Part 28
Concludo, pertanto, ch'egli bisogna, colleghi miei, affrettarsi. Nè basta che ognuno di voi senta e ripeta nell'animo cotal verità. Conviene vi rispondano i fatti, e rimanga delusa e scornata la speranza d'alcuni infelici che vorrebbono far vani i vostri disegni indugiandoli. Forse ch'ei fa mestieri ch'io vi stimoli e infiammi con nuove e speciose ragioni? e non è suprema ragione il dire: affrettiamoci, perchè ogni giorno che passa, reca non leggier detrimento al successo della italiana risurrezione? Certo, io non salgo a questa tribuna per crescere impacci al Governo; ed anzi saluterò con vivissima compiacenza il novello Ministero, quando io vi vegga rilucere il nome del conte Odoardo Fabbri. La sua veneranda e incolpata canizie mi rassicura. Quella sua vita spesa tuttaquanta in soffrire e combattere per la libertà e l'Italia, porgemi abbondante caparra che il Ministero nuovo non tenterà nulla contro le pubbliche guarentigie, nè contro il finale successo della guerra italiana. Ma per qual cagione non compare esso qui e non siede fra noi? perchè si cela e non parla? perchè ad ogni momento, in ogni occasione, sono l'esigenze e gli usi d'un libero e rappresentativo governo manomessi e frustrati? perchè taluno de' Ministri non reca, com'è suo debito, a questa o all'altra Assemblea il disegno di quelle leggi che ambedue i Consigli ànno già, non nella massima solo, ma nelle principali disposizioni puranco approvate? Afflittive incertezze, dannose e inesplicabili esitazioni son queste; ed in ciascun'ora di tale specie d'interregno cresce il nostro comune pericolo.
L'esercito di Carlo Alberto dall'Adda e dall'Oglio ci guarda ed aspetta soccorso. Genova (corre voce) si vuota di popolo, e fanno il simile le città di Piemonte e di Lombardia. Un grido solo risuona per quelle provincie, e da tutte le bocche ripetesi un grido solo: al campo, Italiani, al campo. In me è gran fede, o signori, che se piace al Governo, se voi lo volete, se i popoli vi udranno parlare, le città di Romagna, le città delle Marche, e questa Roma medesima alzeranno tutte insieme quel salutare e magnanimo grido: al campo, al campo.
Onorandi colleghi, trenta secoli di storia civile già sono trapassati sopra l'Italia; eppure non vi si rincontra un punto di tempo e una congiuntura di casi forse tanto solenne e tremenda siccome quella in cui c'imbattiamo al presente; imperocchè la Penisola intera può con isforzo gagliardo di volontà fabbricare oggi a sè stessa i proprj destini, il che mai non le accadde. Può l'Italia effettualmente in questi giorni (pensiamoci bene) salir tutta e per sempre alla signoria di sè; e nelle sue monche e lacere membra suscitare e perpetuare la congiunzione del viver civile, státale ognora interdetta, e principio e cagione negli altri popoli d'ogni virtù, d'ogni gloria, d'ogni possanza. Ella può, dico, questi prodigj; ma pareggiar le conviene con l'ampiezza de' sacrificj il bene immenso ed inestimabile della libertà e della indipendenza. Dopo molti sentieri trascorsi, dopo infiniti passi perduti, eccoci alfine al bivio terribile, dove Dio e le sorti e le nostre colpe e le altrui senza riparo e difesa ci àn trascinato. O l'Italia sarà libera e grande, e conquisterà pure alfine un pieno essere di nazione; o ricadrà per sempre nel sonno affannoso d'ogni abbiezione e d'ogni servaggio. E dico sonno affannoso, perchè dopo la tentata risurrezione, forza è a lei che quello trapassi turbato e funestato ad ognora dal rimorso doloroso e profondo della propria viltà.
Miriamo, signori, altresì al debito nostro speciale innanzi a Dio e innanzi agli uomini, e come noi pure siamo posti in fra due estremi, e sceglier conviene senza dimora. O i nostri nomi soneranno alle venture generazioni i più benedetti e gloriosi, o i più miseri e abbominati del mondo. A che giova, in che ci avvantaggia il chiudere gli occhi davanti a questo fiero dilemma? egli non perciò stringe e martella con minor furia le nostre coscienze. Rompiamo gl'indugi, tronchiam le parole; ai fatti, signori, all'opere generose e virili. Se domani stesso io non vedrò seduti in que' loro posti i nuovi Ministri, risalirò in ringhiera affin di proporre all'estremo male un qualche estremo rimedio.
Discorso sopra tre modi straordinarj di difesa
_Appena respinti gli Austriaci da Bologna, il Mamiani nella tornata del dì 11 di agosto proponeva tre insoliti provvedimenti, e facevali a pieni voti approvare con le infrascritte brevi parole:_
Egli accade delle nazioni come degl'individui per appunto; cioè a dire che v'à momenti dolorosi e funesti, in cui l'animo di tutto un popolo s'abbandona, e casca sotto il peso dell'infortunio. Ma quando la fiamma del viver libero e indipendente arde vivace davvero ed intensa per entro il cuor suo, ella, simigliante al fuoco sacro di Vesta, può talvolta affievolire o negli ultimi penetrali occultarsi; ma non estinguendosi mai, forza è che indi a poco riapparisca più sfavillante, e tramandi intorno maggior luce e caldezza. Così quest'oggi avviene all'Italia, ed è ciò che lo spirito mio à creduto e sperato sempre.
O felice e gloriosa Bologna! o fra le città italiane fortunatissima e da tutte le generazioni invidiata, posciachè tu risvegli la nuova favilla del nuovo e inestinguibile incendio. Noi adempiamo, o Colleghi, un gran debito a renderle grazie solenni, e le più sentite e le più magnifiche che possano uscire dal petto d'uomini riconoscenti e autorevoli. Ma egli bisogna altresì, che questa tornata non si consumi senza compiere qui alcun atto di segnalata cooperazione e d'ajuto efficace, oltre alle cose dai Ministri saviamente deliberate.
Signori, nega questo tempo ad ognuno d'intrattenersi in lunghi ragionamenti: e già non varrebbero mai le parole a bene significare una parte anche minima di quegli affetti veementi e sublimi che premono e investono da ogni lato l'anime nostre.
Bando non che ai discorsi studiati e freddi, agli eloquenti eziandio, perchè corre l'ora del forte operare.
Io propongo, pertanto, senz'altro preambolo, tre provisioni, le quali a me compariscono le più convenienti ed efficaci che la straordinarietà dei casi ricerca.
Per prima cosa, io propongo che in ciascuna città dello Stato, sulle publiche piazze si pongano tavole, alle quali sieda un delegato del Governo ed uno del Municipio, e quivi sia inalberata e visibile a tutti una scritta con le parole: _La Patria è in pericolo._ Ufficio dei delegati sia di raccogliere e registrare i nomi dei Volontarj che intenderanno di armarsi e combattere.
Per seconda cosa, dico doversi in ciascuna città istituire un Commissariato, a cui spetti di ricevere tutte le offerte e le largizioni dei cittadini e dei comuni per armare e vestire essi Volontarj, e porli in grado di subito unirsi alle respettive bandiere.
Per terza cosa, propongo che sia il Ministero invitato e sollecitato, affine preghi Sua Santità e fortemente il persuada a fare scrivere a tutti i vescovi, e per essi a tutti i parrochi dello Stato, perchè dall'altare e dal pulpito esortino con infiammative parole i diocesani loro ad armarsi a popolo, ed accorrere alla difesa del trono pontificale e della patria comune.
Discorso sullo stato d'Italia
_In risposta a un discorso pronunziato dal Ministro Odoardo Fabbri, a dì 14 d'Agosto, per dare notizia dello stato delle Romagne e d'Italia, dopo che la città di Bologna ebbe valorosamente respinto l'assalto degli Austriaci; il Mamiani così parlò:_
Le parole che abbiamo udite sono, o Colleghi, degnissime di quell'uomo che per tutta la sua vita non breve combattè, resistette, e travagli e prigionie e proscrizioni sofferse per la libertà e l'indipendenza italiana. Io sentomi lieto ed altero il doppio in questo momento d'essere stretto con esso lui dell'onorevol nodo dell'amicizia. Debbono le sue parole eziandio rinvigorare ed accendere tutti coloro che l'ànno ascoltate, e coloro a cui verranno fuor di questo palagio con fedeltà ripetute. Conciossiachè elle suonano in sostanza, che se gl'Italiani non vogliono con le proprie mani atterrare ed abbandonare la causa comune, questa non sarà mai per cadere.
E che? potea forse la malagevole e contrastata risurrezione del nostro paese consistere tutta in una catena non mai spezzata nè rallentata di felici successi, e dovea forse tenere sembianza d'un marciar trionfale cominciato colà sul Mincio e terminato in pochi giorni sulla vetta del Campidoglio? E in quai libri, in quali storie abbiamo noi Italiani letto e imparato cosa a ciò somigliante? Forse nella storia antica di questa Roma, quando i Galli la saccheggiavano o Pirro ne sconfiggeva gli eserciti, o Annibale la sbigottiva con la vista delle prossime insegne cartaginesi, o la guerra sociale le rivoltava contro tutta l'Italia? E lasciando l'antichità come troppo diversa da noi, troviamo forse miglior condizione di fatti nelle guerre nazionali moderne? in quella di Spagna, per modo d'esempio, o in quella d'America, o nella più recente ancora e terribile della Grecia? V'appellate voi alla fortuna della rivoluzione francese, vale a dire del maggior fatto che si compisse dal popolo più bellicoso e più formidabile e unito del mondo moderno? Eppure a Tournay, in sul cominciar della guerra del novantuno, le truppe incodardite e non vinte d'ogni parte sbandaronsi. L'anno dopo, alla mala prova dell'armi in sul Reno aggiungevasi tutta la Vandea insorta, insorti i Lionesi, sconvolte e riluttanti parecchie provincie, padroni di Tolone gl'Inglesi. Più tardi, a molte e belle vittorie succedettero nuovi disastri; ed era perduta la Francia se il Genio non soccorreva di due sommi italiani, trionfando l'uno a Zurigo, l'altro a Marengo.
No, signori, l'inestimabil bene della indipendenza e della libertà non s'acquista con mediocre fatica, con poco sangue, con poche sventure. Imperocchè è necessità e ragione che sia pagato tanto caro, quanto è grande e infinito il suo pregio; e così tenacemente sia poi custodito, quanto fu duro e difficile l'occuparlo.
Io non venni qui certo per farla con voi da erudito, e rimettervi in mente i gesti gloriosi de' popoli che ognuno conosce ed ammira sin dall'infanzia. Nientedimeno, permettetemi che di passata io vi ricordi quel pugno di gente che abita le ultime arene del mare Germanico; quel picciol popolo Olandese che per la causa nostra medesima insorse e pugnò, ed ebbe ardimento di tener campo contro tutta la potenza spagnuola, tremendissima allora e pressochè smisurata. Quel pugno di gente, o colleghi, proseguì vent'anni la guerra, sostenne rovesci senza numero, tribulazioni senza esempio, e vide con occhio asciutto e spirito fiero ed intrepido diciotto mila de' suoi montare quando i roghi e quando i patiboli. Questo ferocemente vogliono ed operano le nazioni, allorchè ànno vero e santo proposito di sottrarsi al giogo de' forestieri.
Che a questi giorni la Causa Italiana corra pericolo grave non è dubbio; ma ch'ella sia già perduta o prossima ad essere, come osa taluno affermare, io risolutamente lo nego: e qui ciascuno di noi giudica e sente che ciò non è vero; imperocchè ciascuno di noi dispone e sottomette il cuor suo al debito primo ed indeclinabile di tentare ogni prova, reggere ogni travaglio, affrontare ogni rischio per la salvezza comune. Ed è natura di tutti i cimenti, e condizione e legge di tutte le forze morali; è decreto di giustizia, necessità di ragione, ordine di provvidenza, che la ostinata, coraggiosa e magnanima volontà di redimersi e di combattere le oppressioni, esca coronata e felice dal lungo conflitto.
Io so molto bene, che parecchi di noi sarebber saliti in tribuna a pronunziare oggi coteste massime con migliore loquela e con più faconda e potente persuasiva. Ma, d'altra parte, io considero, e i vostri applausi réndonmene certa testimonianza, che la bocca mia ragiona in questo punto e dichiara ciò che ragiona e pensa l'animo di tutti gli astanti. Però son sicuro che a rispetto della Camera intera, io adempio in questo punto non altra opera che quella d'un araldo fedele, il qual riferisce alla moltitudine radunata ciò che viengli commesso di dire, con precisione e semplicità.
Signori, tempo è giunto che noi assumiamo tutta la nostra dignità e la nostra maggioranza, e leviamo l'animo e il senno ad uguagliare l'altezza dei casi, e quella dirò puranco delle sventure.
Roma è virtual capo d'Italia, e nel Parlamento romano è la naturale potestà d'un ingerimento legittimo e salutare in tutti i fatti comuni di tutte le provincie italiane. Se ciò è vero, e la storia e le tradizioni e la pubblica voce e le nostre coscienze e l'universale consentimento il conferma, noi non saremo così vili da ricusare la gravità, le malagevolezze e i pericoli del grande e solenne ufficio.
Prima d'ogni cosa, è debito nostro, o uomini del Parlamento romano, di dichiarare dall'alto di questi scanni e in faccia a tutta l'Europa, che eziandio in vista dell'infortunio di Custoza, in noi non s'è menomata d'un atomo solo la fede piena e inconcussa che abbiamo nella salute d'Italia e nel coraggio de' suoi figliuoli. Per la seconda cosa, o signori, egli appartiene a questo consesso di spegnere affrettatamente le nuove faville di quell'egoismo antico e funesto che à cento volte procurato la ruina della patria, ed è insieme una colpa enormissima e un troppo visibile errore. Quell'egoismo, intendo, che fa credere per passione alle varie provincie d'Italia, e per empietà le fa sperare di salvarsi ciascuna da sè, e nel naufragio comune trovare per sè sola un porto e un asilo. O tutti salvi o tutti perduti; ecco il vero, colleghi onorandi: e il conformarvi i pensieri e le opere non solamente è giustizia e dovere, ma è riconoscere altresì un assioma patente ed irrepugnabile. Egli s'appartiene, per tanto, a noi di svellere con prestezza i germi di cotale egoismo, che pullulano di già e ribarbano in diverse contrade d'Italia; e nel tempo medesimo, spetta a noi di persuadere agli spiriti apprensivi ed irresoluti, ch'ei non v'à cagione niuna di disperare, ma solo di crescere e centuplicar l'energia, il coraggio e l'annegazione. Sopratutto a noi s'appartiene, o colleghi, di dare impulso veemente e dar direzione e coordinazione (quanto in sì fatte cose è possibile) alla sollevazione dei popoli, che qua e là serpendo e avvampando e come vasto incendio allargandosi, supplirà con miglior fortuna alle arti non sempre felici della strategia, e alla sola guerra dei battaglioni.
Sì, replico io, al Parlamento romano compete di buon diritto l'ingerirsi e intromettersi nei comuni negozj di tutte l'altre provincie d'Italia; perchè certamente il popol romano quello si fu che nella presente italica guerra mostrò maggiore disinteresse, adesione più intera, intenzioni più pure e sante e immutabili a rispetto del bene de' suoi fratelli. Per fermo, quando voi vedeste scorrere in copia a Vicenza e a Treviso il sangue de' vostri, pensaste forse di chiedere in ricompensa vantaggio e profitto alcuno o d'oro o di terreno o d'autorità? No certo; e quando testè s'ingrandivano i Reali di Savoja ed insignorivansi con mirabile facilità dei Ducati, della Lombardia e del Veneto; avete voi non dirò pensato ma dentro l'animo concepito un'ombra sola di sospetto e di gelosia? Nessuna. Ditemi ancora: quando per opera e zelo del vostro governo procacciavate di stringere un forte patto di lega tra i Principi della Penisola, avete voi comandato ad esso governo di fare alcuna riserbazione o clausola in vostro favore, e di tener pratica per qualche specie di utilità e di guadagno a queste provincie? No, giammai. Un sol compenso, e una sola mercede voi domandaste, a un sol patto vi atteneste con gran fermezza; vedere libera e indipendente l'Italia. Voi siete, adunque, degnissimi di assumere e reggere il primato morale sulle varie contrade italiane. Di ciò fare io vi chiedo con somma istanza; di ciò vi prego e supplico ardentemente e con lacrime: ciò v'è obbligo e necessità d'intraprendere per la salvezza comune.
E perchè, o signori, le mie parole non tornino in vano suono, e i vostri nobili desiderj non giacciano senz'alcun principio d'effettuazione, io piglio arbitrio di sottomettere alla sentenza del Parlamento le due seguenti proposizioni:
1º Che il Consiglio de' Deputati elegga per iscrutinio dieci de' suoi, i quali in termine di tre giorni gli riferiscano e lo ragguaglino su tutto ciò che si possa indicare, trovare e proporre così al Ministero, come ai Consigli deliberanti, per ajutare in modo efficace e immediato la generale resistenza agli Austriaci e la salvezza di tutta l'Italia.
2º Che il Ministero sia pregato a scrivere di presente a tutti i Governi italiani, invitandoli ed esortandoli, udito ciascuno i suoi Parlamenti, a spedir subito in Roma loro deputati per discutere e deliberare in comune, e sotto l'alto patrocinio di Pio IX, intorno al modo migliore di difendere l'Italia ed accertarne l'indipendenza.[25]
ESORTAZIONE AI ROMANI.
I fratelli vostri di Bologna eroicamente combattono, e voi non movete a soccorrerli? Dunque sosterrete ch'ei, soprafatti alfine dal numero, scemati per le morti, le ferite e gli stenti, e sopratutto scorati dal non vedere prossimi ajuti, soccombano all'armi e al furore de' barbari, e sia l'antica, la dotta Bologna sforzata e manomessa dal ferro e dal fuoco? imperocchè il dado è tratto; o la vittoria, o lo sterminio; questa e non altra è la scelta.
Romani! a voi che sortiste il nome più grande e glorioso del mondo, a voi darà il cuore di assistere a ciò riposati ed inerti come a curioso spettacolo? Sorgete tutti, per Dio! armatevi a popolo, accorrete alle insegne, moltiplicate le file; e scoppi e avvampi di nuovo ne' petti vostri quel divino entusiasmo che di là dalle pontificie frontiere vi sospingeva, or fa pochi mesi.
Siamo prudenti almeno e solleciti di noi stessi, se non giusti nè pietosi inverso i fratelli. Alla Causa Italiana, ben lo scorgete, tramischiasi al presente la nostra particolare; e dentro Bologna si disputa ora la integrità e salvezza degli stati della Chiesa, la tutela delle leggi, la guardia della libertà, la vita degli ordini nuovi, la dignità, la pienezza, la inviolabilità del Pontificato. Quindi il Principe stesso vi comanda e prega di pigliar l'arme per la santa difesa, nè scende oggi lenta e dubiosa sulle vostre spade la benedizione di Pio. Sorgete, marciate. Dietro il romano vessillo seguiranno a frotte i popoli delle provincie, e lo Stato si cambierà rapidissimo in un campo di valorosi; e a voi combattenti nell'antiguardo toccherà la gloria invidiata e bella nei secoli, di avere per ogni parte d'Italia risuscitato l'incendio sacro ed inestinguibile della nazionale sollevazione.
Sì, Cittadini, alle arti compassate della strategia e alla sola guerra de' battaglioni, ecco succede e s'alterna la guerra disperata dei popoli, e quella lotta incessante ed universale d'ogni città, d'ogni villa, d'ogni casolare, che à salvata a' dì nostri la Grecia e la Spagna, e salvò l'Elvezia e l'Olanda. Romani, all'armi. Tutta l'Europa vi guarda!
(Dall'_Epoca_, 12 agosto.)
AI SIGNORI DIRETTORI DELL'_EPOCA_.
Ricordevole della calda affezione e della stima particolare e costante onde vi piace di onorarmi, io vi chiedo di far luogo nel pregiatissimo vostro foglio alla infrascritta dichiarazione, a dettar la quale sono mosso dalla stretta necessità di difendere l'onor mio; e chiedo insieme a voi ed a' vostri lettori infinite scuse dell'intrattenervi per alcun poco della mia inutile persona in giorni così gravosi e minaccevoli per l'Italia.
Molti o ingannati o maligni vanno spargendo da più tempo, che nell'intimo del cuor mio sta l'intenzione deliberata di rovesciare i presenti ordini dello Stato, e giungere alla fondazione d'un Governo provvisorio; a tale occulto ed ultimo fine rivolgere io le cure e i maneggi, ed alla preparazione sua essermi giovato per ogni guisa del Ministero che da me pigliò il nome. A voci così bugiarde e ingiuriose io non poneva, secondo mia costumanza, nessuna mente. Ma ora mi vien riferito da gente proba e autorevole, ch'esse suonano eziandio all'orecchio d'un personaggio, inverso del quale debbemi stringere, oltre a molti altri nodi, quello soave e perpetuo della gratitudine.
Impertanto, a me corre obbligo di formalmente dichiarare, siccome fo, che a quelle voci manca ogni sostegno di verità, e mai non sono state le mie intenzioni quali si fingono dai tristi o si credono dai corrivi, e che tutto è falso e calunnioso ciò che intorno al proposito si va divulgando.
A due fatti poi si accenna più specialmente da' miei detrattori ed accusatori, siccome a prove e testimonianze delle affermazioni loro; e nemmanco di tali due fatti moverei qui o altrove alcuna parola, quando non fossero raccontati nelle anticamere del Quirinale, ed ancora in più secreti ed alti colloquj. Il primo si è d'avere io questi giorni passati concluso un discorso alla Camera con questa frase per appunto: _proporrò ad un estremo male un qualche estremo rimedio_. Sopra che, affine di dissipare ogni sinistra interpretazione, bastimi di asserire con pienissima lealtà e fermezza, che i rimedj estremi a' quali pensavo non erano nè un Governo provvisorio nè altra cosa somigliante.
Convertonsi da taluni in secondo capo di accusa le parole che io dissi, e i partiti che io proposi nell'adunanza privata la qual si tenne in Monte Citorio la sera del primo agosto.
Ora, come in quell'adunanza si annoverarono non meno di trenta deputati, e ch'ogni varietà d'opinione e di sentimenti ebbevi rappresentanti ed interpreti, ciò ch'io vi discorsi e proposi mai non si potrebbe nè nascondere nè alterare; quindi alla comune testimonianza di que' deputati mi rimetto compiutamente. Di Governo provvisorio nessuno fece motto, nessuno fiatò; e quelle proposizioni che io metteva innanzi molto risolute e gagliarde come i casi portavano, tanto erano legali e accettabili, che vennero il dì poi con leggier differenza approvate e accettate da entrambi i Consigli deliberanti.
Scrissi, è già oltre a un anno, al Segretario di Stato Cardinal Gizzi e promisigli sull'onor mio, tornando nello Stato Romano, di astenermi da qualchessia modo violento di mutazione, e che avrei con sincerità ed esattezza obbedito alle leggi correnti. Quel che promisi ho attenuto e non cesserò di attenere, sì per debito di onestà e sì per utile della patria comune, a cui nuovi sommovimenti e scompigli farebbero danno e ruina.
Se in Roma si tenne proposito di Governo provvisorio, e nacque rischio fondato di vederlo costituito, fu certo ne' primi di maggio del vertente anno; e non si ignora, credo, da alcuno chi fosse colui il quale contribuì con maggior efficacia e prontezza a rimovere ed a cessar quel pericolo.
TERENZIO MAMIANI.
Di Roma, li 22 di agosto del 1848.
_L'Autore venuto in Piemonte a partecipare agli atti della Società per la_ CONFEDERAZIONE ITALIANA, _ebbe carico di dettare le due seguenti scritture_.
RAPPORTO IN NOME DEI COMMISSARJ DEPUTATI A SCEGLIERE E COMPILARE LE MASSIME DI UN PATTO FEDERATIVO.
Signori.
Allorquando molti Italiani convennero da diversi Stati della Penisola al presente Congresso per tenere l'invito che lor ne fu fatto, e dare un qualche principio alla grande opera della Confederazione; venne per prima cosa al giudizio ed esame dei congregati sottoposto un disegno di Patto federativo; e pochi giorni di poi, un disegno di legge per l'elezione di un'Assemblea, la quale assumer dovesse il mandato speciale ed unico di compilare e sanzionare quel Patto.