Part 34
Il discorso pronunziato fu il seguente:
«Signori,
»Egli è bello e doveroso che le prime voci che s'odano risonare in questo recinto, sieno parole d'ossequio e di gratitudine all'immortale Principe datore dello Statuto. Pio IX nel cuor suo generoso à sentito che la cristiana carità dee potere scegliere il bene migliore e spontaneamente moltiplicarlo, e che la spontanea scelta del bene non è possibile dove è sbandita la libertà. Però in questa nobilissima parte d'Italia, e dopo tanto corso di secoli, il Principe nostro inaugura alla perfine quest'oggi il regno della libertà vera e legale. Le pubbliche guarentigie largite da lui, vengono in atto quest'oggi; e all'arbitrio, ai privilegi, alla tutela strettissima e non sindacabile, succede l'imperio delle leggi e del comune consiglio.
»Non sempre la grandezza de' popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. E però in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose; e noi dobbiamo con coraggio non presuntuoso e con magnanimo sforzo tentare di non troppo riuscire inferiori alle memorie di Roma, e all'altezza augusta del Pontificato.
»Un'opera vasta e feconda s'è qui incominciata, il cui finale risultamento riuscirà come un suggello non cancellabile della civiltà dei moderni.
»Il Principe nostro, come Padre di tutti i fedeli, dimora nell'alta sfera della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei dogmi, dispensa al mondo la parola di Dio, prega, benedice e perdona.
»Come Sovrano e reggitore Costituzionale di questi popoli, lascia alla vostra saggezza il provvedere alla più parte delle faccende temporali. Lo Statuto, aggiungendo la sanzione sua propria e politica alla sanzione Cattolica, dichiara che gli atti del Principe sono santi e non imputabili, e ch'Egli è autore soltanto del bene, e al male non può in niuna guisa partecipare. Certo, guardando la cosa da questo lato, se il Governo rappresentativo non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.
»Voi dunque siete chiamati, o Signori, a consumare un gran fatto e profittevole a tutti i popoli, ajutando il Sovrano ad elevare infino al fastigio il nuovo edificio costituzionale; e, oltre ciò, altri due beni notabilissimi arrecherete all'intero mondo civile. Il primo consiste a dare alle libertà e guarentigie della vita sociale e politica quella saggezza e moralità, quell'elevatezza, purità e perduranza, che la Religione sola imprime alle cose umane, e di cui le virtù e l'animo del Pontefice sono vivo specchio e modello. Il secondo bene sarà pur questo, ch'essa medesima la Religione fiorisca oggimai e grandeggi in mezzo della libertà vera e ordinata, ed a sè attragga gli uomini molto più efficacemente con la soave forza della persuasione e della spontaneità, che non coi mezzi del poter materiale.
»A noi impertanto, o Signori, non toccherà solo di abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, e gli abusi che necessariamente aduna ed accumula il tempo; ma ci è impartito un largo e nobile ufficio nel trovare e perfezionare, insieme con le più culte nazioni, le forme nuove della vita pubblica odierna.
»Il Ministero che qui vedete presente, o Signori, non è di tanta opera se non una parte minimissima e transitoria. Ciò nondimanco, egli sente l'immenso ed arduo proposito a cui debbe intendere: a lui tardava assaissimo che voi veniste a indicargli le prime mête, e a incoraggiarlo del vostro suffragio, a spianargli col vostro senno le vie scabrosissime che dee calcare. Quando il Principe augusto lo chiamò a reggere la cosa pubblica, la quiete e l'ordine interno parevano assai vacillanti, e in alcuna porzione già manomessi: quindi la libertà stessa nascente, posta a gran repentaglio; quindi la Causa Italiana per indiretto modo offesa e messa in qualche pericolo. Impertanto, il debito proprio e l'ufficio speciale del Ministero, massime nella quasi imminenza dell'apertura de' due Consigli, fu quello di ristaurare l'ordine, ricondurre da per tutto la quiete; e, ricomponendo le menti e gli animi forte commossi, disporli a quella pacatezza ed equanimità, ch'è oltremodo necessaria a fornire la patria di buone leggi e di sapienti istituti. Dio à favorito l'opera nostra; e questo popolo generoso, ancor ricordevole della gravità e moderanza de' suoi antichi, è tornato in sì piena tranquillità e posatezza di spirito, che forse la maggiore non s'è veduta da poi che la voce soave di Pio IX chiamò Roma e l'Italia a nuovi e maravigliosi destini.
»L'altra opera principale a cui c'invitava, e che anzi imperiosamente ci commetteva l'universale opinione, si fu di ajutare per ogni guisa, con ogni sorta di mezzi, con qualunque sforzo e fatica possibile, la Causa Nazionale Italiana. E in ciò non era facile a noi l'adoperarci meglio e più attivamente de' nostri predecessori. Procedendo pertanto assai risolutamente sulle orme di già segnate, io non istimo che ne' pochi giorni del nostro governo noi non abbiamo mostrato, con la prova patente del fatto, le nostre chiare intenzioni, e che lo scopo non sia stato raggiunto, quanto pur si poteva in questa nostra provincia, e coi mezzi certo non abbondanti di cui potevamo far uso.
»Non vi è poi nascosto come, obbedendo più specialmente alla paterna sollecitudine di Sua Santità, noi ponemmo le truppe nostre ed i Volontarj sotto la provvida tutela e il comando immediato di Carlo Alberto; serbando, peraltro, al Pontefice e al suo Governo tutte quelle prerogative e diritti che la sicurezza e la dignità di Lui e nostra chiedevano, come agevolmente voi dedurrete dai termini della convenzione tostochè ne piglierete notizia.
»Del rimanente, appena noi possiamo dire di avere seguito d'accosto l'ardore impaziente delle nostre città. V'à nella storia de' popoli alcuni momenti supremi, in cui lo spirito di nazione così profondamente gl'investe e commove, che ogni forza resistente ed avversa non pure diviene fragile, ma sembra convertirsi in eccitazione e fomento dell'opposta azione. In quel tempo solenne scalda ed invade tutti i cuori un solo pensiero, un sol sentimento, una sola incrollabile deliberazione; e tal subita e gagliarda unanimità, feconda di mille prodigj, parendo maravigliosa a quelli medesimi che ne partecipano, fa loro esclamare con sacro entusiasmo quel motto pieno di tanta efficacia e significazione: _Dio lo vuole_.
»Testimonio essendo il Pontefice d'un sì gran caso, e d'altra parte abborrendo egli, pel suo Ministero santissimo, dalle guerre e dal sangue, à pensato con un affetto apostolico insieme e italiano, d'interporsi fra i combattenti, e di fare intendere ai nemici della nostra comune patria quanto crudele e inutile impresa riesca ormai quella di contendere agl'Italiani le naturali loro frontiere, e il potersi alla perfine comporre in una sola e concorde famiglia.
»Il Ministero di Sua Santità, appena fu consapevole di cotale atto memorando di autorità Pontificia, sentì il debito pieno di ringraziarnela con effusione sincera di cuore; e segnatamente, per avere Ella statuito, a condizione prima e fondamentale di concordia e di pace fra i contendenti, che fossero alla nazione italiana restituiti per sempre i suoi naturali confini: e oltre ciò, perchè sperava il Ministero che quella implicita dichiarazione della giustizia della Causa Italiana spandesse novelle benedizioni sulle armi generose che i popoli nostri impugnarono, e al re Carlo Alberto crescesse animo di proseguire senza tregua nessuna la sua vittoria.
»Nelle relazioni politiche con le altre Provincie Italiane, noi, compresi sempre dal debito massimo di secondare e caldeggiare al possibile la Causa nazionale, abbiamo súbito manifestato un gran desiderio di entrare con esse tutte in istretta e leale amicizia, rimossa ogni gelosia funesta ed ignobile dell'altrui ingrandimento, e pensando sempre ed in ogni cosa a ciò solo, che l'Indipendenza sia conquistata, e la concordia interiore sia mantenuta. E intorno a questa ultima, noi vi dichiariamo, o Signori, che appena prese le redini dello Stato, súbito abbiamo procacciato di rannodare le pratiche più volte interrotte circa una Lega politica tra i varj Stati italiani; ed altresì possiamo annunziarvi, che in noi è molta e ben fondata speranza di cogliere presto il frutto delle nostre istanze e premure, dalle quali vi promettiamo di non desistere insino all'adempimento del bello ed alto proposito.
»Quanto a ciò che risguarda le relazioni coi popoli oltramontani, esse, come nelle mani del Sommo Gerarca sono di necessità estesissime, abbracciando tutti i negozj dell'Orbe Cattolico, nelle nostre mani invece essendo quelle cominciate soltanto da pochi giorni, non possono non riuscire scarse e ristrette. Dalla qual cosa noi ricaviamo per al presente piuttosto consolazione che altro: conciossiachè quello di cui insieme con tutti i buoni italiani nutriamo maggior desiderio, si è di essere lasciati stare, e che noi possiamo da noi medesimi provvedere alle nostre sorti. La massima forse delle sventure che cader potesse a questi giorni sulla nostra Nazione, saria la troppo fervorosa ed attiva amicizia di alcun gran Potentato.
»In risguardo poi dell'Austria e della Nazione Germanica, noi ripetiamo assai volentieri in vostra presenza quello che altrove affermammo; cioè a dire, che da noi non si porta odio, ed anzi si porta stima ed amore alla virtuosa e dottissima Nazione Alemanna; e che agli Austriaci stessi siamo pronti ed apparecchiati a profferire la nostra amicizia in quel giorno e in quell'ora che l'ultimo suo soldato avrà di sè sgombro l'ultimo palmo della terra italiana. E come l'Italia è lontanissima da ogni ambizione di conquiste, e da qualunque disegno di valicare i certi confini suoi, perciò ella desidera sinceramente di stringere molti legami di buona vicinanza e amicizia coi finitimi popoli. Noi, di ciò persuasi, abbiamo sollecitato e pregato principalmente il Governo Sardo a spedire abili Commissarj con queste intenzioni medesime appresso la valorosa Nazione Ungherese; e noi giunge notizia certissima, che il Ministro delle relazioni esteriori del Regno Sardo ha tanto più volentieri accettata e assentita la nostra proposta, in quanto egli aveva (secondo che scrive) rivolto di già il pensiero a quel subbietto medesimo.
»Ripiegando al presente il discorso sui nostri interni negozj e sulle politiche condizioni di queste Provincie, varia, abbondante e faticosissima è l'opera che da far ne rimane. Imperocchè non è parte del pubblico reggimento, la qual non domandi larghe riforme ed utili innovazioni; e se l'opera in ciascun suo particolare è laboriosa e difficile, essa è tale infinite volte di più nel suo tutto insieme, volendolo bene ed intrinsecamente coordinare ed unificare; la qual cosa ricerca un vasto sistema preconcepito di civile e politico perfezionamento: e a tale sistema intenderà il Ministero con tutte le forze sue.
»Ciascuno di noi vi esporrà tra breve, o Signori, lo stato del suo special Dicastero, e le mutazioni necessaire e profonde che fa pensiero d'introdurvi. Il Ministro delle Finanze segnatamente v'intratterrà delle condizioni attuali del pubblico erario, e vi proporrà quei partiti che, dopo maturo esame e finissima diligenza, egli reputa esser migliori per ristorare così il Tesoro come il credito pubblico, e affine che ciò si adempia col minore aggravio possibile delle popolazioni.
»Ai Ministri sta pure a cuore di presto sottoporre al giudizio e deliberazione vostra quelle proposte di legge che lo Statuto promette, e sono organi principali alla vita nuova costituzionale in cui, la Dio mercè, siamo entrati. Principalissime fra gl'istituti e le leggi nuove e fondamentali a cui dovrete por mano, saranno la costituzione dei Municipj, e la risponsalità effettiva e non illusoria dei Ministri e dei pubblici funzionarj. Lo istruirvi e ragguagliarvi quest'oggi sopra i particolari moltissimi di tali proposte e di somiglianti, non credo che riuscirebbe opportuno. Presto l'esigenze del nostro ufficio condurrànnoci a farlo con quella chiarezza e puntualità che domanda ciascuna materia.
»Signori! i tempi corrono più che mai procellosi. Nei popoli è una soverchia impazienza di tramutare gli ordini, e perfino i principj e le fondamenta della cosa pubblica. Tutto ciò che i secoli effettuarono e stabilirono con fatica e lentezza, vien minacciato di súbita distruzione. Ma dopo aver atterrato, conviene rifabbricare con gran saldezza e con felice magistero; e da questa opera sola potrà giudicarsi il valore della moderna sapienza civile. Il Ministero à piena fiducia che voi radunati nella Città eterna, daccanto all'immobile seggio del Cristianesimo, varrete a compiere l'impresa difficilissima del riedificare e ricostruire; e che voi in queste arti di pace e di civiltà saprete pareggiare la gloria de' nostri armati fratelli, che là sulle rive del Mincio e dell'Adige rispondono con eroica bravura allo straniere insolente, che lanciava sul nostro capo inerme e infelice l'accusa bugiarda di slealtà, d'ignavia e di codardia.»
Parrà molto strano al lettore oculato e imparziale, che questo discorso moderatissimo e tutto conciliativo, nè d'altro acceso che di vero spirito religioso e civile, abbia soggiaciuto ad amare censure, e provocato da ultimo una riprovazione più che solenne. Certo, accaddegli in sulle prime il contrario, e infinite lodi raccolse dall'ordine prelatizio; ed è notissimo in Roma, che fu letto e consentito dal Principe, il quale si degnò farvi di proprio pugno alcune ammende e postille. Ma la setta farisaica ed aggiratrice che mai non si scosta da lui, ed à i liberali tutti per reprobi, e ogni sentenza loro per abbominosa ed eretica, persuase a poco a poco al Pontefice, che in quel discorso si nascondeva molto veleno, e le intenzioni n'erano maligne, disleali e sovvertitrici; onde alla fine egli dubitò, se proseguiva a tacersi, di gravare la propria coscienza; e però, nell'Allocuzione sua del 20 aprile del presente anno,[36] dopo alquante parole fatte sul ministro Mamiani, aggiungeva queste altre, visibilmente relative al prefato discorso: — _Atque idem ipse (minister) haud multo post ea de nobis palam asserere non dubitavit, quibus Summum Pontificem ab humani generis consortio ejiceret quodammodo et dissociaret._ — Ai, lettore, da un lato il discorso, dall'altra la interpretazione romana; sei pregato di giudicare.
Le altre accuse contro il Mamiani sono così nell'Allocuzione significate: — Memineritis, Venerabiles Fratres.........., _quomodo civile ministerium nobis fuerit impositum, Nostris quidem consiliis ac principiis et Apostolicæ sedis juribus summopere adversum...... Unus ex illis Ministris asserere non dubitabat, bellum idem, Nobis licet invitis ac reluctantibus, et absque Pontificia benedictione, esse duraturum. Qui quidem Minister gravissimam Apostolicæ Sedi inferens injuriam, haud extimuit proponere, Civilem romani Pontificis Principatum a Spirituali ejusdem Potestate omnino esse separandum._ —
Può darsi che il Ministero del 2 di maggio venisse dagli abitatori del Quirinale accettato come una dura e molto increscevole necessità. Ma certo di essa non fu nè autore nè strumento il Mamiani; il quale avendo prima usato quanta efficacia possedeva di parole e preghiere per sedare i tumulti, e ricondurre ogni cosa per entro i confini della legalità e dell'ordine, chiamato poi a consulta dal Principe, non propose nulla che non rimanesse nei più stretti termini della Costituzione; e mai, nè dallo spirito nè dalla lettera di quella si dipartì. Vero è che dopo non molto tempo, nacque, per isventura, dissentimento tra il Principe e i suoi nuovi Ministri; ma, giusta le massime costituzionali, eglino subitamente pregarono Sua Santità di accettare la lor rinunzia, alla quale non facendosi luogo, fu appresso alquanti giorni ripetuto quell'atto con instanze più vive, e similmente senza frutto; insino a che trascorse le cose agli estremi, le rinunzie furono date in modo assoluto ed irrevocabile, e senza aspettare accettazione. In tal guisa quei Ministri permasero (come dicesi oggi) dimissionarj la più parte del tempo che tennero in mano il governo, e non ebber licenza nè di lasciarlo nè di condurlo a lor modo, e a modo pure dei Consigli deliberanti, in ciascuno de' quali il maggior numero de' suffragi fu sempre e abbondevolmente con quelli. Come ciò rassembri a sopraffacimento e a violenza, e quanto sia ingiurioso ai principj e ai diritti della Sede Apostolica, aspettiamo di sapere dall'opinione dei savj.
Circa alle altre frasi testè trascritte dell'Allocuzione, è primamente da confessare, che il Mamiani à in fatto desiderato assai di separare quanto più fosse possibile e conveniente la potestà principesca dalla pontificale; ma però sempre con l'azione dello Statuto e nei termini da esso prescritti; e se quelle parole omnino esse separandum niente più di ciò non vogliono intendere, il Mamiani non se ne tiene punto aggravato, anzi se ne loda e compiace. In fine, rispetto al proposito rimproveratogli di aver voluto proseguire la guerra dell'Indipendenza Italiana in sino a che rimaneva alle armi nostre speranza d'onore e di buon successo, ciò è tanto vero e manifesto, quanto non è che dalla tribuna o nelle sue circolari o in qualunque altro atto ufficiale e pubblico del suo ministero abbia egli significato quella deliberazione nel modo e nei termini che l'Allocuzione riferisce. Poco fedeli rapportatori, pertanto, sono stati coloro ch'ebbero cura ed ufficio di ragguagliare di tali cose il Pontefice; la colpa e l'eccesso de' quali è da misurare dall'importanza e solennità che soglion ricevere i fatti rammemorati, e ciascuna sentenza e ciascun giudicio espresso nelle allocuzioni pontificali, dette in presenza del consesso Cardinalizio, use a trattare i maggiori negozj della cristianità, e a censurare le sole opinioni eterodosse, e quegli uomini di perduta fede che sono scandalo e pregiudicio a tutto il mondo cattolico. Dal che si vede ch'era riposto nella mente di que' pessimi referendarj di assaltar la fama del Mamiani con parole autorevolissime, e così straziarla a loro agio ed ucciderla: perchè contro esse parole, per ordinario, o manca l'ardire della difesa o il mondo non l'accetta; e però possono venire applicate come aguzzi coltelli addosso a persona sprovveduta ed imbavagliata. Ma non pensavano i referendarj, che v'à richiamo quest'oggi da ogni qualunque sentenza la più assoluta e imperiosa; ed anzi, la parità del diritto al gran tribunale dell'opinione è tanta e così perfetta, che concedesi a tutti di giustamente recriminare e dar libello di falsità e di calunnia.
Qui poi si tace il racconto (strano e curioso sopra ogni credere) che far potremmo delle vicende di quel discorso ministeriale poc'anzi riferito; e il quale, in considerazione appunto della guerra che gli fu mossa e delle menzogne che se ne spacciarono, abbiamo voluto riscrivere a lettera, e con tutte le mende e le negligenze di stile con cui fu dettato allora, sì per la fretta e sì per l'animo inquieto, e d'altro preoccupato che di grammatica. Ciò non pertanto, porzione di quella storia aneddota può leggersi nel Libro secondo sullo Stato Romano di L. C. Farini, dov'è inserita eziandio la bozza d'un'Allocuzione che il Mamiani scriveva a nome e d'ordine di Pio IX.
_Nota_ B, _pag._ 340.
Ristampiamo volentieri quella Proposta di legge, non meno per la novità e utilità del concetto suo, come per meglio chiarire la falsità delle accuse scagliatele contro. Del resto, sfortunata e soppressa negli Stati Romani, trovò approvazione in Toscana, dove al Ministero dell'istruzione pubblica fu aggiunto l'officio di tutelare e dirigere la pubblica beneficenza. Nella infrascritta Proposta noi preghiamo altresì il lettore a voler notare un tentamento non ispregevole dell'arte difficilissima ed utilissima di dare all'opera del Governo quell'ampiezza e quell'efficacia, che accordasi compiutamente con qualchessia libertà di privati, e con ogni trasformazione e progresso nello spirito di socialità e di consorteria. Sopracchè riman di vedere quello che l'autore ne discorse di poi nell'Accademia di Filosofia Italica.[37]
PROPOSTA DI LEGGE PER LA ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIALE DI PUBBLICA BENEFICENZA.
_Ragione ed economia generale della Legge._
Sorgente prima ed inconsumabile di beneficenza è la carità, cioè quella dilezione attiva ed eroica in verso del prossimo, che ci vien persuasa e insegnata principalmente dalla religione.
Ma la carità operar deve _bene ordinata_,[38] e torna impossibile oggi il credere di avere ogni cosa fatto e ogni cosa provveduto a sollievo dei poveri, quando siensi, non che largite, ma eziandio profuse le proprie sostanze in profitto di quelli. E similmente, non è ragionevole il reputare che agl'istituti di beneficenza fondati da' padri nostri non bisognino molte e sostanziali riforme, e non rimanga oltre ciò da promuovere e da creare gran numero d'altri istituti o poco o nulla noti agli antichi: in fine, vietano i nostri tempi di giudicare che la carità bene ordinata possa procedere al vero vantaggio e conforto de' miseri senza attingere mille variate cognizioni ed applicazioni alla Economia pubblica, alla Statistica, all'Igiene, all'Industria, all'Agricoltura, alla Tecnologia.
Ora, tale funzione della carità illuminata e bene ordinata appartiene così al Governo come a qualunque uomo particolare.
Il mondo civile, siccome il fisico, è composto di antagonie. Quindi, nessuna risoluzione dei problemi civili è buona se volge le cose a un solo dei due estremi. V'à chi vuole lasciar imprendere e provvedere il tutto ai Governi; chi invece toglie loro pressochè ogni incumbenza, e si commette per intero e in ogni negozio all'opera de' privati e de' municipj. Ma come la natura, ogni volta che nelle sue creazioni vuol porgere lo splendente modello di alcuna perfezione, ci mostra sempre un temperamento mirabile dell'uno nel vario, e della vita vigorosissima delle membra congiunta e organata con la vita interiore e suprema del lor composto; così nel corpo sociale umano erra chi vuole, opprimendo l'agire spontaneo dei singoli cittadini e la libertà dei municipj, costituire una violenta unità e uno smoderato concentramento ministrativo. Ed erra del pari chi stima che il bene massimo della repubblica sia per uscire unicamente dall'azione disparata e sconnessa degl'individui e dei comuni, e senza bisogno di procurare e attuare al possibile la collegazione e l'unità dei principj, delle intenzioni e dei fini, e certo moto iniziale e universalmente direttivo.
Con queste considerazioni è meditata la proposta di legge che a Voi rechiamo, o Signori, intorno al nuovo Ministero di pubblica beneficenza.