Part 23
Tutto ciò, ripeto, va per li primi tempi ne' quali la sospensione stessa degli animi, la stravaganza dei casi, la preoccupazione e il timore reciproco, il non essere i governi apparecchiati nè consigliati a nessun gran cimento, ajuteranno il desiderio e il bisogno di conciliazione. Ma si fermi pure la pace tra Francia e i contermini potentati, rimangano in piedi i trattati di Vienna, dichiarisi l'Inghilterra amica del nuovo governo, si queti la Germania e riposi la Russia; pur nondimeno io manterrò sempre, che tal pace e buona amicizia è vacillante e inferma di sua natura, e che in questo dimorerà di continuo l'impaccio maggiore della repubblica. A' tempi che corrono, non può sussistere, massime in un vasto paese, autorevole e influentissimo, come è la Francia, un governo non pur differente da quello degli Stati finitimi, ma di natura così attrattivo, e così caro e invidiabile a tutte le moltitudini. Dico, non può sussistere molti anni; e chi pensa altrimenti, e crede tra le due forme governative di scorgere differenze poche e superficiali, fa visibile inganno a sè stesso; e scorda, fra l'altre cose, che la picciola Svizzera così divisa e disforme nei suoi elementi, e mista d'istituzioni moderne e di viete e proprie del medio evo, pur nonostante à dato sospetti gravi e durevol paura ai governi circonvicini. Come, dunque, non può l'Europa quetare tanto che dura la repubblica appresso i Francesi, così a questi, pure ordinandosi e componendosi a casa loro, sempre giungeranno di fuori nuove perturbazioni, e pericolo instante di scompiglio e di guerra.
§ VI.
_Conclusione di ciò che precede._
Ei si dee concludere primamente, che guardata e considerata parte per parte ogni condizione dello stato presente di Francia, non appare cagione alcuna per la quale si giudichi facile e molto vicina la caduta della repubblica. Questa poi fu fondata per la vittoria e il voto unanime della plebe; e però al nuovo governo dee stare a cuore principalmente di farsi a quella grazioso e accettevole, come ai passati reggitori era principale necessità di contentare e favorire i borghesi. Ogni cosa, pertanto, in Francia prenderà aspetto arci-democratico, e verserà intorno ai pensieri, ai sentimenti ed agli interessi del popol minuto.
Secondamente, si dee concludere, che al nuovo governo aprirannosi vie meno erte e scabrose per soddisfare i desiderj del popolo intorno alle riforme interiori politiche, di quello che a rispetto delle sociali ed economiche: e altrettanto spinoso e difficile gli sarà di condurre a pace e a concordia i negoziati e le intelligenze esteriori; ed anzi ciò gli tornerà impossibile affatto, quando dalla parte de' potentati del Norte non superi tutti gli altri rispetti il timore incessante di perdere e inabissare ogni cosa, e dalla parte dell'Inghilterra il bisogno grande e non transitorio di accrescere e dilatare i suoi traffichi.
Contuttociò, dall'alterazione continua delle attinenze esteriori può scoppiare una general guerra e un totale sconvolgimento d'Europa, nè alcuna di quelle alterazioni avrà luogo senza commuovere profondamente tutti gli ordini governativi di Francia.
Oltrechè, il governo repubblicano non può rimanersi solitario per lunghi anni; ma non cadendo per forza d'armi straniere, e non iscompaginandosi con l'anarchia, dee di necessità propagarsi per tutto ove la materia sarà disposta. Quindi non può col tempo non inquietare e spiacer sommamente all'Inghilterra medesima; conciossiachè la perduranza d'una perfetta e vigorosa democrazia pone in gravissimo compromesso le aristocratiche istituzioni dell'isola.
Dalle questioni poi economiche, e più ancora dalle sociali agitate in seno di popolaresche assemblee, pericolo è di veder sorgere in Francia cagioni copiose di mutamenti e di rivolture, massime non si conoscendo nessuna via piana e nessun mezzo efficace per attuare certi concetti fantastici, e giungere a certi fini a cui la plebe si ostina di pervenire. Però, la salute della repubblica, nell'interior suo, sta tutta nell'illuminare le menti, evitare le sètte, e all'agitazione somma degli animi e alla discussione procellosa de' nuovi problemi trovare sfogo e andamento ordinato sì, che le mutazioni medesime non compajano eccessi, e non inducano l'anarchia.
Che poi la repubblica sia per ispiegare tanta virtù e saviezza di quanta è mestieri per tenere da una banda appagata la plebe, dall'altra fuggir la guerra e innovare i trattati, e ogni cosa adempiere con autorità di leggi e senza tirannide di fazioni, è cosa oltremodo ardua, e assai più da desiderare che da sperare. Contuttociò, mal si può affermarlo o negarlo assolutamente; imperocchè le storie non ci offrono esempio nessuno dello stato civile e politico in cui di presente è la Francia, e la più parte delle proposte che fa e degl'instituti che va disegnando, riescono nuovi e impensati, segnatamente in Europa; e quel simigliante che se ne vede in America, riesce, all'ultimo, dissimilissimo, a cagione della sostanzial differenza che corre tra i due continenti in ogni abito e forma di vita comune. Solo, non è temerario di sentenziare, che in tanta incertezza ed oscurità di dottrine, e in tanta esorbitanza di desiderj e improntitudine di domande, non è punto credibile che possa trovarsi alla prima e con quiete il meglio e il più praticabile, e ciò che mostri facoltà di durare e di solidarsi: impossibile è, poi, che questo s'adempia o con la guerra o con la perpetua sua minaccia o con l'imperversare delle fazioni.
In genere, la Francia, dal lato degli studj e delle teoriche, è mal preparata alla politica e sociale trasformazione in cui vuol entrare, e però non istimo che per gran tempo valga ad allargar molto il circolo delle cognizioni correspettive e ad approssimarle alle ultime soluzioni; e chiaro è che ella ondeggia fra due sistemi di ordinamento civile non pur diversi, ma opposti. Il primo produsse e governò la rivoluzione dell'età scorsa; l'altro risulta, benchè tuttora mal definito, dai pensamenti e dalle tendenze nuove della filosofia civile, e dai nuovi fatti che il natural-progresso delle nazioni compie e mette in considerazione. Il primo s'accorda troppo bene con l'indole e l'attività del popol francese; l'altro l'è troppo contrario. Il primo può dirsi consistere singolarmente in tre cose: nella rivoluzione entro casa; nella propagazione sua di fuori per via dell'armi; nella negazione ardita di tutto ciò che l'analisi acuta ma frettolosa e imperfetta non trova e non riconosce in ogni materia di scibile e nelle più chiuse parti del cuore. Certissimo è, che nelle gare politiche, quando bisogni venire alle ultime prove, nessun popolo s'agguaglia al francese in bravura e in ardore. Similmente, nessuno il pareggia in impeto bellicoso; e tutti i pregi di sua natura risplendono vivi e abbaglianti nelle fazioni di guerra. Nell'acume poi della critica, nella perspicacia e ordine dell'analisi, e nella baldanza del negare e del confutare, nessuno vince e neppur raggiunge l'ingegno francese. Ma d'altro lato, i costumi nuovi e la nuova filosofia vanno ognor da vantaggio persuadendo che le rivoluzioni violente distruggon sè stesse e più non sembrano necessarie; che la guerra abituale è mestiere da barbari, e affoga nel sangue la libertà; che le conquiste pesano come cappe di piombo addosso agli occupatori; che la critica à ormai compiuto il suo magistero, e vuolsi far debito luogo all'autorità delle tradizioni, e scandagliare giù nel profondo la scienza arcana che si raccoglie e si occulta nei suggerimenti mirabili dell'istinto: che le libertà individuali e municipali son fondamento a tutte le altre, e con esse dee misurarsi, ad esse adattarsi la potestà e l'arbitrio legislativo; che, infine, dai subitanei consigli, dai mezzi veementi e forzosi e dai metodi dittatorj mal può germogliare la libertà vera, e che alla tirannide riesce non rade volte di mascherarsi col nome di Convenzione, di sovranità popolare, e d'altri titoli strepitosi.
Dal contrasto di tali due sistemi procedono le contraddizioni molte che appajono a questi giorni tra uno e altro atto del governo provvisorio, tra uno e altro enunciato del Programma popolare, e così in ogni parte e manifestazione della vita politica. Non può da simil conflitto non provenire assai confusione ed incoerenza nelle deliberazioni e nei fatti che sono per seguitare. Contuttociò, egli è da sperare e sembra probabile che mai non verranno al sangue e alla guerra intestina. Conciossiachè il pericolo maggiore da questo lato può stare nella porzione più rozza e più indocile della plebe; ma perchè ogni suo moto armato minaccerebbe l'avere così dei privati come del pubblico, ci par naturale che tutto il rimanente del popolo sia per essere pronto ed unito a resistere a quella furia. A tutti gli altri umori è credibile che la uguaglianza perfetta civile e l'uso interissimo d'ogni maniera di libertà dischiudano qualche sfogo, e impediscano che alcuna fazione signoreggi, ed opprima talmente le altre, e s'impadronisca in sì fatta guisa dell'imperio e dell'armi pubbliche, da ingaggiare battaglia con gli avversarj, e insanguinar Parigi e la Francia.
Con tal condizione soltanto di saper fuggire lo sdrucciolo dell'anarchia e fuggir la guerra civile, la repubblica nuova francese avrà porto a tutti un esempio imitabile, e adempiuto un grande e salutifero esperimento; e in solo quel caso potrà fermarsi ciò che in principio di questa Lettera molto dubbiosamente si proponeva: cioè, se l'ultima rivoluzione francese sia per riuscire al progresso civile d'Europa un bene od un male.
§ VII.
_Quello che dee l'Italia pensare degli ultimi casi di Francia._
Lodi chi vuole ed esalti a cielo la vittoria fortunatissima del popolo parigino; e confidisi pure ch'ella tornerà fra non molto a progresso grande e magnifico di tutta l'Europa: io, come Italiano, confesso che me ne dolgo, e la reputo, almeno, avvenuta pel nostro paese nel tempo più disacconcio ed inopportuno che dar si possa. Dopo tre secoli di silenzio e di sonno, e dopo aver toccato l'ultimo fondo delle umiliazioni, dell'ignavia e delle sventure, l'Italia risorgeva in modo sì bello e insperato, con portamenti sì ordinati e pacifici, con tale pienezza e coscienza della giustizia e del dritto, con un senso di virtù e di religione tanto istruttivo e tanto esemplare pel mondo, che forzava i popoli tutti a maravigliarsene. Risorgeva l'Italia e rigeneravasi per moto sì fattamente proprio e spontaneo, che in cambio di aspettare e ricevere come l'altre volte, ella dava altrui l'impulso e l'eccitazione; e tale impulso era tutto civile ed umano, pieno di moderazione, di prudenza, di longanimità. La nazione stata più afflitta dalle discordie e più tenuta divisa dalle arti di stato, dalla fortuna e dalle colpe sue stesse, quella nazione, dico, ritempravasi per prodigio nella fiamma d'amore, e in amplesso spirituale si unificava: di ventiquattro milioni d'uomini uno solo era l'animo, una la mente, uno il fine; e in tanto profondo rivolgimento e in così subita innovazione, tu non rinvenivi un sol uomo il quale avesse potuto chiamarsene offeso, e a cui il popolo, uscito appena di servaggio e inesperto di libertà, avesse torto un capello, recato il sopruso d'un obolo, fatto segno fugace di risentimento e vendetta. Spettacolo certamente insolito a tutte le genti, e onorevole non che per l'Italia, ma per l'intera famiglia umana. Quindi l'Europa e il mondo non potevano trattenersi dall'encomiarlo: e già riconoscevano in noi le discendenze e le propaggini auguste di Roma; già domandavano l'Italia la terra perpetua de' prodigi; e s'annunziava per mille segni, ch'era oggimai nostro ufficio introdurre le nazioni in nuovo corso di civiltà, e loro fare scòrta su per li gradi d'altissimo perfezionamento.
Ora, tanta speranza vien sopraffatta in un subito dagli avvenimenti di Francia, e siamo della nobile capitananza dispossessati: il mondo torna all'idolatria antica, e, tra pauroso ed attonito, tien fermo lo sguardo nella Francia repubblicana. Sieno pure questi nostri lamenti non degni dell'uomo filosofo, e mantengasi pure con invitti argomenti, che il bene, dovunque venga e comunque, è sempre avventuroso e accettabile. Io fui Italiano molto prima di tentare d'esser filosofo, e sin dalla puerizia ò pianto con isconsolata amarezza le umiliazioni e li sfregi della mia patria: il perchè, della cara speranza che or balenava del suo primato esultarono tutti gli spiriti del cuor mio, e chiunque strappa di mano all'Italia quella sublime lusinga, mi fa dolore e non gioia; e se questo è colpa o gran debolezza, io sento una forza soave che rende amabile alli miei sguardi la colpa e invidiabile la debolezza.
Ma oltre di ciò, a nessuno è lecito di negare che la rivoluzione presente di Francia non ispanda per Italia un seme funesto di divisione, il quale, per occulto ed inerte che si rimanga, non perde facoltà di scoprirsi e di germogliare laddove i popoli sieno men giudiziosi o i governi meno prudenti: e questo accade per appunto quando abbisogniamo vie più dell'unione compita ed universale degli animi, e quando al misericordevole Iddio era pur piaciuto di prepararla per tutto, e disporre ogni cosa al finale conseguimento suo.
Ma perchè qualunque lamentazione non à virtù di cambiare i fatti e arretrare gli avvenimenti, meglio è di condurre i pensieri su quello che a noi importi di praticare e di fermamente volere dopo gli straordinarj casi di Francia.
§ VIII.
_Stato presente d'Italia, e ciò che conviene di fare a' suoi popoli ed a' suoi principi._
E primamente diciamo, che intorno ai consigli, alle risoluzioni ed ai portamenti che agl'Italiani possono meglio convenire nelle congiunture nuovissime in cui la rivoluzione francese gli à collocati, è cosa di gran conforto vedere che l'opinione di tutte l'effemeridi nostre, variando assai nell'aspetto, non differisce guari nella sostanza, ed in tutte sembra spirare il senno e l'avvedutezza antica. La quale opinione, a scioglierla dalle diversità dei modi e ridurla in brevi concetti e persuasibili ad ogni mente, ci pare dover essere così espressa. Sta il nerbo principale d'Italia in Piemonte, e l'esercito di colà è la nostra spada: esso à dirimpetto lo sforzo intero dell'Austria. Ma fino a che serbasi, come ora è, unito, disciplinato e volonteroso, non si fa luogo a serj timori. Per lo contrario, tutto quello che sconnettesse l'esercito e ne rompesse la disciplina, volterebbesi in danno estremo di tutta la Patria comune; perchè l'Austria profittando dello scompiglio, piomberebbegli addosso col fiore delle sue truppe, e vedremmo un disastro non molto dissimile da quello del 1821. Lo stesso caso, e con maggiore facilità e prontezza, si compirebbe nell'altre provincie Italiane confinanti con l'Austria. Nè dicasi che i Francesi repubblicani calerebbero in nostro ajuto. Conciossiachè (presupposta pure come certissima la loro pronta calata e la piena vittoria) io sostengo, che quello più non sarebbe ajuto d'amici e contribuzione di collegati, ma occupazione e conquista; e ciò che avverrebbe di noi tapini, tra la prepotenza e la ferocia degli uni, e l'orgoglio e l'ambizione degli altri, la storia medesima de' nostri tempi lo insegna, e ancora ne permangono i tristi effetti. Necessario è, dunque, che la Liguria, il Piemonte, la Toscana e gli Stati romani non tumultuino e non si scompongano, per infino a tanto che alle frontiere di ciascuna di tali Provincie italiane stanno grosse e minacciose le truppe austriache. Da ciò segue, che in esse Provincie chiunque pensi a mutar la natura degl'istituti e imitare le nuove forme politiche altrove comparse, fa opera pessima, e di turbolento e reo cittadino. Manifesto è, poi, che se le Provincie meridionali si sollevassero per mutar forma di reggimento, l'Italia media e la subalpina non posson quetare: però, a tutti gl'Italiani incombe oggi un medesimo debito; fuggire le novità che ci disordinano e ci disuniscono. Abbiam guadagnato pur tanto di libertà, quanto bisognava per dar dominio sicuro all'universale opinione, e proseguire ordinatamente di migliorazione in migliorazione, sino a vedere attuato appresso di noi tutto il più scelto, il più liberale ed il più proficuo delle odierne istituzioni. A tre cose dobbiam ora voltar la mente con ardore di zelo e fermezza incrollabile di volontà. La prima è stringere ed afforzare l'unione; la seconda, armarci; la terza, consumare l'opera santa e solenne dell'indipendenza. Quelle mutazioni, pertanto, che a tali tre fini possono recare nocumento o ritardo, si abborrano e si respingano, qualunque nome e colore specioso e allettativo portino seco.
Quanto è a nostri Principi, a me sembra di scorgere chiaramente, che quel cammino che lor conviene di compiere, vada bensì per sentieri aspri e difficili ma non tortuosi ed oscuri, e dopo molte scoscese e sdrucciolevoli chine li meni in luogo ove potrebbe loro mancar la fortuna ma non la gloria, e ove non può abbandonarli l'amore e la riconoscenza eterna de' popoli.
A me va per l'animo, che a Vienna gli ultimi casi di Francia recato abbiano sommo terrore a parecchi; ad altri, apprensione assai, mista di molta speranza:[15] perchè coloro i quali s'ostinano negli antichi pensieri, e reputano ogni rivoluzione un delitto e un furore che presto passa, e debbe quindi espiarsi con servaggio nuovo e lunghissimo, entrano forse in qualche fiducia di veder rinsavire le menti sedotte, rannodar le vecchie colleganze, rifare le congreghe de' principi, la libertà diroccare per li medesimi suoi eccessi, e il mondo spaventato e sconvolto chiedere di riposarsi sotto lo scudo dei paternali governi. Primo di tutti il Metternich move forse, in questi giorni medesimi, tali o poco diverse parole ai Principi nostri: — Ecco, o Signori, avverate a lettera le mie previsioni, ed anzi troppo più che voi ed io non temevamo. A voi piacque, per eccessiva mansuetudine, di carezzare e scaldare nel vostro seno le sètte dei liberali, credendole assai temperate e pacifiche e ben corrette dall'infortunio. Vedetele ora che son cresciute ed ingagliardite coi vostri favori. Avvi egli concessione che li contenti, beneficio che li plachi, liberalità che li riempia e li sazii? Prima mostravano di non vi chiedere se non alquante riforme; poi vollero armi, poi licenza di scrivere ogni enormità ed ogni scempiezza; oggi gli Statuti più larghi, le guarentigie più salde, le libertà più estese e compiute non sembrano loro abbastanza; oggi si tratta delle vostre corone medesime; si tratta dell'essere o del non essere. Or che aspettate, o Signori? Forse che la Francia espedisca di nuovo le fiere masnade de' suoi giacobini a sommuovere tutti i popoli, a rovesciare tutti i troni? Deh facciam senno una volta, e ricompriamoci, se egli è possibile e s'egli è ancor tempo, dal giogo vile delle cenciose democrazie. Quel che vuol dire scostarsi dall'amicizia dell'Austria, nudrire speranze inconsiderate d'ingrandimento, correre dietro agli applausi delle ingratissime moltitudini, stimo che apertamente il vediate. Ma l'Austria scorda tutti gli oltraggi passati, compiange gli errori comuni, e solo desidera e prega che il vostro pentirvi e ricredervi non sia tanto tardi, ch'ella medesima non conosca e non rinvenga spedienti opportuni e bastevoli per riscattarvi. Pensate che se i demagoghi si tacciono di presente, e sembrano ancora avervi in rispetto e in considerazione, ciò accadrà fino al giorno che le truppe imperiali ostinerannosi a custodire e fronteggiare la Lombardia. L'ora in che avranno sgombrato compiutamente l'Italia, sarà l'ultima del vostro regno. —
A me vien pensato che questi debbono essere gli ammonimenti e i consigli del Gran cancelliere di Vienna; e a me pare, dall'altro lato, udire rispondere così i nostri Principi: — Se d'una cosa noi ci pentiamo, si è di avere troppo indugiato a riconoscere la perfidia insieme e la vanità de' vostri documenti, pei quali rischiammo di perdere affatto l'amore de' popoli nostri, che è il solo patrimonio e la sola conquista degna d'un re. Voi procacciate di spaventarci mostrando la crescente smoderatezza e la necessaria incontentabilità delle moltitudini. Ma noi siam di credere, che l'opinione, qualora possa manifestarsi senza pericoli e incitamenti, e non le manchi agio nè tempo di esaminare, d'erudirsi e di avvisatamente concludere, mai non si scompagni dalla moderazione e dalla giustizia: ma come ciò sia, meglio ci sembra di ottemperare al desiderio eziandio indiscreto de' nostri concittadini, che al comando del superbo straniero. Insopportabile a noi s'era fatto il regnare come vostri luogotenenti, e col puntello de' gesuiti; e ci è più dolce spartire col popolo l'autorità della legge, che veder cancellato il nome di lui dal libro delle nazioni, e l'Italia condotta ad essere non altra cosa fuorchè _una espressione geografica_, come voi testè la domandavate. Col restituire a' sudditi nostri la dignità d'uomo e di cittadino, abbiamo a noi medesimi restituito la monarcale dignità, e sentiamo che d'ora innanzi nella bilancia d'Europa li scettri nostri avranno pondo e valore. Ad accrescere l'uno e l'altro, noi deliberiamo di unirci in istretta e saldissima Confederazione; e presto bandiremo una Dieta Italiana, ove siederanno con buon accordo e amicizia così i nostri commessarj come i deputati delle assemblee. Voi dite che la Francia torna minaccevole per tutti i troni, e che noi saremo continuo tribolati, continuo sopraffatti dall'esorbitanze dei partiti. Ma non vi cada della memoria quel grande sfogo che dar possiamo all'eccesso dell'ardor giovanile e alle improntitudini della plebe. A ciò basteranno, ben vel sapete, queste sole parole: Si passi il Ticino. Ma sentiamo che replicate, che vinta la guerra, affrancata la Lombardia, e vuota l'Italia d'Austriaci, nessuno porrà più argini alle passioni e termine alle speranze e disegni dei democratici. Noi rispondiamo invece, che niuna cosa può aggiungere credito e forza ai nostri governi, quanto l'auge della vittoria, le armi avvezze a obbedire e onorare le nostre persone, il merito sommo acquistato appresso della nazione. O tutto questo può salvare le nostre corone e prerogative, o nessun'arte e spediente lo può. Ad ogni modo, la giustizia procede con noi, e i nostri nomi son consegnati alla fama, e staranno quanto la storia dell'italiano risorgimento. —
AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.[16]
11 aprile 1848.
Giovandomi della sincera e cortese amicizia vostra, piglio arbitrio di mandarvi alcune brevi considerazioni sui fatti di Lombardia, le quali nelle congiunture presenti mi pajono non pur vere ed utili, ma che il trascurarle torni troppo pregiudicioso alla causa italiana. Nè badate, signori, che sieno pensieri d'arme e di guerra; imperocchè, a questi tempi, qual buon cittadino non volge l'animo alle cose militari? Senza dire che la scienza dell'armi non è tutta chiusa ed inaccessibile a chi s'astiene dal maneggiarle, ma v'à alcune parti ove il naturale ingegno può penetrare assai dentro, e scorgere con sicurezza ciò che al buon capitano occorre d'imprendere e di provvedere. Quando, poi, questi miei brevi pareri ed accennamenti non pure si raffrontino coi disegni e le risoluzioni di coloro che al presente governano la guerra santa, ma nemmanco abbiano spazio di prevenirle, io ripeterò in cuor mio _Hoc erat in votis_, e coglierò grandissima contentezza dalla inutilità delle mie parole.