Scritti politici

Part 39

Chapter 393,495 wordsPublic domain

Secondo la proposta, i consoli, terminato l'ufficio loro, ne rendono conto ai tribuni. A questi poi appartiene o approvarli o proporne l'accusa. Con ciò, non v'à dubbio, il tribunato ritroverebbe, una fiata almeno ogni due anni, qualche giorno di briga e di occupazione. Ma si consideri che innanzi a quel termine, ai consoli tocca per quattro volte di render conto all'assemblea dello stato de' pubblici affari; la qual cosa include di necessità l'esame e il giudicio minuto e specificato dell'opere loro: ed anche intralasciamo di ricordare che debbono i consoli ripetere punto per punto quell'atto, sempre che ciò venga nel desiderio dell'Assemblea.

Posto, dunque, ch'essi della ministrazione loro sieno usciti netti e incolpevoli, e niun cittadino gli abbia accusati od abbia potuto far giungere l'imputazione insino alla forma del giudicio, la quinta ispezione e indagine de' lor fatti e portamenti diventerà di leggieri, piuttosto che altro, una formalità ed una sovrabbondanza. In caso poi che il contrario avvenisse e proponessero i tribuni l'accusa dei consoli, l'assemblea sarà pochissimo disposta ad approvarla e continuarla; perchè moverebbe da gente non guari mallevadrice dell'atto, sprovveduta di autorità grande, chiamata a supplire i consoli per tutto il tempo del giudicio; e più ancora, perchè l'assemblea confesserebbe la incapacità propria e la negligenza, col non aver saputo o voluto prevenire i tribuni intorno al sindacare le azioni dei consoli.

Rimane di far parola d'una straordinaria incombenza data ai tribuni; d'invigilare e conoscere, durante la dittatura, se il pericolo della patria è cessato. Merita la cosa che noi ne discorriamo a più bell'agio nel prossimo foglio; e vedremo quanto curiosa e piacevole invenzione riesca questo aborto di Tribunato.

(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)

SULLO SBARCO DEI FRANCESI A CIVITAVECCHIA.

26 aprile 1849.

Lo sbarco delle truppe francesi in Civitavecchia è avvenimento gravissimo, nel quale sta inchiusa una questione di fatto e una questione di alto diritto. Sebbene, in quanto al diritto, la parola questione è forse impropria ed equivoca; imperocchè, al sentir nostro, la violazione del diritto è patente, e non può muovere alcuna ragionevole controversia. Per ciò noi ringraziamo di cuore i Triumviri per avere prontamente e con solennità protestato; ed altre grazie avremmo ad essi reso, se per compire lo sbarco fosse ai Francesi tornato necessario il venire a qualche atto di forza e all'uso dell'armi, e i superiori e magistrati del luogo fossersi ritratti in Roma o in altra terra sicura, secondo che in simiglianti frangenti è costume di fare. Sì nel proclama dei Triumviri e sì in quello dell'Assemblea, per ciò che spetta all'invasione del territorio, sono adoperate parole piene di giusta indignazione e di romana alterezza. Ma ci avrebbe gradito assai che le legittime rimostranze non fossero unicamente state fatte nel nome nostro, ma di tutta la Nazione Italiana; perchè non è lecito mai di scordare che noi siamo provincia d'Italia e nobile parte del territorio nazionale comune, il quale gli stranieri ànno offeso e violato, offendendo e violando il nostro particolare. E in questi sensi per appunto fu dettata la protestazione del Ministero del 16 di novembre contro il minacciato invio di truppe francesi; in questi sensi parlò il ministro Mamiani al Consiglio dei deputati, i quali tutti nella sua sentenza convennero con pieni applausi ed unanime deliberazione.

Ma, salvato il principio, e fatto conoscere agli stranieri che alla Nazione Italiana se manca tuttora il nervo non manca il senso, e che l'altrui forza può bene opprimerla ma non ingannarla, nè indebolire in cuor suo la coscienza piena che à racquistata del proprio diritto, deesi considerare con gran diligenza la questione del fatto.

Noi preghiamo strettamente ogni buono e leal cittadino a ponderare con fermo giudicio, se nelle condizioni presenti d'Italia e nella disposizione più generale degli animi, e dopo cadute le armi subalpine a Novara, sia probabile o no di trovare mezzi copiosi, séguito e ardore di gente, ostinazione invitta e magnanima non diciamo per far trionfare il diritto, ma per difenderlo con dignità. D'altro lato, è grandemente mestieri di porre eziandio in esame, se la calata de' Francesi non abbia per cagion vera e impellente la necessità di prevenire altre violente occupazioni, ben davantaggio odiose e malefiche, e di gente nimicissima d'ogni libertà nostra e del sacro nome d'Italia. Uopo è di considerare se nel pericolo sommo in cui si travaglia la patria, e sul punto di naufragare e perire, non le corra debito di gettar via nell'onde qualche insigne parte del carico perchè tutto il restante si salvi. Infine, veggano e considerino gl'ingegni integri e imparziali, se in tanto bisogno di concordia e di fratellanza, non divenga ufficio doveroso e pietoso insieme di rimovere quelle poche cagioni di differenza che peranco insorgono in mezzo di noi, e impediscono che noi ci stringiamo tutti in un sol pensiere e ci affatichiamo in un solo studio, e il qual sia di campare ed assicurare alcuna porzione di libertà, e quanta almeno i nuovi infortunj d'Italia e la prepotenza degli stranieri ne posson lasciare intatta e sincera . . . . . .

(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)

ELOGIO FUNEBRE

DI RE CARLO ALBERTO

detto da Terenzio Mamiani nella Metropolitana di Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX.

In sul cadere di giugno del 1849, entrati i Francesi in Roma, e appresso a pochi giorni intimato insolentemente all'Autore di uscirne, egli si rifuggiva in Genova, dove ogni maniera di ospitali dimostrazioni e carezze lo accolse e riconfortò. In quel mezzo tempo, giunse nuova della morte di Carlo Alberto, e Genova si apparecchiava a riceverne le amatissime ceneri con riconoscente dolore e con funebre pompa. Allora fu scritta al Mamiani la seguente lettera:

«Chiarissimo signor Conte.

«Il Municipio di Genova, mosso dal desiderio di tributare un estremo omaggio di devozione riconoscente alla memoria del Propugnatore dell'Italica Indipendenza, del Monarca Legislatore, cui i Popoli Subalpini sono debitori dello Statuto, deliberava che in occasione del passaggio per questa città delle venerate spoglie di CARLO ALBERTO, gli fossero celebrati solenni Ufficii di espiazione nella Chiesa Metropolitana.

«Bramoso, oltreciò, il Municipio che i pregi e le azioni del Principe magnanimo e sventurato formassero in tal congiuntura il subbietto d'una Orazione funebre, e che i sentimenti da cui i Genovesi sono animati per CARLO ALBERTO fossero espressi da chi sapesse rendersi degno interprete d'un dolore che tutti i veri Italiani debbono partecipare, ebbe ad ascrivere a sua ventura che la presenza in Genova di un Terenzio Mamiani gli porgesse il modo più acconcio di soddisfare all'intento.

«Al Corpo Civico non solo son noti i meriti letterarii e scientifici che rendono la S. V. uno de' più specchiati ornamenti d'Italia, ma stanno dinanzi i servigi segnalati ch'Ella generosamente prestava alla Patria Comune, ed insieme il particolare affetto ch'Ella nutre per questa città, la quale tanto si pregia di essere da V. S. Chiarissima stata eletta a sede ospitale.

«Queste considerazioni determinando l'unanime assenso del Consiglio Delegato a commettere a V. S. l'incarico della Orazione da recitarsi dopo la sacra cerimonia, fanno concepir la fiducia ch'Ella vorrà accondiscendere alla preghiera che per mio mezzo Genova tutta Le porge.

«Gradisca, chiarissimo signor Conte, l'attestato del riverente ossequio con cui ho l'onore di proferirmi

«Di V. S. Chiarissima

22 agosto 1849

Devotissimo Obbedientissimo Servo

_Il Sindaco_ ANTONIO PROFUMO.»

L'Autore rispose:

«Signor Sindaco.

«Di tutti gli onori e favori segnalatissimi che questa Città insigne e ospitale si è degnata parteciparmi, il maggiore senza dubbio è quello che la S. V. mi proferisce col suo foglio di jeri, invitandomi nelle prossime esequie di Re CARLO ALBERTO a recitarne publicamente le lodi. Ragionare convenientemente di quel gran Personaggio, e farsi organo fedele e diserto del popolo Genovese in tanto suo lutto e dolore, è certo impresa da sgomentare non pure il mio povero ingegno, ma quello eziandio de' più provetti e felici oratori d'Italia. Ma d'altra parte, ricusare un sì nobil ufficio e un'offerta capace da per sè sola d'illustrare tutta la mia bassa vita e fortuna, e in cui risplende un carissimo testimonio della rara predilezione per me di tutto questo glorioso popolo, ha sembrato al mio giudicio più presto un atto d'orgoglio che di modestia, e il quale non passerebbe senza qualche odiosa apparenza d'ingratitudine. A me corre obbligo, adunque, accettando l'onore ed il carico, di fare ogni sforzo ed ogni fatica per rimanere meno discosto che io potrò dalla grandezza del têma, e con lo zelo almeno e lo studio mostrare alla S. V., a suoi Colleghi onorandi e alla intera Città, che la riconoscenza mia e la devozione inverso di loro, se negli effetti è scarsissima, è somma e perpetua nel sentimento e nel desiderio.

«Mi creda pieno d'osservanza e d'ossequio

«Della S. V.

«Li 23 di agosto 1849.

Umilissimo e Obbedientissimo Servo

TERENZIO MAMIANI.»

I.

Dei veramente grandi e buoni è l'orazion funerale dettata prima d'ogni altro dal popolo; e dove questo si tace, non vale facondia e abilità d'oratore. A niun tristo principe, morente sicuro in suo letto, è accaduto mai di non avere accanto al suo feretro un gonfio panegirista, il quale osi di adulare e mentire eziandio tra le pareti del tempio, alla presenza più viva e più manifesta di Dio. Se non che, in quel caso, l'ostinato silenzio del popolo accusa e sbugiarda il celebratore. Per lo contrario, dove l'amore e l'ammirazione delle genti accompagna la morte d'un giusto re, nessuna eloquenza pareggia forse il buon sentimento di quelle; come alla vista del feretro suo, nessuna forza, nessuna astuzia, nessun pericolo potría ne' petti stagnar le lagrime, e il lutto e il rammarico seppellirvi. Quando le ceneri di Germanico per mare venute toccaron terra, da ogni loco eziandio non vicino piovean le turbe accorate, e con ansia amorosa di vederle e onorarle; nè astenevasi alcuno di mostrare e provare al mondo, che lui sfortunato e tradito avean caro sopra tutti i potenti e felici, e volevanlo glorificato al par d'un Iddio. Ora, quell'accoramento medesimo, quell'affollarsi da tutte bande, quel gemere luttuoso ed universale s'è pure udito e veduto in questo porto di Genova, appena vi salía la nave che riconduce a noi dall'esilio la salma d'un re sventurato ma grande, e la quale accoglievano afflitti e in gramaglia que' Senatori e Rappresentanti a cui lasciava egli in perpetuo retaggio la libertà; e circondavanla le milizie di que' segni stessi e di quelle bandiere (ahi dimesse oggi e abbrunate!) ch'egli volle sopra tutte le torri della Penisola inalberare, e farle in ogni terra e sopra ogni mare franche, temute e trionfatrici.

Ma quanto è maggiore la perdita, più sentito il dolore, il tribolo più generale e sincero, altrettanto l'anima del dicitore se ne sgomenta; perch'egli non può fare come il pittore Timante che figura Atride nascondentesi dentro le palme il viso; ma sì è costretto di ragionare mentre non vorrebbe che piangere, e mentre in cambio di parole, gittar vorrebbe muti sospiri e flebili suoni interrotti. Or che dirò della povera mia loquela, o Signori, innanzi a sì alto subbietto, e in faccia a sì grande, sì vero e non esprimibil dolore di tutta questa città, che nell'ardore de' nobili affetti a niun popolo cede, a moltissimi entra innanzi? Ma d'altra parte, io vo pensando che qui non si tratta di sole funeree lamentazioni, e di solo sfogo al comune e soverchiante cordoglio; e nemmanco si tratta di esimia palestra oratoria, e di spiegare innanzi alla vostra curiosità sfoggiate bellezze d'arte e di stile. Ben altra cosa domandano la santità e solennità del luogo e del rito, l'anima augusta per cui preghiamo, l'Italia infelice che a questa terra rimira, ultimo asilo e sostegno della sua libertà e delle sue speranze, ahi già tanto superbe! Lasciamo alle prefiche e alle femminette l'abbondanza del pianto e le inconsolabili nenie. Nessuna cosa è più degna d'un popol civile raccolto d'intorno alla spoglia mortale di strenuo principe, che il chiudersi in grave mestizia e meditabonda, piena d'alti documenti e consigli, e che sia lume e preparazione di migliori destini.

II.

Suole gran parte di coloro che studiano nelle storie, uscire dalla notizia e considerazione di quelle con l'animo troppo diverso e fuor misura disingannato, e odiando quasi la luce che d'indi è lor balenata. Imperocchè stimano averne raccolto questo insegnamento più generale e più certo: che, cioè, il genere umano vive e si pasce, come durevolmente fanciullo, di perpetue illusioni; la fortuna governare le cose nostre con usuale insolenza e perfidia; quei popoli acquistare grandezza e quei principi venir lodati e famosi, che son fortunati. Le imprese comechè giuste e nobili, gli sforzi comechè dolorosi e magnanimi, quando il buon successo non gli accompagni, o si estinguono nel silenzio, o con dispregio son ricordati. Se il cuore fu schietto e sublime, il tentamento generoso, le intenzioni benefiche, la volontà invitta e incrollabile, non si chiede. Invece, molti nomi permangono illustri e molte opere ricordate nei secoli ed ammirate, le quali la giustizia condanna, e la bontà deplora ed abbomina. Insomma (sentenzian costoro), la lealtà, il coraggio, la rettitudine, la bontà e l'annegazione sola valgono nelle storie meno che nulla, e di lor si fa caso unicamente allora che menano seco la forza, l'ingegno, l'abilità, la fortuna; e l'abilità, l'ingegno, la fortuna e la forza valgono, pur troppo, e prevalgono anche sole. Ora, a tale sentenza sconfortatrice e del sicuro non tutta falsa, ognun sa che dovrebbe il virtuoso e il cristiano non si perturbare; essendo notissimo a lui, che il mondo è cieco e strano dispensiere di fama, e il volgo si lascia pigliare alle splendide e strepitose apparenze; notissimo è a lui, che la virtù è rara e divina cosa per ciò appunto che tragge i premj da entro sè stessa. E fuori di sè, non agli uomini li domanda ma sì a Dio immortale, e dei parziali e sciocchi giudizj umani alteramente sorride. Ciò resta vero; ma la virtù comunale e generalmente usata non è profonda nè coraggiosa; e d'altra parte, ànno le storie del medio evo mostrato e provato assai, quanto torni pericoloso il porre tutte mai le speranze e tutti i pensieri fuori del mondo. Ei si fa necessario, pertanto, che qualche preludio almeno di gloria, qualche cenno di spiritual premio, qualche segno e testimonianza visibile di laude e di onore, segna presto o tardi l'animoso ed il buono eziandio quaggiù in terra, e gli tenga luogo di lieti successi e d'ogni altro bene.

Al presente, io mantengo che quel preludio di gloria, quel segno d'onoranza più, direi, celeste che umano, e il quale o non mai o rarissimo può mancare alle virtù grandi benchè infelici, sì è l'amore appunto di tutti i buoni, e la compassione e insieme l'invidia di tutte l'anime generose e gentili; si è il giudicio e la sanzione del popolo, il quale tuttavolta che non vien soprafatto dalle arti maligne degli ambiziosi e de' prepotenti, serbasi retto nell'assegnar la sua stima, e scuopre e indovina assai bene la probità delle intenzioni e dei fini; e dove non possa altrimenti, sfoga con segrete rammemorazioni e qualche nascosta lacrima l'affetto riverente e pietoso.

In tal guisa, e contro i ludibrj della fortuna e a preferenza d'altri re abilissimi e potentissimi, l'amore, l'ammirazione, l'encomio, il compianto di tutta Genova, di tutto il Piemonte, di tutta l'Italia accompagna, circonda, onora e quasi non dissi adora l'estreme reliquie di questo Re, e lui caduto due volte nel santo intraprendimento, udiam tuttavia chiamare e salutare un eroe.

Insegnamento sublime e più che altri mai profittevole, il quale esce da queste esequie! Oggimai dee sapere qualunque Italiano, che quando anche o dagli accidenti o dalla natura fossegli contrastato e interdetto di segnalarsi per doti peregrine ed eccelse d'ingegno e d'arte, sempre gli rimarrà, se lo voglia, il tesoro non dissipabile d'un eroico sentire e d'un forte operare; e che gl'infortunj più fieri e impensati mai non varranno a frodarlo della tacita maraviglia e dell'affezione ossequiosa di tutti coloro che il pregio dei pensieri e dell'opere umane indagano e pesano alla stadera e al lume della coscienza, e riscontrandole esattamente coi dogmi eterni della giustizia e del bene. Il qual lume e il quale riscontro c'insegnano oggi appunto con gran sicurezza, che il peccato dei destini, la crudele indifferenza d'Europa, gli eccessi delle fazioni e i funesti errori di tutti, contrastarono e soprafecero le intenzioni più alte e schiette e magnanime che sieno sorte e dimorate pur mai nel petto d'un re; e che sì le opere, i benefizj e i tentamenti di CARLO ALBERTO inverso la patria comune, sì ogni mezzo voluto e prescelto da lui nell'adempimento di essi, furono tutti impressi e lucenti di quella prodezza antica e di quella civile santità, che sola può salvare e riordinare, non che l'Italia, ma il secolo, e queste viventi e le nasciture generazioni.

III.

Famoso è nelle storie d'Erodoto quel discorso di Solone a Creso re dei Lidj, col quale fece il savio ateniese divisare e conoscere, come per dar giudicio della bontà e felicità della vita convenga soprattutto aspettarne e considerarne il termine; e che le ultime parti di quella (quando già non sia dalla vecchiezza troppo consunta) ne racchiudono il maggior pondo e valore, perchè ne sono, come a dire, il portato a cui preparare trascorsero gli anni antecedenti. E sebbene questi non paressero tutti laudevoli, o non quanto gli ultimi, fannosi di leggieri dimenticare, sembrando tener simiglianza con quelle foglie e quei tegumenti che bene allegato che abbia il frutto, si diseccano e cadono. Per contra, dove l'ultima maturità della vita non riesca corretta e gloriosa, poco o nulla stiman gli uomini le virtù e i pregi anteriori. Certo, non è senza maraviglia il pensare, come i trascorsi e la ferità di Ottaviano Augusto vengano quasi tenuti in non cale per considerazione della sapienza e liberalità posteriore. Nè comparisce meno strano, che il saper morire da forte e da generoso tramandasse ai posteri il nome di Ottone pressochè mondo d'ogni sozzura. Ma, per lo contrario, trapassò dubia e macchiata in sino a noi la fama di Teodorico, soltanto per avere una vita tutta bella e incolpevole bruttata, in sul finire, d'un fallo unico, incrudelendo contro que' due gran giusti, Simmaco e Boezio.

Ciò bene osservato, a voi non parrà disdicevole che io, stretto dal tempo e dal proseguimento del rito e di sue cerimonie, e sceglier dovendo il meglio e il più sostanzioso della vasta materia, raccolga il mio ragionare quasi tutto negli ultimi anni della vita di CARLO ALBERTO; ne' quali, d'altra parte, un secolo intero sembra esser trascorso, e ai quali porterà invidia in qualunque età qualunque principe d'alto sentire, e che abbia cuore d'innamorarsi della sventura e di non tremare il martirio.

Io dico e ripeto, impertanto, con gran fermezza, che i concetti e le mire di CARLO ALBERTO, quali segnatamente negli ultimi anni si palesarono a tutto il mondo, ed alle quali accomodò ogni pensiero e ogni azione, furono le più pure insieme e le più eccelse e benefiche a cui può voltarsi una elevatissima mente e un petto generoso ed intrepido; e al mio giudicio, procede da esse sole tal merito, da tenere viva e onorata in perpetuo la sua memoria. Nel vero, di molte e varie accidenze di guerra e di molti imprendimenti formidabili e strepitosi ragiona la storia; e più a lungo ed enfaticamente assai, con quanto maggior sangue e maggiore perturbazione e ruina di cose si consumarono. Ma se dalla giustizia ed utilità del fine lecito fosse di misurare la bellezza e splendenza loro, quante di esse imprese pensiamo, o Signori, che si rimarrebbero degne d'encomio e di ammirazione? Certo, lasciando pure intatta ed inesplorata l'antichità, io vorrei che in qualche dotto e prudente uomo fosse stato arbitrio d'interrogar d'improvviso o Carlo quinto, o l'emulo suo Francesco, o Luigi decimoquarto, o Carlo di Svezia, o (mi si dia licenza d'aprir tutto il vero) quel Genio stesso tragrande che regnò, non à molti anni, dal mare germanico al mar siciliano e dalla Loira alla Vistola, e osò portar guerra ad un tempo medesimo sulle terre Gaditane e sulle Moscovite. Io vorrei, dico, che in alcun giorno de' più radiosi e beati del viver loro, quel savio che io mi figuro avesse inopinatamente potuto a ciascun d'essi addirizzare queste o somiglianti parole: — Creatura mortale e peccabile, che pensi, che imprendi, ove guardi? Veggo gesti rumorosi e magnifici; veggo battaglie e conquiste, paesi sconvolti, ordini antichi mutati; ma i fini proporzionati del bene e dell'utile, e la necessità e giustizia delle cagioni non veggo. Degna mostrarmi il largo e perpetuo profitto che il genere umano intero, od almanco la tua nazione, è per trarre da sì gran copia di sangue, da sì profondi guastamenti, da guerre sì lunghe e sì disastrose. — Del sicuro, a interrogazioni cotali non avrebber fallito risposte ingegnose e magniloquenti da ciascuno di que' famosi. Ma negli occulti del cuore e negli ultimi penetrali della coscienza un subito scompiglio sarebbe pur nato, e una involontaria e amarissima dubitazione intorno alla bontà e legittimità del proposito. Interrogato in quella vece di ciò medesimo Re CARLO ALBERTO in qualunque tempo e in qual sia frangente di cose, chi di noi nol vede e non l'ode speditamente rispondere, con pacata serenità e alterezza dal profondo dell'animo attinte: — Chiedi quello che io voglio e ch'io fo? io la più santa e legittima voglio e procuro di tutte le imprese, l'affrancamento d'Italia. —