Scritti politici

Part 22

Chapter 223,735 wordsPublic domain

A rispetto della prima pretesa, che, cioè, il governo concilii ed unifichi gl'interessi de' lavoranti e di chi li adopera nelle officine e in altre bisogne, è follia di sperare che cotal fatta di accordi e di aggiustamenti possa procedere da una legge. V'à molte forme e guise d'associazione tra gli artigiani, e quella pure vi si conta la qual consiste a fare insieme le spese, insieme faticar il lavoro e insieme spartire il guadagno. Ma, tuttavolta che da una banda sarà il capitale e l'ingegno, e dall'altra la nuda opera delle braccia, nessuna legge e nessuno spediente varrà a rimuovere l'antagonia tra le due parti; e quello che finora fu speculato intorno al subbietto, o riuscì insufficiente, o illusorio e non praticabile affatto. Piacesse a Dio che si potesser levare da entro il consorzio umano le antagonie! ma ve n'à delle necessarie ed irremovibili, perchè pongon radice nell'intima costituzione dell'uomo: ed anzi, che è la natura senza contrasti? Ei pare che rimosse le contrarietà cesserebbe ogni moto, e i germogliamenti e gli effetti dell'universal vita s'ammortirebbono essi pure, e di mano in mano dileguerebbero.

Quanto alla seconda richiesta della pubblica educazione, a me non par dubbio che un governo popolare davvero, e caldo zelatore dell'utile dell'infime classi, propagar non possa e moltiplicare quel bene infinitamente di più e meglio che non s'è fatto fino al dì d'oggi in Europa. Ma due cose son da notare su tal proposito. L'una è che l'educazione è termine relativo, e relativa è la convenienza e proporzione di lei con l'esercizio di tutti i diritti civili e politici. Quindi, se vuolsi in Francia che la repubblica renda, a breve andare di tempo, ogni cittadino capace di entrare al parlamento e scrutarvi le leggi, non chiedonsi più fatti umani ma sovrumani, e d'altro pianeta che non è questo il quale abitiamo. Se vuolsi, invece, che la repubblica proceda con metodi tali, che la cultura dell'ingegno e dell'animo sempre più s'accresca e si spanda nel popol minuto, ciò non solamente è fattibile, ma sta segnato fra gli uffici e le obbligazioni primissime d'ogni virtuoso e illuminato reggimento. L'altra considerazione da compiere e da tener qui presente, si è, che per isventura tutto ciò che riferiscesi in diretto modo all'intelligenza ed al cuore, à natura tanto spontanea ed _incoercibile_, che mal si può domandare a un governo e ad una legislatura di porlo ad effetto per vie immediate e mezzi imperiosi. Possono i reggitori e i legislatori mettere in arme un esercito, costruire una flotta, decretare spedizioni e conquiste; non possono per via d'impero e con sicurezza di frutto costringere un sol villaggio a lasciar l'ignoranza ed addottrinarsi.

Per ultimo, ha domandato la plebe in Parigi, che ad ogni operajo venga cotidianamente e senza pericolo d'interruzione fornito il lavoro, e col lavoro accertata sussistenza. Ma di ciò, come di materia gravissima e ancora molto involuta, faremo discorso distinto e particolare.

§ IV.

_Se la repubblica può fornir lavoro cotidiano agli operai che ne mancano._

Per prima cosa, chi entra a speculare su tali argomenti e non à grande uso, badi di non iscambiare le dispute e le speranze de' comunisti con quelle de' socialisti. Ai primi sta fitto in capo di credere che possa il mondo civile pervenire alla comunanza dei beni, e quindi abolire affatto la povertà. Questa teorica è tanto disforme non pure dai fatti fin qui durati fra gli uomini, ma dall'essere intrinseco delle cose, che non diviene pericolosa se non fra genti di grosso ingegno e selvatiche, o pel soverchio dei mali e dell'oppressione accecate e infreneticate. Non vive a questi dì in veruna città d'Europa una plebe così pronta d'ingegno, provveduta di cognizioni, accorta, sperimentata e di buon giudicio come la parigina: il che ha bastato per disseccare le barbe del comunismo in sul primo mettere che facevano; e tutto il lor succo è stillato nella repubblica Icaria, i cui cittadini, come s'impara dal nome, hanno l'ale appiccate con un poco di cera, e mai non esciranno del labirinto che sonosi compiaciuti d'architettare a lor posta.

Ma un'altra generazione di scrittori è in Francia, che ha per intento speciale di meditare su quelle forme comuni di vita socievole, e su quegli istituti generalissimi che appajono in ogni parte del mondo cristiano, rimangono quasichè inalterati per mezzo alle mutazioni e alle rivolture politiche, e compongono tutti insieme l'ordine e l'assetto primo ed elementare in che si riposa da secoli la parte più civile e più culta del genere umano. A tali scrittori suolsi dar nome di socialisti; e non ostante che parecchi di loro trasmodino e corrano a immaginare sistemi speciosi d'umana socialità, pur nondimeno il concetto che sveglia le lor fantasie è nobilissimo e fondatissimo; e in quello s'appuntano tutte le investigazioni della filosofia civile; in quello fermò la mente Platone, e gli altri insigni intelletti che guardano come da specola eccelsa i moti, i portamenti e le condizioni della intera famiglia umana. Ma da un lato, sonosi questi scrittori imbattuti in fieri problemi che sembrano chiusi e sepolti a qualunque intelletto; e dall'altro lato, l'indole peculiare degl'ingegni francesi mal si confà e si proporziona con essi: imperocchè l'acume non basta ove domandasi profondità; nè la perspicacia analitica, ove si desidera il sicuro sguardo sintetico; nè l'ordine, la lucidezza, il minuto distinguere, il presto concludere, il facile concepire, ove bisogna per vie implicate e tortuose aggirarsi, ove la minutezza, la facilità e la speditezza non colgono e non abbracciano se non la buccia e le foglie. Da ciò è seguito, che i libri de' socialisti francesi con molte parole recano poca sostanza, e filosofano poetando, e fabbricano castelli incantati. Ma in Francia ove ogni cosa si volgarizza, e la scienza è trattata in modo assai piano e con favellare accessibile all'intendimento comune, quelle gran parole _droit de travail_, _organisation du travail_, _solidarité de tous pour tous_, e altrettali, non furono dette al sordo: raccolsele il popol minuto e ne fe capitale; ed oggi che à l'arme in pugno e sente l'aura della vittoria, volgesi non minaccioso, ma instante e autorevole a coloro medesimi dalla cui bocca uscivano quelle avviluppate sentenze, e lor dice con gran franchezza: — Cittadini e maestri, noi vi tenemmo fede; teneteci voi le fatte promesse, dappoichè la Francia è a vostra requisizione, e or potete quel che volete. Agli altri ceti à bastato la libertà e l'uguaglianza: a noi bisogna altra cosa; che la libertà sola non ci disfama e non ci disseta: noi domandiamo alla repubblica un pane in cambio del nostro sudore. — Così à discorso la plebe. Or che poteva il governo rispondere ai vincitori armati, se non quello che disse un officioso ministro ad una regina: — Vostra maestà stia certa che se la cosa è possibile, ella è fatta; e se impossibile, si farà? —

Ma esaminando il subbietto ne' suoi principj, ei vi si trova subito una dolorosa contraddizione. Che all'operajo voglioso della fatica non debba mancare la sussistenza, comparisce un diritto così patente e un debito così essenziale del consorzio civile, che vedendosi tuttogiorno accadere il contrario, l'animo se ne sdegna profondamente, e viene indotto a proferire quel medesimo che io scriveva, parecchi anni fa; cioè «che ogni comunanza di uomini la quale non sa trovar modo, o non vuole, di riparare dalle necessità estreme della vita gl'individui suoi innocenti e non istanchi mai del lavoro, non può dirsi con rigore nè sapiente nè civile, ma sotto sembianze molto contrarie è barbara tuttavia e insipiente.» D'altra parte, le difficoltà di ben soddisfare a tali diritti ed esigenze degli operai diventano in pratica così sformate e quasi direi formidabili, che a pochi governi in sino al dì d'oggi è bastato l'animo di affrontarle, a nessuno di vincerle; essendo che noi intendiamo di ricordare i soli provvedimenti e i soli rimedj conciliati con gli altri diritti umani, e massime con la libertà; e non chiamiamo spedienti veri e legittimi quelle case di ricovero (a citar pure un esempio) in cui l'uomo perde sua libertà naturale, disciogliesi dalla famiglia e gli s'interdice di procrearla. Sta per compiere il terzo secolo da che sotto il regno di Elisabetta, l'Inghilterra udì pronunziare la sentenza medesima la quale oggi si va ripetendo dai socialisti; che, cioè, il povero à buon dritto e buona ragione di sempre poter barattare con un tozzo di pane il lavoro e la fatica delle sue braccia. Eppure, quella sentenza fu per addietro e tuttavia si rimane sì mal praticata e avverata nel suolo stesso ove fu proferita, che ne dovremmo ritrarre un troppo sinistro augurio, e disperare da questo lato del progresso del genere umano. Nel vero, assai poco giova che il governo provvisorio di Francia siasi tanto sollecitato a mandar decreti per costruire officine e iniziare i pubblici lavorii: qui, per lo certo, cade in acconcio il trito proverbio, che dal detto al fatto corre un gran tratto. Ciò non ostante, qualche notabile cosa è da credere che porranno in istato, perchè a loro fa gran bisogno di contentare le moltitudini. A noi rimane per al presente l'ufficio di spettatori; nè l'esempio, comunque riesca, fia mai perduto. Di questo, peraltro, io mi persuado e vivo certissimo, che quantunque tra i componenti medesimi del nuovo governo siedano alcuni filosofi socialisti, ad essi non va ora pel capo di mettere in atto la strana dottrina dell'organisation du travail quale la c'insegnano alcune loro stampe ed opericciuole, e che ad effettuarsi e compirsi non è più spedita e facile o più durabile e profittevole delle utopie de' sansimonisti e della repubblica Icaria. Niente ancora à trovato l'ingegno umano di positivo e di pratico in ordine all'economia pubblica, salvo i principj che si domandano della libera concorrenza; la qual verità non ci vieta di riconoscere i danni e gli stenti che ne procedono molte fiate al popolo degli operai. Ma rimane ad indagare ancor più sottilmente, se la virtù medesima di quei principj sia capace o no di rimuovere in buona parte, o di sminuire e stremare quelle pregiudiciose e afflittive conseguenze; ovvero elle sieno tali da non potersi emendare, eccetto che da riforme ed innovazioni profonde ed isconosciute. Infrattanto, il senso morale e la intuizione immediata dei sommi veri ci persuadono, che la libertà e la spontaneità debbono pure in economia, come in qualunque altra disposizione sociale, essere il germe fecondo e l'efficienza prima ed inesauribile d'ogni progresso, d'ogni salute, d'ogni prosperità. Poco importa che il costringimento s'adempia in nome di pochi, o d'uno, o di tutti: nell'ultimo caso, è salva la dignità umana, non la spontaneità; e quindi l'energia, la copia, la varietà e la perduranza dell'opere di mano in mano decadono e si rallentano. Certo, fa gran maraviglia che quella nazione stessa a cui in fatto di politiche libertà sembra di mai conseguirle nè larghe nè sicure abbastanza, pretenda in fatto d'industria di procedere coi divieti, e con l'intervenimento importuno e dispotico della legge.

Ciò presupposto, e tornando più strettamente al subietto de' pubblici lavorii, noi diciamo che l'attuazione compiuta e perpetua di quelli o tornerà affatto impossibile, o sommamente diverrà perniciosa allo Stato, se non si conformi con le massime della libera concorrenza, e in troppa gran porzione impedisca e conturbi la operosità economica dei privati. Perchè ciò non accada, ricercansi principalmente le quattro condizioni infrascritte.

1º Le pubbliche officine debbono istituirsi universalmente, e poco meno che in qualunque grosso comune. Altrimenti, egli succederà molto presto un'accumulazione tragrande di popolo in quelle sole città ove saranno pubblici lavorii. Diciamo poi, che fatto anche che tali opificj e lavori sieno per ogni luogo moltiplicati, ciò nondimeno rischiasi forte di veder le campagne vuotarsi di gente e mancare le braccia all'agricoltura, massime nelle provincie più montagnose e più sterili; conciossiachè il trovare ne' luoghi murati ad ogni tempo e ad ogni qualità di persone apparecchiato il lavoro e accertato il salario, non può non accrescere a dismisura la propensione de' contadini per ricoverarsi nelle città e lasciar la villa. Converrà, dunque, in sull'aprirsi le officine per tutto lo stato, cercare compensi e provvedimenti nuovi e gagliardi perchè le genti sparse per lo contado, vi si mantengano.

2º Necessità vuole che si decreti e si fermi, i pubblici lavorii venire costituiti per supplimento e riparo alla insufficienza delle industrie private, e però ricevere da queste limitazione e misura; cioè a dire, che nelle officine della repubblica sieno raccolti quegli operai solamente a' quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. E ciò si dovrà riconoscere dai commessarj, o in virtù di certificati de' capo-maestri, o con altri metodi e discipline, secondo si troverà più agevole e più sicuro. Chi si consigliasse altrimenti, vedrebbe in cortissimo tempo ogni sorta di lavoranti sgombrare le officine private; perchè, poste pari tutte le condizioni, ciò nondimeno la sola maggior sicurezza e stabilità del salario, e il non servire ad uomo particolare ma sì al pubblico, e non all'umore del principale ma sì agli ordini disciplinati prestabiliti, indurrebbe gli operai ad abbandonare a mano a mano il lavoro de' cittadini per quello del comune.

3º Se il governo non vuol menare a ruina di molte industrie private, dovrà procacciare che i lavori da lui condotti, sieno di qualità da non potersi dai particolari cittadini imprendere con profitto: la qual cosa importa che le pubbliche manifatture quanto più crescono, e tanto più costino e sieno a maggiore scapito del tesoro. Ogni altra specie di lavori condotti dal pubblico renderebbe impossibile la concorrenza privata in quella cotale specie. Ma, d'altra parte, al governo fa gran bisogno d'assai varietà di lavori, perchè dee dar salario ad ogni generazione di operai. Tutti questi nodi sono difficili a sciogliersi, ed esigono nuovi temperamenti e partiti.

4º Avviata la generale istituzione dei comuni opificj, mai non potrà il prezzo della mano d'opera (come usan chiamarla) sminuire tanto e sì presto, quanto si vede ne' paesi ove il numero delle braccia soverchia l'uopo che se ne à. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare fino all'ultimo estremo i salarj, cesseranno e s'annulleranno. Tanto più è comandato al governo di non recare perturbazione ed impaccio alle industrie che valgono ad avvantaggiarsi e a fiorire non ostante il prezzo più che mezzano della mano d'opera.

Segue dal fin qui ragionato, che più malagevole assai è per riuscire al governo repubblicano il soddisfare e piacere alle moltitudini, a rispetto delle nuove opinioni sociali, di quello che negli ordini della politica; delle quali opinioni sorgerà una copia e una varietà esorbitante, e così belle d'apparenza e lusinghevoli agli occhi del popolo, quanto poco fondate e lontanissime dalla pratica. Ma perchè le maggiori difficoltà della lor materia risiedono nelle viscere della cosa, e in certe impossibilità naturali e invincibili, l'ingegno molto svegliato e penetrativo della plebe francese non può non avvedersi, dopo le prove iterate della discussione ed esaminazione patente e comune, che il governo non à in pugno una verga da taumaturgo: e però io penso che tali malagevolezze ed ostacoli non basteranno a mettere giù la repubblica, ma sì basteranno a commuoverla ed agitarla continuo, e a crescere l'inquietezza ed il malumore degli operai, i quali per lungo tempo non poseranno, e correndo poi agli estremi, prepareranno (com'io diceva in principio) la lor soggezione a un governo dittatorio assoluto.

À la repubblica nuova tra mani le sue utopíe, come ebbe l'altra del secolo scorso. Ma in quella era più arbitrio e più facoltà di appagare il popol minuto. Conciossiachè, l'estinzione dei privilegi, lo spezzamento e ripartimento che ne seguiva dei beni stabili, e l'attuazione compiuta e súbita della libertà e uguaglianza civile, erano novità ed effetti visibili a tutti, e di presto e general giovamento. Ora, alla presente repubblica, per empiere i desiderj di tutta la plebe, occorre di affaticarsi in miglioramenti male studiati, mal definiti e poco o nulla operabili. Ma d'altra parte, la repubblica antecedente armava contro di sè profonde passioni e non placabili inimicizie: la presente fa male a pochi o a nessuno; del pari, che crescere molto la somma dei beni, massime delle classi inferiori, s'accorgerà di non potere. Ma quello che non eccede le sue facoltà, ed entra innanzi a tutte le obbligazioni sue, si è l'ajutare per ogni guisa la purgazione degli animi e dei costumi; perchè della corruttela è tollerante la monarchia, intollerante la repubblica. E la plebe francese presente, non così bene à serbato la severità e la modestia come l'energia e il coraggio, e nella vita pubblica è assai migliore che nella domestica. Usanza generalissima degli operai di Parigi si è lo scialacquare in due dì della settimana il salario degli altri giorni. La santità del matrimonio conoscono poco o nulla, e in grossolani piaceri s'ingolfano senza misura e quanto i guadagni cotidiani il concedono. Della religione serbano un sentimento confuso e fugace, e mai non si affaccia loro il pensiere ed il desiderio di meditare intentivamente sulle ultime sorti dell'uomo. A queste male disposizioni ànno gli scrittori di là piuttosto aggiunto incentivo che recato rimedio. E per fermo, nella più parte de' libri loro, che altro s'incontra, salvo una pittura vivissima dei patimenti della plebe, e un'amplificazione continua delle oppressioni e delle avaníe ch'ella sostiene dai potenti e dai facoltosi? Quante parole spendono essi per dimostrare all'infimo volgo i suoi diritti e le doti e i pregi segnalatissimi che la fregiano, e quante poche per istruirla de' suoi doveri e ammonirla delle sue colpe! Indicassero almeno le vie dirette e pacifiche per condurre le moltitudini dalla povertà all'agiatezza, dalla miseria alla giocondità: ma in quella vece, dopo avere accresciuto alla plebe la cognizione e il sentimento de' proprj mali, o si tacciono affatto, o propongono tali compensi e partiti, ai quali essi medesimi non porgono fede. Medici veramente crudeli ed improvvidi, che si dilettano di palpar le piaghe del popolo e inasprirle e dilatarle, senza prima fornirsi di neppure una stilla di balsamo sedativo e salubre! Insomma, in questi ultimi quindici anni gli scrittori francesi ànno in troppa gran parte mancato all'ufficio loro; e la dignità delle lettere ne à scapitato assaissimo; e la repubblica nuova trovasi ora sulle braccia una plebe molto più adulata e guasta dai libri che illuminata e corretta, ed emmendar la quale non pensò nè punto nè poco Luigi Filippo ed il suo ministro, benchè loro non mancasse tempo quieto ed accomodato.

§ V.

_Massimo impaccio per la repubblica sono le corrispondenze esteriori._

Contro forse l'opinione di molti, noi reputiamo che tra gl'impacci maggiori del nuovo governo repubblicano sono da computarsi le corrispondenze esteriori. E prima, si voglia notare che a tutti i governi veduti sorgere in Francia, massime da cinquant'anni addietro, le malagevolezze maggiori e i pericoli più imminenti e più gravi sono provenuti dal di fuori; e ciò per l'intima connessione che i fatti e le disposizioni esterne acquistano in quella contrada con gl'interni fatti e disposizioni. La Francia tocca da ogni lato le più vitali parti d'Europa, e mai non è sorto conflitto in alcuna nazione circonvicina, che la spada del popolo francese non siasi snudata.

Ad ogni grandezza civile tengono dietro molti rischj e gravezze; e la Francia grandeggiando in Europa, segnatamente per certo imperio morale che esercita sugli animi e sugli intelletti, non può in niuna maniera ristringersi in sè medesima, e goder pace se gli altri non l'anno: e come ogni suo moto à consenso e ripercussione di fuori, così non possono i suoi vicini rimanere indifferenti e neutrali, ma o caldi amici o caldi nemici; e bisogna o ch'elli accettino i suoi principj e le forme del suo vivere sociale e politico, od ella i loro in massima parte.

Ora, venendo al caso presente, volentieri riconosciamo che una nuova colleganza europea contro la Francia repubblicana non par probabile, ma nemmeno scorgiamo su che fondamento saldo e durevole possa costituirsi la pace, e come annodare leali e amichevoli corrispondenze tra la repubblica e i regni circostanti. La diplomazia della plebe è differentissima da quella dei principati e delle aristocrazie. Per solito, non vuol secreti e non sopporta dissimulazioni; s'impazienta agl'indugi, abborre i mezzani partiti, e (ciò torna a perpetua lode sua) sempre à nelle risoluzioni dell'ardito e del generoso: testimonj gli Ateniesi ed i Fiorentini. Aggiungasi a ciò il naturale de' Francesi audace e mal sofferente, e quello spirito d'antica cavalleria che mai non li fa quietare, e cacciali volentieri in difficilissime imprese. Ma oltre di questo, la Francia, avanti ogni cosa, è armigera e battagliera; à un esercito grosso, avidissimo di romper guerra, e a cui vengono meno al presente le fazioni dell'Affrica, le quali se abbastanza non l'occupavano e intrattenevano, pure gli ànno sempre tenuto vivo il gusto e il senso della vita guerresca, e acceso un desiderio smanioso di fatti grandi e di gloria un po' meno dispari e dissomiglievole dall'antica. Ora, come potrà il governo far languire nell'ozio delle caserme un esercito così fatto, e il cui ardore e la cui ambizione è di tanto accresciuta dagli ultimi avvenimenti!

Una cosa è inevitabile al governo nuovo repubblicano; il dovere, cioè, fare scelta fra due partiti in ugual modo pericolosi. A lui bisogna o non più riconoscere i trattati di Vienna, e con questo solo perturbare tutta l'Europa, e nimicarsi fin l'Inghilterra; o riconoscerli, e smentire nell'atto suo primo tutte le massime insino a qui predicate con solennità e veemenza da' suoi partigiani. Probabilmente, e malgrado degli animi fieri e audacissimi, il governo provvisorio manderà fuori un manifesto pieno d'ambigue parole e di mezzane opinioni, e dove negherà da un lato ciò che dall'altro verrà affermando; e sopra ogni cosa, protesterà fermamente di voler vivere non che in pace, ma in buona concordia e amicizia con tutti i governi.[14] Se ciò sopportasi dalla plebe, un grande frangente è tolto di mezzo, e può l'Europa serbarsi in pace per ancora buon tempo. L'Inghilterra, nelle cui mani sia ora la somma dei comuni destini, non dubiterà punto di mantener con la Francia amichevoli intelligenze, e avere per legittimo e rato il nuovo governo repubblicano. Conciossiachè le sue immense armate, e le enormi ricchezze e l'animo coraggioso ed intrepido non le bastano a' nostri giorni per rinnovare e assoldare la lega Europea contro Francia: mancale altresì l'intensione e l'unità del volere, perchè sono mutati in gran parte i suoi pensamenti e consigli; ed anche appresso di lei le forme sono antiche ed intatte, ma la sostanza tutto dì si altera e si trasmuta. La Russia, non ispalleggiata dalla Germania, non può nulla di grave e di minaccioso intraprendere contro l'occidente europeo; e la Germania si quieterà, ed anzi farà ottima diversione chiedendo riforme e franchigie, qualora ne' Francesi stia tanta saviezza e prudenza da non fiatare nemmanco delle provincie del Reno: chè, quando accadesse altrimenti, i tre potentati del Norte possono ancora trovare obbedienti i popoli loro, e collegarli e moverli contro la nascente repubblica.