Part 37
Io non mentirò all'animo mio, e dirò che la discordia, il sospetto, la diffidenza e l'orgoglio ànno la massima parte di que' mali su noi rovesciata, e ricaccian l'Italia nelle antiche sventure. Nè v'à oggimai provincia della Penisola che sia sana ed intera, non un palmo di terra in cui le sètte e i partiti ferocemente non si combattano. Eppure, a me sembra di udir tuttora il suono degli inni caldi e infiammati di fratellevole amore. Stannomi ancora dinnanzi agli occhi quelle giojose dimostranze, quei raduni senza tumulto, quei congressi senza contese, quelle feste piene di pura e fiduciale letizia, e in cui gli ornamenti, gli addobbi, le insegne, i simboli, le iscrizioni e ogni cosa ricordava e ammoniva la somma necessità dell'unione; ed anzi, la voglia testimoniava e il proposito fermo e inconcusso della concordia generale e perpetua. Ma tutto ciò è durato quanto la fragranza dei fiori e delle ghirlande che ai fraterni banchetti c'incoronavano, quanto il fumo degli incensi che ardevano per le chiese a ringraziare Iddio del risorgimento italiano. E però io v'annunzio col più ponderato giudicio e col più profondo convincimento dell'animo, che la unione e concordia nostra o per sempre sono perdute e distrutte, o non possono rigermogliare e rinascere che dal seno fecondo della Costituente Italiana.
_Nota_ I, _pag._ 364.
A prova di ciò, ricorderemo un sol fatto tra molti. Durante il Governo Provvisorio, vennero le truppe Svizzere comandate, per volere espresso del Pontefice, di lasciare Bologna, dove stanziavano, e condursi in Roma. Le popolazioni, com'era da tenersi per più che certo, insorsero a mano armata per impedire il passo alle truppe; le quali non altrimenti potean forzarlo, che empiendo quei luoghi di molta strage. Vinse negli Svizzeri un sentimento di umanità, e non osarono di partire. Il quale atto così è giudicato dall'Allocuzione del 20 aprile: — _Quae (Helvetiorum copiae) huic nostrae voluntati haudquaquam obsequutae sunt, cum præsertim supremus illarum Ductor in hac re haud recte atque honorifice se gesserit._ —
Del resto, se la bontà di Dio più che la prudenza umana ci preservò dal sangue civile, tutti gli altri mali dall'Autore presentiti e temuti fanno guasto e strazio crudele delle sfortunate Provincie Romane. L'oppressione e la servitù loro è già piena e consumatissima, e svaniron con essa le speranze magnifiche di tutta Europa, anzi di tutta Cristianità, di vedere il papato rigenerarsi, e la Chiesa procedere al fine di pari passo con la civiltà e gli alti concetti del secolo. Torna ostinato e funesto, come per innanzi, il dissidio antico tra il pontificato e la libertà, tra gl'interessi dello Stato Ecclesiastico e quelli della Nazione Italiana; e alla mente di ciascuno si riaffaccia con dolore la terribile comparazione di Machiavello della pietra incastrata fra le labbra della ferita, sì che mai non può guarire nè chiudersi.
All'autore di questo scritto rimane, per ultimo, il debito di protestare, siccome fa, con tutte quante le forze dell'animo e tutta l'efficacia e la santità del diritto, contro l'abolizione violenta, perniciosa, illegale e per ogni modo ingiusta e tirannica delle libertà costituzionali nelle Provincie Romane. Egli, afflittissimo del presente e oltre misura spaventato dell'avvenire, non può non ripetere spesso in cuor suo, con angoscia affannosa e divinatrice: — Sventurata Roma, sventurato Pontefice! —
PARTE TERZA.
ULTIMI TEMPI.
Collochiamo in quest'ultima parte ciò che in materie politiche dettò e pubblicò il nostro Autore dall'abolizione dello Statuto Romano in poi.
Viene per primo quel che inseriva Egli del proprio nel sol giornale di opposizione liberale che scrivéssesi in Roma durante il governo republicano, e dove difese la libertà, come prima e sempre avea fatto, e farà in sua vita. Ma interruppe (com'era ben di ragione) la sua dignitosa e franca censura, quando gli stranieri sbarcarono, e la Città ebbe animo di salvar l'onore delle nostre armi e del nostro vessillo.
SULLA DISDETTA DELL'ARMISTIZIO.
20 marzo 1849.
L'armistizio è disdetto; la guerra sacra è intimata; e in quest'ora medesima forse in che noi scriviamo, le aure lombarde spirano nuovamente nel vessillo italiano. Il moto primo del cuor nostro si è di ringraziare umilmente il Padre delle nazioni e il Datore eterno di libertà, per avere infuso ne' Subalpini e nel Principe loro tanta magnanimità e fortezza da non dubitare di rompere una seconda volta la guerra, quantunque si vedano pressochè abbandonati dal rimanente d'Italia, e debban riporre migliore speranza nei popoli del Danubio che ne' proprj fratelli. À pure piacciuto al benigno Iddio di non permettere ch'elli si sgagliardissero per divisione e si scompigliassero per furore di partiti e di sètte, e à lor persuaso di non aspettare che germinassero i mali semi di diffidenza e di fanatismo sparsi di soppiatto da mani abilissime a sconciare e disordinare. Stretti, disciplinati e raccolti intorno al lor Principe, ànno, benchè soli, protetto l'Italia e contro gli stranieri e contro le interne follie. Ora, la spada è di nuovo snudata, e in quegli animi generosi non può capire che un sol pensiero: redimer l'Italia e vendicare le sventure di Somma Campagna e di Custoza.
Non che il frasario ampolloso e superlativo delle nostre gazzette, ma neppur lo stile dei sommi scrittori basterebbe, noi crediamo, a descrivere la gioja coraggiosa e terribile che invade in questi giorni il petto d'ogni Lombardo. Troppo ravveduti e corretti alla scuola dell'infortunio, essi più non son per cadere nelle funeste incertezze, nelle superbie municipali, e negli stolti e ingiuriosi sospetti ai quali eziandio tra l'armi e in mezzo alla guerra sconsigliatamente davano luogo. Deh! l'infortunio e l'esperienza corregga noi pure; e finchè, almeno, dura la prova pericolosa e finale contro dell'Austria, torni la misera Italia a quella invidiata concordia e a quella fiamma di fratellanza e d'amore che fece cara e maravigliosa all'intero mondo civile l'aurora del nostro risorgimento. Anche il medio evo conobbe le _tregue di Dio_: non conoscerem noi per l'Italia una tregua di partiti e di smoderate opinioni? Certo, per nostro avviso, ciò è tanto più doveroso a coloro i quali, la vigilia medesima della guerra, osarono di suscitare in alcune parti della Penisola nuove e feconde cagioni d'odio, di scontentezza e di dissensione.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)
SULLA NECESSITÀ DEL CONFEDERARSI.
27 marzo 1849.
L'Italia, chi può negarlo? ogni dì più si sconvolge, ogni dì più si slega e disgiunge nei fatti, nelle opinioni e negli interessi. Ufficio pertanto del buon cittadino è impedire che scompigliandosi e dividendosi tuttavia, smarrisca i nobilissimi fini a cui vuol pervenire, ed i quali sono principalmente la _Indipendenza_, l'_Unione_, e la _Libertà_. E qui pure sembra mestieri che risovvenga a tutti la massima del Machiavello, che per riordinare gli umani istituti occorre di risospingerli inverso i principj. L'Italia diè cominciamento al risorgere suo con la universale concordia e armonia delle menti e degli animi; mostrò di abborrire da ogni fazione, e di voler conciliare con fina e generosa industria i pensamenti, le mire e i desiderj di tutti. L'ardenza e l'impeto delle passioni non volle adoperati e sfogati nelle sètte e nelle brighe interiori, ma rivolti contro dell'Austria, intesi al magistero delle armi, ai pericoli della guerra e a quelle imprese ardite e magnanime che il riscatto della patria comune ricerca ed inspira. Fra i mezzi e gli apparecchi più acconci per menare a bene il fiero conflitto, conseguire l'indipendenza, acquistare vita e abito di nazione, indicò e raccomandò con ardore tutti i modi e tutte le vie per giungere a qualche notabile grado di consenso e di unione tra i membri della gran famiglia italiana; e desiderò fortemente in fra essi una leale ed intima Confederazione. Volle per ciò medesimo, che in ciascuna provincia le istituzioni fossero tanto larghe, e tanto almeno vi si godesse di libertà, quanto ne bisogna per concorrere speditamente e con buon successo alla cacciata degli stranieri e all'unione confederativa; il rimanente giudicò doversi lasciare, e trattare a guerra finita. Volle poi quella libertà uguale per tutti, avversa ad ogni violenza, amica d'ogni ordine di cittadini, tutrice spassionata d'ogni diritto, d'ogni prerogativa, d'ogni possesso; libertà vera, insomma, e non finta ed inorpellata da nomi e simboli grandi e pomposi; libertà fondata sulla giustizia comune e imparziale, servita da ministri e ufficiali così abili come integri, osservatrice scrupolosa e severa delle leggi, promovitrice della pubblica educazione, massime di quella del popol minuto, calda di spiriti religiosi e caritativi, e informata soprattutto dal sentimento profondo e radicatissimo del dovere.
Noi di queste massime e di queste pratiche, le quali tutte furono fin da principio espresse e acclamate dal buon senso della nazione, saremo indefessi propugnatori. E non è nostra colpa se torna utile ed opportuno, per non dir necessario, il ripetere e raccomandare all'Italia verità così ovvie ad un tempo, e così salutevoli. Noi aderiremo con fede a tutti i governi che mireranno con zelo instancabile ad effettuare l'indipendenza e il patto d'unione; a tutti i governi aderiremo non ripulsivi ed intolleranti, non agitati e predominati da focoso amore di parte, ma professanti equità, moderazione, assennatezza, e capaci di annegazione e di sacrificio.
Da tutto ciò si raccoglie, che noi poco o nulla ci occuperemo in questo Periodico delle forme di reggimento politico, e assaissimo della bontà delle leggi; e però con diligenza e studio ne indagheremo e invigileremo l'applicazione e l'esecuzione. Noi (per venire in ispecialità a Roma e al suo Stato) in qualunque atto dell'Assemblea, e in qualunque del Comitato esecutivo e del Ministero, esamineremo anzi tutto e con massima cura le attinenze che avrà col bene comune d'Italia, con la guerra del riscatto e col bisogno e l'aspettazione del patto confederativo; poi con le condizioni particolari di queste nostre provincie, e sempre con gli eterni principj della moralità, della libertà e della giustizia.
Gli uomini passano, le istituzioni non buone si posson mutare, le leggi oppressive abrogare. Ma le basse cupidigie svegliate, il credito affatto spento, i nodi ministrativi disciolti, ogni principio d'autorità sbandito, il dispotismo sotto nome di libertà, le coscienze violentate, l'odio, il sospetto, la diffidenza, la discordia in ogni canto seminate, sono mali tanto peggiori e più profondi e durevoli, in quanto che rendono inefficaci e tardivi i rimedj, e corrodono e guastano la tempra stessa degli animi e la probità universale, che è il primo e l'ultimo fondamento del viver civile.
Il tempo è giunto che l'opinione dei moderati si mostri aperta ed intera, smettendo le reticenze ed i blandimenti. Tempo è giunto che la lor falange numerosissima raduni e stringa ordinatamente le proprie file, e proceda innanzi a bandiere spiegate, usando per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, quell'attività e quel coraggio che gl'immoderati adoperano per la loro.
Tuttociò, rispetto al generale sistema, e alla franca e ferma ragione di Stato che noi professiamo. Venendo ai casi del dì d'oggi, il che vuol dire alla guerra santa di già scoppiata, le parole e i pensieri nostri non possono nella sostanza differire in nulla da quelli d'ogni buon patriota e d'ogni vero italiano, qualunque sia l'opinione e il partito al quale s'accosta. La guerra è il gran fatto, il nobile scopo, il supremo interesse di tutti; e quanto l'opera della penna, quanto l'ufficio d'un'effemeride la può ajutare e giovare, tanto sarà da noi praticato con sempre viva e premurosa sollecitudine. A noi non istanno in cuore gelosie e sospetti dell'altrui fede ed ingrandimento, nè si fa gravosa e terribile alcuna delle conseguenze della vittoria. Non potrà Carlo Alberto profittare mai tanto de' suoi trionfi per sè e pel monarcato, che non riesca infinitamente maggiore il bene e il profitto recato dalla sua spada all'Italia, dandole seggio fra le nazioni, e arbitrio e impero sopra sè stessa.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)
DEL PARTECIPARE ALLA GUERRA LOMBARDA.
27 marzo 1849.
Jeri dal rappresentante del popolo Pietro Sterbini era consigliata l'Assemblea di non punto inviare in Lombardia le nostre milizie, se il governo di Piemonte non dichiarasse prima di riconoscere la nova sovranità della Repubblica Romana. A questa opinione singolarissima noi non avremmo neppur pensato di contradire, se non ci fosse da più bande riferito, tale essere altresì la sentenza del Comitato Esecutivo, o almeno di parecchi de' suoi. Nè per questo, vogliam credere ancora allo strano proponimento. Imperocchè troppo doloroso riuscirebbe all'animo nostro di vedere Roma ed il suo governo in sì basso stato caduti, da patteggiare e mercanteggiare, quando trattasi del riscatto de' nostri fratelli, trattasi dell'indipendenza italiana, anzi di questa medesima libertà nostra, che siam gelosi di dilatare e di mantenere.
E che? la guerra di Lombardia è forse agli occhi dei Triunviri una faccenda monarchica, e non una guerra nazionale e italiana? Se il re Carlo Alberto fu primo a sguainare la spada per la patria comune, gloria a lui in perpetuo, gloria a' que' generosi che fra i cimenti e i pericoli lo seguitarono. Ma ciò non toglie l'obbligo formale e rigoroso a noi tutti di accorrere, almeno secondi, alla comune difesa.
E che? dopo avere sì altamente gridato la guerra del popolo, e riempiuto di frasi magnifiche gazzette e proclami, macchina forse il governo della repubblica di vilmente disertare dalla Causa Nazionale? No, noi ci ostiniamo a non crederlo, e respingiamo con grave sdegno le parole acerbe e ingiuriose che ne' giornali di Francia scagliavansi sopra il Mazzini ed i suoi seguaci, accagionandoli di codardia, e di cessarsi ognora dal luogo dove ferve il combattimento e sovrasta il pericolo. A noi sovviene con gran diletto, come parecchi fra loro marciassero alla guerra lombarda, e d'ésservi prove di bel coraggio e di ardore vivissimo per la indipendenza comune. Ma ora ch'elli soli timoneggian lo Stato, ora che desso il Mazzini col voto unanime dell'Assemblea viene acclamato cittadino romano, e ch'egli è tantissima parte dei pensamenti e provedimenti del nostro governo; che cosa farebbe dire e opinare di lui, che cosa de' suoi proseliti, quando Roma e chi la regge non operasse a questi giorni con la prestezza, lo zelo e la veemenza, che il rinnovarsi della terribile lotta ricerca e vuole dagl'Italiani?
Un sol ricordo daremo al Governo, ed è questo: che se Roma e le sue provincie lasciarono buttare a terra la potestà temporale dei Papi a cagione principalmente che non sembrò fervorosa e infiammata abbastanza per la Causa Nazionale, non rispetteranno certo il potere e i diritti della Repubblica, s'ella mostrerà o lascerà indovinare la benchè menoma esitazione ad ajutare con tutte le forze e tutto lo ingegno la santa guerra Italiana.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)
SULLA VERITÀ NELLA POLITICA.
28 marzo 1849.
Una sentenza magnifica si va ripetendo da molti; e questa è, che il fondamento d'ogni sistema politico e d'ogni forma di governo debb'essere la verità. Noi pigliamo volentieri in parola tutti coloro che pronunziano e propagano oggi con gravità e sussiego, tale aurea sentenza, e desideriamo forte che i fatti non vengano a contraddirli giammai. Intanto prenderemo arbitrio di far loro qualche discreta interrogazione, per levar di mezzo i dubj e gli scrupoli che ci molestano, e forse contro ragione.
E prima, chiederemo se certi repubblicani, quando parlano di libertà, esprimono il vero od il falso; perchè da una parte accusano ogni governo costituzionale di fondarsi sulle finzioni, e d'impedire e sopprimere molte preziose franchigie; dall'altra, pervenuti essi al comando e póstisi alla prova del maneggiare lo Stato, si vede troppo sovente che la violenza occupa il luogo del diritto. Chiediamo di poi, se operandosi e favellandosi sempre in nome del popolo, qualora la grande pluralità di questo o non curi o dissenta o dispregi, sia mettere innanzi una verità od una menzogna. Chiediamo se lo spacciare per effettivo e legittimo il suffragio universale, qualora in moltissimi luoghi consista nel voto di poche dozzine di uomini, e in altri venga indettato e manipolato dai capi soli di un partito, non debba considerarsi come una certa e patente finzione. Chiediamo se le ballottazioni e se gli scrutinj parlamentarj, eseguiti con pochissima libertà e sotto l'influsso prepotente e continuo di un clamoroso uditorio, debbansi reputare sinceri e spontanei, o rassegnare anch'essi più giustamente nel novero delle finzioni. Chiediamo se l'imporre ad un popolo alcuna forma di politico reggimento, alla quale si sa e vede che la più parte di lui mal volentieri aderisce, e per la quale non è per niente apparecchiato e disposto, sia un recare ingiuria alla verità od un soddisfarla. Infine, ci sentiamo astretti di chiedere con istanza e premura, se da un lato il gridare guerra e indipendenza della patria comune, e dall'altro il produrre uno stato di cose che a quella guerra non si confà, e sturba e difficulta l'unione di tutti gli animi, venga a fondare la Causa italiana nel vero o nel falso.
Noi frattanto non taceremo, che da questo cumulo appunto di dissimulazioni e menzogne nasce lo sconforto e il disdegno generale dei buoni; perlochè temiamo con gran ragione che il popolo se ne stanchi, e pigli ad odiare ed a fastidire la libertà; od almeno si lasci andare al dubio, all'indifferenza, all'irrisione e allo scherno, rinfacciandoci mille superbe promesse, e gridando ad una voce: d'ogni cosa i liberali ànno mentito; promettevano la libertà e ci dierono la violenza; promettevano un buono e santo governo, e ci dieron lo scredito, la povertà, la discordia e l'universale scontentezza.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)
INVITO ALLA CONCILIAZIONE.[41]
3 aprile 1849.
Poc'arte e poca dissimulazione bisognerebbe affine di dare al nostro Periodico una sembianza vistosa e gradevole a tutti coloro i quali può la sventura d'Italia mettere in grado fra breve di dispensare dignità ed onori. Ma nessun'arte, nessuna dissimulazione si occulterà mai nelle nostre parole; a cagione che l'intento a cui miriamo è purissimo, e non abbiamo chiesto nulla e nulla aspettato da verun partito. Pregati alcuni di noi e sollecitati a condurre a bene la cosa pubblica, il fecero con lealtà e zelo, usando temperanza e longanimità, insino al punto che non ne venivano offesi i principj da lor professati; ed onesto fu l'uscire come l'entrare, perchè l'orgoglio e l'ambizione non daranno mai crollo alle nostre coscienze. Già disse un Greco, essere troppo rara fortuna veder salire la filosofia accanto al seggio de' principi. Noi diciamo che altrettanto è raro veder salire la libertà vera e compiuta accosto al seggio d'ogni maniera di governanti; perchè, in genere, le passioni, gl'interessi ed il fanatismo così avversano la libertà, come s'insinuano di leggieri nel cuor de' potenti. Da questo deduciamo, che sarà forse ufficio nostro perpetuo lo sgradire ai dominanti e censurarne le opere; ma non muterà per ciò la Impresa che noi scegliemmo, e nella quale sta scritto a grandi lettere d'oro: _Tutta la libertà, e per tutti_. Ciò basti a significare con piena sincerità e franchezza le nostre intenzioni, delle quali peraltro crediamo istruito e persuaso ciascuno che ci conosce. Il sindacato ch'esercitiamo sugli atti di coloro da' quali al presente riceve il nostro paese e leggi e comandi, non vuol ferire le persone, e non dubita del buon volere. L'inesperienza, la giovinezza, l'accensione dell'animo, l'esorbitanze della fazione contraria scusano per avventura fra noi la più parte dei neo-montagnardi, che, senza troppo avvedersene, menan le cose alla peggio. Ma ci è forza di accusare e di rampognare i frequenti e gravissimi loro sbagli, affine che il popolo, affatto nuovo alla vita politica, odiando la licenza, non odii la libertà, e non confonda la interezza e generosità dei principj con l'uso improvido che alcuno ne fa. Del rimanente, noi sappiamo distinguere i tempi ed i casi; e quella nuda schiettezza di parole o acerbità di giudizio che jeri conveniva assai bene contro la baldanza e la presunzione, può disdire quest'oggi, che le vicende, pur troppo, sono mutate. Noi, certo, non insultiamo la sventura e l'abbassamento di alcuno, non solo perchè è la pessima delle vigliaccherie, ma perchè insulteremmo eziandio noi stessi, colpiti quanti altri mai e crudelmente trafitti dal comune infortunio. Sventura grave non è che una forma di governo perisca, ovvero che tali uomini invece di tali altri ascendano in alto e braveggino. Ma sventura somma e terribile è che la santa Causa Italiana pericoli d'estrema ruina nei campi della Sesia. E tanto siamo alieni dalla volontà di redarguire e recriminare, e dallo spargere tossico sulle ferite dell'animo, che a noi sembra nessun cittadino essere in fatto esente di colpa, e tutti dover confessarsi di molti errori in faccia alle nuove sciagure d'Italia. E che? i moderati ànno forse molto meno degli altri fallito? Ma se nella schiera numerosissima de' moderati fosse comparso di buon'ora quel coraggio civile, quella vigorezza assennata, e quel risolvere pronto e reciso che alle dure emergenze de' tempi si confaceva, sarebbe forse l'Italia trascorsa agli estremi? avrebbero avuto voce o séguito gli ultra-democratici? Sarebbesi ogni cosa empiuta di sospetto, di diffidenza e di confusione? Adunque, candidamente si dica: _Iliacos intra muros peccatur et extra_; e siamo l'uno inverso l'altro indulgenti e benigni. Purghiamo i nostri affetti e le nostre opinioni nel comune dolore. Poco è naturale, ed anzi impossibile, che scordando affatto noi stessi, e solo pensando e lacrimando d'Italia, Dio non ispiri le menti nostre, e non le consocii e affratelli in qualche concetto salutare, in qualche generosa risoluzione, che a tutti i buoni Italiani debba ugualmente gradire, e venir da tutti voluta e operata con quella pronta efficacia che le paurose necessità della patria dimandano.
(Dalla _Speranza dell'Epoca_.)
SULLA
GUERRA DE' NAPOLETANI CONTRO I SICILIANI.
5 aprile 1849.
In quest'ora medesima che noi scriviamo, la guerra, anzi il fratricidio di Napoli contro Sicilia è già forse incominciato. Avvenimento funesto, e pel quale non si può formar voto e augurio buono e sincero! Vittorie e disfatte sono deplorabili in egual modo, e le bandiere che vi si spiegano debbono andar tutte coperte di negri veli, come dietro i funebri cataletti. A noi muove gran meraviglia che alcune gazzette italiane ne parlino come se non fosse guerra civile; come se il risultamento finale, qual ch'egli sia, non debba crescere di necessità fra i due popoli l'odio, la rabbia e il comune servaggio, e una sete profonda ed abbominevole di mutua vendetta.
Incredibile a dirsi, il medio evo non è peranco finito in Italia. Si mutino solo le date, e crederemo di assistere alle battaglie infami di Chiozza e della Meloria. Appena un poco di libertà è ricomparsa in Italia, che noi scelleratamente ne profittiamo per lacerare le viscere della patria, là con l'aperta guerra dell'armi, qua con l'occulta delle fazioni. E, per nostra maggior vergogna, quel coraggio ostinato e quel furore di popolo che mal sappiamo suscitare ed adoperare contro gli Austriaci, mostrasi vivo e terribile nel civile conflitto.