloria e la buona fama tengono il colmo, e crucio gravissimo a sostenere è la beffa e lo strazio del proprio nome. Pure, gran conforto è a pensare che il dì della gloria spunterà nondimeno sull'onesto e sul prode: conciossiachè l'onore necessariamente si sposa con la virtù; e il sole della verità consuma col tempo il fango e il lezzo delle umane tristizie.

A tale santità di pensieri e a tale prestanza di cuore si alzò CARLO ALBERTO per l'efficienza miracolosa della religione civile, in cui la pietà verso Dio e la carità inverso la patria si contemperano e si confondono: il perchè qui rinasce, io ripeto, la virtù greca e latina, ma più integra e meno fastosa, e non dubitante di sè medesima come quella di Bruto, e insegnante a Catone di saper sopravvivere alla sventura. Per tale virtù, mentre i partiti si accusano e si rimbrottano rabbiosamente, CARLO ALBERTO nè si adira nè accusa nè maledice, e oppone con regia alterezza alle macchinazioni la legge, alle improntitudini la pazienza, alle calunnie il disprezzo. Per tale virtù, mentre cresce da ogni banda lo scoramento, e mentre l'accorta diplomazia si sbraccia a persuadere la pace, or proponendo discreti patti e al Piemonte assai profittevoli, ora indugiando ed intrattenendo e con arti sottilissime spaventando, CARLO ALBERTO maravigliasi forte, che un primo rovescio abbia intorno a lui freddato tanto bollore, e sdegnasi di negoziare a pro degli Stati suoi proprj, dove si tratta della salvezza generale degl'Italiani: per questa sola avere pericolato la vita, e quella carissima de' suoi figliuoli; aver profuso ogni suo tesoro, interrotto ogni studio di pace, ogni domestica contentezza e quanto à di bene il regnare. Quindi, del voto risolutissimo delle due Camere, di doversi ritentare le sorti dell'armi e ripetere con ogni fierezza e ostinazione la guerra, egli più che tutti gioisce e l'approva, stimando con buona ragione, che il sollevamento Ungarico, i mali umori de' Croati, il resistere di Venezia e il prossimo dar nell'arme di tutta la Lombardia, porgano alla misera Italia occasione e speranza di una felice riscossa. E però, come nulla avesse ancora operato e patito, come arridessero appresso di lui le prime intatte lusinghe, come non fossersi le fazioni piaciute di satollarlo d'oltraggi e con isconce menzogne ucciderne la fama e l'onore, tranquillo e fidante, e ne' rischi cresciuti e moltiplicati più impavido che per l'innanzi, ecco impugna la seconda volta la spada, e pianta di nuovo nel suolo lombardo la bandiera del nostro riscatto.

XV.

Quello che ne seguisse, non è qui, pur troppo! occulto a veruno. Sotto i bastioni di Novara, l'Italia stramazzò tuttaquanta; e il giardino del mondo, salve queste poche provincie, è dalle barbariche torme novellamente calpestato e diserto. Fu supremo infortunio; se non che, la bontà eroica di CARLO ALBERTO vi lampeggiò di tal lume, che la stessa calunnia abbagliata e svergognata si ammutolì. Troppo m'è ingrato e penoso, che dovendosi per me toccare queste cose leggieramente e per transito, io non possieda almeno una più maestrevole arte di compendiarle.

V'è noto, che nella giornata funesta di Novara, il valore tragrande degli ufficiali e di alcune schiere elettissime fece per lunga pezza propendere la vittoria dal lato nostro. Se non che, in sul tramontare, gl'imperiali ingrossati di nuove truppe, rinfrescarono con tal vigore gli assalti, che non pure s'ebbero in mano la Biccocca, già presa e ripresa più d'una volta e con molto sangue; ma fu forza ai nostri di cedere e di ritrarsi da tutte le parti, ricoverándosene buona porzione dentro Novara. In quel punto, riarse l'ira pertinace ed arcana de' nostri destini. In parecchie ordinanze entrò lo scompiglio, in alcune lo sgomento, in altre l'indisciplina, nell'esercito intero la certezza e lo sconforto della disfatta. Prima, una lunga fila di feriti e fuggiaschi, mista di cavalli, d'artiglierie, di carriaggi, si rimpiattava in città, e propagava intorno mestizia e paura. Seguivano altre colonne poco ordinate, ed altre affatto scomposte e dal digiuno allibbite. Qua ufficiali come dissennati per crepacuore; là caterve di ammutinati che predavano e saccheggiavano; poi squadroni di lancieri avventantisi contro i rapinatori; poi l'aria assordata di strida, le vie tinte di sangue e di cadaveri ingombre; mentre sugli spalti continuo sparavano le artiglierie, e fuor delle porte, a notte già chiusa e sotto la fredda pioggia, duravano ancora ostinati alcuni battaglioni a combattere, non più per la fortuna delle armi, ma per scemar la vergogna. In tutto quel giorno, Re CARLO ALBERTO aveva così alternati e meschiati gli uffici e le parti di capitano e di fantaccino, che parecchi de' suoi Ajutanti erangli morti dallato; nè però consentì mai di ritrarsi a luoghi men minacciati. Poi, quando in sul calare del sole riconobbe la battaglia perduta, e tornare inutili le prodezze del Duca di Genova per rivocare al conflitto gli stanchi e scorati, inutile ogni uso ch'egli stesso faceva per ciò dell'autorità regia ed ogni efficacia d'esempio, cesse riluttante al suo fato, ed a lentissimi passi e confusi, nulla badando ai projetti che ognora più spesseggiavano, faceasi prossimo alla città; quando gli giunsero avvisi certi degli sforzamenti e delle rapine che là entro e fuori si commettevano dai soldati suoi proprj. Allora, quel grande infelice, rotto il silenzio e l'esterior calma che in tanto disastro sapea pur mantenere, sclamò, con profondo trambasciamento del còre, quelle memorande parole: — Ahi! tutto è perduto, ed anche l'onore. — Nè potendo ristarsi nè quietare nè correre, cavalcava agitato e affrettato lungo gli spalti ed i baluardi della città. Narrano, ma io non ne so netto e sicuro il vero, ch'Egli meditando una fazione così temeraria come gloriosa, facesse interrogare alcun drappello di cavalieri, se volevano in quella medesima ora a un mortale cimento seguirlo: risposero, che volentieri; ma che più non reggevano la persona, e mal potevano, per la fatica, le armi. Ma, checchessia di ciò, quest'un fatto è certissimo ed assai vulgato, che vedendolo il generale Durando esposto tuttora alle offese del nemico, ed anzi cercare i luoghi di più manifesto pericolo, pigliò ardire di usargli alquanto di pietosa e cortese forza, e, strettagli affettuosamente la mano ed il braccio, di là lungi il traeva. A cui il Re, con ineffabile dolore impresso nel volto e nel suono delle parole: — Generale, disse, questo è l'ultimo giorno mio, lasciatemi morire. — Voi l'udiste: l'eccesso dei publici mali faceagli cara sopra ogni bene la morte, e come uomo che veste carne, umanamente si doleva e parlava. Ma che niuna disperazione si nascondesse in quei detti non degna della civile santità e d'un gran cuore italiano, lo testimoniano gli atti di lui successivi, e quello che raccolsero ammirati dalla sua bocca gli abitanti di Antibo, ai quali, tre dì soltanto dopo il terribile caso, affermava essere la causa italiana rivivente ed imperitura; e che quandunque e comunque fosse la guerra per rinnovarsi contro dell'Austria, Egli saria ricomparso a combattere, volontario soldato tra i volontarj. Le quali cose ci rendono certi, che qualora fossegli riuscito d'accattar quella sera una pronta morte dalle mani degli stranieri, già non avrebbe cadendo gittato come Koschiusco la spada, e sconsolatamente gridato: _Finis Italiæ_. Ed anzi, in quel punto medesimo in cui parlò quelle tetre parole al Durando, ripigliato l'abituale e fortissimo impero che esercitava sul proprio animo, concepì e risolvette un'azione più difficile del morire. E per vero, entrato appena in casa il conte Mellini, dichiarò ai circostanti, che per attenuare al possibile quel tremendo infortunio e far tollerabili i patti del secondo armistizio, egli, come specialmente odiato dal capitano dell'Austria e sospetto ai diplomatici e ai principi, e d'altra parte geloso e sdegnoso supremamente dell'onor suo, risolveva di abdicare. Subito, ciascuno gli fu intorno, e i figliuoli segnatamente, per ismuoverlo da quel proposito. Ma egli, levatosi in piedi, con fermo viso ed atto imperante, soggiunse: — Io non sono più il Re; vostro Re è il mio figliuolo Vittorio Emanuele II. — Cresce e propagasi il lutto e l'accoramento, scorgendosi troppo bene, che piena ed immutabile rimaneva quella sua volontà. Egli, ristrettosi a breve colloquio col nuovo Re, parlògli l'estreme parole, pienissime di virtù e sapienza: — dolergli forte che incominciasse a regnare in congiunture sì gravi e sul pendio di tanta ruina; ma i saggi che avea veduti di lui, dargli buon pegno che salverebbe il trono, l'onore e la libertà; tre cose che pel buon principe fanno una sola, e che disgiunte, tradirebber la gloria e la prossima grandezza e potenza di Casa di Savoja. Al monarcato non porgere più fondamento e splendore il dritto divino, ma la civiltà e larghezza degli istituti, la religione del giuramento e l'universale dilezione ed estimazione; le quali non saranno mai per mancare quanto tempo i re, piuttosto che dominatori ed arbitri, gradiranno di essere i primi magistrati delle lor patrie. Credesse ciò a lui sopra tutti, il quale avea scòrta la differenza che passa tra l'affezione de' cortigiani e quella dei popoli, e quanto sia generoso e soave regnare più assai come cittadino fra uguali, che come signore fra sudditi. Del rimanente, si ricordasse ogni dì, ripensasse in ciascuna ora, in ciascun istante, dove fosse egli nato e da cui. — Queste cose diceva risoluto e tranquillo, mentre d'ogni intorno non era che pianto e costernazione.

XVI.

Oh quanto è vero che gli atti umani tirano ogni pregio e decoro da entro sè, e niuna cosa li può far grandi e memorevoli eccetto la sola virtù! Di molti principi segna e menziona la storia la rinunciazione del trono, e in questo secolo massimamente, alle corone poco grazioso e benigno. Ma radissime volte all'atto è seguitata la commendazione e la gratitudine delle genti, perchè mosso da cagioni o non tutto virtuose, o poco o nulla spontanee. A Carlo Xº, a Luigi Filippo, a Ferdinando austriaco (per tacere d'altri), diè legge la necessità e non l'elezione. In passato, non furono ingiustamente a Cristina di Svezia cantate lodi superlative da tutti i poeti d'Europa; ma, infine, che fece ella se non posporre il trono all'apostasía, e offrirsi poi a fastoso spettacolo a tutte le corti, e non si privando d'alcuna pompa e d'alcuna regia delizia? Certo, volonterosi abdicarono Diocleziano, Carlo V e Carlo Emanuele di Savoja: ma come dell'alta ricusazione si pentissero poi e si arrovellassero il primo ed il terzo, a nessuno è celato. Carlo V, il glorioso fatto guastò con la boria e l'ostentazione, e continuando a voler governare l'Escuriale dalla sua cella di San Giusto, troppo ancora sensitivo alle umane grandigie, benchè facessesi vivo distendere in sulla bara e celebrare il mortorio.

Il deporre, invece, che fa lo scettro Re CARLO ALBERTO, oltre all'essere volonteroso affatto e spontaneo, à per cagione immediata ed unica la intenzione sincera del bene; e vien fatto con semplicità e modestia, non ostanti mille contrarie preghiere e persuasioni, e quando a lui è cresciuto sopra misura l'amore, la venerazione e l'obbedienza dei popoli. Egli non iscambia, è vero, la reggia e il monarcale paludamento con la povertà superba e affettata d'una cella e d'una cocolla: ma perchè l'alto animo suo si mostri aperto ed intero qual è, e il frutto che spera dell'abdicazione non sia dimezzato, danna sè stesso ad esiglio perpetuo; la consorte, i figliuoli (degni tanto di lui), le paterne case, gli amici d'infanzia, la sua Torino abbandona; e non soffre che il seguano nel remoto ritiro, non che l'apparato orgoglioso, ma gli agi e le commodezze del trono. In quella notte medesima, preso commiato da tutti e ognun ringraziando affettuosamente, con due soli famigli, così stanco e spossato come dalla battaglia era uscito, con la poca moneta che improntò da' suoi Ajutanti, avviossi quel generoso verso la lontana terra che a ricovero s'avea scelto. Procedeva tacito e scompagnato, senza più insegna nè onore nè vestigio alcuno di re; ma nelle sale del Parlamento rimbombava da ogni lato l'acclamazione del suo nome, e solo a tempo a tempo la interrompevano i singhiozzi e le lacrime dolci e abbondevoli d'amore e di gratitudine: ognuno che di lui ragionava, prendea dal subbietto facondia insolita e prepotente; e per dar fine a quell'estasi (se posso così domandarla) di meraviglia e dolore, fu bisogno ricordare la maestà del luogo e la fierezza sopraccrescente dei casi, la quale piuttosto che piangere di tenerezza sulla bontà eroica di CARLO ALBERTO, ricercava da ogni buon cittadino che se ne imitasse la costanza e il coraggio. Spettacolo novo e sublime, e non potutosi ancor mentovare dagli annali d'alcun Parlamento. Egli fu quel dì salutato la prima volta pubblicamente col nome augusto di Martire: quindi un'aureola celeste e perdurabile l'incorona, e il suo trionfo vassi di mano in mano tramutando in apoteosi.

Io mi querelava più sopra di dover tacere nel mio racconto moltissimi particolari, pieni di cospicui documenti e d'alto e maschio sentire. Pure, non voglio del mesto pellegrinaggio di Carlo Alberto lasciare ignoto un accidente, che nell'esteriore dimostranza è nulla, e rispetto ai secreti del cuore è oltremodo significativo. Guardatelo; egli entra sconosciuto in Burgos, metropoli della Vecchia Castiglia. Quante memorie in quelle visigotiche mura, in quel combattuto castello e in quel tempio vetustissimo, dove Pelagio prometteva e giurava al Signore la redenzione delle Spagne, dove i Sanci e gli Alfonsi e il Cid Campeadòr e i Cavalieri d'Alcantara e di Calatrava sospendevano per trofeo le verdi bandiere e le ingemmate scimitarre! Memorie care e venerande, segnatamente a Costui, ch'ebbe tutta l'anima sua nudrita di spiriti cavallereschi e infiammata della fede dei popoli antichi; a costui, ripeto, che adorando nella Causa d'Italia un giusto e santo decreto di Dio, scorgeva nel suo Piemonte quasi un'immagine delle Asturie Spagnuole, e ne' Croati e negli Stiriani una simiglianza di Mori e di Saraceni.

Chi è questo forestiero, domandava la gente tra curiosa ed attonita, così pieno di maestà e di pensosa e tacita melanconia, e il quale erra così solo pel mondo? Quindi, con atto involontario, fánnogli ossequio e cortéo. Risponde con grazioso saluto, e senza nè rallentare i passi nè divertirli, va diritto alla Cattedrale. E quivi cadendo ginocchioni, com'era usato, dinnanzi a Cristo in sacramento, entra in tale fervor di preghiera, che in breve tempo gli occhi e le gote gli si empiono e bagnano di caldissime lacrime, senza fine rinascenti e copiose. E ricordate, o Signori, che nessuna delle sue grandi sventure gli spremette mai dagli occhi una stilla nè gli trasse dal petto un gemito sconsolato: solo nel grembo di Dio quell'animo generoso non teme di rallentare un poco la rigida custodia che fa di sè stesso, e dirottamente piange.

Oh perchè il mondo non seppe il tenore delle sue preci, e non ebbe orecchi per quel colloquio dell'anima! Molti apprenderebbero del sicuro, come convenga pregare Iddio ne' calamitosi giorni della patria, come adorarlo umilmente da Italiani e da cittadini, e conseguire virtù rassegnata insieme e imperterrita nelle politiche disavventure. Lacrimava dirotto, e la pallida e severa sua faccia pareva in quel santo lavacro tramutarsi quasi e rabbellirsi di gioventù. Imperocchè non si mescolavano alle lacrime sue nè rimorsi nè terrori, ma contentezza invece del bene accetto sacrificio, e sicurezza intera di esaudimento; e forse un domandare da sua parte e un promettere lassù dal cielo con arcane ed intime spirazioni, che presto sarà per uscire dai travagli del doppio esilio.

Ma come ciò sia, questo rimane vero, che al Principe martire Dio non consentì sulla terra neppure un anno di pacato raccoglimento e di blando e ricreativo riposo; perchè in lui dovea colorirsi e perfezionarsi fino alle menome lineamenta la imagine e la figura dell'Eroe italiano, quale il vogliono i tempi, e secondo i nobili ed austeri precetti della Religione Civile. Quindi, in sul cadere di luglio, aggravatesi rapidamente le vecchie infermità sue, immaturo d'anni, maturo di magnanimità e di gloria, fu con soave transito ricevuto tra i seggi immortali, che ai vendicatori delle nazioni e ai benefattori insigni del genere umano sono colassù apparecchiati.

XVII.

Io sempre ò notato e ripensato fra me, con cupa melanconia, come la felicità di Giorgio Washington sia troppo rara nel mondo, e come troppo sovente agl'iniziatori d'imprese sante e magnifiche venga interdetta la gioja di trarnele essi medesimi a fine. E qui, per tutti gli esempi valgami quello vulgatissimo e sì confacente al luogo ove parlo. Io dico del profeta legislatore, morto in sul passo della terra di promissione, e innanzi d'aver veduto piantare lungo il sacro Giordano i tabernacoli d'Israele. Forse nascondesi in ciò un gran mistero di placamento e d'espiazione, parendo che non si possa la libertà e prosperità dei popoli conseguire senza sconto di dolore e tribolazione, la quale ne' più illustri e innocenti torna maggiormente accettevole. O forse è divino decreto, il qual vuole per più alta glorificazione degli uomini sommi e delle vere virtù, che laddove queste nell'adempimento del fine parrebbono assai compensate e ben profittevoli a sè, rimangano in quella vece impremiate sempre ed a sè disutili, e sieno cimentate e provate insino al dì ultimo dalle avversità; la maggior delle quali, senza alcun dubbio, è perdere l'intento massimo ed unico per cui fu spesa e logorata ed afflitta la vita intera.