Scritti politici

Part 26

Chapter 263,634 wordsPublic domain

Voi già udiste, o signori, in sull'aprirsi del Parlamento quel discorso pensato, e dalle circostanze fatto solenne, col quale il Governo poneva in luce le massime della politica sua. E voi pure udiste, compiutane appena la recitazione, che il Ministero per la mia voce manifestò essere quella enunciazione di principj direttivi e ministrativi stata pienamente ed interamente approvata dal Principe. Ciò non rivela al sicuro tra i Ministri e lui nè diffidenza nè sconcordia. E di più dico, che se di principj e di metodi al Governo attinenti il Ministero differisse dal Capo inviolabile dello Stato, voi ci vedreste salire affrettatamente in ringhiera per istruirvi che non siamo più in grado di ben servire la patria e il Pontefice.

Che dunque pretendesi dopo ciò? e qual dubbio e quale sospetto non diventa fra queste pareti inopportuno affatto e illegale? Volete voi un Ministero eletto e dichiarato secondo gli ordini e le forme usuali? voi l'avete presente. Lo desiderate sindacabile in ogni atto suo, e punibile a tenore di leggi? ed egli è tale in modo ancor più perfetto che il precedente non era. Lo volete ben adatto ai tempi, partecipe delle vostre opinioni, proveduto della vostra fiducia? ed egli fu giudicato sì fatto da voi medesimi con doppio suffragio, e con la risposta ufficiale e consideratissima che apparecchiate al Principe e a noi. Oh le forme legali non bastano, e le convenienze parlamentari non impediscono che fuor di questo recinto si sospetti e bisbigli. Concedo che sì, e bisbigliano ancora che tali sospetti ed accuse sieno fomentate e accresciute non meno dai poco amici del principato, che dagli aperti nemici della libertà. Ma il sospettare e mormorar della gente mai non à fatto legge a nessuno.

Del resto, guardiamoci, o Colleghi, ne' giorni che corrono dall'incolpar le persone di certe non dirò discrepanze ed oppugnazioni, ma differenze vive d'idee, che l'indole varia degli ufficj e dell'educazione trascina seco; e sopra tutto, asteniamoci dall'accusare e biasimare gli uomini a cagione di quegli elementi dispari e non appieno omogenei di cui si compone l'antica e sostanziale forma della civile comunanza in che ci troviamo. Non possono coteste disparità e dissomiglianze venire abolite da tale individuo o da tale altro, ma vi occorre l'azione occulta, travagliosa e ostinata dei secoli; e parecchi ne sono trascorsi dacchè l'opera ebbe principio, e voi ben sapete che la perfetta e amichevole conciliazione di quegli elementi ancora non è compiuta. Per lo certo, a noi corre debito di accelerare con ogni sforzo e fatica la perfezione e l'assodamento di tale concordia, e di procurare in essa la gloria più bella e al genere umano più salutifera del risorgimento italiano. Ma se le fatiche nostre e vostre riescono in parte manchevoli e non sufficienti al grand'uopo, sieno le scuse e il compatimento schietti, fiduciali e reciproci.

Che cosa siam noi, Colleghi, e le nostre forze e gl'ingegni a fronte di questi alti problemi in cui tutta, può dirsi, la specie umana si occupa e studia da lunghissima età? Spettatori piuttosto che autori, impariamo dalla storia la travagliosa e lentissima trasmutazione. Minuti ed effimeri enti, la ruota immensa del tempo ci preme passando, e trita e confonde con la polvere della sua via, dove appena le intere generazioni lasciano un segno e un vestigio. Io vi ripeto, signori, con gran fermezza, che insino a quell'ultima ora che rimarremo nei seggi ministeriali, nessuna cura, nessuna diligenza, industria e arrendevolezza, nessun'arte di fina prudenza verrà intralasciata perchè la più vera e benevola conciliazione mantengasi tra il Principe e gli esecutori del suo Governo.

Però, a questa sempre cercata e desiderata composizione e concordia, la natura stessa e la necessità delle cose prescrive un confine; e rispetto a noi, lo segnano e lo mantengono i santi principj che abbiam professato tutta la vita, e contro ai quali niuna autorità e possanza del mondo ci farà pensare e operare alcun atto giammai.

Mi sembra pertanto, raccogliendo in un sol concetto le mie brevi parole, che ogni cangiamento od aggiungimento al dettato dell'Allocuzione, proposto con intenzione speciale di far sospettare una qualchessia diffidenza e discordia fra il Principe e i suoi Ministri, nè è savio e accettabile, nè punto conformerebbesi agli usi e alle massime del reggimento costituzionale.

Discorso sulla rotta di Vicenza

_Il dì 6 luglio, mentre gli animi erano turbatissimi della sconfitta toccata alle milizie romane sotto Vicenza, e ricalcitravano di assentire ai patti della Capitolazione seguitane, l'Autore si levò in Consiglio e disse:_ chiedo di compiere la narrazione insieme e dichiarazione fattavi jeri dal Ministro di Polizia. _Molte voci allora pronunziarono si udirà con piacere; e quindi il Mamiani salito in tribuna così discorreva:_

La materia è molto grave e gelosa; imperocchè inchiude una massima direttiva della nostra politica e s'attiene da più lati ai principj fondamentali del giure delle genti. Datemi arbitrio, pertanto, che io svolga più per disteso i concetti che l'onorevole mio collega Ministro di Polizia significava jeri facendo breve ed acconcia risposta alla quistione del deputato Bonaparte. E prima, occorre che si conoscano interi ed esatti quei casi sui quali dobbiam comporre e fermare la nostra sentenza. Io li verrò esponendo con piano e preciso discorso, accompagnato da tutta schiettezza di animo; imperocchè non voglio nè debbo tacervi o nascondervi nulla, massimamente aspettando da voi un giudicio formale e terminativo, e però pienissimo di matura considerazione. Infrattanto, pregovi di quetare ogni febbre di affetti eziandio generosi e legittimi; e già non dubito che tutti non siamo qui apparecchiati a posporre ogni altro rispetto a quello della verità e della universale giustizia.

Quando al Governo fu nota la capitolazione di Vicenza, subito gli occorse il dubbio (ed era comune a molti) se i termini di quella impedissero alle milizie romane le fazioni altresì di mera difesa. E non venendogli trovato nelle storie più note alcun esempio ben chiaro e bene assestato al caso, rimaneva incerto, e a nessuna ferma risoluzione appigliavasi. Allora ebbesi ricorso all'acuto senno e alla molta esperienza di un pubblicista famoso,[21] il quale confessò prestamente di non conoscere nemmanco esso avvenimenti così conformi al nostro, da porgere lume di autorità ed agevolare lo sgroppamento del nodo. Nè si rimase il valentuomo di sfogliare trattati ed altre opere e scritti all'argomento correspettivi; ed oltre a ciò, mandònne graziosamente una sua carta, in cui venivano toccate da lui parecchie ragioni ingegnose (ma sfornite affatto di quella virtù evidente ed irrepugnabile che conviene si accompagni a tal sorta di prove) per dimostrare che l'armi pontificie, non ostante il divieto della capitolazione di Vicenza, mantenevano facoltà di combattere in difesa del territorio.

In quel mezzo tempo, il Commissario generale appresso l'esercito convocò in Ferrara, sotto la presidenza del Cardinale Legato, gli ufficiali tutti delle milizie che sgombrato avevano Vicenza e Treviso, e fece loro presente il dubbio di cui vi parlo, chiedendo quello che ne pensavano. Tutti concordemente opinarono, non credersi in guisa veruna disciolti dal patto, si voglia per le offese, si voglia per le difese. Di più, aggiunsero in forma di nudo e mero consiglio, che appena (pregovi di notare la cosa) sarebbero bastati tre mesi, cioè lo spazio appunto del vietamento dell'armi, a bene riordinare e ricomporre l'esercito, in cui pur troppo era entrata per cento porte, a così parlare, la diffidenza e la scorrettezza. Non si fermi alcuno a considerare se perteneva al Commissario di adunare quegli ufficiali e di adunarli a quel fine. Nemmanco si badi se lo spiegare ed interpretare la lettera della convenzione competa ai soldati od a voi; nè quanta esattezza e imparzialità sia nel giudicio di gente di cui buona porzione è straniera, e sulle cose d'Italia non può sentire ad un modo con noi. Voglio solo che vi sia manifesto qual'è la lor mente, e dove penda la volontà di tutti essi, liberamente e spontaneamente significata.

Dopo ciò, al Governo giunse copia d'un bando dell'Imperiale e Regia delegazione del Polesine, che così dice: «Dietro ordine del 23 corrente, nº 475, di Sua Eccellenza il Tenente Maresciallo Barone d'Aspre, si richiamano tutti quelli che avessero emigrato in paesi rivoluzionarj o all'estero, a dover ritornare entro otto giorni in patria, sotto la pena di confisca dei loro tesori.»

Alligata con questo foglio giunse altresì una dichiarazione, o protesta che a chiamar s'abbia, del Governo _provvisorio_ di Milano; la cui sostanza viene a dire, che vedutosi dai reggitori temporanei di Lombardia il bando col quale il comandante delle soldatesche austriache contraviene all'ultimo articolo e patto della capitolazione di Vicenza, ei risolvono e decretano che tutti i Lombardi stati partecipi di quelle fazioni militari, sieno riputati come disciolti affatto da ogni qualunque promessa, dacchè (uso le formali parole della protesta) _l'infrazione del patto è flagrante_.

Signori, che fece allora il vostro Governo, e a qual partito si attenne egli? Trattandosi di convenzioni solenni e dell'universal giure delle genti, opinò che niuno esame e niuna meditazione gli fosse soverchia per colpire nel segno e non dilungarsi punto dal retto e dal vero: Egli non chiuse gli occhi sul debito che gli correva di porre in silenzio il giusto risentimento che noi tutti nell'animo racchiudiamo, e quel bollore di alti e magnanimi affetti da cui provenne e non cesserà, spero, di provenire ogni più nobil fatto e migliore del nostro risorgimento. Lecito è ai privati secondare in tutto e sempre i moti e gl'impeti generosi del cuore inverso la patria; ma chi soprasiede al governo investigar dee le cose pacatamente, e da quell'alta sfera giudicarle, in cui fuor della nebbia delle passioni dimorano il dritto, l'equità, la ragione, e l'utilità certa e durevole dello Stato.

E prima, a noi parve il capitano dell'armi austriache avesse potuto così rispondere a chiunque di noi si fosse fatto ad interrogarlo intorno al proposito. Ma pregovi di tenere ben fermo nella memoria, che in questo punto io piglio a imitare le parole e i ragionamenti d'un nostro nemico. Egli avrebbe, dunque, potuto così discorrere. Verissimo è che l'ultimo articolo della fatta capitolazione annunzia, dovere il popolo vicentino esser _trattato con li benevoli principj di Sua Maestà Imperiale_; nè io voglio cavillare su questi vocaboli: principj e benevolenza nei quali è una molto estesa e troppo indeterminata significazione. Nel grazioso animo dell'imperatore la benevolenza e umanità dei principj è grandissima; pur non di manco, ella non può contraffare nè sovrapporsi d'arbitrio a tutte le leggi dell'impero e alla general ragione che le informa; e voi sapete che a rispetto delle colpe politiche, il codice austriaco (ben lo confesso) è il più severo di quanti ne sieno stati scritti e pensati in Europa. Ma lasciando le generalità, e scendendo al caso speciale dei Vicentini, io mantengo saldissimamente, che in fatto ei sono trattati con principj di vera e speciale benevolenza, ragguagliandola con le leggi e le massime a noi famigliari e tuttodì praticate. E di grazia, che sono mai i Vicentini agli occhi dell'Austria? Un popolo ostinatamente ribelle, che due o tre volte à con deliberato animo resistito e con gagliardia massima à combattuto le armi fedeli di S. Maestà. Eppure, coteste armi entrate in Vicenza con piena vittoria e dopo un lungo e sanguinoso conflitto, non ànno taglieggiata la città, non ispogliata una sola casa, non appropriatosi nulla. Similmente, la mannaja non s'è bagnata del sangue d'alcun cittadino; nessuno è sostenuto in carcere per colpa politica. Forse non sono i feriti vostri con ogni cura e mansuetudine medicati? ed io Comandante non ò con aspro rigore e difficile sforzo impedito che la sguinzagliata soldatesca si abbandonasse alla preda e al saccheggio, il quale in effetto nè cominciò nè con veruna sua mostra diede spavento? Vero è che abbiamo non già imposta la confiscazione, ma sol minacciata a que' fuorusciti che in certo termine perentorio non ritornassero alla nativa loro città. Ma, signori (seguiterebbe a dire quel capitano), ogni qualunque pietà e benevolenza nei vinti non può tollerare che, non compiuta ancora la guerra, e instando sempre danni e pericoli estremi all'integrità dell'Impero, prosieguano i sudditi nostri senza danno e pericolo niuno ad osteggiarci ed offenderci con ogni possibile mezzo, e militando alla franca ed alla scoperta sotto le bandiere e tra le file stesse de' nostri nemici. Per ultimo, vi risovvenga non si vivere ora in tempi ordinarj, ma in istraordinarj e di guerra. Il governo militare regna qui come altrove, e necessità vuole ch'egli segni alcuna transitoria limitazione alla virtù delle leggi comuni e pacifiche.

Tolgami Dio, Colleghi degnissimi, che io reputi queste ragioni tutte valide e buone; e riconosco, oltre a ciò, che il cuore stesso ci vieta di trovarle ben sufficienti e persuasive. Pur nullameno, elle ci vietano altresì di ravvisare la infrazione del patto così intera, aperta e _flagrante_, come il Governo lombardo la stima. Ed anzi, quell'opinar suo tanto fermo e assoluto parrebbe quasi incredibile, quando la cotidiana esperienza non insegnasse ad ognuno, come per troppo amore del bene sia facile in politica di travedere e travalicare.

Ma che d'uopo c'è, dirà qui alcuno, di guardarla così per sottile? non è l'amor della patria mantello largo e onorato per cuoprire e onestare sì fatta sorta di errori e di mancamenti? Nelle faccende politiche, poi, il successo è ogni cosa: e quando noi sarem vinti e col giogo sul collo, poco ci avvantaggerà il poter ricordare ai nemici, che nell'osservanza dei patti siamo stati a maraviglia scrupolosi e leali. Bene sta; ma io non posso pretermettere di notare, che mostrerebbe giudicio povero molto colui, il quale si desse a credere che il giure delle genti venga osservato nella più parte dei casi con perfetta scrupolosità, eziandio da popoli mezzo barbari, a cagione d'un sentimento puro e profondo di universale giustizia. La necessità e l'interesse v'à la sua parte, ed anzi ardisco dire, la principale. Abbiamo noi forse cessato di guerreggiare coll'Austria, e sono chiuse con lei le partite del dare e dell'avere; intendo, i danni, le rifazioni e le rappresaglie? o non si prevede in quel cambio, che lunga, ostinata e sanguinosissima dee riuscire la lotta? E nella guerra, per dirla con Cicerone, Marte è comune; e s'io quest'oggi son trascurato ad adempiere i patti, domani potrò dolermi assai d'essere dagl'inimici anche troppo imitato.

Nè questo ancora sarebbe tutto; ed io vi affermo ed assevero, che il voto espresso ed unanime degli ufficiali, l'interesse ben calcolato e la giusta apprensione pei casi avvenire, la dubbia interpretazione del patto e la più incerta e dubbia contravenzione sua dalla parte dell'Austria, bastati non sarebbero ad acquetarci la mente e lo spirito. Conciossiachè al nostro giudicio e alla nostra deliberazione avrebber dato motivo o il sospetto di non venire obbediti dai militi, o il timore delle prossime rappresaglie, o la troppo visibile insufficienza delle ragioni, o tutte insieme cotali considerazioni, molto più atte a indurre nell'animo una gravosa necessità, che un pieno e schietto convincimento.

Ma noi abbiamo pensato, nobili cittadini, che i passi primi della diplomazia italiana dovesser procedere lucentissimi di fede e di lealtà. Noi ci siam ricordati che nelle politiche relazioni e corrispondenze coi popoli accade appunto il medesimo che nelle commerciali e negoziative; in tutte le quali, l'osservanza gelosa dei patti e il pronto e lieto mantenimento di ogni promessa cresce ed accumula a poco a poco quel credito che, in mano soprattutto delle moderne nazioni, convertesi in uno de' più fecondi e maravigliosi strumenti della forza e grandezza loro. Noi abbiamo opinato che mette assai meglio in siffatti casi gittare ogni colpa sugl'inimici, di quello che arrisicare di farcene autori noi, e di non potere alla finale vittoria dell'armi aggiungere altresì la vittoria del dritto. A noi è sembrato che se queste massime tornano vere e sante e profittevoli a qualunque nazione, fannosi tali infinite volte di più alla gente romana, cui sta in capo il sommo Pontefice, tutore e serbatore perpetuo dell'umana giustizia. Infine, da noi fu pensato che il popolo romano, come il discorso ministeriale già l'esprimeva, non valendo a gloriare ed a sovrastare tra le nazioni per la vigoria dell'armi e la vastità dell'impero, farsi almeno doveva al mondo esempio luminoso e specchiato di ogni forma eccellente e perfetta del viver comune.

In una contrada non molto remota da noi scorre e fuma a questi giorni un torrente di sangue, e nella metropoli sua le vie più frequenti e più belle si veggono seminate di strage civile.[22] Quivi non è principio di sociale giustizia che non sembri oggimai vacillare e disfarsi. Quivi le nozioni stesse primigenie ed eterne del bene e del vero pajono ottenebrarsi e travolgersi, e l'impero della forza e lo stato di guerra farsi naturale e proprio agli uomini, quasi avverando l'abborrevole sogno del filosofo di Malmesbury. Signori, a noi tocca nudrire ne' nostri popoli il generoso ed utile orgoglio, che qui nella sacra città, in cospetto del Campidoglio, al lume dell'antica sapienza, que' principj e quelle nozioni sbandeggiate anche da tutto il mondo avranno un certissimo asilo, e poseranno sicure all'ombra augusta del Vaticano.

Dopo ciò, non si stimi da alcuno di voi, che siensi messi in dimenticanza e in non cale i possidenti di Vicenza tra noi rifuggiti e dal bando dell'Aspre percossi. Al contrario, noi ci facemmo debito di scrivere senza indugio al capitano dell'armi imperiali, raccomandandogli con ogni virtù di parole quei miseri; ed anzi, prevalendoci assai della nostra religiosità, poco da esso meritata, nella osservanza dei patti, patrocinammo con tanta più forza e caldezza la causa dei profughi.

Noi pigliamo speranza che quella nostra scrittura non giacerà senza effetto: ma quando pure non conseguisse tutto il bene che il cuor nostro desidera, piaccia a voi di considerare se meglio sarebbero stati ajutati e difesi i profughi rompendo la fatta capitolazione, e togliendo con ciò ogni qualunque ritegno alle austriache vendette. D'altro lato, ricordiamoci che l'Italia tutta è oggimai segnata di sventure e di martirj, nè serba provincia così riposta e queta e sommessa, che molti generosi a questi giorni non tingano delle proprie vene. La via che conduce all'indipendenza e alla libertà (tutte le storie il confermano) è da ogni parte bagnata e molle di sangue e di lacrime; e non sono questi per lo certo i danni e gl'infortunj, sotto il cui fascio l'animo degl'Italiani si piegherà fiaccato e invilito. E similmente, se per due o tre mesi porzione dell'armi nostre dovrà ristarsi dal combattere, non perciò la causa nazionale, che è sacra e perpetua, si verrà meno, o l'armi e le braccia del popolo nostro mancheranno all'estreme e disperate difese.

Pericolo vero e solo e incessante sovrasta alla causa italiana nel dissentire degli animi, nel traboccare delle passioni, nel macchinare dei partiti. Or fa qualche giorno (io nol vo' tacere, o Colleghi, ed anzi sovvienmi di averlo in altro ragionamento significato), l'anima mia era contristata infino alla morte. Perocchè dappertutto io scorgeva spuntare e moltiplicare i germi delle antiche discordie; e il lievito micidiale delle vecchie invidie e dell'abituale orgoglio riprender vigore, e le plebi corrompere e i giovani infatuare.

Ma qualche angiolo tutelare veglia per lo certo alla nostra salvezza; e ne' libri del fato è veracemente scritta l'italiana risurrezione:

Nè sillaba di Dio mai si cancella.

Signori, alle nuove che giungono di Piemonte mal possono i cuori gentili temperarsi da un dolce pianto, e non mandare voci e grida di gioja. Il gran decreto dell'Unione è già sulla Dora dai contraenti popoli sottoscritto, e il Regno formidabile subalpino è fondato. Superò l'Italia un gran punto, mirando coi propri occhi le vecchie gelosie e le ostinate borie municipali dileguarsi innanzi alle necessità della comune salvezza. In cotesto fatto un valor si racchiude ed una efficacia più stupenda e migliore di qual sia battaglia campale guadagnata sugli stranieri.

Discorso in difesa del Ministero

_L'infrascritto discorso fu pronunziato nel Consiglio dei Deputati il dì 21 di luglio._

Io salgo in tribuna ad adempiere un debito ed un officio gravoso più che difficile, rispondendo a parecchi e lunghi discorsi che jeri udiva la Camera sull'operare, ed anzi (a dirla più schietta) in accusa del Ministero. Sapete l'usanza mia d'andare diritto al segno e non moltiplicare in parole. Quindi, s'io vi prometto di sciogliere da lunghezza e da tedio l'ascoltazione vostra, mi confido che la vorrete concedere silenziosa ed attenta.

Comincerò dal notare una nuova e singolarissima contradizione che va succedendo tra noi. Sin dal primo suo nascere, il Ministero presente, che vide egli a rispetto del suo governo? Testimonianze di piena fiducia da un lato, pronti e ingiuriosi sospetti dall'altro; lodi magnifiche mescolate a gravi censure, applausi dopo i rimproveri, favore dopo lo sdegno. Tale vicenda e meschianza non è (per quel che mi sembra) cessato un dì solo, e alcuna speciale ragione conviene assegnarle. Io la ravviso in questo, o Colleghi, che il Governo e voi vi sentite in ugual maniera offesi ed oppressi da durissime necessità, e giacete mal domi sotto la forza veemente ed irreluttabile delle cose. Stretta da simil pensiere la coscienza vostra, non che averci per iscusati e per assoluti, giunge sovente a reputarci degni d'encomio. Ma, d'altra parte, quell'aspra necessità delle cose premendo e affliggendo ognuno di noi senza requie ed intermissione, ci fa impazienti ed irosi, e ci trascina a credere ch'ella può essere vinta e sopraffatta dall'arte umana: e perciò, in questo noi rassembriamo un poco agli infermi e alettati, che scorgendo di non guarire o di non subitamente guarire, muovono alte querele contro ai medici loro, i quali non sanno o non possono essere taumaturghi.

Un'altra considerazione, o signori, vogliate serbarvi a mente; e questa è, che nella più parte degli Stati Europei il vocabolo Ministero suona la pienezza delle facoltà e dei poteri civili e politici, e vuole indicare pressochè l'apice e il colmo di quelle forze morali e autorevoli che assicurano e guidano la vita comune d'un popolo. Ma guardandosi al vero, o Colleghi, il presente Ministero possiede egli ed esercita senza contrasto la metà di que' poteri e di quelle forze? Adunque, se giusti e imparziali mantener vi volete a rispetto nostro, piacciavi di proporzionare le incolpazioni agl'impedimenti e alle angustie in cui siamo, e alle avversità dolorose contro le quali dibattesi il nostro coraggio, pertinace almeno, se non fortunato.