Scritti politici

Part 40

Chapter 403,126 wordsPublic domain

D'ogni e qualunque azione civile, la principale e migliore per merito, per dignità, per bellezza, per santità, per fama, sempre fu reputato il procacciare, con arduo sforzo ed eroico, la liberazione della patria dalla tirannide dei forestieri. Imperocchè, fondamento d'ogni libertà e d'ogni diritto è la politica indipendenza; rimossa la quale, può solo sussistere un'apparente libertà e un apparente diritto. Del pari, nella indipendenza è il principio vero e spontaneo e la cagione efficace e sempre ubertosa di ogni prosperità e grandezza sociale; essendo che l'ordine morale del mondo à determinato e prescritto ab eterno, che le nazioni, primamente e originalmente da natura costituite, rimanendo signore ed arbitre de' proprj destini, arrechino all'intera famiglia umana quella stessa varietà d'indole e quella eccellenza stessa speciale di attitudini e di talenti, che può ogni singolo uomo arrecare alla propria città; onde risulta l'armonia portentosa delle differenze, il cambio e la mutuazione degli uffici e dei comodi, e in fine l'incremento e il progresso del comun bene. Il perchè, oppressare l'autonomia naturale dei popoli si è rompere guerra scelleratissima alla Provvidenza, la quale a ciascuna nazione liberalmente concesse di veder meglio che tutte le altre una sembianza del vero e del bene eterno, e assegnò qualche proprio e nobile ascendimento su per l'immenso scaleo della perfezione civile. Da ciò procede, che l'antichità e la modernità puntualmente concordano ad anteporre ad ogni specie di nome illustre quello di coloro che, impugnata con retto animo la spada di Matatia, spesero i sudori, il sangue e la vita per purgare la terra degli avi dal contatto pestifero degli stranieri. Da ciò procede eziandio, che il tempo e la vecchiezza consumatrice di tutte cose, in luogo di nuocere e logorar come tarlo le memorie di quelli, le riforbisce di mano in mano, e le cinge di lampi e splendori: tanto che si trasmutano in simboli e in figure ideali ed archetipe, e sono segno e subbietto alle tradizioni popolari e alle fantasie de' poeti; i quali, in tal caso segnatamente, la storia e la favola tessono insieme non già per trastullo, ma con intuito secreto d'una verità più alta e più vera della storia medesima. Così d'Erminio è accaduto appresso i Germani, così di Guglielmo Tello appresso gli Svizzeri, così di Giovanna d'Arco in mezzo a' Francesi, e di Giovanni da Procida tra' Siciliani, e del Cid e de' suoi cinque figliuoli tra' Castigliani. Ed io stimo medesimamente, che dai nostri tardi nepoti non verrà nelle canzoni loro popolaresche taciuto il nome di CARLO ALBERTO, nè andrà egli senza onore di simboliche figurazioni; chè anzi, quanto più travaglio e sangue e sudore costerà agli Italiani il vendicarsi in essere di nazione, con quanta maggiore felicità e amplitudine ripiglieranno di poi il corso delle preterite glorie e ritroveranno le orme dell'antica fortuna, altrettanto diverrà chiara e di giorno in giorno più rinnovata e ringiovanita la tragica memoria di questo principiatore eccelso della risurrezione italiana; conciossiachè gli uomini delle cose grandissime ammirano sopra modo i principj, e gli reputano come divini.

IV.

Ma io non vorrei, uditori, lasciarvi pensare che io vo derivando in parte le lodi del mio personaggio dalle fonti della poesia. Chè anzi, spiacemi oltre misura di non possedere parole tanto significative e semplici insieme, da mostrare la materia che tratto nella sua nuda e maestosa grandezza, fuggendo i fiori e gli stratagemmi della rettorica.

Pericle pregato dagli Ateniesi di dir le lodi solenni e publiche de' cittadini morti nel primo anno della guerra peloponesiaca, usò d'un artificio notato dai buoni maestri dell'eloquenza; e ciò fu lo spaziarsi da prima con isplendente e copiosa orazione nelle lodi d'Atene e della republica, descriverne i pregi, dinumerarne i gran capitani, narrarne i gesti più chiari, espor la sapienza delle leggi, i miracoli dell'arti e dei monumenti; poi, con subito trapasso e non aspettato, conchiudere: — per sì fatta città e republica, per sì gloriosa cittadinanza sono combattendo caduti e morti costoro. — Convenientissima cosa a me pur sarebbe, o Genovesi, il misurare dalle grandezze, come dalle sciagure estreme d'Italia, la nobiltà e grandezza dei fini, dell'ardimento e dei beneficii di Carlo Alberto. A me pure, dove il subbietto chiedesse ornamenti ed amplificazioni, bello sarebbe stato entrar nelle lodi d'Italia, e concludere dicendo: — per questa patria comune, la più gloriosa fra tutte, come altresì la più sventurata; per questa madre onoranda della civiltà dell'intero Occidente; per l'Italia due volte dominatrice del mondo e legislatrice; per la culla sublime de' più sacri ingegni che la stirpe umana abbiano mai decorato; per gli eredi del nome latino e della magnitudine vera e pur non credibile del romano impero, è insorto, à combattuto, à sofferto, è dal trono disceso, à la vita in travagli e angosce trapassata e chiusa l'Eroe che qui celebriamo. —

Ma non sono ben degne di Carlo Alberto le lodi che a molti si possono accomunare. Assai gli basta (e vel proverò) ciò che à di singolare e di proprio; e vi giuro con sincerissima lingua, che io il miro collocato in una cima di gloria, ove abita solo. E per rispetto all'Italia, potrebbesi egli tacere ciò che il distingue veracemente fra tutti, e che forse non tutti ànno a dovere considerato? Io vel dirò molto in breve. Antichissima è certo la gentilezza di nostra patria, e comparsa adulta e matura fra gli uomini infinito tempo prima di quella delle moderne nazioni; imperocchè poco meno di trenta secoli di civiltà ricorda e narra, giù per continue trasmutazioni, la storia italiana. In tanto corso, adunque, di tempi e di avvenimenti, egli è da cercare a quanti principi e capitani (chè degli uni e degli altri è innumerevole copia) à gradito di sguainare il ferro e pericolarsi a morte per salvare e redimere la patria comune. A quanti? Dio immortale! a nessuno. Ricorderemo noi forse gl'imperatori tedeschi che, facendo d'Italia un feudo alemanno, assumevano come per ischerno il titolo di romani e di augusti? O, per lo contrario, ricorderemo gli autori e conducitori della Lega Lombarda? Ahi lombarda l'appellarono con ragione, e non italiana, dacchè tanta parte d'Italia ne venne esclusa. Gran dicería si fa (e torna utile che si faccia) del proposito fermo e virile che dicesi avesse Giulio secondo di smorbare l'Italia dai barbari. Pienamente voglio credere all'alto e animoso disegno, non malagevole ad effettuarsi in quel tempo dai Papi, quasichè onnipotenti. Ma mentre il fatto non à provato la verità di quel desiderio, bene col fatto si prova, che da verun altro ricevè Carlo VIII impulsi più frequenti ed acuti per iscendere alla conquista di Napoli, da veruno gli furono più raccorci gl'indugi, e meglio acchetati e rimossi i dubbj e vinte le esitazioni, quanto da esso Giulio, allor Cardinale: e certo, divenuto Pontefice, non incominciava egli da buon italiano la impresa italiana, collegando seco Francesi e Tedeschi a danno e sterminio dei Veneziani. Fu inutile presente della fortuna, che quel magno e terribile delle cui vittorie l'età nostra non si stanca di ragionare, uscisse dal nostro sangue, e stringesse in pugno tutti i nostri destini. Sotto il costui impero, Roma, Firenze, Torino, e tu, Genova, foste città francesi; e il Regno che portava il sacro nome d'Italia, stringevasi tutto fra l'Olona e il Clitunno. Da ultimo, menzioneremo noi quel soldato forestiero e audacissimo, che, certo di cadere dal trono regalátogli poco dianzi da Buonaparte, gridò per estremo suo scampo — Indipendenza italiana, — pronto a spartire di poi col cognato la illustre preda, qualora quegli non ruinasse? Chiudiamo il discorso. Questa meraviglia dovranno attestare i futuri, di questa nessuna storia potrà tacere: che, cioè, tra l'immenso numero de' potenti a cui venne per li tempi commesso il freno d'alcuna parte delle Belle Contrade, tu, CARLO ALBERTO, fosti il primo e il novissimo che snudavi la spada per riscaldare tutta quanta la terra Ausonica; nè leggiermente o per poco il pensasti e volesti, ma sempre, e con tutte mai le potenze dell'animo e le forze della mente e del braccio; nè porzione alcuna dell'essere tuo rimásesi non addetta, non devota, non sacra all'Italia insino alla morte; e morte desiderasti nella guerra liberatrice, e che qualche salvezza ed onore all'Italia fruttificasse.

V.

Proviene da ciò, che ne' funerali questo dì celebrati nessuno scorge una solennità genovese o ligure o piemontese, ma italiana ed universale; e vi assistono in desiderio e in ispirito le genti della Penisola quante ci sono. E al nostro gran lutto risponde per ogni intorno il lutto della Nazione, e in ogni cuore trapassa il nostro compianto, e da innumerabili petti esce un solo sospiro. Che se al giusto e pio dolore degl'Italiani non fosse dalla violenza o straniera o domestica vilmente interdetto il manifestarsi con publico rito, in qual parte riposta e remota del Bel Paese, in qual minima città, in qual villaggio, oso dire, non vorrebbesi suffragare ed esequiare in comune, e con accompagnamento di vere e caldissime lacrime, l'anima gloriosa di questo Monarca? il quale unico tra gl'infiniti signori di nostra patria, e quasi non dissi fra i privati cittadini altresì, amò tutte le genti italiane con dilezione ugualissima di fratello e di padre; e, contro l'esempio e le inclinazioni de' suoi medesimi precessori, in cambio di aver cari gli altri Italiani come prossimi e consanguinei, ebbe cari i suoi Subalpini solo perchè Italiani. Ma le sciagure stesse d'Italia, e le ingiurie e gli sforzamenti del crudele inimico, questo effetto non malo producono almeno: che intorno al feretro augusto s'adunano in folla i miseri sbandeggiati d'ogni nostra provincia, e qui degnamente le figurano e rappresentano, e nel proprio e manifesto rammarico attestano il secreto pianto e cordoglio di tutte le latine città. Qui voi pure state presenti, ahi sventura! o fratelli di Venezia, o invitto e intrepido retroguardo dell'armi italiane, rifatti degni di rivestire la gloria di quattordici secoli, arditi di combattere soli contro tutto un impero, manomessi non dal ferro ma dalla fame, cedenti per accordo, non per disfatta. Sia luogo alla verità; di niun corrotto e di niuna lacrima trarrà l'anima benedetta di questo Martire più compiacimento e più onore, che delle vostre, o prodi come incolpevoli, o per ogni virtù militare e civile insigni e specchiatissimi Veneziani.

VI.

Bello e magnifico è tutto ciò, e sufficiente, mi sembra, a far venerando ai venturi qualunque nome di re. Pur nondimeno, se in voi mantiensi, uditori, l'onesto desiderio di più avanti considerare l'essere sostanziale della virtù, seguitando a bene distinguerlo e segregarlo dagli accidenti, massime dagli esteriori assai più soggetti all'arbitrio dei casi e al torto giudicio degli uomini, le lodi che mi rimangono a dire di CARLO ALBERTO riusciranno maggiori e più rare; e se ne riverbererà un lume d'insegnamento da spandersi con profitto grande non pure fra i popoli italici, ma sì fra tutte le genti civili e cristiane. Il perchè, quando mi fosse fattibile, io chiamerei volentieri ad udire questa parte seconda del mio discorso gli uomini tutti che ànno in Europa autorità e ingerimento continuo e principale nelle faccende publiche, ed assai facoltà d'informare e allevare l'animo e l'intelletto delle moltitudini. Io dico ed assevero, che io farei ciò premuroso e senza paura d'orgoglio; conciossiachè la imperizia e la ruvidezza del ragionare non potrebbe dal lato mio esser tanta, da spegnere affatto il fulgòre delle verità che fuor del mio têma di per sè traluce e sfavilla.

Per fermo, tra i vizj molti e gravissimi che incattivirono la nostra età, e onde marciscono in poco d'ora i frutti delle sue fatiche e de' suoi tentamenti, il pessimo, al mio sentire, si è quella inerzia della gente mezzana a combattere il male e zelare il bene; quel difetto di fede profonda ed inconsumabile nella verità e nella giustizia; quei concetti o dubitosi o travolti, così intorno ai diritti ed alle franchigie, come intorno agli uffici ed alle virtù e imprese cittadinesche; quello scarsissimo sentimento dell'annegazione e del dovere, e quell'insorgere invece con infinita baldanza ed avventatezza contra ogni autorità ed ogni titolo di primazia. Quindi, pur troppo, è nato che l'eguaglianza civile e politica viene professata e voluta più assai per invidia dei beni e delle preminenze altrui, che per ispirito vivo e sincero di dolce fraternità: quindi, piuttosto che affaticarsi ad alzare ed accostare gl'infimi ai sommi, abbattesi rabbiosamente ogni cima, e a quella gretta mediocrità, che riman di poi, d'ogni condizione e d'ogni intelletto, dàssi lo specioso nome di pura democrazía: quind'infine, spogliato e nudato l'animo delle speranze sopramondane, e lasciatogli le sole mondane e caduche, l'amor dei piaceri e delle ricchezze predomina e tiranneggia, e nel volgo si fa bestiale, ed ogni promettitore d'un paradiso in terra acclaman profeta e levano in sullo scudo. Dopo ciò, non è da stupire, se in tanta declinazione ed alterazione del senso morale, e, d'altra parte, in tanto sdegno ed irrequietezza di spiriti, il mondo come tutto si è scosso e scomposto, così nessun ordine e nessun assetto naturale e durabile abbia per anche trovato; e nessun termine di moto e di mutazione al cominciamento loro consenta e risponda. Agli impeti coraggiosi e alle sollevazioni formidabili e quasichè generali, subito sottentra tedio, diffidenza e stanchezza; alla bontà e interezza delle prime intenzioni succedono, tra brevissimo, esorbitanze e tristizie: in secolo della sua civiltà e de' liberi suoi concetti superbo e fastoso, vedesi ogni questione di ordini e istituti politici vinta e risoluta dal ferro; e quei governi rimanere al di sopra, che meglio conversero le milizie loro in automati armati, e in cittadelle sè moventi, e costrutte e murate di uomini. In cotal guisa, le idee del bene e del retto appajono dall'una e dall'altra banda manomesse e sconvolte, e la forza è il Dio dello Stato; e a quella nazione che vive

Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,

e geme tuttora, per iscandalo della civiltà e del Cristianesimo, in abbiezione di schiavitù, sono concedute al presente le prime parti e il supremo arbitrato d'Europa.

VII.

Ora, a siffatto pervertimento dell'ordine, e a tale nuova dissipazione delle più care speranze del genere umano, non sarà posto compenso nè termine, insino a quando non ritorni trionfante nei petti nostri la religione. E d'altro lato, non mai questa gl'impronterà del suo saldo e lucente suggello, insino a tanto che, permanendo eguale ed immobile nella sostanza sua, non muteràssi in parecchie disposizioni e accidenti, e non piglierà a santificare e validare con divina sanzione quei pensamenti vasti, quegli affetti virili e quelle nobili propensioni, le quali sveglia la libertà, la ragione approva, illustra e nudre la scienza, e le quali confidansi di menare il consorzio umano in più franca e spaziosa via di progresso e di perfezione. Da tutto ciò risulta quello che mi sembra doversi chiamare assai convenientemente la Religione Civile. E perchè non mi accade qui di spiegare e chiarire come in aula accademica i larghi e fecondi concetti adunati sotto tale denominazione, ve ne darò con qualche acconcia definizione e similitudine un cenno ed un saggio. La Religione Civile, pertanto, che è dal secolo desiderata più che altro bene, e si va nelle menti e nei cuori ogni dì più rivelando, non reca (e mai nol potrebbe) alcun detrimento ed alterazione alla santissima religion nostra, e alla moralità perfetta degli Evangeli; ma, per opposto, ella è un incremento leggiadro e mirabile, e una nuova faccia della virtù e del bene, poco avvertita per innanzi e male intelletta: chè la virtù umana procede ella pure con legge di spiegamento e di ampliazione, non forse a rispetto delle sue interiori disposizioni, il cui pregio raccogliesi tutto per avventura nella perfezione della volontà, ma sì certo a rispetto delle esteriori manifestazioni, e della potenza ch'essa virtù acquista maggiore e più celere di effettuare il bene e moltiplicarlo, e crescere la universale eccellenza del genere umano. La _Religione Civile_, pertanto, dilata e sublima con nuovi uffici la cristiana pietà, in quanto che alle virtù mansuete e private aggiunge ed innesta, assai meglio che per addietro, le pubbliche, e alle famigliari le cittadine; santifica tutti i negozj politici con puro consiglio operati; insegna, più schiettamente che in ogni passato tempo, i termini dell'obbedire e del comandare; nè si ferma, come insino a qui parean fare i buoni, ai lamentevoli libri di Giobbe, ma prosiegue oltre, e legge e medita assai intentivamente e con fervoroso animo nei santi libri de' Maccabei. Insomma, la Religione Civile infonde e sveglia nella mistica lira dell'uman cuore una nuova e celeste armonia, stata finora sentita da pochi spiriti eletti, e solo con segni e colori simboleggiata dal divino Raffaele, quando alla forma greca soavemente trasmise e congiunse la idea e il sentimento cristiano. Resta che nel mondo morale la medesima contemperanza si effettui, e la immacolata luce degli Evangeli penetrando di sè le virtù greche e latine, le ammendi e purifichi, e tanto valore lor porga, quanto le virtù ascetiche ed eremitiche ànno paruto sino a qui possedere per proprio ed unico privilegio.

VIII.

Io sembro, o Signori, avere di mille miglia scostato il discorso dal suo subbietto; eppure, mai non mi è partito da sotto gli occhi, e, senza bisogno alcuno d'artificiosa transizione, torno a lui d'un sol passo. Conciossiachè di quella fede inconcussa nel bene, nella verità e nella giustizia; di quel senso coraggioso, immutato ed assiduo del dovere, di cui dicemmo soffrire inopia grandissima la nostra età; di quella religione civile, insomma, che nell'esercizio delle virtù publiche ammaestra e infiamma il buon cittadino, e il fa nei pensieri e nelle opere riuscire stupendo ed intemerato; io non mi diffido di asserire, che il primo e solenne testimonio ed esempio dato a questi tempi vanissimi e fluttuanti nel dubio, è Re Carlo Alberto. Costui, negli ultimi anni del suo regnare, diventato modello a sè stesso, e trovato nella sua rigida e guardinga coscienza un nuovo aspetto di virtù, quale l'indole propria e il rimutarsi dei casi e i moderni concetti e le necessità d'Italia e il corso e perfezionamento della ragion morale gli dimostrarono, visse singolare e straordinario come principe e come uomo, e a tutti gli avvenire porse subietto imitabile. Gloria invidiata d'Italia, potere, in tanta caduta ed umiliazione, farsi per lui, in materia gravissima, norma salutare all'Europa, e scuola e ammaestramento ai popoli d'una pietà eroica, e d'un abito di religione, con solo il quale varranno le odierne generazioni a ricomporre la forma dell'animo, e, con l'animo, i sociali e politici ordinamenti. Fu CARLO ALBERTO devoto e pio quanto il nono Luigi, quanto lui valoroso e leale, al par di lui penitente: ma fu datore e servatore di libertà come un re di Sparta; amò la patria e la gloria come un antico; sentì il debito di cittadino ed ebbe concetti magnanimi e smisurati come un romano. Il perchè, chi vuol far ritratto fedele di questo Principe, cerchi le credenze più sane e più inviscerate del medio evo, e raccolga in uno le cavalleresche virtù dei Crociati; componga il rimanente con le luminose pagine di Plutarco e di Tito Livio. Darà prova e conferma di tutto ciò quanto son per narrare.

IX.